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Full text of "Storia del Palazzo Vecchio in Firenze"

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STOEIA 



DEL 



PALAZZO VECCHIO 



STORTA 



DEL 



PALAZZO SECCHIO 



IN FIEENZE 



NARRATA DA 



AUUELIU GOTTI 




FIRENZE 

STABILIMENTI^ (i. OiVELLi, hUiiuRE 
MDCCCLXXXIX. 




77s% 



Proprietà Letteraria 




AD DETTOLE 




^^%i 



GRIVO la storia del Palazzo 
Vecchio, cosi come scriverei la 
vita d'un grand' uomo: anche 
i monumenti hanno qualcosa 
dentro, che a guisa di pensiero 
lampeggia al di fuori, si vede 
scolpito nelle pietre, si legge 
scritto nelle linee; la loro storia 



s'intreccia con quella della città o del luogo in cui sono e 
stanno, del popolo che gì' inalzò, della gente che v' ebbe 
stanza, degli avvenimenti che vi si prepararono o vi si com- 
pirono. Anche i monumenti infine hanno indelebili le loro 



AL LETTORE 



memorie, e a queste memorie s' accendono le speranze di 
tutto il popolo che li circonda, e li riguarda con affetto ed 
ammirazione. Io dunque ne scrivo come di cosa viva e 
magnifica, non già come d' un uomo morto scriverebbe un 
naturalista o un anatomico, ricercandolo membro per membro, 
contandone ogni pelo e ogni ruga, numerando della vita pas- 
sata tutti i giorni, tutte l'ore; né come dello stesso monumento 
potrebbero fare un architetto che ne misurasse ogni pietra, ne 
studiasse ogni taglio, o un erudito che frugasse tutte le carte 
le quali ne accertino una data, per quanto inconcludente 
sia, dian fede d'un avvenimento il più insignificante. Certo 
che anch' io ne narrerò le principali vicende materiali, fer- 
mandomi a rilevarne tutte le bellezze, e farne, quanto alla 
mia parola è possibile, risaltare la insuperabile magnificenza 
così dell' insieme, come d' ogni parte, eziandio nelle piccole 
cose, cioè in quelle di minor conto, e all'esterno e all'interno; 
valendomi, s' intende, di tutti i documenti che vi si riferiscono 
e che già sono a stampa, delle storie, descrizioni, guide che 
ne sono state fatte fino ad oggi da uomini valenti, delle notizie 
che si trovano sparse per molti libri, e di tutti i tempi, dove 
per incidenza si parla di quello, e anche dei documenti inediti 
che mi accadesse di trovare. Per quanto mi sarà concesso 
vorrei non dir nulla che non fosse accertato, o almeno nulla 
dare per certo che non sia, e nel medesimo tempo non negar 
fede a certe tradizioni storiche, solamente perchè ancora non 



AL LETTORE 



sono avvalorate da carte autentiche, essendo pure la tradizione 
parte di storia. Infine, se l'ingegno mi bastasse e l'animo, 
vorrei che questa mia storia del Palazzo Vecchio, rendesse un 
poco del colore che i secoli vi stesero sopra, e, come dissi, 
del pensiero che il popolo che lo fabbricò vi spirava dentro, 
per maniera che vi si vedesse alla austerità e magnificenza 
unita la grazia e la leggiadrìa, ed alla antichità di molti 
secoli, il vigore e quasi il lume d'una giovinezza perpetua. 





CAPITOLO I. 



Come si cominciò a costruire il Palazzo del Popolo, 
e come si condusse a termine nella prima sua fabbrica. 




L popolo saliva in alto, i nobili e 
signori scendevano, il che era ca- 
gione di grande disordine in Firenze, 
accresciuto dal fatto che i Grandi ave- 
vano tra loro brighe e discordie, che 
le maggiori non avevano mai avute 
innanzi. Allora, correndo l'anno 1293, 
si misero insieme alcuni uomini dab- 
bene, artigiani e mercatanti per cer- 
care a quel disordine rimedio, e capo 
di essi fu Giano della Bella, < grande 
e potente cittadino, dice di lui Dino Compagni, ^*^ * savio, valente e buono 
uomo, assai animoso e di buona stirpe, che si fa capo e guida de' buoni 
cittadini popolani e mercatanti ». E a primeggiare tra quei, tutti di 
popolo e combattitori della turbolenza de' capi, a Giano della Bella giovò 



Le note sono poste via via alla fine d'ogni capitolo. 



10 PALAZZO VECCHIO 



forse l'essere stato esso pure dei Grandi ed averne sofferta l'oltraco- 
tanza. Cosi è certo, suggiunge a tale proposito il Del Lungo, parlando 
di lui^^\ che al Mirabeau impulso primo a diventare il grande oratore 
della rivoluzione francese fu l'essere stato un tempo il conte di Mira- 
beau; egli diseredato e ributtato da' suoi nobili; Giano, ma non per le 
vergognose cagioni del nobile provenzale, svillaneggiato da' suoi Grandi 
per mano del furioso Berto Frescobaldi, che in pieno Consiglio, con in- 
giuria che era allora delle piti atroci, afferratolo pel naso, minaccia che 
gliel taglierà s'egli ardisca cozzare con lui. Egli insomma si ranno col 
popolo, e il popolo corse a prendere per suo capo lui, questo cavaliere, 
della vecchia nobiltà del marchese Ugo e che ne inquartava nello stemma 
« la bella insegna ^^^ y>^ ed ora dal rancore e da una molto grande, ma 
però non volgare ambizione era tratto a divenir popolano. Sul finire di 
quel medesimo anno, secondo lo stile fiorentino, o sul cominciare, se- 
condo il nostro, dell'anno di poi, cioè ne' mesi tra il gennaio e l'aprile 
del 1294, si compilarono dai Rettori, e Priori, e alcuni Savi, uniti ap- 
positamente ad essi, tra' quali furono i maggiori giureconsulti della città, 
messer Donato di messer Alberto Ristori, messer Ubertino dello Strozza, 
e messer Baldo Aguglioni, secondo che gli era fatta balìa dai Signori, 
i celebri Ordinamenti di Giustizia, che furono poi, si potrebbe dire, la 
Magna Carta della Repubblica, per un secolo e più. E a ciò questi Ordi- 
namenti avessero piena e certa esecuzione, ordinarono nell'istesso tempo 
che al numero dei sei Priori, fosse aggiunto un Gonfaloniere di giustizia, 
da rinnovarsi ogni due mesi, per maniera che ciascun sesto della città 
ne avesse ogni anno uno de' suoi; a lui venisse consegnato il Gonfalone 
del popolo col campo bianco e la croce rossa, e gli fossero dati mille 
eletti pedoni, pronti a muovere ad ogni suo ordine e richiesta contro 
ai Grandi; e forse, perchè la prima cosa a lui commessa era disfare le 
case, troviamo, oltre a' fanti essere centocinquanta maestri di pietre e 
di legname, e cinquanta picconieri armati di buoni picconi e di scuri e 
di altri arnesi cosifatti. Gli ordinamenti statuivano: « Sia cotale Gon- 
« faloniere de' maggiori popolani artefici de la città di Firenze, il quale 
« ami il pacefìco e lo riposevole stato con puro cuore; il quale non sia 
« de' Grandi de la detta città.... Il quale Gonfaloniere insieme co' Priori 



CAPITOLO 1 11 



« possa e debbia vicitare i segnori Podestà e Capitano, e loro inducere 
« debbia e confortare che reddano justitia a tutte persone, e puniscano 
« i malfattori, sì come la qualità del peccato vorrà. Debiano etiandio loro 
« confortare e inducere che facciano i loro reggimenti sollecitamente e 
« attentamente, sì e in tal modo che '1 pacefico e lo riposevole stato della 
< città di Firenze sia conservato >. 

Però era ben sempre lontana Firenze dall'entrare in quel « pace- 
fico e riposevole stato », che il Gonfaloniere avrebbe dovuto contribuire 
a conservare; e ben di ciò dovette accorgersi quello stesso Giano della 
Bella, il quale decorsi appena due anni doveva lasciare la patria; e la 
patria gli lanciava dietro, a' dì 5 di marzo 1294 (1295), la sentenza 
del bando contro lui e tutti i suoi, e dava al guasto la sua casa e i 
suoi beni. Il Della Bella si l'ifugiava e moriva in Francia, « nel cui seno, 
dice il Del Lungo, un' altro de' tanti Fiorentini che allora v' esularono, 
aveva, pochi anni innanzi, portata la famiglia che fra cinque secoli da- 
rebbe il Mirabeau: dovevano. Giano, morire in Francia, attendendo colà 
a que' traffici ch'erano la principal vena della potenza dell'ingrata sua 
patria; e il Mirabeau, del titolo di mercante far cartello, quasi teatrale, 
al suo snobilitarsi, probabilmente senza ricordare o sapere che intito- 
landosi, in onta a' suoi quarti, « Mirabeau marchand de draps » e' non 
faceva che rinnovare ne' suoi Riquetti un vecchio e glorioso titolo del 
loro fiorentino progenitore Azzo Arrighetti ^*^ » . 

Ma il nuovo ufficio del Gonfalonierato, se non dava pace e riposo 
alla città, a sanare la quale nessun altro ufficio sarebbe mai stato suf- 
ficiente in que' tempi, rispondeva a quella grandigia e signoria popolana, 
che in ogni cosa si mostrava allora, andandosi Firenze tutta ammantando 
del suo « grande gonfalone di buono e saldo zendado bianco, con una 
grande croce rossa nel mezzo, distesa per tutto il gonfalone »; insegna 
della nuova potestà del Gonfaloniere. « Quello fu il tempo, dice il Cap- 
poni ^% delle più vere grandezze a questo popolo fiorentino che tutte in 
un subito le dispiegava, o tutte in germe le conteneva; né credo si trovi 
nelle istorie esempio d' un' altra città, la quale più secoli vissuta con 
piccola fama, sorgesse in pochi anni sino a porsi direi quasi a capo della 
civiltà neir Europa risorgente, e ad un tratto manifestiìsse tale espansione 



12 PALAZZO VECCHIO 



di vita e tale magnificenza d' opere e tale altezza d' ingegni > . Già viveva 
in lei Dante Alighieri che meditava con l'ingegno sovrumano, 

« descriver fondo a tutto l'universo »; 

viveva Arnolfo che avrebbe architettato Santa Maria del Fiore, Santa 
Croce, e il Palagio del Comune, viveva Giotto che con la potenza sua 
ampliava la pittura, e delle sue opere ornava molte tra le maggiori città 
d'Italia, e meritava Egli di ritrarre in Dante il primo e più grande ita- 
liano che sia stato mai, e che il poeta scrivesse il nome suo nel poema 
che non morrà. Già erano fabbricati il Palagio del Potestà, la chiesa 
del Carmine, quella di Santa Maria Novella. 

I Priori però, che aveano cominciato nel 1282, non avevano casa 
propria, e risedevano dove i xiv Buonuomini, almeno per un anno che i 
due ufl3ci durarono insieme, cioè nelle case della Badìa « domus Abbatie >. 
Ma intorno alle prime residenze che ebbero i Priori, è meglio lasciar 
parlare il Del Lungo, che ne ha fatto uno studio, come egli suol fare, 
dihgentissimo ; e prendo le sue parole. « I Priori, egli dice^®^, incomin- 
« clarone, com'è noto, nel 1282; ed ebbero per prima loro residenza quella 
« stessa dei xiv Buonomini: al qual magistrato, instituito due anni in- 
« nanzi dal Cardinal Latino, essi i Priori poi succedettero ; non così presto 
« bensì, che per alcun tempo (fino al 1283 almeno) i due uffici non 
« coesistessero l'uno accanto all'altro: fatto, questo, dagli storici taciuto, 
« ma che i documenti chiaramente ci attestano ^'^ Risedevano pertanto 
« i Priori in quella stessa « domus Abbatie > dove i xiv, e della quale 
« parlammo in i, iv, 23. Dal 1285 al 1290 vediamo la « domus Prio- 
« rum >, la « domus mansionis dominorum Priorum », la « domus in qua 
« ipsi Priores morantur prò eorum officio exercendo », essere ora la 
« stessa « domus Abbacie fiorentine », nella quale, per esempio, risiedono 
« nel maggio e nel giugno dell' 86 e nel marzo dell' 87; ora la casa di 
« Gano del Forese « domus Ghani P'orensis », nella quale essi « faciunt 
« mansionem » nell'agosto dell' 85 e nell'agosto dell' 89; e nel luglio del- 
« r 86 vi tengon consiglio nel verziere, « in domo seu viridario Ghani 
« Forensis et consortium »: ora la casa di un Pela o Fella, « domus Pelle 
« Dominici », nella quale sono ne' primi mesi del 1290: ora finalmente 



CAPITOLO I 13 



« la casa o palagio di messer Gherardino de' Cerchi Bianchi, « domos 
« posita in populo Santi Proculi », della quale nel 1290 è detto che 
« in essa i Priori « consueverant morari >; e di esso « palatii positi 
« in populo Santi Proculi » vediam pagarsi la pigione per la dimora 
« che vi han fatta tra il febbraio e l'aprile pur del 90 i Priori e altri 
€ ufficiali del Comune. Queste diverse residenze si alternavano l' una 
« all' altra ; forse mutavansi secondo le stagioni, e infatti il verziere di 
« Gano del Forese apparisce ripetutamente sotto date estive: certo è che 
« il Comune teneva a propria disposizione più d'una di queste residenze 
« nel medesimo tempo, come ce lo mostrano Consigli tenuti « in domo 
« Abbatie » mentre i Priori, nel 1285, risiedono in casa di Gano; ed 
« altri tenuti, nel 1290, nelle case ora de' Cerchi, ora del Pela, ora della 
« Badìa: per non dire poi che, al medesimo effetto del convocare Con- 
« sigli, veggonsi contemporaneamente adoperate anche le chiese, e che 
« nel Palazzo del Comune « Palatium Comunis » (con la qual frase, si 
«. avverta bene, è sempre e in modo esclusivo indicato il Palazzo del 
« Potestà) solevano adunarsi i Consigli, speciale e generale, del Comune 
« del Potestà; come in San Piero Scheraggio quelli del Popolo o del 
« Capitano. Quando adunque nel 1293 gli Ordinamenti di Giustizia di- 
« sposero che « ipsi Priores omnes cum Vexillifero Justitie insimul mo- 
« rari, stare, dormire et conmedere debeant in una domo ubi voluerint, 
< et quam viderint abiliorem prò eorum offitio commodius exercendo >; 
« può dirsi eh' e' non facessero se non sancire una vecchia consuetudine. 
« E altresì vero però che dopo quel tempo la Signorìa sembra non di- 
« morasse altrove che nel palagio di messer Gherardino de' Cerchi o 
« meglio de' suoi figliuoli ed eredi ; poiché la frase « in domo fìliorum 
« olim domini Gerardini de Cerchiis (o « in domo Circulorum >) in qua 
« Priores et Vexillifer Justitie prò Comuni morantur > ricorre per quanto 
« io ho veduto, tutte le volte che de' Consigli della Signorìa è indicato 
« il luogo dove sono tenuti : e ciò per una serie di atti che dal 26 mag- 
« gio 1295 va al 31 marzo 1298. Con la quale ultima data del sog- 
« giorno de' Priori nel palagio de' Cerchi non siamo discosti che di dieci 
« undici mesi da quella, sotto la quale, nella fine del 1298 di stile 
« fiorentino, cioè fra il gennaio e il marzo del 1299, Giovanni Villani 



14 



PALAZZO VECCfflO 



« scrive che « si cominciò a fondare il Palagio de' Priori per lo Comune 
« e Popolo di Firenze », non parendo a' Priori « essere sicuri ove abi- 
« lavano innanzi, ch'era nella casa de' Cerchi Bianchi dietro alla chiesa 
« di San Brocolo >. 

Ma si volle che il nuovo Palagio non solamente provvedesse alla 
sicurezza del Magistrato che vi prendeva stanza, ma sì ancora dasse idea 
della magnificenza e grandezza di tutto il Popolo: « perchè l'abitazione 
« de' Priori, narra Leonardo Aretino, non pareva casa pubblica né degna 
« del popolo fiorentino, né pareva a' Priori esservi sicuri per la potenza 
« della nobiltà, ordinarono un edificio pubblico rilevato e di singulare 

« magnificenza >. E ne dettero a fare il 
disegno, e poi la fabbrica ad Arnolfo di 
Cambio, che era già tenuto eccellente ar- 
tefice, e si era acquistato tanta fede, che 
ninna cosa d' importanza senza il suo con- 
siglio si deliberava. E Arnolfo lo disegnò 
a somiglianza di quello che in Casentino 
aveva fatto Lapo suo padre, ai Conti di 
Poppi. Il pensiero di avere una casa loro 
propria non era venuto a' Priori allora 
soltanto, ma, com'è naturale, ben prima; 
\ e si trova infatti come tre anni dopo la 
loro istituzione, fosse tenuto, ai 29 di giu- 
gno del 1285, un parlamento nella chiesa di Santa Reparata, nel quale 
fra le altre cose si stabilisce, « quod habeantur boni et legalis, et ante- 
quam discedant debeant invenire locum in quo Palacium fiat ». E il 
trovare il luogo dove fosse da fabbricare il nuovo Palazzo, non fu fac- 
cenda da poco, anzi andò molto per le lunghe. Solamente, come sap- 
piamo dai documenti, nel luglio del 94, a dì 21, fu « fatta ne' Consigli 
la proposta « super Pallatio et de Pallatio prò Comuni Florentie faciendo 
« et de loco et super loco inveniendo in quo dictum Pallactium fieri 
« debeat, et super ordinando et firmando omnia et singula quae super 
« predictis fuerint opportuna », fu approvata a maggioranza (cinquan- 
« tasei voti contro trentuno) nel consiglio dei Cento, dove si opponeva 




CAPITOLO I 15 



« un messer Neri della Gattaia; e fra' consiglieri era anche Giano Della 
< Bella; ma quasi a voto unanime fu vinta nel Consiglio del Capitano 
« del Popolo e delle Capitudini delle Arti, dove cinquantasette furono i 
« sì e due soli i no ». E immediatamente si procede a cercare il luogo 
e a trattare coi padroni delle case da acquistare. La qual cosa neppur 
essa richiese poco tempo, ed occorsero più e diverse provvisioni prima 
che si venisse a capo di porvi mano, il che fu ai dì 24 febbraio del 1299, 
essendo Potestà messer Monfiorito, quando, secondo il Villani, <*' le cui 
parole sono comprovate da autentici documenti del 1299, del 1300, del 
1301, del 1310 e del 1311, si cominciò a fondare il palazzo « colà dove 

« furono anticamente le case degli liberti e di quei loro casolari fe- 

«. ciono piazza, acciò che mai non si rifacessero. E comperarono altre case 
« di cittadini, come furono Foraboschi, e fondaronvi su il detto palazzo, e 
« la torre de' Priori fondata in su una torre che era alta più di cin- 
« quanta braccia, ch'era de' Foraboschi, e chiamavasi torre della Vacca ». 

Perchè mai avevasi a fare piazza delle case degli liberti? 

Gli liberti furono famiglia d' origine tedesca, alla quale, in Firenze, 
quando essa tendeva a padroneggiare, non mancarono adulatori che la 
dicessero della schiatta di Giulio Cesare, così la gente come la città aspi- 
rando alla grandezza e alla nobiltà di Roma. Furono essi che co' loro 
seguaci, nobili e popolani, dandosi a battagliare contro i Consoli, per invi- 
dia della Signorìa, suscitarono odii tali nella città, che al dire dello stesso 
Villani ^^^ « fu sì diversa e aspra guerra, che quasi ogni dì, o di due dì 
« l'uno, si combatteano i cittadini insieme in più parti della città da vici- 
« nanza a vicinanza com'erano le parti; e avevano armate le torri, che 
« n' avea nella città in grande numero, alte cento e centoventi braccia >. 
E di qui originarono quelle parti che più tardi prendevano nome di Ghi- 
bellina e di Guelfa. Gli liberti come quelli che erano contro i Consoli, 
cioè contro la parte che poi si disse guelfa, e che si facevano forti delle 
armi imperiali, si trovarono poi ad essere principali tra' Ghibellini, i quali 
quanto più crebbero in potenza tanto più insolentirono contro il popolo, 
sino che esso, nel 1250, non fu capace di tener loro testa, di levarsi, e 
di prendere con mirabile felicità in mano sua tutto lo Stato ; e, come 
l'ebbe, a difesa di sé stesso ed a mostrare rasa la baldanza dei signori o 



16 PALAZZO VECCHIO 



magnati, ordinò che si mozzassero le torri onde era gremita la città, e tutte 
si agguagliassero all' altezza di cinquanta braccia, e con le pietre rica- 
vate da quelle mozzature di torri si cinse di mura la città oltr' Arno. Ma 
la vittoria dei Guelfi non fu così ferma come da essi si riteneva, e passati 
appena dieci anni, dopo che essi, i Guelfi fiorentini, ebbero del loro sangue 
colorate in rosso l'acque dell'Arbia, doverono lasciare la loro città con le 
donne, con i figliuoli, con quanto potevano recar seco, che tale era la 
sorte di quelle guerre cittadine: i vinti perdendo con la potenza la pa- 
tria e gli averi e ogni gioia della vita; uopo era fuggire. Le masnade 
tedesche e i Ghibellini vincitori fecero ingresso in Firenze e vi elessero 
Potestà pel re Manfredi, Guido Novello della famiglia de' conti Guidi, 
signori di Poppi; tutte le sostanze de' Guelfi andarono al Comune e le loro 
abitazioni furono rase dai fondamenti; né ciò bastando alla loro vitto- 
ria, i Ghibellini di Pisa, di Siena, di Arezzo, del contado e della città 
di Firenze, tennero parlamento in Empoli per assicurare la parte loro; 
e fu in quel parlamento che si propose la distruzione di Firenze, e che 
solo Farinata degli liberti la difese a viso aperto. Dante lo immortalò 
nel poema suo. 

La potenza de' Ghibellini rimase schiacciata, sei anni dopo, sotto la 
grave mora 

« In co' del ponte presso a Benevento tt") » 

dove stavano l' ossa di Re Manfredi, e i Guelfi ripresero in tutta Italia il 
di sopra, e in Firenze ebbero finale vittoria. I fiorentini Guelfi, non ancora 
forti tanto, quanto bastasse a reggersi da per loro, diedero la signoria 
della terra per dieci anni al vincitore Cariò d'Angiò, il quale d'allora in 
poi mandovvi, anno per anno, suoi vicari, i quali reggessero la città, con 
l'assistenza di dodici buonomini cittadini: infine si creò un nuovo magi- 
strato col nome prima di Console de' cavalieri, poi de' Capitani di Parte 
Guelfa; il che non fu senza grande utile e splendore di Firenze che presto 
si fece capo del nome guelfo in Toscana e fuori; similmente si crearono 
allora i Priori di parte, tre grandi e tre popolani, i quali soprintendessero 
alla custodia della moneta, uno di loro tenesse il suggello, un altro fosse 
sindaco e accusatore dei Ghibellini. Ma le guerre di parte, tra Guelfi e 



CAPITOLO I 17 



Ghibellini, tra chi era in città, padrone e signore, e chi era fuori, sbandato, 
durarono ancora e si fecero sempre più ardenti e fiere. Parve finalmente 
che gli animi del troppo odio si stancassero, e così nei Guelfi come nei 
Ghibellini, così nei vincitori come nei vinti, si cominciasse a far sentire 
il bisogno di pace. E passando di Firenze nell'anno 1273 papa Gregorio X, 
che andava al Concilio di Lione, in compagnia dei Cardinali e del re Carlo, 
tornato dalla spedizione in cui morì San Luigi, e di Baldovino imperatore 
latino, profugo da Costantinopoli, con le loro corti, fatti venire sindachi 
della parte Ghibellina, che da sei anni era in esilio, ai 2 di Luglio tutto 
il popolo fiorentino fu congregato in sul greto d'Arno, appiè del ponte 
Rubaconte, ed ivi il Papa promulgò sentenza di pace, sotto pena di sco- 
munica a chi la rompesse, e comandò ai sindachi delle due parti. Guelfa 
e Ghibellina, che si baciassero in bocca. Ma la pace durò quanto stette 
il Papa in Firenze, cioè quattro giorni, perchè Egli era ancora in Mu- 
gello quando la pace fu rotta, e sdegnato forte interdisse la città, la 
quale fu ribenedetta quando il Papa tornando da Lione, per essere grande 
piena in Arno, dovette ripassare per essa, e poi non appena ne fu uscito 
scomunicata un' altra volta. 

Intanto i Guelfi in Firenze riposati dalle guerre di fuori e ingrassati 
degli averi de' Ghibellini, per invidia e per superbia cominciarono a ini- 
micarsi fra di loro, perchè la città fu tutta e sempre in arme: 

« Ed ora in te non stanno senza guerra 
Li vivi tuoi, e r un 1' altro si rode 
Di quei che un muro ed una fossa serra(^i) ». 

Quindi i Capitani di Parte Guelfa ed il comune di Firenze si rivolsero al 
Papa, che era allora Niccolò III, chiedendo pacificasse almeno i Guelfi fra 
loro; e al Papa nel medesimo tempo si rivolsero i Ghibellini fuorusciti, per- 
chè confermasse la pace loro co' Guelfi. Il Pontefice, in sulla fine del 1279, 
confermava la pace, e ordinava al Cardinale Latino dei Frangipani, suo 
nipote di sorella, che era paciaro in Romagna, di portarsi a Firenze con 
trecento cavalieri per sedare le dissensioni tra Guelfi e Guelfi, tra Guelfi 
e Ghibellini. E la pace fu fatta; esso Cardinale chiamò il popolo a par- 
lamento in sulla piazza di Santa Maria Novella, dove Egli poneva la 



18 PALAZZO VECCHIO 



prima pietra della mirabile chiesa, e fece anche allora che i sindachi 
delle due parti nemiche si baciassero in bocca, e i nemici della stessa 
parte, dei Guelfi, si gettassero nelle braccia l'uno dell'altro. Furono ri- 
chiamati i Ghibellini, eccetto sessanta de' principali a' quali fu ordinato 
per un certo tempo stessero confinati tra Orvieto e Roma; primi tra gli 
esclusi furono i figliuoli ed i congiunti di Farinata degli liberti. Il Cardi- 
nale Latino riformò gli ordini della città, stabilendo che il Potestà e il 
Capitano del popolo fossero eletti per due anni dal Pontefice, che gli 
Anziani o Buonuomini in luogo di dodici fossero d'allora in poi quattor- 
dici, otto Guelfi e sei Ghibellini, grandi e popolani, e che essi restassero 
in ufficio solamente due mesi. Ma e perchè i Ghibellini non rientrarono 
tutti non vi acquistarono nuova potenza, e perchè insomma la città era 
ornai Guelfa e il popolo Guelfo saliva, dopo due anni di quella pace, gli 
Ordinamenti furono mutati a benefizio della parte Guelfa e in breve si 
levarono gli onori e i beneficii ai Ghibellini, furono creati i Priori delle 
Arti, in numero da prima di tre, che per un po' di tempo durarono in- 
sieme ai quattordici Buonuomini, e poi gli succedettero, prendendone 
tutta la autorità e dignità maggiore, quando forse, che fu nel secondo 
bimestre, furono cresciuti fino a sei, uno per sesto. A questi Priori e 
al Capitano del popolo, cui fu aggiunto il titolo di difensore delle Arti, 
spettava di amministrare il Comune, di radunare i Consigli e fare le 
Provvisioni. 

« Così erano, dice il Capponi ^^'^^ le Arti venute a pigliarsi nelle mani 
«. loro lo Stato, che essendo tutto divenuto popolare, dava a Firenze un 
« tale carattere che non ha esempio nelle istorie. L'ingegno svegliato e 
« popolarmente ingentilito dal senso del bello, i grossi guadagni che molti 
« adescavano degli stessi grandi a stare a bottega e ad aggirarsi in mezzo 
« alla plebe; queste cagioni diedero il governo in mano al popolo traf- 
«. ficante. Fu a questo gran lode avere saputo all'ordinamento di sé stesso 
<c trovare una forma certo variabile e imperfetta, ma che pure ebbe du- 
« rata più lunga di quella che altrove si trovi concessa ai governi po- 
« polari, perchè in Firenze i Buonuomini, la buona parte conservatrice, 
« per lungo tempo si contrappose alle ambizioni pubbliche e private. In 
€ mezzo a un popolo sempre armato per la difesa della sovranità che a 



CAPITOLO I 19 



« sé medesimo arrogava, e l)enchè mancasse qui un Senato o una qua- 
« lunque autorità permanente che in sé mantenesse la scienza politica e 
« le tradizioni di governo; non però andarono i suffragi in piazza, e sempre 
« le scelte furono in mano dei collegi e dei magistrati. Ma suoi freni ebbe 
« la libertà e la Repubblica suo decoro più dai costumi che dalle leggi: 
« altiere foggie pigliava il popolo, e i mestieri s'inalzavano allo splendore 
« di arti belle, insegnatrici di una eleganza che nulla aveva di plebeo: 
« il nome romano tenendo qui sempre come un'alta signoria, con la rive- 
de rita autorità del Pontificato e da principio con quella non bene can- 
« celiata dell'Impero ». 

I Ghibellini fuori di Firenze s' erano annodati un' altra volta in 
Arezzo, essendo morto Carlo d'Angiò ed il successore di lui Carlo II 
fatto prigione degli Aragonesi in Sicilia, e ripresa nuova forza, minac- 
ciavano Firenze, aiutati da Rodolfo imperatore che potè mandare in 
Arezzo un suo vicario con poche genti. I Fiorentini chiamarono tosto a 
sé le altre città guelfe della Toscana, e misero insieme quanta più gente 
poterono per andare loro contro, che fu dicono il maggiore esercito che 
essi adunassero dopo il ritorno di parte guelfa; s'incontrarono, Guelfi e 
Ghibellini, nel piano di Campaldino, appiè del monte di Poppi, in Ca- 
sentino, e fu aspra battaglia; tra i feditori fiorentini era Deuite Alighieri, 
giovane di ventiquattro anni. Gli Aretini furono condotti in mezzo alle 
ali combattenti de' fiorentini, e Corso Donati che era da una banda coi 
lucchesi e co' pistoiesi ed a cui era stato fatto comandamento di stare 
fermo e non ferire, pena la testa, quando vide cominciata la battaglia 
e gli aretini essere nel mezzo, disse: « se noi perdiamo, io voglio morire 
nella battaglia co' miei cittadini ; e se noi vinciamo, chi vuole venga a 
noi a Pistoia per la condannazione » ; ed entrò nella mischia con la 
sua schiera, e fu grande cagione della vittoria. Per questa vittoria Fi- 
renze potè tutto il pensiero volgere in sé medesima, e darsi alla merca- 
tanzia, e farsi ricca e potente, tutta come dicemmo ammantandosi del suo 
gonfalone; inalzare a Dio il tempio di Santa Maria del Fiore, e al po- 
polo suo il palazzo, che fu detto appunto il Palazzo del Popolo, facendo 
intorno ad esso piazza del luogo dove erano le case de' principali tra i 
Ghibellini, gii liberti, famiglia il discorso della quale ci ha portato natu- 



20 PALAZZO VECCHIO 



Talmente a correre tanta parte di storia nostra, finché essa fu storia di 
famiglie e di uomini, più che storia di popolo e di città. 

Il Vasari racconta che per non esser in niun modo conceduto ad 
Arnolfo di potere alzare il nuovo Palazzo sul terreno occupato già dalle 
case degli liberti, fu cagione che Egli, comechè magnifico e grande lo 
disegnasse, non potesse metterlo in isquadra, e fosse costretto ad allargarsi 
verso tramontana, gettando per terra una navata di San Piero Scheraggio, 
piuttosto che farlo in mezzo della piazza con le sue misure. Il palazzo dise- 
gnato e alzato dalle fondamenta per mano di Arnolfo, non è tale e quale 
quello che ci sta oggi sotto gli occhi, ma solamente di esso quella parte 
che apparisce di per sé ben distinta, che ha diremmo corpo suo proprio, 
e si distacca maravigliosamente da tutto il resto. Opera di Arnolfo « è, 
« come dice il signor Moisé ^^^\ quella parte più elevata che ha mensoloni 
« a sostegno di un ballatoio coperto, che é coronata da una linea di merli 
« parallelepipedi o guelfi; quella parte insomma che ha cinque flnestroni 
<c per piano dal lato di tramontana, e quattro dal lato di mezzogiorno ». 
Ed è da credere che questa parte fosse eretta sopra le altre case appo- 
sitamente acquistate per tale fabbrica, volendo tenersi fuori dal terreno già 
occupato da quelle che erano degli liberti, e delle quali fu fatta piazza: 
e non è di smusso e fuori di squadra, come pare affermare il Vasari, il 
quale forse volle dire con quello, non essere il palazzo nel bel mezzo 
della piazza, ma sopra una parte o sopra un canto di essa^"^; il Vasari che 
pure errò dicendo che, per fabbricarlo lì dov' è, fu necessario gettar giù 
una navata di San Piero Scheraggio, avendo detta chiesa conservate le 
sue tre navate fino al 1410, cioè un buon secolo dopo la costruzione del 
Palazzo del Popolo, quando per allargare la strada che vi passava fra- 
mezzo, fu demolita la navata settentrionale o destra della chiesa, e ridotta 
questa a una navata sola, venendo destinata a uso di compagnia l'altra 
navata a sinistra ^*^\ San Piero Scheraggio « che così si chiamava, dice 
« il Villani ^^®\ per uno fossato ovvero fogna, che ricoglieva quasi tutta 
« l'acqua piovana della città, che andava in Arno, che si chiamava lo 
« Scheraggio »: e di cui troviamo essere priore, nel 1304, un ser Neri 
Abati, parente a quel Bocca traditore, che alla battaglia di Montaperti, 
si fece addosso a Iacopo de' Pazzi, uomo di grande valore, il quale portava 



CAPITOLO I 21 



la bandiera guelfa, e tagliandogli di netto la mano, la fece cader giù, per 
il qual fatto balenò la vittoria de' fiorentini ; « uomo, a detta dello stesso 
Compagni, nimico de' suoi consorti; » perchè fu il primo ad appiccare il 
fuoco alle case loro, onde ne venne grave incendio, il quale distrusse oltre 
le case degli Abati, quelle dei Caponsacchi, degli Adimari, Toschi, Lam- 
berti, e moltissime altre; non che le botteghe di drappi, che erano in 
Calimala, e tutte quelle attorno a Mercato vecchio sino a Mercato nuovo, 
ed altre ed altre case ancora, tante che in quei giorno, che fu il 10 di giu- 
gno, ci narrano le storie esserne state fra guaste e distrutte oltre a 1900. 
Le prime case adunque su le quali cominciossi a fabbricare il Pa- 
lazzo del Popolo, anzi per dir meglio quelle con le quali fu costruito, 
furono le case di Gianni della Barba e di Simone Foraboschi vocato 
Mazufero; ed anche oggi se ne possono leggere gli atti d'acquisto, sti- 
pulati nelle case stesse, secondo che si rileva da quello dei 17 marzo 1298, 
secondo lo stile fiorentino, corso fra i Sindaci del Comune acquirenti e 
quel tale Gianni del fu Cambio della Barba, che dicesi stipulato senz'altro 
« in domo sive Pallatio Populi et Comunis Florentie in quo domini Priores 
Artium et Vexillifer Justitie diete civitatis prò eorum exercendo officio 
moram trahunt » : e nell' altro atto stipulato il medesimo giorno, col quale 
vende al Comune le sue case Simone vocato Mazufero del fu Guido de' Fo- 
raboschi, e in altri atti ancora fatti dieci giorni dopo, cioè il 27 marzo 1299. 
Poi, e questo forse anche più vale, si trovano altri atti'"' con la stessa in- 
dicazione del nuovo Palazzo, ma che si riferiscono ad acquisti che con esso 
non hanno che fare; il Del Lungo cita due di tali atti, uno de' 6 e l'altro 
de' 10 aprile 1299, che contengono deliberazioni della Signorìa intorno 
all' acquisto di certo terreno per 1' allargamento della piazza de' Servi ; 
« e sì l'uno che l'altro, come egli dice^**\ recano la data del luogo dove 
« le dette deliberazioni erano state fatte, che nella pergamena del dì 10 
« è « in domo Populi et Comunis Florentie in qua dicti Priores et Ve- 
« xillifer prò eorum exercendo officio moram trahunt » cioè suppergiù 
« la formula che già conosciamo; ma la pergamena del dì 6 dice in- 
« vece € in domibus dicti Comunis et Populi Fiorentini sitis prope Ec- 
« clesiam Sancti Petri Scradii de Florentia, in quibus ipsi domini Priores 
« et Vexillifer morantur prò eorum officio exercendo »; con che viene a 



22 PALAZZO VECCHIO 



« dirsi espressamente che la residenza de' Priori nel loro Palazzo inco- 
« minciò appena acquistate le prime case che lo dovevano formare; in- 
« cominciò in quelle case stesse, e mentre pure la sesta e il martello del 
« grande architetto lavorava a ridurle per la nuova loro gloriosa desti- 
le nazione. E fin d' allora quelle case furono, pe' Fiorentini, il Palagio : 
« sia che lo chiamassero Palagio del Popolo e del Comune, o Palagio 
« de' Priori, o Palagio del Popolo ». 

La residenza dei Priori e del Gonfaloniere nelle case che potevano 
dir loro, non si deve intendere solamente per residenza d' ufficio, cioè, 
come si vorrebbe oggi, per le ore che l'ufficio potesse richiedere, ma per 
vera e propria dimora e non per essi soltanto. Dovevano i Priori abitare, 
mangiare, e dormire, insieme, nella medesima casa; era a tutti vietato 
parlare a loro da solo a solo e segretamente, ma soltanto quando la 
maggior parte di essi fosse radunata. 

« Era assegnato, e qui prendo le parole dalla illustrazione storica 
« del Palazzo della Signorìa fatta da Modesto Rastrelli, dell'Accademia 
« fiorentina ^^®\ a' Priori per le loro quotidiane spese, solamente per vitto, 
« fiorini dieci d'oro in oro per ciaschedun giorno: tutto il servizio per 
« l'abitazione era poi provveduto dal Comune di Firenze. Con la detta 
« somma si dovevano però mantenere il Gonfaloniere, il Notare, i nove 
« Donzelli, i cinque Frati Religiosi che dicevano la Messa nella Cappella 
« del Palazzo, due altri che stavano alla cura dei SigiUi del Comune, 
« il Dispensiere, e lo Spenditore, che erano pure Frati, ed anticamente 
« dell'Ordine di Vallombrosa. Si manteneva inoltre il Notaro Curiale, 
« due Mazzieri, ed un Cuoco ; e questo Cuoco era obbligato a tenere due 
« Guatteri; dipiù si spesavano due Trombetti, e due Pifieri, che dovevano 
« suonare, essendo i Signori a tavola; quattro Campanai, ed un Servi- 
< tore: talché in tutti erano quarantatre persone, per le quali serviva 
« la predetta somma di fiorini dieci d'oro in oro. 

« Le vivande erano in gran copia, con preziosissimi vini, con la 
« credenza d' argento purissimo, ed in abbondanza tale che di gran lunga 
« avanzava qualsivoglia altra di ricchissimo Monarca. Non era lecito a 
« persona di stare alla Mensa de' Priori, e solo poteva starvi il Notaro. 

« I Priori dovevano dare udienza tre giorni per settimana, cioè 



CAPITOLO I 23 



« lunedì, mercoledì e venerdì. Non potevano escir dal Palazzo se non per 
« cose spettanti al Comune di Firenze, e quando escivano dovevano es- 
« sere sei di numero coli' accompagnamento di alcuni Famigli con arme: 
« non potevano andare ad alcuna festa pubblica o privata, e nemmeno 
« tenere al Sacro Fonte il proprio figliuolo. Terminato l'Ufizio avevano 
« privilegio per un anno di non poter essere molestati, se non per casi 
« enormi. Chi era stato Priore aveva facoltà sua vita durante di portare 
« ogni e qualunque sorta di arme >. 

Così grande numero di gente, tal genere di vita e tale magnifi- 
cenza in ogni cosa, fan pensare che grandi case dovevano essere pur 
quelle, nelle quali prendevano i Priori e il Gonfaloniere stanza, anche 
durante i lavori che si facevano per riattarle secondo il disegno mara- 
viglioso di Arnolfo, se vi potevano essi condurre questa vita e non 
impedire i lavori dell'architetto, né questi essere a loro d'impedimento 
al trattare gli affari del Comune, pe' quali erano tenuti, a metter da 
parte tutti i loro propri, quasi spogliandosi d'ogni ingerenza familiare o 
domestica, e non vivendo che della vita del Comune. 

Ma per quanto grandi tali case fossero, male però dovevano rispon- 
dere alle esigenze di quegli ufficiali pubblici, e alla dignità dell'ufficio; 
perchè si trova che sempre nuove case andavano que' Signori acqui- 
stando da incorporarsi con quelle e andarle accomodando al grandioso 
disegno di Arnolfo; infatti nuovi atti per acquisti di case si trovano dal 
5 giugno al 7 novembre di quel medesimo anno 1299, ed altri del 
dicembre e gennaio seguenti, vale a dire, secondo lo stile comune, del 
dicembre 1299 e gennaio 1300; né si può credere che non ve ne siano 
ancora di sfuggiti alla diligenza ed oculatezza degli eruditi, per quanto 
fossero somme, come furono nel Del Lungo; dal quale ^^'^ tenendogli pur 
sempre dietro, abbiamo notizia di un altro atto de' 19 giugno 1301 ; in 
cui é novamente fatta parola delle case vendute dai Foraboschi per la 
costruzione del « Palatium dominorum Priorum et Vexilliferi » e vi si 
nominano Geri Angiolieri, Benuccio Senni e Faldo di messer Mafleo 
« nunc ofRcialibus super Pallatio dominorum Priorum et Vexilliferi > 
cioè, sopra i lavori del Palagio medesimo. I Foraboschi tornano poi in 
campo nel 1310 e 1311, quando già le case e i palazzi da loro venduti 



24 PALAZZO VECCHIO 



;il Comune erano compiutamente circondati dalle mura del Palazzo nuovo, 
richiedendo parte del prezzo pattuito (magnas pecuniarum quantitates), 
e che restavano ad avere; « de pretio (dice la deliberazione de' 12 ot- 
« tobre 1311 sopra il pagamento delle somme rimaste a pagarsi per 
«e tali acquisti) et prò pretio seu pretiis et occjisione pretiorum pallatio- 
« rum, hodificiorum, terrenorum et domorum prò ipso Comuni empto- 
« rum, habitorum et positorum in muris seu inter mnros Pallatii Populi 
« Fiorentini, in quo prò dicto Comuni domini Priores Artium et Vexil- 
« lifor Jnstitie morantur prò corum offitio exercendo >. Da altri atti 
citati pure si ritrae come nel tempo che si tirava su il nuovo Palagio, 
altre case d'altri cittadini si venivano man mano acquistando, per fargli 
maggior pio-zza all'intorno, per spianarla e lastricarla, e raddrizzare la 
via che anche oggi dicesi di Vacchereccia ; del 1307 sono parecchie 
Consulte « de amplificando Plateam Priorum et viis redrizandis > e 
di casolari e terreni da comprare e di case disfatte « prò Platea Prio- 
rum et Vexilliferi, e « super via de Yacarctia redrizanda » e alcune 
Provvisioni pur sull'allargamento e il ristauro della piazza (alla quale 
fin dal 1304 apparisco da' documenti assegnaci il nome di Piazza dei 
Priori) < existonte iuxta seu circa Palatium Populi in quo ipsi Priores 
et Vexillifer prò Comuni morantur prò eorum officio exercendo >. Nel 
seguente anno 1308, a dì 20 ottobre, si provvede alla elezione di uffi- 
ciali « prò murando et super murando turrim Palati! Populi in quo 
Priores artium et Vexillifer Justitie prò Comuni morantur ». E la torre 
che pure riandava anch'essa su quella de' Foraboschi, detta già torre 
della Vacca, doveva almeno fino a un certo punto essere già stata ti- 
rata su nel 1311, quando come si è visto, tutte le case e palazzi de' Fo- 
raboschi erano chiusi nelle mura o tra le mura del Palagio nuovo, e 
nel quale omai da dodici anni sedeva la Signorìa e dove due anni dopo, 
a' 10 di ottobre del 1313, si teneva già Consìglio; e a' 26 di marzo 
del 1314, proprio, secondo lo stile fiorentino, nel giorno di capo d'anno, 
erano convocati il Consiglio dei Cento e i Consigli speciale e generale 
del Capitano e delle Capitudini delle dodici Arti maggiori. E appare da 
altra Provvisione dello stesso giorno, che i pai'titi furono fatti e vinti 
< in jam dicto Consilio Centum ^'irorum ab una parte dicti Pallatii con- 



CAPITOLO I 25 



gregato et ab aliis predietis Consiliis separato »; il che fa intendere che 
que' Consigli sedevano contemporaneamente ma separatamente; e però che 
il Palazzo era già condotto a tal punto, da potere, dare oltre che ricetto 
ai Priori, al Gonfaloniere e tutta quell'altra gente, che abbiamo veduto 
ascendere al numero in circa di quarantatre persone, che vi abitavano, 
vi mangiavano, vi dormivano e non senza magnificenza, anche appro- 
priata sede ai varii Consigli che vi si dovevano tenere, e tutte le como- 
dità richieste al buon ordine delle rispettive deliberazioni. 

A questo punto era il nuovo Palazzo del Popolo, ma non ci era stato 
condotto da Arnolfo, del quale sappiamo essere avvenuta la morte agli 
8 di marzo del 1300, secondo lo stile fiorentino, o 1301 secondo lo stile 
comune. Ma per quanto io sappia o abbia letto non v'ha ricordo che 
il disegno di lui fosse toccato da altri dopo la sua morte, non ostante 
che da altri fosse messo in opera. 

Ma ripigliamo della torre. Nell'ottobre del 1308, a dì 26, si elessero 
ufficiali « prò murando e super murando turrim Palatii Populi in quo 
« Priores Artium et Vexillifer Justitie prò Comuni morantur » ; e che la 
torre s' avesse a fare o su quella, o anzi di quella che già esisteva in 
una delle case o in uno dei palazzi de' Foraboschi, è detto e ripetuto da 
tutti, e non ci si presenta ragione che ce ne faccia dubitare. Che i Fo- 
raboschi, gran famiglia, avessero la loro torre, chi vorrebbe non credere? 
Che tale torre, come quella che dovea essere di un palazzo signorile, 
dovesse essere ben fondata e forte, ancora questo è credibile: e se guar- 
dava anch' essa lungo la via Vacchereccia, ed era quindi buona vedetta, 
si trovava appunto in buon luogo anche per il nuovo Palazzo de' Priori. 
Ma non era nel bel mezzo, dicono alcuni, come si è sempre fatto dagli 
architetti antichi e moderni, quando non l' anno collocata sopra un angolo 
spigolo del Palazzo, come quella del Potestà, o quando non ne hanno 
alzate due sui due lati opposti. È verissimo; la torre di Palazzo Vecchio 
non è nel mezzo; ma sta tanto bene dov'è! E se ciò si fece per chiu- 
dervi dentro la torre de' Foraboschi, denominata della Vacca, o per servirei 
almeno de' fondamenti di questa, sia pure; lì poteva stare baluardo insieme 
e vedetta del Palagio, magnifico e forte, onorevole e sicura stanza de' si- 
gnori Priori e Gonfalonieri. Ma si può anche dare che la torre de'Fo- 



26 PALAZZO VECCHIO 



raboschi, la quale, secondo ragione, doveva essere stata come tutte le altre 
scapezzata nel 1250, rimanesse sì chiusa nel nuovo Palazzo, ma non pre- 
cisamente dove veniva a cadere la torre nuova, la quale potè prendere 
benissimo il nome di Torre della Vacca, che avea quella de' Foraboschi, 
per il solo fatto che essa avea preso in certa guisa il luogo dell'altra, 
in faccia a Vacchereccia ; e il motto « la vacca mugghia > da' tempi 
de' Foraboschi e di Dino e di Dante arrivò, a quelli del senatore Filippo 
Nerli, quando sarebbe stato più ragionevole dire che « il leone ruggiva ». 
È da notare ancora che il Vasari racconta come Arnolfo oltre di avere 
unita ed accomodata « nel palazzo la torre de' Foraboschi, chiamata la 
« torre della Vacca, alta cinquanta braccia per uso della campana grossa > 
aveva ripiena la detta torre di buona materia, perchè fu poi facile ad altri 
maestri farvi sopra il campanile altissimo che oggi vi si vede, non avendo 
egli, aggiunge, in termine di due anni finito se non il palazzo. Ed invece 
fu trovato nel 1814, per certi ristauri e riattamenti che nel palazzo ebbe 
a fare l'architetto Del Rosso, essere la torre del tutto vuota fino alla 
profondità di sei braccia al di sotto del pavimento del cortile, la qual 
cosa toglierebbe affatto fede al racconto del Vasari, o potrebbe far cre- 
dere che la torre della Vacca, cioè la torre de' Foraboschi, fosse altrove 
nel palazzo, e Arnolfo tiratala giù fino dove bisognava, abbia riempito il 
resto che cadeva al di sotto, ne' fondamenti del Palazzo. A quegli anni 
tutte le case e i palazzi avevano le loro torri, ed era ragionevole che 
l'avesse, e ben più alta di tutte le altre e da servire principalmente se 
non unicamente per la campana, quello del Popolo, e che l'architetto si 
studiasse di farla tale che anche da lontano a chi la guardasse desse il 
pensiero della magnificenza, della eleganza, della ricchezza di tutta la fab- 
brica e apparisse degna della città, dentro le cui mura, cioè il terzo cer- 
chio medievale, si stava lavorando ad un tempo al palazzo di Giustizia 
e alla Prigione delle Stinche, ad Orsanmichele, al palazzo Spini, al Bat- 
tistero, a quel miracolo di amore di Dio e della patria, che è la nostra 
Santa Maria del Fiore, a Santa Croce, al Carmine, a Santa Maria Novella ; 
tutti monumenti, ciascuno de' quali basterebbe alla gloria dell'arte e della 
città. La torre dunque del Palazzo del Popolo, a giudizio de' secoli che 
si sono succeduti, riesci mirabile cosa e tale che aggiunse grazia e direi 



CAPITOLO I 27 



sveltezza a tutto il Palazzo, che per essa si elevava tanto in alto, quanto 
pensiero che si sublima, quanto immagine che alzandosi s' illumina, « Si 
< tiene da tutti, dice Filippo Moisè'^^', per sorprendente ardimento e per 
« miigisterio sommo di arto lo avere Arnolfo, per slargare la sua torre, 
« laddove comincia a sovrastare alle mura del palazzo, posato in falso 
« il lato anteriore o faccia di quella sulle mensole del ballatoio, e con 
« tanta perizia di statica da avere sfidato l'urto dei secoli e non aver 
« sofferto mai nel continuo oscillamento delle grosse campane che quasi 
« in ogni tempo vi sono state. Alla metà del campanile è una specie di 
« galleria sostenuta anch' essa da varie mensole per ogni lato, e ornata 
« di merli a coda di rondine o ghibellini; sul ripieno di questa galleria 
« sorgono quattro grosse colonne, d' un diametro maggiore di tre braccia, 
« le quali coronate da capitelli gotici finiscono per sostenere una seconda 
« galleria merlata, quasi cielo o padiglione della galleria sottoposta, e su 
« questa si slancia la cuspide a pergamena sormontata da un asta con 
« un leone rampante, l'una e l'altro dorati ». 

Anche le campane hanno, come ogni altra cosa, la loro istoria, e 
anche di queste il Del Lungo ha tratto fuori dagli Archivi, dei docu- 
menti che non sono senza curiosità. « Credo si possa affermare, narra 
« Egli^^^, con sicurezza, che fino al 1294 la residenza de' Priori non 
« ebbe alcuna campana. A dì 31 agosto di quell'anno, i Consigli dei 
« Cento, del Popolo e del Comune, approvarono che si spendesse fino 
« a 600 lire di fiorini piccioli « in quadani campana facienda prò Comuni, 
<c et in opere et edificio faciendo in domo in quo morantur domini Priores 
« et Vexillifer Justitie; » non ostante che parte dei consiglieri fosse d'av- 
« viso « quod in domo Priorum non ponatur aliqua campana » : e a' di 
« 9 novembre, si faceva, al medesimo effetto, uno stanziamento di altre 
« lire 225, « expendendis in campana Priorum >, o « in campana et prò 
«e campana facienda et fieri facienda et emenda et habenda prò populo 
« et Comuni Florentie, ut alias ordinatum fuit >. La campana era al suo 
« posto, cioè sopra un « ediffitium » probabilmente di legno, presso la 
« casa de' Priori, pochi mesi dopo; e lo sappiamo da una Provvisione degli 
« 8 ottobre 1295, con la quale si stanzia la spesa occoiTente « in opere 
« quod nunc fit ad reparationem et prò reparatione hediffitii super quo 



28 PALAZZO VECCHIO 



« est campana Justitie que est ad domum in qua Priores Artiiim et Ve- 
« xillifer Justitie prò Comuni morantur, et in hiis et prò hiis que expe- 
« dierint ad ipsum opus et reparationem prò ipso Comuni fieri faciendum, 
« usque in quantitatem et summam, librarum xxx florenorum parvorum >. 
Tutto questo seguiva mentre la Signorìa, come sappiamo « dimorava nelle 
case dei Cerchi ». E forse i Priori vollero allora anche la propria cam- 
pana, perchè appunto circa a quel tempo, secondo che dice l'Ammirato, 
erasi posta una campana sopra la torre del Palazzo del Potestà, per ser- 
virsene a convocare i pubblici ufficiali. « Pro nuntiis et officialibus con- 
vocandis », dice la Provvisione, la quale è dei 12 novembre 1295, e 
porta eziandio che tutto il metallo esistente in Camera del Comune, più 
lire 100, si adoperino in fare la detta campana. E poiché i Priori ebbero 
avuta la loro campana, è ragionevole che piti non la lasciassero, e quando 
andarono ad abitare nelle case de' Foraboschi o in altra di quelle che 
avevano acquistate per fare il palazzo nuovo, la portassero con loro, e la 
collocassero sopra opportuno edifizio di legname, costruito sopra la nuova 
casa palagio. Solamente nel 1304 essa venne collocata proprio nella 
torre; ma non si deve intendere su in alto, dove fu portata più tardi, 
perchè abbiamo veduto che nel 1308 si cominciarono, a quel che pare, 
i lavori d'alzamento della torre, per i quali venivano nominati pubblici 
ufficiali. Che poi la campana fosse quella medesima che i Priori avevano 
nelle case de' Cerchi, quando vi a])itavano, e poi portata sopra un edi- 
fizio in quelle delle case nuove, dove dapprima si stanziarono, è fuori di 
dubbio. La Provvisione da noi citata del 27 agosto 1304 è stata messa 
fuori a suo luogo dal Del Lungo ^^\ il quale alle congetture che esso pure 
fa dell'essere quella campana portata in torre, non una campana nuova, 
ma la medesima delle case de' Cerchi, dà valore di certezza c©n queste 
parole ^^*^; « Ma le mie congetture acquistano assoluta certezza, quando 
« quella stessa Provvisione de' 27 agosto 1304, sulla Libra, sullo sgom- 
« berare Vaccherecchia ed altre vie e sulla campana. Provvisione che già 
« leggemmo fra le Consulte, è in questi altri termini registrata ne' Pro- 
« tocolli delle Provvisioni: « In salario et prò salario et satisfatione quo- 
« rundam offitialium forensium, qui sunt de terra Prati et etiam de terra 
« sancti Geminiani, et noviter venerunt ad civitatem Florentie, prò sum- 



CAPITOLO I 29 



« mis estimorum singularium personarum civitatis Morentie, noviter prò 
« Comuni Florentie in variis et diversis summis et quantitatibus allibra- 
« tarum, ad debitam et determinatam summam reducendis; et etiam prò 
« campana que olim erat super ticrim Fallati domini Capitanei ponenda 
« et poni facienda super turim Fallati dominorum Priorum Artitcm et 
« Vexilliferi Justitie, et prò hediffttio li/jnaminis super que ipsa campana 
« poni et esse dehat construi et fieri (adendo : et prò via et in via Vac- 
« chareccie et in Foro Novo et in via Porte Sante Marie et in aliis par- 
« tibus et locis, de quibus Prioribus Artium et Vexilliferi Justitie placuerit 
« et videbitur, de lapidibus mattonibus calcinacciis et terra evacuandis 
« et sgombrandis, et in hiis et prò hiis que quomodolibet expedierint ad 
« predicta eoe, ». Or bene: il < Pallatiura domini Capitanei », sul quale 
« stava « un tempo (olim) » la campana che ora si vuol porre sulla « torre 
« del Palazzo de' Priori », era, in quell'anno 1304, né più né meno che 
« quel palazzo de' Cerchi domus Circlorum » sul quale nel 95 fu posta 
« la campana delle 825 lire. Dunque la mia congettura, che i Priori 
« lasciando quelle case avessero trasferito al loro nuovo Palazzo la detta 
« campana grossa », non è più congettura, ma fatto provato dai docu- 
« menti: dunque è provato dai documenti, che la campana del 95, posta 
«e nel 1304 sulla torre di Palazzo Vecchio, aveva però già da tempo 
« lasciata la sede sua d'una volta (olim); né si trattava, nel 1304, di 
« trasferirla da palazzo a palazzo, ma semplicemente d'accomodarla, me- 
« diante acconcio edifizio, sopra la torre di quello, nel quale era già; e 
« v'era non solamente nel 1301, quando Dino ci narra che i Priori la 
« fecero sonare (né dice, avvertasi bene, « sulla torre del loro palazzo », 
« ma solamente « era sul loro palazzo » ; e « era », perchè quand'e' scrive 
« la non é più lì, ma sulla torre), non nel 1301 solamente, ma fino dai 
« primi giorni che, nel 1299, la Signorìa s'insediò nel Palazzo suo pro- 
« prio ». E forse é questa la campana che il Forti nel suo Foro fioren- 
tino, dice essersi anche chiamata la campana del Leone, e la campana 
del signor Potestà. 

Seguita il Del Lungo dicendo : « altre campane grosse ebbe poi Pa- 
«. lazzo Vecchio; ma di queste non dobbiamo occuparci noi, sibbene gli 
« storici di esso Palazzo », ai quali viene indicando altri e non pochi docu- 



30 PALAZZO VECCHIO 



menti, che intorno alle campane di Palazzo Vecchio a lui sono occorsi 
alle mani. Di questi documenti io mi fermo sopra ad uno del mese di 
luglio 1307 « quod Camerarii Camere » possano pagare l'occorrente 
« prò campana facienda et prò ipsa ponenda super edificio lignaminis 
facto in Platea Pallatii Priorum et Vexilliferi et in ipso edifìcio » la quale 
« campana magna super facta », del peso di 16000 libre e del costo 
di 190 fiorini d'oro e lire 50 di piccioli, era stata pagata a due pisani 
« magister Vannes campanarius, de Pisis », e « magister Bencivennis 
campanarius » suo figliuolo, da « Duccio Macchi » e Simone figliuolo di 
esso Duccio uffiziali « prò Comuni Florentie ad faciendum fieri infra- 
scriptam campanam ». E ad essa si riferiscono altri documenti, secondo 
che importano altre spese, fino a che ci viene innanzi una Provvisione 
del 1322, sopra la mercede data « magister Landò Pieri de Senis » per 
l'opera da lui posta « in ordinando et componendo companam magnam 
Comunis Florentie existentem super turrim Palatii Populi, ita quod de 
facili pulsatur et pulsari potest ». Ed a questa Provvisione certo si ri- 
porta un ricordo, che da un antico Diario trae il Rastrelli, dove è detto 
che nel 1321, (o forse nel 1322) un Maestro Sanese mise in bilico la 
campana de' Signori Priori di peso libbre 17000; che la suonavano due 
persone, dove prima a farla suonare ve ne volevano dodici, ed ebbe fio- 
rini 300 di mancia. Questa si osservi che era una campana nuova e che 
la vecchia era già in alto, non già, come si disse, sulla torre veramente, 
ma su' merli del Palazzo o là dove la torre si lanciava fuori dal sodo 
del palazzo. E ciò si ricava dal medesimo Rastrelli'^' il quale porta un 
altro ricordo, tratto dallo stesso Diario, dove si legge: « Nel 1344 di di- 
« cembre la Campana del Consiglio che era su' merli del Palazzo, fu 
€ posta sopra alla torre, acciocché si sentisse meglio oltr'arno, e dov'era 
« quella si pose la campana che venne di Vernio, e fu ordinato, che si 
« suonasse quando si accendeva fuoco in Firenze, acciocché la Guardia 
« corresse al soccorso ». Così un altro ricordo ci avverte come nel « 1363 
« fu portata a Firenze la campana di Foiano, nella presa del Castello, 
« e fu posta sopra il ballatoio del Palazzo de' Signori Priori, per segno 
€ a' Mercanti dell'ora del mangiare ». 11 portare a Firenze la campana 
del Castello che era stato vinto e debellato, pare che fosse quasi trionfo. 



CAPITOLO I 31 



Quando i Fiorentini nel 1302 si furono impadroniti del Castello di Mon- 
tale, ne portavano a Firenze la campana, e la posero in sulla torre del 
Palazzo che un tempo fu del Potestà e poi del Bargello, e si chiamava 
la Montanina; più tardi, perchè annunziava alla sera l'ora in cui i 
cittadini dovevano deporre le armi e ritirarsi venne detta la campana 
delle Armi, e più tardi ancora, quando non suonava più che per le pub- 
bliche esecuzioni di giustizia, o per la berlina, alla quale venivano esposti 
i condannati alla galera, venne detta la campana del Bargello, dal che 
il motto proverbiale: « Essere come la campana del Bargello che suona 
sempre a vitupero ». A questo proposito il Giusti nel 1850 notava: 
« del 49 s'è guadagnato ch'Ella non suoni più >. Essendo nel 1372 
riscontrato che due delle campane della Torre erano rotte, nel 1373 fu 
dato incarico a Ricco di Lapo del popolo di Santo Stefano a Ponte di 
rifare quella grossa; il cui suono si dice che oltre tredici miglia all'in- 
torno fosse udito. Allorquando l'oste fiorentina riportava una vittoria era 
continuo il suo suonare, il quale si faceva udire anche per la conchiu- 
sione di sponsalizie e di matrimonii « suonò, al detto del Moisè, per 
« l'ultima volta nell'agosto del 1531 per adunare un parlamento di Pal- 
« leschi », e il duca Alessandro la fé' calare e distruggere il dì primo 
d'ottobre del 1532; ma quasi l'eco del suo suono si sentiva ancora per 
l'aria, così che il successore d'Alessandro, duca Cosimo, conversando con 
Scipione Ammirato contava ancora le maraviglie della « grande campana 
del Popolo », ed alla sua distruzione, osserva il Del Lungo *^*, ripensava 
un mercante fiorentino, allorché consolando gli ozi della servitù con le 
pagine immortali di Tacito, scriveva: « A noi la campana del Consiglio 
fu levata, acciocché non potessimo sentir più il dolce suono della libertà >. 
Delle campane antiche era anche quella che sonava le ore dell'orologio, 
che vuoisi posta nel 1353, e della quale ci dice Domenico Spinelli nel 
suo Diario, che cominciò a suonare le ore ai 25 marzo del 1353, nel 
quale anno troviamo ancora che fu dato ordine a' Camarlinghi della Ca- 
mera dell'Arme, acciò pagassero fiorini 300 d'oro a Niccoli di Bernardo, 
del Popolo di San Frediano, per fare l'orivolo nel Palazzo Vecchio, ed 
altra somma, dice il Rastrelli che ci dà questo ricordo, di fiorini per 
dipingere quel Palazzo dalla banda orientale. 11 Senatore Strozzi ci ha 



32 PALAZZO VECCHIO 



lasciato ricordo come nell'anno 1397 fosse data a fare la campana del- 
l'oriolo a Simone di Lorenzo e Piero suo figliuolo, campanai del Popolo 
di Sant'Agnolo a Legnaia, e come a questa campana ne venisse sosti- 
tuita un'altra nel 1452, fusa col bronzo di una di Santa Reparata, nella 
quale è impressa la seguente iscrizione, riportata dal Richa: 

PERCURRENS CELUM MENSES SOL INDICAT ANNI, 

ET NE ERRES HORAS HERA REPULSA SONANT, 

MCCCCIIL ID DECEMBRIS FLORENTIE. 

Quali fossero poi le pitture di cui fa cenno il Rastrelli non si ricava dal 
citato ricordo, se non fossero le insegne de' quattro quartieri della città, 
con le imprese de' respettivi gonfaloni che si vedevano dipinte sotto gli 
archi delli sporti della Torre, come pure nelle piccole facciate sotto gli 
archi degli altri sporti del Palazzo, promiscuate e replicate, le armi della 
Repubblica, Protettori, ed alleati. Di tali armi che erano dipinte sotto li 
sporti del Palazzo e sotto quelli della Torre e che vennero riprodotte, 
perchè guaste e mal' andate, al tempo del Rastrelli ^'^", questi ce ne fa nella 
sua illustrazione, la nota, cominciando da quelle del palazzo. 

« Nove sono le armi, delle quali la Repubblica fiorentina fece uso, 
« e pose come propria insegna sparsamente nelle diverse fabbriche, cioè: 

< I. L'arme antica della città di Firenze che è un giglio bianco in 
« campo rosso. 

« IL L'arme antica dell'unione di Firenze e Fiesole, che è uno scudo 
« diviso per lo lungo in bianco e rosso. 

« III. L'arme moderna della città, che è il giglio rosso in campo 
« bianco. 

« IV. L'arme della Repubblica, o sia de' Priori di libertà, che è uno 
« scudo azzurro colla parola Libertas d'oro in traverso. 

« V. L'arme del popolo, che è una croce rossa in campo bianco. 

« VI. L'arme della Chiesa, che sono due chiavi d'oro incrociate. 

« VII. L' arme di Parte Guelfa che è un Aquila con un Drago sotto 
« i piedi, ed un piccolo giglio d'oro in testa all'Aquila. 

« VIII. L'arme di Carlo d'Angiò, formata di Gigli d'oro in campo 
« azzurro, con rastrello d'oro. 



CAPITOLO I 33 



« IX. L'arme di Ruberto Re di Napoli formata di uno scudo diviso 
« per lo lungo; a sinistra campo azzurro con gigli d'oro, e dall'altro 
« campo d'oro, e liste rosse >. 

Il Rastrelli qui illustra storicamente una ad una queste armi, poi 
riprende : 

« Oltre le accennate Armi dipinte sotto i primi sporti, si vedevano 
« ancora sotto gli altri più piccoli Sporti della Torre dipinte le insegne 
« de' Quartieri e de' respettivi Gonfaloni. Per intender ciò convien sapere, 
« che l'anno 1343 liberatisi i fiorentini dal tirannico Governo di Gualtieri 
« Duca d'Atene, tennero piìi consigli co' Cittadini per riformare la terra, 
< e volendo il popolo rendere la tranquillità alla Patria, prese il partito 
« (l'accomunarsi co' Grandi, e di farli partecipi degli onori della Repul)- 
« blica, e per venire a capo del disegno, quasi toglier volendo ogni idea 
« del passato, stabilirono, che la Città, da Sesti fosse ridotta a quartieri; 
« la quale considerazione parve giusta, e così fu deliberato. Quello per- 
<< tanto che pria chiamavasi Sesto d'Oltrarno, fu detto Quartiere Santo 
«. Spirito, e gii altri cinque Sesti furono ridotti a tre Quartieri nominati 
« di Santa Croce, di Santa Maria Novella, di San Giovanni, i quali nomi 
« vennero presi dalle quattro principali Chiese esistenti nelli stessi Quar- 
« tieri. L'insegna del Quartiere Santo Spirito fu una Colomba bianca con 
« raggi d'oro in becco, in campo azzurro; ed a questo furono assegnati 
« quattro Gonfaloni, Nicchio, Forza, Drago, e Scala: il primo fticeva per 
« Divisa due Scudi distinti in campo rosso, cioè uno piccolo con l'Arme 
« del Popolo, ed un altro quadro in campo vermiglio con cinque nicchi 
« color d'oro: il secondo una Sferza nera in campo bianco; il terzo un 
« Drago verde in campo d'oro, ed il quarto una Scala nera in campo 
« rosso; tutti coli' aggiunta di un piccolo scudo coli' arme del popolo. 

« Il Quartier Santa Croce ebbe per divisa una Croce d'oro in campo 
« azzurro, ed i Gonfaloni furono Carro, Ruote, Bue, e Lion d'oro; il 
« primo di essi portava per Insegna un Carro con ruote nere in campo 
« l)ianco; il secondo una Ruota color d'oro in campo azzurro; il terzo 
« un Toro nero in campo d'oro; ed il quarto un Lion d'oro in campo 
« bianco; ed a queste Armi vi era aggiunto il solito Scudo piccolo con 
« la Croce del Popolo. 



34 PALAZZO VECCHIO 



« L'Insegna del Quartier Santa Maria Novella era espressa con la 
« figura di un Sole con raggi d'oro in campo azzurro: aveva per Gon- 
« faloni il Lion Bianco, il Lion Rosso, la Vipera, e l'Unicorno. Il primo 
« Stendardo rappresentava lo stesso Leon Bianco in campo azzurro; il 
« secondo il medesimo animale, rosso in campo bianco, amendue queste 
« fiere rampanti ; la Vipera era verde in campo d' oro ; e l' Unicorno di 
« color giallo in campo azzurro. 

« La Divisa del Quartier San Giovanni rappresentava un Tempietto 
« a guisa di quello di San Giovanni, tutto fatto ad oro, in campo az- 
« zurro, con due chiavi allato per contentare quelli del sesto della Porta 
« San Piero. I Gonfaloni che ebbe questo quartiere si dissero Chiavi, 
«e Vaio, Drago, e Lion Nero: la Insegna del primo presentava un Campo 
<c d'oro, nel cui mezzo due Chiavi rosse legate. Quella del Vaio era divisa 
« in due parti diseguali a traverso ; la superiore conteneva il solo campo 
« vermiglio, e l'inferiore tutte pelle di Vaj. Nel Gonfalone Drago si ve- 
« deva la figura del medesimo animale in campo d'oro; e finalmente il 
« Lion Nero rappresentava la stessa fiera del color naturale, dentro un 
« campo azzurro, e nella branca destra teneva una piccola banderuola 
« con l'Arme del Popolo: e quest'Arme del Popolo era in tutte le ban- 
« diere, come si è detto. 

« Stabiliti i Quartieri, e i Gonfaloni, volle la Repubblica che le inse- 
« gne de' medesimi fossero dipinte ne' vani delli Sporti della Torre di 
« palazzo, non tanto per adornamento di quella parte di Fabbrica, quanto 
« perchè il Popolo sapesse a colpo d'occhio la propria Divisa: e serven- 
« dosi della situazione delle quattro facciate che i quartieri riguardano, 
« fece da Levante dipingere il Quartier Santa Croce, e suoi Gonfaloni; 
« da Mezzogiorno quello di S. Spirito; da Ponente Santa Maria Novella, 
« e da Tramontana quello del Duomo: e così continuarono a vedersi, sin- 
< che le stagioni e le circostanze non li cancellarono ». 

Li sporti, così della torre come del Palazzo, erano oltreché di orna- 
mento, di difesa, perchè mentre dai merli tiravano con le balestriere, dalle 
buche dei piombatoi di sotto gli archi, si difendevano, lasciando cadere 
gettando dardi e sassi. Essi ancora oltre che dipinti nella parte che 
rimaneva chiusa dagli archetti, nel punto che potrebbe chiamarsi, come 



CAPITOLO I 35 



dice il Rastrelli, frontespizio dei medesimi, hanno di pietrame varii orna- 
menti, quali sarebbero, alcune teste d'uomo e tutte le altre teste di 
leone, essendo che Firenze avesse per insegna il leone, come Roma 
aveva la lupa. 

In cima alla torre del nuovo Palazzo vedemmo già essere, come ban- 
deruola, un leone di ferro, e pare che fosse dorato, il che a' raggi splen- 
denti del sole dovea fare beli' effetto ; inoltre ne' quattro angoli del Pa- 
lazzo, sopra li sporti, erano quattro marzocchi, ossiano leoni di pietra, 
uno per parte, che vi furono posti al dire del Villani nel luglio 1354, e 
si volevano porre di rame dorato, perchè fossero piti leggeri e avessero 
più durata. Quelli di pietra, ridotti informi, vennero gettati giti al tempo 
del Rastrelli medesimo, circa il 1760; altri leoni erano alla porta d'in- 
gresso e sulla ringhiera. Il Rastrelli cita a questo proposito le parole 
del Del Migliore là dove parla del serraglio de' leoni : « Avevano i Fio- 
« rentini pigliato nell' antico il leone per impresa della città loro, e quello 
« fatto scolpire ne' luoghi principali, e pubblici, e massime dove tenevasi 
« ragione ad Bancum juris, per mostrare in essi l' indipendenza del do- 
« minio, ed in specie quattro assai ben grandi, scolpiti dall' Orgagna, sugli 
« spigoli delle cantonate del Palazzo della Signorìa, proprio seggio della 
« dominazione di quel Popolo, e in cima all'aste del Campanile, per 
« Banderuola, o Stendale; Antonio Guidetti, che ve le promosse nel 1453, 
« allora sedendo de' Signori, disse in Senato per voltarvi gli animi dei 
« Padri, queste parole mirabili a quel proposito: « Che se in cima delle 
« Chiese, o Campanili, si ponevano le Croci, Vessillo, o segno, sotto di 
« cui trionfò e trionfa la Religione nostra, quivi dovevasi il Leone, sim- 
« bolo dell'indipendenza pretesa in quel Governo popolare ». Ma al 
Del Migliore anche in questo forse non è da prestar fede, precisamente 
come ninno oramai gli mena piti buono il celebre decreto, con che avea 
egli detto essersi deliberata dal popolo di Firenze la costruzione del 
Tempio di Santa Maria del Fiore. Certo è che il leone in cima alla torre 
del Palazzo de' Priori e del Gonfaloniere di Giustizia si vedeva molto 
prima del 1453; e si trova infatti essere stato nel 1395 indorato il « lione 
« che deve stare sopra la torre, e che il giglio che deve tenere in mano 
« il detto lione, dev'essere fiorito"®' >. Né v'ha altri che dia all' Orgagna 



36 PALAZZO VECCHIO 



que' leoni di pietra, o Marzocchi, che vi furono posti nel 1354. H ser- 
raglio de' leoni era dietro alla residenza del Capitano, in uno di quegli 
edifizi che piti tardi furono incorporati nel Palazzo. Rimane tuttora Via 
de' Leoni, quel tratto di strada che dal Canto del Borgo de' Greci con- 
duce alle Loggie del grano. Avevano i Fiorentini in grande amore i 
leoni, e di leoni spesso e volentieri fa ricordo la storia nostra antica. Fino 
i ragazzi leggono in scuola il fatto narrato da Ricordano Malespini, come 
« fu presentato al Comune di Firenze un nohile e feroce leone, il quale 
« fu rinchiuso in sulla piazza di Santo Giovanni. Avvenne che per mala 
« guardia di colui che lo custodiva uscì dalla sua stia correndo per Fi- 
« renze; onde tutta la città fu commossa di paura: e capitò in Orto 
« Santo Michele, e quivi prese un fanciullo, e tenevalo fra le branche. 
« E vedendo la madre questo (e non ne aveva più, e di questo fanciullo 
« era rimasa grossa, e partorillo poi che '1 padre fu morto, che gli fu 
« morto da' suoi nemici di coltello), e vedendo ciò, come disperata, con 
« grande pianto, e scapigliata corse centra '1 leone, e trasseglielo dalle 
« branche: e il detto leone nessun male fece né alla donna né al fan- 
« ciuUo; se non che li guatò e ristettesi. > Ai 25 di luglio del 1331, 
nacquero qui in Firenze del leone e leonessa del Comune, che stavano, 
dice il Villani, in istia incontro a San Piero Scheraggio, due leoncini, 
e vivetteno e fecionsi grandi; che non s'era mai sentito dire che na- 
scessero di qua dal mare, perché se ne fece molta festa, e se ne presero 
buoni auguri; e sei anni dopo, cioè all'uscita di giugno del 1337 ne 
nacquero sei della leonessa vecchia, e delle due giovani sue figliuole 
« la qual cosa, afferma lo stesso Villani'^*, secondo l'auguro degli antich: 
« pagani, fu segno di grande magnificenza della nostra città di Firenze 
«■ E certo in questo tempo e poco appresso fu in grande colmo e potenzia 
«■ come leggendo si potrà trovare. De' detti piccoli leoni alquanto cre- 
« sciuti il comune di Firenze ne fece presenti a piti Comuni e signori 
« loro amici. » Di leoni e di altre fiere si servivano in seguito anche 
per fare delle cacce, in occasione di feste, come si usava de' tori; una di 
queste cacce, quella fatta in Piazza della Signoria ai 25 di giugno 1514, 
così é descritta da Luca Landucci, nel suo Diario ^^\ 

« E a dì 25 di giugno 1514, si fecie una caccia in Piazza de' Si- 



CAPITOLO I 37 



« gnori, e feciono venir fuori due lioni, e fuvvi orsi, leopardi, tori, bufoli, 
« cervi e molte altre fiere di diverse ragioni, e cavagli, e finalmente e 
« lioni: e massimamente uno che venne prima, non fece nulla per il 
« grande tumulto del popolo, eccetto che venendo a lui certi cani grossi 
« ne prese uno e strinselo e lasciollo morto in terra, e così il secondo; 
« non stimando alcuna altra fiera; si posava se non era molestato e an- 
« davasene più. colà. Avevano fatto una testuggine e uno istrice dove 
« stavano dentro uomini che lo facevano andare in su le ruote, e fru- 
« gavano colle lancio le fiere per tutta la piazza. E fu di tanta stima 
« questa caccia che si fece tanti palchetti e tanti attorniamenti in quella 
« piazza che non fu mai veduto tal cosa di legniamo, la maggior spesa 
«■ al condurcelo e poi levarlo; né credere che città al mondo potesse 
« avere tanta copia di legniamo. E fuvvi tale legnaiuolo che per potere 
«accostarsi a una di quelle case, pagava fiorini 40 d'oro, per po- 
« tere appoggiare el palchetto alla casa, e fuvvi chi pagava 3 e 4 gros- 
« soni per andare in sul palchetto, e empieronsi tutti i palchetti, finestre, 
« tetti, che non fu mai veduto tale popolo, perchè c'era venuto gran 
« quantità di forestieri di molti paesi. E da Roma eraci, sconosciuti, 
€ quattro Cardinali ^^^\ e molti romani con molta cavalleria con loro. 
« E finita la sera si trovò molta giente aversi fatto male e morti circa tre 
« per combattere con gli animali, e una bufola n' ammazzò uno. Ave- 
« vono fatto in mezzo della piazza una fonte grande e bella che gittava 
« acqua per 4 zanpilli, e intorno alla fonte un bosco di verzure con 
« certi ripostigli da nascondersi le fiere molto bene a proposito, con 
« truogoli bassi pieni d'acqua intorno alla fonte da potere bere le fiere. 
« Fu ogni cosa ben considerata, eccetto che ci ebbe qualcuno di poco 
« timor di Dio, feciono una cosa molto abominevole, che in tale piazza, 
« alla presenza di 40 mila donne e fanciulle vi mettessino una cavalla 
« insieme co' cavagli dove poterono vedere gli atti inonesti, che molto 
« dispiacque alla buona e onesta giente, e credo spiacessi infino agli 
« uomini disonesti. E finalmente e lioni non feciono altro assalto, ma 
« avvilissono dal grande rumore del popolo. E mi ricordo che una altra 
< volta, che è più di 60 anni, si fece una altra volta detta caccia, e 
« feciono venire ancora due lioni; e nel primo assalto uno si gittò a 



38 PALAZZO VECCHIO 



« uno cavallo e presolo nel corpo, nel mollame, e 1 cavallo potente, 

< spaventato, lo strascinò dalla Mercatantia^^' insino a mezzo la Piazza, 
* e se non che si spiccò tanta pelle quanta n' aveva presa colla bocca 

< non lo lasciava; e fu tanto el rumore di questo caso che '1 detto Mone 

< se n' andò in un canto ishigottito e non fece mai più assalto né egli 

< né l'altro. Per modo che non é da provarsi più per il rumore del 
« popolo. E fecesi questa caccia perchè gli era venuto a Firenze il Duca 
« di Milano >. 

Ma lasciamo i leoni, che stettero in Firenze a spese del pubblico era- 
rio sino sul finire del secolo xvm, e torniamo al palazzo. 

Due grandiose porte mettevano nel palazzo; la prima di esse, quella 
che é tuttora aperta e che serve d'ingresso principale, guarda la piazza 
sul davanti ed é sulla facciata del palazzo; essa cade non precisamente 
sotto la torre, ma firei la torre e l'angolo che una volta si dicea verso 
San Piero Schera^io, oggi verso gl'Uflìzi; l'altra, che si vede murata, 
guardava dalla parte di tramontana, verso quella piazza dove un tempo 
erano le case degli liberti, in mezzo alla quale oggi s'ammira la statua 
equestre di Cosimo I, comunemente detta il cavallo di piazza, opera 
del celebre Giovan Bologna, a cui fti commessa dal Granduca Ferdi- 
nando I. 

In questo luogo si dice che dovesse essere la statua di Francesco I re 
di Francia, se come aveva promesso, avesse liberata Firenze; « Dirai al 
» Re di Francia > (scriveva Michelangelo a Luigi Alamanni procuratore 
de' fiorentini fuorusciti alla corte di quel monarca), « che se salva Fi- 

> renze io gli inalzerò una statua equestre di bronzo sulla piazza della 

> Signorìa >. 

Innanzi alla faccia principale del palazzo, lungo la muraglia che va 
dalla porta al canto di settentrione dove l'Ammannato pose poi la sua 
fonte, era la ringhiera; che così era detto quel luogo, nel quale, * quando 
« entrava la Signorìa, il Podestà, salito in bigoncia, che così si chiamava 
« quel pulpito fatto a guisa di pergamo dentro il quale arringava, faceva 
« un'orazione (che in quel tempo si chiamavano dicerie) a' Signori ^^ >. 
Tale ringhiera pare che fosse fatta nel 1323, del quale anno é una Prov- 
visione presa ai 27 di maggio, ld cui si legge: « prò fatiendo.... unam 



CAPITOLO I 39 



« nobilem pulcram et decentem arengheriam, in muris seu iuxta muros 
« palatii populi, in eo loco seu partedicti palatii ubi videbitur offitio do- 
« minorura Priorum et vex. Justitie ^^' » . Anche qui appare la grandigia 
del popolo fiorentino, che ogni cosa sua voleva fosse nobile, bella, decente ! 
Ora è a dire della Cappella sulla quale pure si è disputato a pro- 
posito della Cronaca di Dino Compagni, disputa che ha dato luogo al 
Del Lungo di ricercarne i documenti, e di metterli fuori nell'opera sua, 
più volte citata. I Priori dovunque abitassero avevano una loro propria 
Cappella, nella quale solevano anche tenere consiglio, ed era dedicata a 
San Bernardo, Ma quale San Bernardo? Certi eruditi hanno affermato 
essere stato quello di Chiaravalle, la cui festa cade al 20 di agosto, perchè 
essi ritenevano che appunto in tal giorno del 1298 s'erano posti i fon- 
damenti del nuovo Palazzo. Ma perchè ciò non è vero, come lo provano 
i documenti, e perchè la cappella dedicata a San Bernardo è da credere 
che avessero i Priori anche nelle case de' Cerchi e nelle altre via via 
abitate, innanzi che se la facessero di nuovo, è da ritenere, come afferma 
il Del Lungo, che fosse San Bei-nardo Uberti, vescovo di Parma, fioren- 
tino e uno degli antenati degli Uberti capi Ghibellmi. E potè ciò essere 
sino al 1267, e per il supremo Magistrato che va innanzi ai Priori, perchè 
in quell'anno fu l'ultima- e definitiva cacciata de' Ghibellini; dopo non 
lo avrebbe consentito l'odio dei Guelfi. E quest'odio stesso consigUò forse 
di cambiarne la intitolazione, ma per maniera che il nome ne conservasse 
la memoria, dedicando a San Bernardo di Chiaravalle, l'altare su cui si 
venerava San Bernardo Uberti. E a quello di Chiaravalle fu certamente 
intitolata la cappella del nuovo Palazzo, per oflfiziare la quale abbiamo 
veduto dimorarvi insieme co' Priori e col Gonfaloniere i frati. Erano 
cinque frati reUgiosi, che vi dicevano la messa; due altri poi dello stesso 
ordine, cioè di Vallombrosa avevano la custodia e la cura dei sigilli del 
comune, e il dispensiere e lo spenditore i quali pure erano frati, ma forse 
non religiosi, che cioè non dicevano messa. E si può anche credere che 
tale cappella, sia quella medesima che oggi vediamo al secondo piano del 
palazzo, e che fu dipinta più tardi dal Ghirlandaio: prima perchè i Priori 
che tornarono nelle case, delie quali si faceva il nuovo palazzo, occupa- 
rono naturalmente quella che venne prima acquistata, la casa de' Fora- 



40 PALAZZO VECCHIO 



boschi, e appunto in quella parte del palazzo, che fu prima abitata, rimane 
la detta cappella; poi anche perchè è da ritenere che angusta essendo 
tuttavia quella abitazione, la cappella avessero al secondo piano, dove è 
credibile che essi, i Priori, abitassero, lasciando il primo agli uffizi, ai 
consigli, e forse al Gonfaloniere. Quanto alla uffiziatura della detta Cap- 
pella è questo ricordo lasciatoci dal senatore Strozzi: « Alla Cappella 
« de' Signori Priori ogni giorno si diceva messa: la domenica da' Frati 
« Humiliati d'Ognissanti, il lunedì da' Frati Predicatori, il martedì da' Frati 
« Minori, il mercoledì da' Frati di Sant'Agostino, il giovedì da' Frati Car- 
« melitani, il venerdì da' Frati de' Servi, et il* sabato da' Frati di S. Marco. 
« Ma l'anno 1404 si elegge de' detti Frati un* Cappellano proprio che 
«e deva dirli ogni mattina messa, benedire la mensa, et a rendere grazie. 
« Il quale Cappellano deve avere il vitto nel detto* Palazzo, come hanno 
« i Frati del Sigillo e Camarlinghi della Camera dell'Arme e lire dieci 



il mese di salario >. 



(1) Dino Compagni e la sua Cronica per Isidoro del Lungo. Firenze, Successori 
Le Monnier, 1880, i, xi. 

(2) Ivi, voi. I, pag. 413. 

(3) Ivi, voi. I, pag. 114. 
W Ivi, voi. I, pag. 114. 

(W Capponi Gino, Storiu della Repubblica di Firenze. Gaspero Barbèra, 1875, voi. i,. 
pag. 160. 

(8) Op. cit., voi. Il, pag. 444. 

C) Qui cade una nota; e poi altre in seguito che io lascio per brevità. 

(8) Cronaca di Giovanni Villani, Vili, x.\vi. 

(9) Op. cit., voi. IX. 

(10) Dante, Purg. iii, 128. 
(") Ivi, Purg. IV, 82. 

(12) Op. cit., tom. I, pag. 70. 

(13) Illustrazione storico artistica del Palazzo de' Priori oggi Palazzo Vecchio e dei 
monumenti della Piazza per cura di Filippo Moisè, Firenze, Ricordi e Jouhand, 1843, pag. 44. 

(1*) Ma al tempo di cui parla il Vasari la piazza dinanzi al Palazzo non era fatta, 
perchè posteriormente si trovano gli acquisti delle case da buttar giù, e che fu ingrandita 
più volte. 

(15) Moisè, Op. cit., pag. 48, in nota. 

(16) Op. cit.. Ili, 2. 

(1'') Molti di questi atti d'acquisto furono pubblicati per estratto dal Gaye, nel Car- 
teggio inedito di artisti dei secoli xiv, XV, xvi, ma recentemente e più largamente furono ^ 



CAPITOLO I 41 



ristampati, con l'aggiunta di altri inediti, dal doti. Carlo Frey nell'opera Die Loggia dei 
Lanzi zu Florenz, Berlin, 1885. Però fra quelli spettanti al Palazzo de' Priori ve n' hanno 
altri che non ci hanno luogo. 

(18) Op. cit., voi. Il, pag. 449. 

(18) Illustrazione istorica del Palazzo della Signorìa detto in oggi il Palazzo Vecchio. 
Ragionamento di Modesto Rastrelli Socio della R. Accademia Fiorentina. Firenze 1792, 
presso Ant. Gius. Pagani e Comp., pag. 52. 

(20) Op. cit., voi. II, pag. 450. 

(21) Op. cit., pag. 51. 

(22) Op. cit., voi. II, pag. 459. 

(23) Op. cit., voi. II, pag. 461. 
(M) Op. cit., voi. II, pag. 462. 

(25) Op. cit., pag. 40. 

(26) Op. cit., voi. II, pag. 464. 

(27) Op. cit., pag. 75. 

(28) Op. cit., XI, LXVII. 

(29) Da' libri «Deliberazioni e stanziamenti dell'Opera del Duomo » ricaviamo queste 
notizie: 1395, 3 Febb. (s. e. 1396). Gli Operai di S. M. del Fiore — « Loca veruni Binde 
« Pieri Guarnerii orafo ad faciendum et dorandum leonem qui debet manere et stare super 
« turrim palatii dominorum priorum cum infrascriplis pactis, etc. » Cioè che 1' Opera dia 
r oro e F. 30 per mano d' opera. — Voi. 38, e. 7, 18 « Providerunt qnod lilius qui fieri 
« debet prò ponendo in manum Leonis morantis sub fsicj turri palatii dominorum Priorum, 
« sit floritus. ì> — G. 10, 26 « Bindo dicto prò auro cum quo dorabitur Leo qui morabitur 
ce super turrim Palatii etc. FI. 90 — e. 11, 10 marzo « Locav. Bindo dicto ad faciendum 
« lilium qui morabitur super stilo ferri in quo girat Leo qui manet super turrim. » — Il 
rame e ogni altra cosa usque ad doraturam, dev' essere a spese dell' artista — 50 libbre 
almeno, alto braccia 1 -5- deve aver l' oro per dorarlo — e. 16, 21, 30. 

(30) Luca Landucci. Diario Fiorentino dal 1450 al 1516, continuato da un anonimo 
fino al 1542, pubblicato sui codici della comunale di Siena e della Marucelliana, con an- 
notazioni, da Jodoco Del Badia. In Firenze, G. C. Sansoni, 1883, pag. 345. 

(31) I Cardinali che, non sconosciuti, come dice il Landucci, ma travestiti, vennero a 
vedere questa festa, furono sei a detta del Pitti e del Cambi. Quest'ultimo nomina anzi 
alcuni di essi dicendo che vi fu il nipote del Papa (Cibo) il Cardinale senese, un veneziano 
e il Bibbiena; e « tutti andavano fuori d'abito, vestiti di nero alla spagnola, colla spada 
allato e turati ». 

(32) La residenza del Tribunale della Mercanzia era in quel palazzo sulla Piazza dei 
Signori che fa cantonata alla via de' Gondi ; sul quale vedonsi anc' oggi scolpite le armi 
delle ventuna Arti fiorentine. 

(33) B_ Varchi, Ercolano, ediz. Rachaeli, pag. 42. 

(34) Arch. Stai. Fior.; Provvigioni, xx, e. 2.^ 





CAPITOLO II. 



Il Duca d'Atene prende stanza in Palazzo Vecchio. 
Nuovi lavori che vi si fanno. 




I trovava essere Firenze in grande di- 
sordine e divisione; tutte le leggi e 
gli ordmamenti della Repubblica es- 
sendo fatti contro un ordine solo di 
cittadini, e questi avendo per loro la 
forza che viene dalla ricchezza, quella 
delle leghe e de' parentadi stretti coi 
signori de' castelli , co' baroni e coi 
iiiiTriTiiiiT^Tf^XiiX^ principi delle città, che dipendevano 
■"^^SB'® d dall'Imperatore. Cosi che accadeva 
che le leggi non valessero per i Grandi 



Itili; tifiti 



contro i quali erano fatte, e non conferissero alla autorità e potenza del 
popolo minuto che ne era stato l'autore. Quindi la città sempre in pe- 
ricolo e sempre in armi, e le stesse provvidenze che si prendevano per 
liberamela, riuscivano a peggio, come suole avvenire in simili contin- 
genze, quando anche la giustizia si vuole adoperare quale arme ad offen- 
dere altrui, e le leggi si vuole da ciascuno siano fatte per sé proprio 
e per la sua parte, non per bene di tutti e per il reggimento comune. 



44 



PALAZZO VECCHIO 



GVALTERIVS ATHEM/\RV/V1 
DVX 



Correva l'anno 1342, quando, sollecitato dagli stessi Fiorentini, giunse 
in Firenze, e parve giungesse opportuno, Gualtieri di Brienne, Duca 
d'Atene e Conte di Lecce nella Puglia, il quale v'era già stato un'al- 
tra volta nel 1326, in qualità di Luogotenente per il Duca di Calabria 
nella guerra di Castruccio, e allora aveva lasciato di sé buon nome 
nella città. La quale però accolse di nuovo lui e la sua gente d'arme, 
con animo lieto, e subito, quasi gettandosegli nelle braccia, richiese da 
lui quell'ordine e quella pace che essa non poteva o non riusciva dare 
a sé medesima. Lo elessero dapprima Conservatore del popolo e Capi- 
tano della guardia, poi gli diedero per 
un anno d'essere Capitano generale della 
guerra e che potesse fare giustizia sulle 
persone nella città e fuori. Egli che an- 
dava appunto cercando fortuna, non po- 
teva avere di meglio; e fino dal primo 
momento pensò al modo di farsi signore 
della città, ponendosi sopra tutti ; e si volse 
verso i grandi e gli opulenti, ne' quali tro- 
vava maggiore appoggio e fortuna più si- 
cura. Non andò molto che era riuscito a 
far gridare il suo nome per le vie della 
città, e vedere la propria arme dipinta su 
per i muri e in molte case e palagi, così 
che ogni giorno gli pareva d'aver fatto cammino, ed esser salito un passo 
in su verso il sommo grado a cui aspirava, e la fortuna non esser più 
per mancare al suo ardimento. Fece intendere ai Priori avere egli biso- 
gno di signorìa più libera nella città, per tutta e meglio, e a più sicura 
pace e ferma giustizia, ordinarla; ma i signori Priori e con essi i dodici 
Buonuomini e i Gonfalonieri delle compagnie e i Consigli, non vollero 
concedere tanto, consentendo di dare a lui una signorìa a vita, che non 
avevano mai data né all'Imperatore, né al re Carlo, né ad altri. Il Duca 
allora, che aveva posta sua dimora nel convento di Santa Croce, fece pub- 
blicare che all'indomani avrebbe tenuto parlamento sulla piazza di quella 
chiesa, per il bene e l'ordine della città. Temendo i Signori questo parla- 




CAPITOLO II 45 



mento, andarono alla sera nelle stanze del Duca per trattare l'accordo, e 
fu conchiuso che a lui sarebbe data per un anno la signorìa medesima che 
ebbe già il Duca di Calabria, e il Duca promise che avrebbe mantenuto 
il popolo in libertà, e l'ufficio de' Priori, e gli Ordinamenti di giustizia. 
Venne stabilito che ciò si sarebbe fatto mediante parlamento tenuto dalla 
Signorìa in sulla piazza de' Priori. La mattina degli 8 di settembre 1342, 
il Duca con tutta la sua gente d'arme e accompagnato da buona parte 
de' Grandi che s'erano a lui legati, si portò in detta piazza. I signori 
Priori scesero di Palazzo e insieme col Duca si posero in sulla ringhiera; 
ma appena uno di essi ebbe cominciato a parlare, la plebe e i Grandi si 
dettero a gridare: che sia la signorìa del Duca a vita, che il Duca sia 
nostro signore! E i Grandi che erano intorno al Duca, lo presero su, e 
forzando la porta del Palazzo che era chiusa, lo condussero nelle stanze 
de' Priori e lo misero in signorìa. I Priori furono messi nella sala delle 
armi, e venne tolto via il ricco gonfalone di zendado bianco con la croce 
rossa nel mezzo, stracciato il libro dove erano gli Ordini di giustizia, 
alzata sulla torre la straniera insegna del Duca, e la campana del popolo 
e della libertà, suonò anche quella volta a Dio laudiamo. Due giorni dopo, 
i Consigli confermarono nel Duca l'autorità avuta. I Priori furono messi 
fuori di Palazzo e andarono ad abitare nelle case de'Filipetri, che rima- 
nevano dietro al Palazzo, e probabilmente sul canto verso la piazza del 
grano. In queste stesse case o palazzo aveva abitato ai primi del secolo 
l'Esecutore. Perchè in esse potessero prendere stanza i Priori fu ne- 
cessario far delle spese ; ed evvi uno stanziamento appunto dell' 8 otto- 
bre 1344 di lire 119, 8, a favore di una certa Gera, vedova di Martello 
di Duccio cassettaio « prò certis lecteris, capsis, banchis et aliis labo- 
« reriis per dictum olim Martellum factis in domibus Comunis Florentie, 
« que olim fuerunt filiorum Petri Beninchase, eo tempore quo domini 
« Priores et Vexillifer justitie iverunt ad habitandum in domibus pre- 
« dictis'*' ». Il Palazzo de' Priori chiamavasi allora Palazzo Ducale, o 
del Duca. 

Per tal maniera il Duca d'Atene si faceva signore di Firenze; e nella 
chiesa di Santa Croce faceva renderne con grande solennità grazie a Dio, 
dove il vescovo Acciainoli al popolo magnificava le sue virtù. Allora come 



46 PALAZZO VECCHIO 



sempre la potenza trovava presso Dio e presso gli uomini chi la lodava 
e la benediceva. Signore di Firenze gli fu facile che altre città se gli 
dessero in potestà e furono Arezzo, Pistoia, Colle di Valdelsa, e fuori del 
dominio di Firenze, San Gemignano e Volterra: raccolse poi intorno a sé 
quanti francesi e borgognoni erano allora in Italia, e se ne fece buona 
guardia. A' quindici d' ottobre, cadendo la nomina de' nuovi Priori, esso 
li scelse per la maggior parte tra gli artefici minuti i di cui antichi fos- 
seno stati ghibellini; non volle fosse rifatto il Gonfaloniere, ma ad essi dette 
un gonfalone dove in mezzo, tra l'insegna del Comune e quella del popolo, 
era l'arme sua propria e al di sopra il rastrello dell'arme del Re. In tal 
maniera prendendo sempre più, insieme con l'autorità, l'abito di signore 
di Firenze, cominciò a modo suo ad ordinare la città e lo stato, il che 
non gli riuscì fatto senza scontentare così il popolo grasso come il minuto. 
Intorno a sé, dice il professor Cesare Paoli, nel suo studio della Signoiùa 
di Gualtieri Duca d' Atene ^% costituì un consiglio di savi quasi tutti 
forestieri, tra quali erano i vescovi di Arezzo, di Pistoia e di Assisi, 
messer Tarlato da Pietramala, messer Ottaviano de' Belforti. Un solo fio- 
rentino era compreso in quel consiglio, e questi fu Cerrettieri Visdomini, 
uomo di vita perversa e interamente venduto al Duca, che di scudiere 
lo aveva indegnamente innalzato agli onori della cavalleria. Insieme con 
questi Ei trattava delle cose del Comune e del Popolo, e spediva i de- 
creti. Ma a tale eccesso e' venne che, per mantenere il suo stato, bisognò 
e' pensasse come difendersi contro ogni possibile aggressione del popolo, 
al quale era facile ogni ribollimento di spiriti liberi, e fortificarsi nello 
stesso suo palazzo. « Fece fare, narra Giovanni Villani ^^\ l'antiporte di- 
€ nanzi al palagio del popolo, e ferrare le finestre della sala di sotto ove 
« si facea il consiglio, per gelosia e sospetto de' cittadini, e fece compren- 
« dere tutto il circuito dal detto palagio a quegli che furono de' Figliuoli 
« Petri, e le torri e case de' Manieri, e de' Mancini, e del Bello Alberti, 
« comprendendo tutto l'antico Guardingo e entrando in sulla piazza. 11 
€ detto compreso fece cominciare e fondare di grosse mura e torri e 
« barbacani, lasciando il lavorìo d' edificare il Ponte Vecchio, eh' era dì 
« tanta necessità al comune di Firenze, togliendo di quello pietre conce 
« e legname. Fece disfare le case di Santo Romolo, per fare piazza fino 



CAPITOLO II 47 



« alle case del Garbo. » Ed infatti di quel tempo trovasi in data del 10 
di gennaio 1312 (s. e. 1343) un decreto del Duca, il quale, volendo, 
« prò honorificentia atque magnificentia civitatis — et sui suorumquo 
« sclintiferorum et familie hal)itando novam hedificium construere iuxta 
«. eius ducale palatium, ant ipsi palatio novum addere casamentum » : 
nomina tre ufficiali ed un camarlingo per provvedere « et fieri et con- 
« strui faciendo illis anteportis, muris, domibus et hedificiis insta et prope 
« (lucale palatium, et prout trahit a dicto palatio usque ad viam, cui 
« dicitur via de' Maneriis, et a domo olim lachetti de Mancinis, que est 
« in anghulo vie Maneriorum ex opposito Palatii Philippi Petri — de 
« Maghaloctis usque ad viam que est ante palatium olim Filiorum Be- 
« nincase, et a dieta via usque ad ducale palatium supradictum ^*' ». Dalle 
parole del Villani e dal contesto di questo documento, abbiamo chiara- 
mente indicata la ubicazione dei palazzi e case de' Manieri, de' Mancini, 
degli Alberti e dei Filipetri esistenti, che doveano essere dietro al palazzo 
costruito da Arnolfo, e furono destinate nella successione dei tempi a for- 
mare il palazzo quale ora ci sta innanzi agli occhi. Così il Duca rendeva il 
palazzo e più grande e piti forte, ma non più bello, e non più magnifico; 
tutta la bellezza e magnificenza di esso rimanendo allora, e poi anche in 
seguito, quando sotto i Medici si tornò a lavorarvi, in quella parte prima 
che è opera del grande architetto, e ispirata dal popolo che vi prendeva 
stanza co' suoi Priori, facendolo quasi albergo della libertà e del Comune. 
Lo ingrandirlo e il fortificarlo, secondo la volontà del Duca d'Atene, il 
quale non pensava che niuna abitazione è mai così grande e così forte 
da bastare alla paura d' un tiranno, venne commesso ad Andrea Pi- 
sano più scultore che non fosse architetto. Il quale però in quest' arte 
dell'architettura aveva servito un tempo la città, nel fare quella parte 
delle mura a calcina che andava fra San Gallo e la porta al Prato, 
ed in altri luoghi, bastioni, steccati ed altri ripari di terra e di legnami 
sicurissimi, quando i fiorentini ebbero a temere della venuta dell'Impe- 
ratore: lavori che furono compiti, al dire del Villani, nell'anno 1310. 
E gli ufficiali sopra tali lavori, furono ser Salvi Dini, Segue d'Arrigo 
e Lapo di Clone, e loro camarlingo, Michele dell'Avvocato. Il decreto del 
Duca che gli nomina dà loro balìa: — di fare distruggere tutte le case esi- 



48 PALAZZO VECCHIO 



stenti nei predetti luoghi, e le materie che se ne tolgono, vendere o impie- 
gare nelle nuove costruzioni da farsi al Palazzo Ducale, « et in domo seu 
palatio » a quello de' Priori e Gonfaloniere di giustizia, e nelle curie dei 
quattro giudici dell'Udienza; — comprare le materie occorrenti a quelle 
costruzioni, e requisire ogni sorta di lavoranti ; — tenere per camarlingo 
Michele dell'Avvocato (Avoghado) il quale custodisca i denari e gli oggetti, 
faccia le spese, paghi gli artefici ecc., e dia di mallevadoria per 1000 fio- 
rini d'oro al giudice della Camera e Gabella; — nominare ufl^ciali, notai, 
sollicitatores et factores, quanti e quante volte vorranno, col salario che 
loro parrà conveniente; — costringere chiunque essi dichiareranno a ven- 
dere e trasportare materie da costruzione, per quel prezzo che a loro 
parrà; - dare a tutti i lavoranti sicurtà temporanea dalle molestie per 
debiti, rappresaglie ecc.; — essere esenti da qualunque molestia e sinda- 
cato, salvo che per bai-atteria; — avere aiuto di berrovieri, famigli ecc., 
e favore e consiglio dal Vicario del Duca e dagli altri Ufficiali, i quali 
dovranno irrevocabilmente osservare le loro Provvisioni. E dovendo an- 
che procedere all' ampliamento della Piazza, perchè, come osserva il signor 
Paoli, piaceva al Duca non essere molestato da troppo vicini edifizi, e 
avere d' intorno piuttosto i suoi fedeli d' oltralpe, che le famìglie dei 
cittadini; détte autorità ai tre sopradetti Ufficiali di distruggere tutte le 
case poste in quel circuito e di fare piazza sino alle case del Garbo, 
« E mandò a Corte al Papa (così il Villani), per licenza di potere di- 
« sfare San Piero Scheraggio, Santa Cecilia e Santo Romolo; ma non 
« gli fu assentito per la Corte di Roma. Fece tórre ai cittadini certi 
« palagi e case che erano nella circumstanza del palagio, e misevi dentro 
« i suoi baroni e sua gente, senza pagare alcuna pigione ». 

I palagi e le case che erano dietro al Palazzo dei Priori e che il 
Duca occupò e in parte disfece, sono presso a poco quelli descritti nella 
Provvisione degli 8 novembre 1335, la quale mostra come dai Signori, 
assai prima del Duca, si fosse pensato ad acquistare ciò che era tra la loro 
residenza e il palazzo dei Filipetri, che tenevano già da qualche tempo 
per residenza dell'Esecutore e di altri ufficiali. Detta Provvisione dice: 

« Pro evidenti Comunis Florentie utilitate et prò domibus habendis 
« prò habitatione offitialium Comunis Florentie et maxime presentis Ca- 



CAPITOLO n 49 



« pitaneis custodie civitatis Florentie ejusque districtus et sue farailie. 
« Per dominos priores Artium et Vexilliferum justitie — stantiatum 
« fuit, quod ipsi domini priores Artium et Vexillifer Justitie una cum 
« offitio 12 honorum virorum possint eisque liceat prò Comuni Florentie 
« eligere et deputare sex bonos viros, cives Florentinos, populares, unum 
« vidclicet prò quolibet sextu, quos voluerint, prò tempore et termino, 
« quo eis videbitur, qui et maior pars eorum — emant — quoddam 
« palatium seu tria palatia distinta in tria habituria, cum tribus curiis 
« retro se, et cum tribus domibus parvis retro ipsas curias, et cum tribus 
« puteis, et cum quadam alia domo parva ex latero vie Maneriorum, 
« que est iuta logiam de Maneriis et cum quodam muro qui est iuxta 
« domos de Maneriis ex alia parte vie, que est inter dictam domum par- 
« vam et dictum murum, qua via itur in Gardinghum, et cum quodam 
» turrione, qui est iuta seu retro dictam domum parvam iuxta dictam 
« viam, qua itur in Gardinghum, et cum quadam alia domo parva, que 

< est iuxta dictum palatium et ex opposito ecclesie sancti Petri Sche- 
« radii, in qua moratur Johannes pelliparius, et cum quadam alia domo, 
« que est iuxta dictam domum. ... et cum quadam alia domo et curia, 
« que est iuxta viam, cui dicitur via de Bellanda ex opposito palatii po- 
« puli, ad unum se tenentes, positis Florentie in populo sancti Petri Sche- 
« r^dii; quibus omnibus, sic simul comprehensis a 1" via, que est in medio 
« inter palatium seu palatia et domos et ecclesiam sancti Petri Scheradii; 
« a 2° via, qua itur versus domos de Maneriis in partem et turris et logia 
« de Maneriis in partem et via in partem ; a 3" via, que est in medio inter 
« dictam domum de Maneriis, et via del Gardingho in partem et domine 
« Lette uxoris olim Chiermontini, in partem; a 4° via, cui dicebant via de 

« Bellanda seu platea palatii, populi Fiorentini in partem et J e 

« Jacobi in partem et domine Nuccie, uxoris Luche Pieri Compagni in 
« partem, a nobile milite domino Rodulfo de Bardis et sotiis sotietatis 
« Bardorum, — ad quos — vendictio predictorum palatii seu palatiorum 
« et dictarum domorum — pertineret vel spectaret, — prò eo pretio et 
« pretiis, — de quo et quibus ipsis sex bonis viris, sic eligendis vel maiori 

< parti eorum predicte videbitur convenire, dummodo pretium — non 
« excedat quantitatera et summam septem milium florenorum auri^** ». 



50 PALAZZO VECCHIO 



A proposito de' lavori fatti da Andrea per ordine del Duca al Palazzo 
de' Priori, ecco ciò che narra il Vasari nella vita di detto scultore ed ar- 
chitetto. « Si servì, anco d'Andrea nelle cose d' architettura, Gualtieri 
« Duca d'Atene e tiranno dei Fiorentini, facendogli allargare la piazza, 
« e, per fortificarsi nel palazzo, ferrare tutte le finestre da basso del 
« primo piano, dov' è oggi la sala de' dugento, con ferri quadri e ga- 
« gliardi molto. Aggiunse ancora il detto Duca, dirimpetto a San Piero 
« Scheraggio, le mura a bozzi che sono accanto al palazzo, per accre- 
« scerlo; e nella grossezza del muro fece una scala segreta per salire e 
« scendere occultamente; e nella detta facciata di bozzi fece, da basso, 
« una porta grande, che serve oggi alla dogana, e sopra quella l'arme 
« sua; e tutto col disegno e consiglio di Andrea: la quale arme, sebbene 
« fu fatta scarpellare dal magistrato de' Dodici, che ebl)e cura di spegnere 
« ogni memoria di quel Duca, rimase nondimeno nello scudo quadro la 
« forma del leone rampante, con due code; come può vedere chiunque 
«; la considera con diligenza ^^^ >. 

In un affresco delle Stinche, riprodotto con incisione di Lasinio, figlio, 
nel libro del Moisè, si vedono le due porte principali del Palazzo Vecchio, 
quali vennero fatte afforzare con antimnrali dal Duca d'Atene; quello che 
guerniva la porta verso tramontana, giungeva per altezza al limitare delle 
finestre del primo piano, ed aveva un coronamento sporgente, retto dai 
soliti archetti, e inghirlandato di merli guelfi, così com'era finito tutto 
il Palazzo; l'altro alla porta principale, verso la piazza de' Signori, era 
più alto assai, anzi così alto da chiudere il fìnestrone del primo piano, 
corrispondente sulla porta; non aveva coronamento alcuno, e dava imma- 
gine d'una torre mozza; due finestrelle, l'una sopra l'altra, davano modo 
d'affacciarsi in sulla porta e trarre di balestra e lasciar cader sassi: l'una 
e l'altra antiporta aveva i suoi barbacani. 

Si vede anche oggi ben distinta tutta la muraglia fatta da Andrea, 
dalla parte di tramontana si estende fino a tutta la porta così detta ora 
della Dogana, e si alza con muro rivestito anch'esso di pietre, fino a 
tutto il secondo piano, ed ha i merli che toccano là dove si partono gli 
archetti i quali sostengono il ballatoio che gira sui quattro lati del pri- 
mitivo palazzo; dalla parte di mezzogiorno, dove una volta era San Piero 



CAPITOLO II 51 



Scheraggio, ed oggi sono gli Uffizi, è il muro, pur esso incrostato di 
pietre, più basso, e non aveva merli, se pure non sparirono in altro tempo, 
quando si alzò ancora una seconda volta, come potrebbe parere a chi 
ben lo consideri. Anche da questo lato era un'altra porta, quella che 
allora si diceva della Dogana, sopra la quale pare fosse l'arme del Duca, 
che era un Leone, che il Cinelli vide ancora scalpellata e guasta, quando, 
secondo il Vasari, del Duca si tentò spengere persino la memoria; oggi 
si vede il luogo dov'essa forse era inquadrata, ma non ne rimane più 
alcun vestigio. 

Accanto a questa porta, si vede tuttora un usciolo, che il Cinelli as- 
serisce essere stato fatto fare dal Gualtieri, per potere di là uscire a piacer 
suo di palazzo, in specie di notte, senza essere veduto, e il Rastrelli dice 
correre tuttavia a' suoi tempi la tradizione che fosse l'ingresso d'un sot- 
terraneo di trabocchetto, « ove venivano gettati o cadevano di per sé 
« stessi quegli infelici, che per politica o per sdegno si sacrificavano dal 
« Gran Duca Cosimo I, » A questo proposito il signor Moisè osserva, 
«( che « mercè gli esami fatti dal nominato architetto Del Rosso nel 1814, 
« siamo venuti in cognizione che per questa porticciola s'entra in un 
« piccolo andito che ha un tronco di scala inferiore, dopo un certo tratto 
« murata, per la quale forse penetravasi nei sotterranei .... e sopra a 
« questa scala corrisponde un altro vuoto o pozzo, come quello che fu 
« trovato nella torre. Ai tempi del Rastrelli questa porticciuola era già 
< stata murata, ma egli parla di tradizioni e di sospetto che dalla oculare 
« ispezione vien ora confermato. » Però se l'esame accurato fatto dall'ar- 
chitetto Del Rosso ha per quello che pare confermata la tradizione e il 
sospetto di che fa parola il Rastrelli, non crediamo noi che esso basti 
a toglier fede affatto al Cinelli, perchè dai tempi del Duca d'Atene a quelli 
di Cosimo I, è tal lasso di tempo che molti e molti debbono essere stati 
i lavori nell'interno del palazzo, e de' quali malamente si potrebbero rin- 
venire sicure tracce, così nel Palazzo medesimo, come nei documenti ohe 
vi si riferiscono. 



52 



PALAZZO VECCHIO — CAPITOLO II 



W Arch. di Stato in Firenze. Capitoli voi. 18, e. 37'. 

(2) Giornale Storico degli Archivi Toscani, anno 1862, n. 2, aprile-giugno, pag. 105. 

^3) Villani, Cronaca, voi. xii, pag. 7. 

W II Gaye riporta malamente un brano di questo decreto, e ne sbaglia la data, di- 
cendo essere del 6 ottobre 134.2. 

(5) Provvis. Filz. 27, pag. 16. 

(8) Le vite de' più eccellenti Pittori, Scultori ed Architettori, scritte da Giorgio Vasari, 
pittore aretino, con nuove annotazioni e commenti di Gaetano Milanesi, Firenze, G. e C. San- 
soni, 1878, voi. I, pag. 491. 



.A^ 




-pp- 








CAPITOLO m. 



Cacciata del Buca d'Atene; e nuovi lavori in Palazzo Vecchio. 




UALTIERI aveva naturalmente sem- 
pre minori riguardi a mostrarsi quale 
e' si sentiva d' essere, padrone e si- 
gnore di Firenze; e coloro che stavano 
intomo a lui non erano da meno. 
Ciò che avarizia e lussuria consi- 
gliano, tutto si metteva in opera dal 
Duca e dalla sua gente, fino a vio- 
lentare le donne, a rubare le case, 
ad ammazzare innocenti: di rado o 
quasi mai teneva consiglio co' cit- 
tadini, i Priori erano per l' affatto senza alcuna autorità, le sue lettere 
sottoscriveva dux et dominus Florentinoriim. In poco tempo a tale 
estremo si condusse il suo governo, che Firenze si dolse tutta, e fu 
presta a muoversi : era un antico proverbio che diceva : « Firenze non 
si muove se tutta non si duole. > Non contenti erano i Grandi perchè 
non avevano riavuto lo Stato, non i popolani grassi perchè lo avevano 



54 PALAZZO VECCHIO 



perduto, non tutti gli altri perchè nessuno aveva più libertà, e non ave- 
vano guadagni. Si ordirono congiure contro il Duca, e principali furono 
tre. D'una era capo il vescovo Acciainoli, quello stesso che avealo al suo 
rientrare in Firenze tanto magnificato, e con lui erano i Bardi, i Fre- 
scobaldi ed altri Grandi stati rimessi dal Duca, e poi da lui medesimo 
lasciati da parte e maltrattati ; d' un altra facevano parte i Donati, i 
Pazzi ed i Cerchi, e questi volevano porgli le mani addosso se egli fosse 
andato a casa degli Albizi a veder correre il palio; la terza finalmente, 
ed era più numerosa, accoglieva quanti popolani erano stati da lui ofiesi, 
tra' quali i Medici e i Rucellai, e innanzi a tutti un Antonio degli Adi- 
mari di casa i Grandi. Questa ultima congiura era quindi la più potente 
e più pronta ad operare; ma fu uno di essa, un masnadiere senese, che 
confidandosi ad uno de' Brunelleschi, credendolo de' congiurati, fu cagione 
che si svelasse, e ne andasse notizia allo stesso Duca; il quale ne prese 
parecchi e fra gli altri lo stesso Antonio Adimari, perchè molti più si 
sbandarono o si nascosero nella città. Il Duca che era uomo, come dice 
il Capponi nella sua Storia, di piccola levatura e poca fermezza, non 
sapendo che si fare, e preso da paura dal trovare la congiura contro di 
sé così grande, fece richiedere trecento de' principali cittadini e condurli 
in Palazzo, sotto colore di consigliarsi con loro, e mandò fuori i suoi 
sergenti con le liste, nelle quali erano i nomi di molti de' congiurati. 
Sparsa in città tale novella questi si scoprirono gli uni agli altri, e fatti 
sicuri che il Duca li chiamava più presto a morte che a consiglio, di 
grande accordo e deponendo tra loro ogni ingiuria e malevolenza, deli- 
berarono levarsi in armi contro il tiranno, e per tal maniera che parve 
essere fatta una congiura sola di tutto il popolo. 

Il giorno dopo, di sabato, ai 26 luglio 1343, cadendo la festa di 
Sant'Anna, il popolo si levò in sull'ora di nona, quando erano usciti i 
lavoranti dalle botteghe; ciascuno armatosi alla sua contrada e vicinanza, 
e mettendo fuori le bandiere, di cheto rifatte con le armi del Popolo, 
corsero la città gridando : muoia il Buca e i suoi seguaci, Viva il Popolo 
e il Comune e la Libertà! Quelli tra' seguaci del Duca che poterono, 
vennero bene armati in Piazza, ma subito furono soprafatti, e a chi andò 
meno peggio si rifugiò e si chiuse in Palagio. Per tutta la città era un 



CAPITOLO III 55 



correre e gridare della gente in arme, e qua e là si combatteva: andati 
alle Stinche, misero fuoco alla porta e la ruppero, così che tutti i pri- 
gioni vennero fuori; e al Palagio del Podestà, v'entrarono dentro, misero 
tutto a sacco, le carte bruciarono; ruppero poi la Camera del Comune 
ed arsero i libri dov'erano scritti i banditi ed i ribelli. Intanto la gente 
che abitava oltrarno, aperte le sbarre de' ponti, venne al di qua e ingrossò 
la fiumana che già batteva alle porte del Palazzo. Erano, dice il Croni- 
sta, più di mille a cavallo, e a pie diecimila cittadini armati a corazze 
e barbute come cavalieri; « il quale popolo fu molto nobile a vedere così 
possente ed unito >. 

La domenica, il Duca che non aveva in Palagio modo di resistere 
e non aveva speranza di rimanere, per guadagnarsi la grazia del popolo, 
fece cavaliere Antonio degli Adimari, che non volle saperne, e fece levare 
le insegne sue di sopra il Palagio e riporvi quelle del popolo. Ma il popolo 
non badava più a quello che il Duca faceva. Intanto giungevano a Fi- 
renze armi ed armati di fuori. Siena mandava trecento cavalieri e quat- 
tromila balestrieri. San Miniato dugento fanti bene armati, Prato cin- 
quecento, poi da tutto il contado venivano gente in arme nella città, la 
quale si riempiva. 

Il Vescovo ed altri, popolani, bandirono un parlamento, e si congre- 
garono in Santa Reparata il lunedì seguente, e di grande accordo eles- 
sero quattordici cittadini, sette de' grandi e sette de' popolani, con piena 
balìa di riformare la città, fare ufficiali e leggi e statuti; ad altri sei 
cittadini, tre grandi e tre popolani, dettero autorità di tenere ragione e 
fare giustizia sommaria delle violenze e ruberie. I Quattordici ed il Ve- 
scovo si dettero subito attorno per fare accordi col Duca e col popolo, 
ma questo divenuto ad ogni ora più fiero voleva le vendette sue, e 
chiedeva il Conservatore Guglielmo d'Assisi ed il figliuolo, e Cerrettieri 
dei Visdomini, tutta gente degna del suo padrone, oggi si sarebbe detta 
canaglia. Ma il Duca dapprima negava di offrirla pasto al popolo, e fa- 
ceva bene, meglio avrebbe anche fatto a offrire sé stesso; ma era il 
Duca ! e un po' forzato degli altri che erano con lui chiusi e assediati 
in Palagio, un po' per amor di sé stesso, finì col cederli. Primo il figliuolo 
del Conservatore, giovinetto di diciotto anni, vestito a bruno dolorosa- 



56 



PALAZZO VECCHIO 



mente, e appena fu fuori, fu fatto a pezzi innanzi agli occhi del padre; 
poi venne la volta di questo, e chi n' ebbe un pezzo, chi un altro, e « i 
« Fiorentini, racconta un cronista ^^\ ciascuno n' ebbe uno pezzo di lui, 
« e cavarongli le budella di corpo, e spararonlo, e fecionne mille pezzi 
« di lui ; e di ta' e' ebbe, che ne arrostirono della carne sua, e manica- 
le ronne. A costui fue fatto questo istrazio di lui, perdi' elli avea istra- 
« ziati i Fiorentini a male modo di sozze morti e crudeli, imperocché 
< egli era Conservatore di Messer lo Duca, e facea fare al Duca di 
« molte cose sconcie, e consigliavalo male per lo Fiorentino, e guastava 
« questo tristo gli uomini a diletto, come se fossono istati cani, onde 
« cesie fue morto egli a modo di cane; egli e '1 suo figliuolo, e facea 
« le più crudeli cose, che mai fossono fatte per veruno Rettore, che 
« reggesse in Firenze » . Chi fu salvo fu il Visdomini, non perchè meno 
fosse nell'ira e nell'odio del popolo, ma perchè il popolo si saziò con 
gli altri, e non ebbe più appetito di carne di tristi. Il Duca in quel giorno 
venne a patti, rinunziò ad ogni signorìa, cede il Palagio, stabilì di an- 
darsene via dallo Stato; il che fu ai 3 di agosto. 

Ecco come racconta il fatto lo stesso cronista: « A die 3 d'agosto 
«e in domenica anno 1343, i quattordici uomeni di Firenze chiamati 
« sopra a racconciare la Città, detti di sopra, andarono in sullo Palagio 
« de' Priori, e andovvi il Conte Simone, e molta gente, e '1 Duca rifiutò 
« la signorìa, e disse cohie egli avea presa questa signorìa a tradimento 
« per inganno, e per falsitade, come non dovea, e come la rifiutava ogni 
« signorìa di Firenze, e del suo distretto di Firenze; e gittò il detto 
« Duca la bacchetta in terra, e poi la raccolse, e diella a questi 14 uo- 
« meni, e die loro la Signorìa per lo Comune di Firenze, e furono Si- 
« gnori questi 14 uomeni per lo Comune, e di questo se ne fece carta; 
« e il Duca uscìe la sera della Camera sua, ed entraronvi questi 14 uo- 
« meni, ed egli per grazia fatta a lui si stette in altra Camera, egli e 
« 15 di sua gente; e in questo dì andoe il bando parecchi volte, che 
« ogni uomo ponesse giù l'arme, e stormeggiarono le campane del pa- 
« lagio de' Priori, e della Podestà, e fecesi grandissimi falò in sullo 
«e Palagio, e per Firenze fu in ogni lato, e fue una grandissima festa, 
« ed allegrezza oggi in Firenze, sendo noi così entrati in signorìa sì tosto » . 



CAPITOLO III 57 



Stette per paura il Duca altri tre giorni in Palagio; poi quietato 
il popolo, egli con buona scorta se ne partì, che fu di notte, portando con 
seco tutto il vasellame d'oro, che egli aveva fatto fare, e si giudicò 
del valsente di 30,000 fiorini d'oro. Come fu a Poppi, ch'era la prin- 
cipale terra de' Conti Guidi, ratificò di mal' animo la promessa fatta, 
ossia la rinunzia alla Signorìa, e per la via di Bologna, andò a Venezia, 
di dove ritornò in Puglia. 

I Quattordici rimasti in Palazzo cassarono gli atti del Duca, ma 
anche gli posero addosso buona taglia. Ed era passato già un anno quando 
per maggiore scherno fecero dipingere ignominosamente lui e i suoi prin- 
cipali, nella torre del Pahizzo del Podestà, ed altrove; perchè li trova, 
agli 8 ottobre del 1344, fatto uno stanziamento di fiorini 20 d'oro a 
favore dei Camarlinghi della Camera dell'armi del popolo fiorentino « prò 
« faciendo pingi Duceni Actenarum, dominum Cerreterium de Vicedo- 
« minis, dominum Ranerium Ciotti de Sancto Geminiano et fratres et 
« filios, et dominum Guillelmum Ciucci de Assisio et filios et alios pro- 
< ditores populi et Comunis Florentie in facie Palatii more domini Po- 
« testatis et in aliis locis ^^^ ». Si ordinò poi che in Firenze il dì di 
Sant'Anna fosse come giorno di Pasqua, e anche oggi si festeggia po- 
nendo le bandiere delle Arti attorno al bel tempio d' Or San Michele. 

Così Firenze fu un' altra volta libera, ma ad ordinarei bene in lil)ertà 
le occorse ancora tempo. Erano entrati in palazzo Grandi e Popolani, ma 
il popolo i Grandi volle fuori, e non fu senza turbamento molto di tutta 
la città. Finalmente usciti che furono, i Priori rimasti in numero di otto, 
condussero a dodici come erano prima i Buonomini, rifecero il Gonfaloniere 
di giustizia, alzando a quel grado uno de' Priori popolani, ed il Consiglio 
del popolo formarono di settantacinque uomini per quartiere; gli altri uffici 
poco mutarono da quel che erano innanzi alla signorìa del Duca. I Grandi 
dunque dovettero cedere ben presto ai Popolani, i quali in ogni cosa 
presero il disopra, quando riebbero in mano il governo della loro città. 
Però in poco più d'un anno ebbe Firenze a muta.re quattro reggimenti; 
e la breve « tirannia del duca d'Atene e le susseguenti rivolture, questo, 
« produssero, che la signorìa del popolo grasso fosse venuta negli artefici 
« e nel popolo minuto, crescendo via via di molto il numero dei nuovi 



/ 



58 PALAZZO VECCHIO 



«. uomini, i quali scendevano in Firenze dal contado e acquistavano citta- 
« dinanza ^'^ » . « Piaccia a Dio (scrive il buon Villani) che sia ciò ad 
« esaltamento ed a salute della nostra Repubblica: mi fa temere l'essere 
« i cittadini vuoti d'amore e di carità tra loro, e pieni d'inganni e di 
« tradimenti ; ed è rimasta questa maledetta arte in Firenze, in quelli 
« che ne sono Rettori, di promettere bene e fare il contrario, se non 
« sono provveduti o di grandi prieghi o di grande utile > , In altro luogo 
conchiude : « che erano male retti dai nobili e peggio dai popolani » . 

Ma questa è storia di Firenze, e che non fa all'argomento mio. 

Nel 1345, agli 11 di agosto, fu fatta una Provvisione con la quale 
si ordinava al Camarlingo della Camera del Comune di pagare fino a 
179 fiorini d'oro, « prò expendendo et convertendo in laborerio et prò 
« laborerio facto et quod fiet in Palatio Populi fiorentini prò magistero 
« camerai^um et prò pingendo et prò lignaminibus, et assidibus et ferra- 
« mentis et calce et mactonibus sive quadruccis, et prò ferendo ipsa li- 
« gnamina et prò lecteriis et capsis et prò reparatione lecterarium et prò 
« solvendo secatoribus qui secuerunt lignamina et prò faciendo destrui 
« murum, qui erat in camera Priorum et prò disgombrando lapides mat- 
« tones et cementa, et prò cortinis et prò faciendo lapides insigni tos in 
« antiporta ipsius palatii et prò faciendo certa laboreria super portam 
« cortilis dicti palatii et aliis necessaria ad predicta^*^ ». Ed in altra del 
1349, de' 27 novembre, si legge: « Pro costructione arrengherie que fit 
iuxta palatium populi fior, et prò reactactione janue ipsius palatii ». 
Da ciò è facile argomentare che allora si tolse l'antiporto che aveva 
fatto fare il Duca, e forse si ripristinò la ringhiera che il Duca, se pure 
era stata realmente per lo innanzi costruita, deve aver fatto disfare, o 
lasciato andare in malora. E forse allora sulla porta principale furono 
posti sopra convenienti basi i due leoni di pietra, che si dicono opera 
dello scultore Giovanni de' Nobili, e che un tempo pare anche che fossero 
dorati a maggiore ornamento, perchè lo Strozzi, nei suoi spogli, notava 
ai 18 maggio del 1455, che essi leoni si rimettevano di nuovo in oro. 
E che fossero come io dico rilevasi anche da questo passo di Matteo 
Villani, che si riferisce appunto agh ultimi mesi del 1352, o 1353 se- 
condo lo stile comune, e dove si discorre non precisamente di questi 



CAPITOLO m 59 



leoni in sulla porta, ma degli altri sul canto del palazzo: < Essendo in 
« questo tempo un ufficio di priorato in Firenze, avendo poco ad atten- 
« dere ad altre cose per la quiete della pace, feciono fare quattro leoni 
« di macigno, e fecionli dorare con gran costo, e fecionli porre in 
« su' quattro canti del palagio del popolo di Firenze, a ciascuno canto 
« uno, E per fare questo per certa vanagloria al loro tempo, lasciarono 
« di farli scolpiti, e fusi di rame e dorati, che costavano poco più di 
« quelli del macigno, ed erano belli e duranti per lunghi secoli; ma le 
« piccole cose e le grandi continovo si guastano nella nostra città per 
« le spezialità de' cittadini '®' ». E l'anno 1351, ai 10 di giugno, compiti 
già i lavori dalla parte di faccia, quella che guarda la via Vacchereccia, 
si faceva un'altra Provvisione ^®\ che diceva: « Multo magis delectabilis 
« et pulchrior omnibus apparerei et etiam dictum palatium magis oma- 
« tum et decorum apparerei si porta palatii versus palatium more Offi- 
« tiali mercantie civitatis Florentie ornaretur et construeretur eo modo 
« et forma prout ornata et constructa est ad praesens porta dicti palatii 
« versus viam Vacareccie ». E ad ornare questa porta si lavorava nel- 
r ottobre dell'anno dopo, cioè 1352, come rilevasi dalla Provvisione del 
12 di detto mese, messa fuori dal signor Moisè^\ la quale dico « Pro 
« reparatione et ornamento januae septentrionalis palatii populi fior, et 
« ad perfectionem ipsius ». I lavori di riparazione è da credere che con- 
sistessero nel riattamento delle pietre e della stessa porta di legname, 
dopo che era stato tolto anche da quella l'antiporto; in quanto all'or- 
namento io non saprei vedere che quella specie di frontespizio che v' è 
ancora sopra, formato da un angolo acuto nel mezzo, e da due taber- 
nacoli, uno per parte, con colonnette e piccolo arco, dove forse un tempo 
era qualche dipinto; nello spazio di mezzo è una finestra ferrata, che 
il Rastrelli dice essere stata fatta a' tempi del Granduca Cosimo, e forse 
tolse il loco a qualche particolare insegna: ma potrebbe anche darsi 
che tale finestrola fosse anche a' tempi del duca Gualtieri e servisse per 
corrispondere tra que' che erano sull'antiporto e gli altri che fossero 
stati nella Sala così detta dell'armi in palazzo; vi sono tre piccoli scudi, 
uno con la croce, l'altro col giglio; nel terzo non si vede più che cosa 
potesse essere, ma forse era lo scudo diviso per lo lungo bianco e rosso; 



60 PALAZZO VECCHIO — CAPITOLO III 



tutto il campo del mezzo, tra i due tabernacoli, e cosparso di gigli, arme 
della casa d'Angiò, ossivvero di Firenze. Altre provvisioni abbiamo che 
si riferiscono a tali lavori che si protrassero per qualche anno. Una 
è dei 20 novembre 1353, che dice: «: Camerarii camere comunis fior. 
« possint solvere Bonifatio, filio olim S. Donati, Corsine Bonaiuti, Jacopo 
« Lapi pictori, Filippo Johannis magistro, in HO tlorenos de auro prò 
« ornamento palatii popoli fior, prò picturis, que ad presens fìunt in 
« dicto palatio a parte orientali '*' ». Un' altra dell' anno dopo 1354 
(s. e. 1355), 17 febbraio; « prò faciendo conpleri cloacam inceptam prò 
« expurgando aquam et reliquias de palatio populi fior, ad flumen arni'^'». 
Va in fine un'altra provvisione del 15 gennaio 1356, dalla quale appa- 
risce come ci fu anche di bisogno di riattare le colonne, che certo 
doveano essere quelle del cortile: « 200 floreni auri prò reattando co- 
« lunpnas in palatio dominorum '^°' » . 



(1) V. Frammento d' altra Cronica in fine alla Cronaca di Donato Velluti, pag. 145. 
Ed. di Crus. 

(2) Capitoli, voi. 18, e. 37. 

(3) Capponi. Op. cit., voi. i, pag. 214. 
W Capitoli, voi. 18, e. 68'. s. e. 

(5) Op. cit., UI, LXXII. 

(6) Provv. Filza 40. 

O) Op. cit., pag. 61, n. 2. 
(8) Provis. filza 42. 
^9' Ivi, filza 42. 
(10) Provis. filza 45. 




t^ 




CAPITOLO IV. 



La Loggia dellcT Signorìa. 




A vita si faceva sempre più in co- 
mune, la famiglia e il popolo in mille 
guise si mischiavano, si confondevano 
l'uno con l'altro; la casa era aperta 
quasi a tutti, la loggia era il salotto 
dei Signori. < L'uomo di bel tempo, 
« scrive il Capponi <^\ voleva far fe- 

< sta, il nobile celebrare le allegrezze 

< della casa; ed anche queste comuni 
« a tutti, un paio di nozze rallegrava 
« l'intera città. Il ricco pagava le 

« feste al povero per godere insieme con lui: i giovani armeggiavano, le 
« donne ballavano sulle piazze all'aria aperta, non al fumo di candele, 
« nell'uggia de' salotti ». Tale genere di vita pubblica fece che ogni pa- 
Ingio, ogni magione avesse la loggia sua, e fuori panche di pietra lungo 
le pareti dei palagi, dove i signori stavano conversando, e le donne forse 
lavoravano, lì in faccia a tutti, mentre la gente passava per la via. Molti 
poi erano gli atti pubblici pe' quali la Signorìa si presentava al popolo. « La 
« necessità, osserva il signor Passerini"^', di convocare il popolo a parla- 



62 PALAZZO VECCHIO 



« mento ; il bimestrale succedersi del Gonfaloniere di giustizia e dei Priori ; 
« la pompa voluta per dare il bastone del comando ai capitani che dove- 
« vano guidare l'oste nel campo, e per decorare della dignità cavalleresca 
« i benemeriti della patria; erano circostanze tutte che obbligavano i rap- 
« presentanti della repubblica a sedersi al cospetto dell' intiera popola- 

< zione » . Ciò già facevano, come si disse, i Priori scendendo alla ringhiera, 
la qual cosa non era sempre senza grave incomodo, che ora per il sole, ed 
ora per la pioggia, male vi si dovevano trovare ; e crescendo sempre più il 
bisogno di ritrovarsi col popolo, o alla presenza di quello, pensarono an- 
ch'essi di costruirsi una loggia, una loggia al solito degna del popolo quale 
era il fiorentino, che cioè rispondesse alla grande magnificenza del pa- 
lazzo pubblico. E il generale Consiglio, con decreto approvato ai 21 di 
novembre del 1356, ordinò che si dovesse costruire tal loggia. 

Matteo Villani, nella Cronaca che fa seguito a quella di Giovanni, 
accenna a questo, là dove discorre del « come fu disfatta la chiesa di 
Santo Romolo'^' >. Ecco le sue proprie parole. « Era la chiesa di Santo 
« Romolo in sulla piazza de' Priori, e impedìa molto la piazza: entrò un 
« ufficio al priorato ch'aveano poco a fare; e però, come fu loro messo 
« innanzi di rallargare e dirizzare la piazza, preso di concordia tra loro 
« il partito, subitamente la sera e la notte feciono mettere in puntelli 
« la chiesa e le case sue, e a dì 20 di novembre tutto feciono rovinare; 
« e ivi presso volgendo le loggie verso la piazza, ordinarono che si rie- 
«. difìcasse maggiore e più bella, e ordinaronvi i danari, e fu fatta. Co- 
« storo a dì 3 di dicembre del detto anno (1356) volendo fare una gran 
« loggia per lo Comune in sulla via di Vacchereccia, non bene provveduti 
<( al beneficio del popolo, subitamante feciono puntellare e tagliare da pie 

< il nobile palagio e la torre della guardia della moneta, dov'era la zecca 
« del Comune, eh' era dirimpetto all' entrata del palagio de' Priori in sulla 
« via di Vacchereccia; e quella abbattuta, e fatta la stima delle case vi- 
« cine fino al chiasso de' Baroncelli e de' Raugi (biasimati dell'impresa, e 
« che loggia si convenìa a tiranno e non a popolo), vi rimase la piazza 
« de' casolari, e la moneta assai debole e vergognosa a cotanto comune > . 

n Vasari dice che il più bel disegno ne fece Andrea Orcagna, a cui 
però venne commesso il lavoro. Ma oggi è certo che quando vi si potè 



CAPITOLO IV 



63 



porre mano, l'Orcagna era morto da otto aimi, essendo la morte sua 
avvenuta nel 1368. E i documenti pure ci fanno fede che capo maestri 
preposti alla fabbrica, allorché vi fu posto mano nel 1376, furono Benci 
di Cione e Simone di Francesco Talenti, l'uno e l'altro famosi archi- 
tettori, che molto lavorarono ad Or-San-Michele ed al Palazzo del Po- 
testà; e non erano essi tali che avessero bisogno del disegno di altri per 
quell'opera. Si può credere che l'Orcagna ne facesse il modello, quando 
prima se ne parlò, e che il disegno suo fosse bello e magnifico, vorremo 
credere anche noi, che pure dai documenti siamo condotti a negargli il 
merito di un' opera, la quale chiamandosi sempre dal suo nome, gli man- 
tiene la fama. Nel 1379 il Talenti mo- 
dellava i capitelli de' grandi pilastri e 
gli altri ornati; Iacopo di Paolo e poi 
Lorenzo di Filippo dirigevano le co- 
struzioni murarie. Capo dei muratori 
si dice che fosse Antonio di Puccio di 
Benintendi, del popolo di San Michele 
Visdomini, e da lui furono costruite 
le volte. Questo Antonio di Puccio era 
appunto di quella casata de' Pucci che 
fu molto ricca di storia, quando i Me- 
dici ebbero la supremazia e il governo 
in Firenze. Ideò l'architetto, che nel- 

r alto della Loggia dovessero figurare li stemmi del Comune ed ancora le 
virtti teologali e cardinali, siccome quelle che devono essere il fondamento 
d'ogni bene ordinato governo. Le armi furono date a fare a Niccolò di 
Piero Lamberti scultore ai'ctino; e il disegno delle sette virtù teologali 
ad Agnolo di Taddeo Gaddi, che ne die compiti i cartoni il 1383 e 1386. 
Queste figure di mezzo rilievo vennero poi scolpite, la Fede e la Spe- 
ranza, da Iacopo di Piero tedesco; la Giustizia, la Temperanza e la For- 
tezza, da Giovanni di Petto, e la Carità da Iacopo di Piero '*'. 

Poste tali figure al loro luogo, dopo che frate Leonardo monaco di 
Vallombrosa le ebbe contornate di vetri colorati di azzurro, fu commesso 
a Lorenzo di Bicci di colorirle al naturale, di lumeggiarle e di arric- 




64 PALAZZO VECCHIO 



cliirle con oro. La loggia era compita nel 1387, nel qual'anno si trova 
che se ne faceva il lastrico e si ponevano a pie de' pilastri le figure 
de' leoni e leonesse, lavorate dallo stesso Iacopo di Piero Guidi. 

Un secolo dopo, cioè nel 1491, si pensò a fare un rialto, come lo 
chiamarono, tra il Palazzo de' Signori e la Loggia, perchè essi potessero 
andare dall' uno all' altra senza scendere ; della qual cosa ci lasciò ricordo 
Luca Landucci^% nel suo Diario con queste parole: « E a dì primo di 
« maggio 1491, si cominciò uno rialto traila Loggia de'Signori e '1 Palagio, 
« in tanto alto che s' andava al pari dalla porta del Palagio nella Loggia ; 
« con iscalee, e di verso San Piero Scheraggio e di verso la Piazza; in 
« modo che non potevano passarvi piti n' e cavagli, né altre bestie; e 
« anche un poco incomodo agli uomini, avere a salire e scendere. A chi 
« piace, e chi no ; a me non piaceva troppo » . Ma dovè finire col non 
piacere a nessuno; e gli stessi Signori si doverono esser fatti persuasi che 
quel rialto non conferiva nemmeno alla bellezza del palazzo, perchè ai 
22 di novembre 1495 presero una deliberazione^®' così concepita: « Quod 
« pavimentum saxis politis stratum ante portam Dominorum, paucis ante 

< annis confectum, dictum el Rialto, removeatur et remaneat ut prius erat 
« ad maiorem Palatii pulcritudinem, ne conspectus Palatii a lateribus de- 
« formatus videatur: et lapides illi dentur Operariis nove Salae ad Salam 
« conficiendam » . Era la gran sala del maggior consiglio che s' era comin- 
ciata pure allora a fabbricare. E tale deliberazione venne incontanente 
eseguita, perchè due giorni dopo, cioè il 24 novembre, lo stesso Lan- 
ducci notava nel suo Diario: « si disfece un certo rialto che s'era fatto 
« tra '1 Palagio de' Signori e la Loggia de' Signori, che s' era fatto di 

< poco tempo, che s'andava nella Loggia di Palagio al pari colla porta >. 



<i) Scritti editi e inedediti, voi. i, pag. 410. 
^2) La Loggia della Signoria, pag. 4. 
(3) Villani Matteo, Cronica, vii, xli. 
(4> V. Vasari, voi. i, pag. 604, n. 1, 

(f>) Luca Landucci, Diario Fiorentino, dal 1450 al 1516, continuato da un anonimo 
fino al 1542 pubblicato da lodoco del Badia, Firenze, Sansoni 1883, pag. 61. 
«5) Ivi, pag. 118, n. 1. 





CAPITOLO V. 



I Ciompi entrano in Palazzo. 
Michele di Landa fatto Gonfaloniere di giustizia. 




' 19 di luglio del 1378, seppero i 
Signori eh' erano in ufficio, come al 
dì seguente la terra si doveva levare 
a rumore, perchè essi mandarono a 
pigliare un tal Simoncino dalla porta 
di San Pier Gattolino, e lo fecero 
condurre in Palagio; per sapere da 
lui come andasse quel trattato e che 
cosa si volessero coloro che già si 
levavano in arme, e che da due giorni 
non facevano posare la città. Come 
fu venuto, il Proposto se ne andò con lui nella cappella dinanzi all'altare 
e lo interrogò. Ecco il dialogo che ebbe luogo tra il Proposto e Simon- 
cino, raccontato da Gino Capponi, nella sua Storia della Repubblica*". 
< Simoncino disse: Signor mio, ieri io con altri, in tutto dodici, ragunati 
« nello Spedale dei Preti di via San Gallo, e avendo fatti venire altri 
« minuti artefici, si determinò che domani sulla terza si dovesse levare il 




un ririi izl±1^ »..-., 



66 PALAZZO VECCHIO 



€ rumore, com' era dato ordine per certi sindachi che noi facemmo più dì 
« sono. E sappiate, signor mio, che noi siamo infiniti congiunti insieme, 
« ed evvi fra noi degli artefici bene assai, e de' buoni; ed ancora ci è 
« grandissima parte degU ammoniti, i quali si sono molto profierti. Do- 
< mandò il Proposto: anche che questa gente si levi, che voglion' eglino 
« dalla Signoi'ìa? Vogliono, continuava Simoncino, che i mestieri soggetti 
« all'Arte della lana abbiano consoli e collegi loro, né riconoscano l'Uf- 
« fidale che per piccola cosa li tormenta, né avere a fare co' maestri 
« lanaioli, che molto male li pagano e del lavorìo che vale dodici ne 
« danno otto. Ed anche vogliono avere parte nel reggimento della città, 
« e che d'ogni arsione e ruberìa fatta non si possa contro essi conoscere 
«. in alcun tempo. Domandò il Proposto se alcun cittadino popolano o 
« grande fosse loro capo; nominò alcuni; chiesto poi d'altri non volle 
« dire. Il Proposto allora fattolo bene guardare, ragunò i compagni e 
« narrò il fatto : era dopo cena ed insieme presero partito di chiamare 
« i Gonfalonieri delle compagnie, i quali innanzi che si potessero avere 
« era già notte ». Poi cosigliatisi maggiormente deliberarono di mandare 
pe' Consoli delle Arti, e risolverono di prepararsi come potevano alla 
difesa, che era cosa seria. Intanto consegnarono Simoncino al Capitano, 
perchè co' martirii lo facesse, come si direbbe, cantare : posto sulla corda 
confermò quello che aveva detto, aggiungendo che capo e guida di tutti 
era Silvestro de' Medici; e nominando altri due che ne sapevano più di 
lui, i quali come furono in Palagio, confermarono di tutto punto la con- 
fessione di Simoncino, e dissero che ogni cosa era pronta per il giorno 
di poi, all'ora di terza. 

Erano i mestieri subordinati alle Arti, e in specie quelli che di- 
pendevano dall'Arte della Lana, che per numero e possanza erano i mag- 
giori, e le Arti minime, che mettevano allora a rumore la città, e che 
parlavano per bocca di Simoncino. Essi esclusi di Palazzo, e contro i 
quali andavano molte leggi che si facevano, e, peggio! molte delle gra- 
vezze che s'imponevano; volevano ora mutare stato e prendere essi il 
governo, perchè sotto quello che avevano, non pareva a loro di poter vi- 
vere. Così accade sempre che in città divisa in parti, la parte che è salita, 
si difenda contro quelli stessi che a salire l'aiutarono, poi questi si rivol- 



CAPITOLO V 67 



tino come ad esercitare un diritto loro, e pur non sapendo che cosa si 
faranno, adoprino tutte le forze e gli argomenti loro nel disfare ciò che 
è stato fatto pur da loro; e gli altri si trovino fatti impotenti da quella 
stessa sicurezza che era stata data loro dalle leggi e dagli ordinamenti 
che avevano pensati e preparati a tenerli fin da principio soggetti e bassi. 

Era in Palazzo un certo Niccolò degli Orivoli, il quale avea cura 
dell'orologio che era in su la torre, e sentendo gridare Simoncino quando 
gli davano la corda, uscì per andare a casa sua da San Frediano, e 
venuto in strada incominciò a gridare : Levatevi, i Signori fanno carne, 
II popolo minuto uscì dalle case in arme, e incontanente le campane 
delle chiese furono sonato a stormo ; la piazza de' Signori fu tosto piena 
di gente. Gridavano che liberassero Simoncino e gli altri che erano tut- 
tavia tenuti prigione; e come ciò ebbero ottenuto, si sparsero per la città 
andando ad appiccar fuoco alle case di Luigi Guicciardini, che era Gon- 
faloniere, poi a quella di un Albizzi, di Simone Peruzzi, di Sor Piero delle 
Riformagioni, e di altri assai che credevano poter avere intelligenza con 
quei di Palazzo, e finalmente arsero il palagio dell'Arte della Lana, e 
ne cacciarono l'Ufficiale. Ma non volendo essi passare per ladri, anche 
le cose preziose gettavano sul fuoco, e chi s'appropriasse qualsiasi cosa, 
anche di poco o nessun valore, quello gastigavano severamente. Narra 
lo Stefani aver veduto dare della lancia nelle spalle ad uno che s'era 
messo in tasca un pezzo di carne salata, piuttosto che arderla. E intanto 
per fare atto di autorità, per esercitare in un qualche modo il potere, 
pigliavano questo o quel cittadino, secondo che gli si presentava o ve- 
niva a loro in fantasia, e lo facevano cavaliere. Primi furono ad esser 
fatti cavalieri Salvcstro de' Medici, Tommaso Strozzi, Benedetto ed un 
altro degli Alberti, e poi altri ed altri, che furono sino a sessanta; e ve 
ne furono di quelli, come il Gonfaloniere Guicciardini, a cui avevano 
innanzi arsa la casa, o ardeva pur allora. 

Riunitisi più migliaia da San Barnaba, si accordarono di fare certe 
petizioni alla Signorìa e mandarono alle Arti perchè si ordinassero sotto 
i loro Gonfaloni e venissero insieme con essi innanzi a' Signori. Gli 
artefici e il Popolo male s' accordavano sulla materia delle petizioni, 
finalmente convennero che ciascuna parte facesse le sue, e tutti insieme 



68 PALAZZO VECCHIO 



le presentassero. Volevano che anche i mestieri si elevassero se non alla 
dignità almeno alla potenza delle arti, e quindi avessero anch'essi i loro 
Consoli, e tra loro due Priori; che le quattordici Arti in luogo di due 
Priori ne contassero tre, e così avessero il terzo degli altri uffici: che 
si facesse il computo e l'estimo di tutte le possessioni e gli averi; che 
il Monte non desse più l'interesse del danaro, ma in dodici anni resti- 
tuisse il capitale; che non si mettessero, come si diceva, più prestanze, 
e che nelle tasse ci fosse proporzione: che ninno di essi minuti potesse 
per il tempo di due anni essere molestato per debiti inferiori a cin- 
quanta fiorini; che agli ammoniti si togliesse ogni divieto, e loro fosse 
agevolato l'essere smuniti; che ribanditi venissero gli sbanditi; final- 
mente che ninno di loro potesse venire molestato per ciò che avesse 
fatto dal 18 giugno in poi; che a qualunque fossero state in que' giorni 
arse le case, fosse privato in perpetuo degli uffici o almeno per dieci 
anni; che fossero premiati con benefizi Giovanni di Mone, biadaiolo, che 
era stato fatto allora cavaliere, e Guido Bandiera, scardassiere, pur esso 
cavaliere, che era stato de' primi a levarsi su, e aveva dato mano forte 
ad ardere e a rubare; che si dessero le pigioni del Ponte Vecchio, fio- 
rini 600 e più all'anno, a messer Silvestro de' Medici per potere sosten- 
tare la sua milizia, e chiedevano altri favori per altri de' loro, e bando 
e pena nuova ai contrari. 

Presentate che furono ai Signori tali petizioni, questi radunarono 
i Collegi ed il Consiglio del Popolo, e riescirono vinte senza diminuzione 
mutazione. Ma nel tempo che occorse a discuterle e ballottarle, i 
Ciompi, così si chiamavano quella gente, che aveva bisogno d'un nome 
da portare in alto, impazienti d'ogni indugio correvano la città, e cre- 
scevano le devastazioni e le arsioni delle case. Il dì seguente, 22 luglio,> 
suonò a Consiglio del Comune; il quale Consiglio si tenne in piazza, in 
mezzo a tale baccano che male si udivano leggere le petizioni. E dopo 
che fui'ono vinte, una ad una, essi vollero entrare in Palagio, e che 
uscissero i Signori. E Tommaso Strozzi fu quegli che salito in Udienza, 
cioè nella sala che poi si disse de' dugento, espose la volontà de' sollevati ; 
il che udendo, i Signori intimoriti per loro e per le loro famiglie, fatto 
intendere ogni cosa ai Collegi e agli Otto, deliberarono di andarsene 



CAPITOLO V 



69 



e così fecero anche gli stessi Collegi e gli Otto di balia, lasciando al 
popolo minuto il Palazzo, che era come lasciare lo Stato. Innanzi a tutti 
era Michele di Landò, pettinatore di lana e figliuolo d' una che ven- 
deva stoviglie ; esso portava in mano il Gonfalone, e come fu nella sala 
d' udienza de' Signori, fu gridato dal Popolo Gonfaloniere di giustizia, e 
in quel giorno ebbe in mano la città. Il giorno dopo adunato il popolo a 
parlamento in sulla piazza, Michele di Landò fu confermato Gonfaloniere 
fino a tutto agosto, e a lui, agli Otto ed ai Sindachi delle Arti fu data 
balìa di riformare la città, di fare i nuovi Priori e i dodici Buonuomini e i 
Gonfalonieri delle Compagnie. I Ciompi 
avevano vinto: ma come riuscissero a 
tenere lo stato facile è intendere : « quello 
« che impedisce, dice Gino Capponi ®, 
« cotesti governi popolari, è il non po- 

« tergli fare tanto larghi che sempre VJÉ^Al^^V ^. 

« non sieno monchi e imperfetti: pò- ^ 
« polo siamo noi tutti, ma pure in ogni 

< popolo vi è una parte il cui diritto 
« consiste nell'essere quanto è possibile 

< governata bene, perchè se vi ponga 
« le mani da sé, costretta accorgersi 
« di non saper fare altro che male, 

« si spinge innanzi in quello che sa, eh' è la sola opera del disfare >. 
Non contenti i Ciompi d' avere gente propria in Palazzo, vollero 
fare da sé medesimi i fatti loro, e furono sempre in sull'armi, e in sulla 
Piazza della Signorìa; essi a fare le Provvigioni del Governo, essi ad 
eleggere i Consigli, a fare i Priori, ad esercitare insomma quella auto- 
rità, che avrebbe dovuto dargli quiete e ordine per lavorare, per vivere, 
per pensare insomma alle coso proprie; la vita pubblica, senza che e* se 
ne accorgessero, gli toglieva troppo alla vita loro, alle loro botteghe, alle 
loro case. Michele di Landò, come uomo che sentiva il dover suo, e 
la città e il popolo vero e grande preponeva a quelli che lo avevano 
portato su e gì' impedivano ora di fare, preso da generoso sdegno, si 
fé risoluto a scendei'e esso stesso, armato, in Piazza, e disperdere la 

10 




70 PALAZZO VECCHIO 



plebe ; il che avvenne la mattina del dì 31 agosto, quando sonato a Con- 
siglio, comparvero tutti i Gonfaloni delle arti, eccetto quello del Popolo 
minuto, il quale era a Santa Maria Novella, dove faceva governo da sé. 
In quel frattempo due degli Otto de' Ciompi, cioè di Santa Maria 
Novella, si portarono in Palazzo con nuove petizioni, perchè fossero tosto 
accettate. Michele di Landò si ricordò allora che era anche uomo da 
menare le mani, e presa la spada, gli fu addosso e al primo che gli 
si presentò la diede sulla testa, poi lo inseguì giù per la scala dandogli 
sempre ; questi nel cadere s' imbattè in un povero frate, che non ci aveva 
nulla che fare, e saliva su portando del vino, e lo rovesciò per maniera 
che battendo col capo all' indietro rimase morto. Michele corse dietro 
all'altro degli Otto de' Ciompi, volendo dare anche a questo, e li inseguì 
ambedue fino alla sala, che era detta de' Grandi, e li avrebbe finiti, se 
non avessero a lui tolto di mano la spada, e gli altri presi e custoditi 
in Palagio sotto la scala. Dopo di che Michele ordinò che la mattina 
dipoi le Arti venissero in Piazza coi loro Gonfaloni. Era il popolo sti- 
pato in Piazza e bene in armi, i Ciompi stavano a San Frediano, questi 
sonavano a stormo le campane delle loro parrocchie, i Signori facean 
sonare quella del Leone in sulla torre. Michele di Landò montò a ca- 
vallo, e facendosi portare innanzi il Gonfalone della giustizia, con molto 
seguito andò a Santa Maria Novella, dove credeva trovare i Ciompi; 
ma questi, con la insegna dell'Agnolo, s'erano già partiti, ed erano ve- 
nuti in Piazza ed assediavano il Palazzo. Michele allora tornò indietro, 
e con più gente che gli si era unita per via, fece impeto in Piazza 
gridando: « Vivano le Arti e il Popolo, e muoiano i traditori che vo- 
levano recare a signore il reggimento della città ». Quindi i Signori man- 
darono a richiedere le Arti delle loro insegne, e furono messe alle finestre 
della sala del Consiglio; mancava quella de' Ciompi che essi ancora te- 
nevano e difendevano. Ma furono in breve dispersi, e per Michele di 
Landò e suoi, che combattevano in sulla Piazza, e per i Priori e Signori 
che dalle finestre e dal ballatoio di Palazzo, gettando pietre su quei che 
stavano sulla ringhiera, li respingevano. Finalmente rotti e confusi si 
sciolsero per la città, e tornarono anche malconci alle case loro, alcuni 
rimasero morti o feriti a pie del Palazzo. 



CAPITOLO V 71 



Michele di Landò tenne l'ufficio suo di Gonfeloniere tutto il mese 
di agosto; il primo di settembre i nuovi Signori presero l'ufficio; Mi- 
chele non volle scendere in Piazza sulla ringhiera per dare il Gonfalone 
al nuovo eletto che era de' Ciompi, che credo essere stato Giorgio Scali, 
ma glielo consegnò nella sala d' Udienza; dopo di che egli e gli altri 
che insieme con lui uscivano d' ufficio, scesero di Palazzo e andarono 
alle case loro. Michele di Landò ebbe l'onorificenza del Pennone e della 
Targa; elevato dai Ciompi a capo della Repubblica, contro li stessi Ciompi 
seppe mantenerla, sostenendo il decoro, l'onore e la libertà della Patria. 



W Voi. I, pag. 341. 

(2) Op. cit., voi. I, pag. 2rA 





CAPITOLO VI. 



Cosimo de' Medici, prigione in Palazzo Vecchio. 




INO da quando, nel 1378, compare 
nella storia di Firenze il nome di 
Salvestro de' Medici Gonfaloniere di 
giustizia, si vede la famiglia di lui 
accennare a salire, più che non sa- 
lisse mai altra famiglia in una città; 
non ostante che Egli né di animo né 
di mente si mostrasse tale uomo da 
dovere sopra gli altri primeggiare, 
d O^ - facendo la fortuna sua e quella dei 
suoi. La mercatura dette a quella 
casata, ricchezza che in breve divenne ingente, e quando l'adoperarono 
con insolita splendidezza a decoro proprio e della città, così che il banc(ì 
loro si sarebbe potuto dire il banco del Comune, tanti erano quelli che 
vi facevano ricorso, essa fu argomento solenne di grande potenza, e forza 
a grandi cose. Nel 1429 moriva Giovanni de' Medici, padre di Cosimo 
e di Lorenzo, ed essendo all'ultima ora diceva a' figliuoli: « Muoio 



illZlLZZUJULLULZt:; 




74 



PALAZZO VECCHIO 



<( contento poiché io vi lascio ricchi, sani, e di qualità, che voi potrete, 
« quando voi seguitiate le mie pedate, vivere in Firenze onorati, e con 
« la grazia di ciascuno >. E fra gli altri ricordi, lasciava questo: « dello 
« Stato, se voi volete vivere sicuri, toglietene quanto ve n' è dalle leggi 
« e dagli uomini dato, il che non vi recherà mai né invidia né peri- 
« colo, perché quello che l'uomo si toglie, non quello che all'uomo è 
« dato ci fa odiare, e sempre ne avrete molto più di coloro, che volendo 
« la parte d'altri perdono la loro, e avanti che la perdine vivono in 
« continui affanni ». Ma questo ricordo i Medici misero presto in dimen- 
ticanza, che dello Stato essi vollero sem- 
pre quanto più ne poterono conquistare. 
Ai funerali di Giovanni de' Medici fu- 
rono resi grandi onori; il corpo di lui 
andò scoperto alla sepoltura, seguito da 
Cosimo e da Lorenzo con altri ventotto 
della stessa Casa, tutti vestiti a bruno, 
e dai Magistrati della Repubblica e da- 
gli Ambasciatori che erano in Firenze : 
quei funerali costarono tremila fiorini. Il 
suo corpo è, con quello della mogUe, se- 
polto sotto ad una bella tavola di marmo 
in mezzo alla Sagrestia di San Lorenzo. 
Cosimo aveva allora quaranta anni, ed il nome aveva già nel cuore 
di molta gente, che s'aiutava dei suoi trafiici e de' suoi danari, e sulla 
bocca di tutti, perché spiegava tale magnificenza di vita da abbellirne 
ed ingrandirne la stessa città. Egli in mezzo a tutti gli uomini virtuosi, 
protettore delle lettere e delle arti, faceva fabbricare monumenti, metteva 
insieme librerie, raccoglieva oggetti d'arte de' più preziosi, e intanto soc- 
correva ai miseri, sovveniva alla città, imprestava a tutti. Aveva l'animo 
e la mente alle lettere e alle arti; così che e letterati ed artisti sovve- 
niva meglio che poteva, li teneva nelle sue case, alla sua mensa, e ono- 
randoli se ne onorava. 

Giovane ancora era andato, per fuggire l'invidia, al Conciho di 
Costanza « dov' era tutto il mondo », e aveva viaggiato gran parte della 




CAPITOLO VI 75 



Magna e della Francia; ritornato scansava i nohili e usava con gente 
di bassa condizione, per non crescere in quelli l'invidia, e per mante- 
nere in questi l'affetto. Ma però molte famiglie di Grandi erano strette 
a lui di parentela, avendo egli in moglie la Contessina dei Bardi si- 
gnori di Vernio, e Lorenzo suo fratello una dei Cavalcanti, la cui madre 
era dei marchesi Malaspina, e per le sorelle di lei tirava a Cosimo 
due possenti casate di popolo, i Giugni e una parte deg^i Strozzi. In- 
somma dalla nascita, dalla ricchezza, dall'animo e dalla mente era Co- 
simo portato in cima, e per quanto e' facesse in basso non rimaneva, 
anzi quando scansava Palazzo e stava nelle case sue forse era più po- 
tente. L'invidia ne' nobili crebbe; la città per la pace fatta con Lucca 
e col Visconti non posava, i nobili e i popolani la tenevano divisa. 
Come i Nobili o Grandi videro i popolani favorire tanto Cosimo, che 
pareva già esserne a capo, risolverono di abbassarlo con tutti i mezzi, 
fino a toglierli, se l)isognava, la vita. Già erano gli antichi ordini tra- 
sandati così, che quasi si sapea chi sarebbe uscito dei Signori un'anno 
per l'altro, e si racconta di un tal Benedetto, cieco, che prediceva quali 
sare})bero per piti anni i Gonfalonieri di giustizia; si sarebbe detto che 
gli uomini avessero trovato modo di mettere gli occhi nelle borse, nelle 
quali la sorte metteva le mani. Il primo di settembre del 1433 entrò 
Gonfaloniere di Giustizia Bernardo Guadagni, de' Nobili, uno di quelli 
che erano contro Cosimo; a lui infatti si pensò subito, prima anche che 
non si pensasse agli affari dello Stato. 

Era Cosimo ad alcune sue terre in Mugello, quando fu chiamato, 
perchè s'aspettavano novità. E come fu egli in città, andò il giorno stesso 
a visitare i nuovi Signori, tra' quali ve n'era amici a lui e a lui obbli- 
gati, e mostrarono in fatti di volerne far conto. A' cinque ordinarono 
una commissione, e come si diceva allora una Pratica di otto cittadini, 
due per quartiere, col consiglio della quale si volevano essi governare, 
e in questa con Rinaldo degli Albizzi, nemico a lui, ed altri dei mag- 
giori, misero lo stesso Cosimo. Due giorni dopo furono chiamati in 
Palagio, e sebbene a Cosimo non mancasse chi lo sconfortava dall'an- 
dare, pure andò. Mentre stavano aspettando che tutti fossero giimti quei 
della pratica, ed erano in sul ragionare, fu comandato a Cosimo, per 



76 PALAZZO VECCHIO 



parte dei Signori che andasse di sopra dal Capitano de' fanti ; e questi 
tosto che l'ebbe a sé, il prese e lo chiuse in una stanzetta fatta nel 
voto della Torre, Cosimo diceva che si chiamava quella camera la Bar- 
beria, tutti gli altri la dicono VAlberghettino. Come si seppe fuori di 
Palazzo che Cosimo era stato preso e fatto prigione, e si temette che i 
Signori non lo condannassero nella testa: la città e massime i borghi, 
dove abitavano i più poveri e per conseguenza i piti sovvenuti dalla 
munificenza di lui, cominciarono a rumoreggiare, perchè i Signori pen- 
sarono di fare parlamento per averne balìa di riformare la città, e in- 
tanto fare di Cosimo a seconda dell' animo loro. Ai 9 di settembre la 
campana di Palazzo suonò a parlamento, e subito la piazza fu piena, cor- 
rendovi amici e nemici di Cosimo, il quale su dalla torre pare che udisse 
parlarsi in piazza di lui, e chi lo voleva morto e chi no. In tanto so- 
spetto e' si mise della vita, che pensando a' Signori essere per mancare 
non la volontà ma la ragione di condannarlo nel capo e farlo eseguire, 
dubitò che ei non lo facessero morir di veleno, e stette più giorni senza 
voler mangiare altro che un poco di pane. Era in Palagio Federigo 
de' Malavolti da Siena, capitano de' fanti, al quale era stato commesso 
di far la guardia al prigioniero; si dice che a lui e ad un suo compagno 
due de' Priori e due degli Otto avessero dato cenno di voler morto Co- 
simo, perchè, essendo egli d'animo nobile, sdegnato della indegna prof- 
ferta, si strinse al prigioniero, e andato a lui gli palesò ogni cosa. A 
persuaderlo che ei non sarebbe stato mai capace di dar la mano a tale 
scelleratezza, tutto lo confortò, e perchè si risolvesse a mangiare e così 
a non morire di fame per non morire di veleno, gii disse: « perchè tu dal 
cibo ti tenga sicuro, mangeremo insieme le cose medesime »: e si mise 
infatti a mangiare dello stesso cibo con lui. Una sera il Malavolti con- 
dusse a cena, perchè gli facesse compagnia, anche un familiare del Gon- 
faloniere, soprannominato il Fargonaccio, uomo faceto e burlevole: a un 
certo punto della cena il Malavolti, avendogliene dato cenno Cosimo, se 
ne andò e li lasciò soli. Cosimo, sicuro del fatto suo, diede al Fargo- 
naccio un contrassegno, col quale andasse allo Spedalingo di Santa Maria 
Nuova che gli avrebbe dati millecento ducati, e di questi, cento pigliasse 
per sé, e gli altri mille fossero per il Gonfaloniere, il quale da quel 



CAPITOLO VI 77 



giorno in poi si volse tutto por lui. Ciò con altre parole racconta di 
sé Cosimo stesso nei suoi Ricordi, aggiungendo da vero mercante, queste 
parole: « ebbero poco animo, che se avessero voluto danari, n'avrebbero 
« avuti diecimila o più, per uscire di pericolo ». 

Per opera dello stesso Gonfaloniere, e anche degli amici che Cosimo 
aveva dentro la città e fuori, le cose si volsero a tal segno che Egli 
uscì salvo della vita, con una sentenza, fu la terza contro di lui, che 
lo relegava per dieci anni a Padova, e Averardo, pure de' Medici, a 
Napoli, Lorenzo per cinque anni a Venezia, ed altri di quella casa in 
altri luoghi a tempi più brevi. A* 3 d'ottobre fu cavato àsW Alberghettino; 
chiamato alla presenza de' Signori, questi gli notificarono il confine. Co- 
simo li ascoltò con animo aperto e lieto, e com' ebbero detto, Ei rispose 
che in qualunque luogo fosse stato, offeriva alla città, al popolo e alle 
loro Signorìe sé stesso ed ogni cosa che fosse sua. 

Partì Cosimo da Firenze con la scorta di due degli Otto, per la 
montagna di Pistoia dove fu presentato di biada e cera, come era uso 
di fare agli ambasciatori: e lasciava in Firenze un nome cresciuto assai 
per la persecuzione patita, per maniera che fu detto essere più forte egU 
solo nel felice esiglio, di quello che non fosse lo Stato in Firenze. 








CAPITOLO VII. 



Cosimo ritorna in Patria, e con lui Michelozzo Michelozzi. 
Lavori che fece Michelozzo nel Palazzo de' Signori. 



ON passò un anno che Cosimo fu 
richiamato in Firenze, dove la man- 
canza di lui faceva tale vuoto, che 
più non avrebbe fatta quella di un 
grande numero d'altri cittadini tutti 
insieme. Gli amici suoi naturalmente 
aveano mantenuto vivo il desiderio 
di lui nella città, e si erano adope- 
rati per quanto ei potevano a farlo 
richiamare; i nemici ogni giorno sce- 
mavano e di numero e anche di pos- 
sanza. Poi in quel tempo era in Firenze il Papa Eugenio IV, il quale 
a pacificare la città si prestava come Ei sapesse, e molto inclinato era 
per Cosimo. Era questi ancora in Venezia quando per lettere e per 
messi ebbe notizia che la nuova Signorìa, del settembre del 1434, em 
degli amici suoi, e che intanto ei s' accosiasse a' confini per essere più 
presto al ritorno. Ma egli aspettò che la Signorìa medesima gliene desse 




80 PALAZZO VECCfflO 



avviso, e fino a' 30 di settembre non lasciò Venezia; al giorno dopo, 
mentre era per via, ebbe lettere che lo avvisavano dell'essere stati, essi 
Medici, rimessi e lo esortavano a venir presto. Egli era con Lorenzo, 
fratello suo; e dappertutto gli era fatto onore, e dato nobile accompa- 
gnamento. Rientrarono nel territorio del Comune ai cinque di ottobre, 
un anno appunto da che n'erano prima usciti. Questo viaggio racconti 
Cosimo nei suoi Ricordi non senza una certa compiacenza. « A' sei giun- 
« gevano a desinare, e qui prendo le parole al Capponi'^', a Careggi, 
« dove fu gran gente; ma i Signori mandarono a dire non entrassero 
« prima di sera; e perchè tutta la via Larga era piena fino a casa loro 
€ d'uomini e di donne, egli e Lorenzo con un famiglio ed un mazziere, 
« volgendo lungo le mura, vennero dietro la chiesa dei Servi, poi da 
€ San Piero girando presso alle vuote case di Rinaldo degli Albizzi, en- 
« trarono nel Palazzo dei Signori; i quali vollero, per non fare maggiore 
« tumulto, che rimanessero quivi ad albergo fino alla mattina. Da questo 
« giorno per trecento anni tutta l'istoria di Firenze si annesta a quella 
« di Casa Medici ». 

Fra coloro che tornarono in Firenze insieme con Cosimo era Mi- 
chelozzo Michelozzi, il quale, dopo il Brunellesco, era tenuto per il più 
ordinato architettore de' suoi tempi, e quello che, al dire del Vasari"^', 
più agiatamente dispensasse ed accomodasse l' abitazioni de' palazzi, con- 
venti e case; e che con più giudizio le ordinasse meglio. Michelozzo era 
stato sempre famigliare della Casa Medici ; Cosimo, innanzi che e' fosse 
esiliato, gli aveva fatto fare il modello del palazzo suo in via Larga, 
parendogli che quello che aveva fatto il Brunellesco fosse troppo sun- 
tuoso e magnifico, per maniera che avrebbe procurato tale invidia a lui 
fra i suoi cittadini, da non pareggiarsi all'abbellimento che ne avrebbe 
dato alla città. Ma riuscì poi anche il Palazzo fatto da Michelozzo, in 
via Larga, così, che maggiore un privato cittadino non ebbe mai avuto 
per r avanti; e ci alloggiarono comodamente re, imperatori, papi, e quanti 
illustrissimi principi vennero in Firenze, con infinita lode e della ma- 
gnificenza di Cosimo, e della eccellente virtù di Michelozzo nell'archi- 
tettura. Fra gli altri Principi che furono alloggiati in detto palazzo a 
noi piace di ricordare Carlo Vili, perchè quivi ebbe luogo la magna- 



CAPITOLO VII 



81 



nima aziono di Pi(!r Ciipponi. Quando Cosimo andò in esilio, Michelozzo 
lo seguitò; e in Venezia, oltre che molti disegni e modelli di abita- 
zioni private e pubbliche, e varii ornamenti per gli amici di quello e 
per molti gentiluomini, fece por ordine e a spese di lui la libreria del 
monastero di San Giorgio Maggiore, luogo de' Monaci Neri di Santa Ju- 
stina; la quale libreria non solo fu finita di muraglia, di banchi, di 
legnami ed altri ornamenti, ma anche fornita di molti libri. E con questi 
suoi lavori, osserva il marchese Selvatico nei suoi Studj suir Architet- 
tura e Scultura in Venezia''^\ Michelozzo dovette esercitare una efficace 
influenza sull'arte veneziana del suo 
tempo, e non è impossibile eh' ei fosse 
il primo a dare idea di quello stile del 
rinascimento, in cui tanto valsero i 
Lombardi. 

Il tempo aveva già morso col suo 
dente le mura del Palazzo della Si- 
gnorìa, e prima, la parte superiore 
mostrava già d'aver bisogno di re- 
stauri. Una Provvisione del 27 otto- 
bre 1438 ordinava il restauro del bal- 
latoio, e l'anno dopo 1439 ai 24 di 
settembre, gli stessi Signori o Collegi, 
dettero commissione ai Priori e Gon- 
falonieri di giustizia di allogarlo, iuxta merlos per qualunque prezzo, 
purché non maggiore di lire cinque e soldi quindici per qualunque lastra 
doccia. Ecco l'allogazione formale che ne fecero, a Giovanni di Piero 
a forma della stessa scritta. 

€ Al Nome di Dio a dì 3 d'ottobre 1439. 

« Sia manifesto a qualunche persona vedrà o leggerà la presente 
« scripta facta a dì detto di sopra, che Giovanni di Piero lastraiuolo del 
« popolo di Sancta Maria Novella di Firenze promette e conviene a me 
« Becto d'Andrea Piovaneschi provveditore alla Camera dell'arme, rice- 
« vente pel magnifico popolo et comune di Firenze, di fare il lastrico 
« dei ballatoi del palagio fiorentino, che fia circa di braccia dugento an- 




82 PALAZZO VECCHIO 



« danti, che ogni braccio andante è braccia tre et tre quarti quadri, in 
« qeesto modo et forma: cioè promette di fare i lastroni di macigno della 
« cava di Frassinaia, che è degli Alexandri, di braccia tre et tre quarti 
« di lunghezza l'uno, et larghi di braccia uno, o da indi in su, et di 
« grossezza di uno sesto di braccio, o da indi in su, e lavorati e pic- 
« chiati come il lastrico vecchio che ora è in su detti ballatoi o meglio. 
« E oltre a questo promette di fare una doccia di sotto a' conventi di 
« detti lastroni, cioè per lo lungo di detti lastroni, di macigno, di lun- 
« gheza di braccia quatro l'uno o circa et larga uno quarto di braccio 
€ e grossa uno sexto di braccio o circa, et cavata due dita o circa. Il 
« quale lavorìo debbo porre a ogni sua spesa nel cortile del Capitano 
« del Popolo di Firenze per di qui a tutto il mese di febraio proximo 
« che viene. Et debbo avere di suo maestero et spesa, d'ogni braccio 
« andante, lire cinque, soldi quindici piccioli, cioè L. 5 s. 15 piccioli di 
« detti lastroni con dette doccio. Et così promette e obbligasi d'osservare 
« come di sopra è detto. Et bora al presente debbo avere in prestanza 
« lire dugento piccioli, cioè L. 200 piccioli, i quali si debbono poi scon- 
« tare nell'ultimo pagamento s'ara affare di detto lastrico; e acciò fare 
« obliga sé et suoi heredi et beni. Et per chiareza di ciò si soscriverà 
« di sua propria mano ». 

« Io Giovanni di Piero lastraiuolo alla Piazza de' Tornaquinci sono 
« contento a quanto in questa scripta si contiene, et per chiareza di 
« ciò mi sono soscripto di mia propria mano, anno e mese et dì sopra 
« scripto'''' ». 

E circa venti anni dopo che Michelozzo era tornato, accadde (e il 
racconto lo prendo dal Vasari di cui riferisco più che posso le parole, 
perchè mi riescirebbe difficile trovarne di più accomodate al bisogno), 
che il palazzo pubblico della Signorìa cominciò a minacciare rovina perchè 
alcune colonne del cortile pativano; fusse ciò perchè il troppo peso di 
sopra le caricasse, oppure il fondamento debole e bieco, e forse ancora 
perchè erano di pezzi mal commessi e mal murati: ma qualunque di ciò 
fusse la cagione, ne fu dato cura a Michelozzo ; il quale volentieri accettò 
r impresa. La qual cosa, cioè questa minaccia di rovina e così grande 
bisogno di rinnovamento o di restauro, dopo appena un secolo che il 



CAPITOLO VII 83 



Palazzo era fatto, potrebì)e anche, secondo quello che io penso, far cre- 
dere che a fare il cortile avessero lasciato in piedi almeno qualche parie 
di una antica loggia appartenente ad una delle case incorporate nel pa- 
lazzo, forse in quella de' Foraboschi che era la principale, e ciò potrebbe 
essere pure la cagione perchè la porta non si trova nel mezzo della fac- 
ciata. Troppo costerebbe il credere che chi architettò il palazzo, avesse 
poi nel cortile potuto far cosa in nulla accomodata a quello, e così poco 
durevole. Michelozzo dunque, riparò al pericolo del palazzo, e fece onore 
a sé ed a chi l' aveva favorito in fargli dare cotal carico, che si può 
credere essere stato lo stesso Cosimo, e rifondò e rifece le colonne in 
quel modo, dice il Vasari, che oggi stanno; avendo fatto prima una 
travata spessa di puntelli e di legni grossi per lo ritto, che reggevano 
le centine degli archi, le quali erano di pancone di noce, per le volte, 
che venivano del pari a reggere unitamente il peso che prima sostene- 
vano le colonne ; ed a poco a poco cavate quelle che erano in pezzi mal 
commessi, rimesse di nuovo l'altre di pezzi, lavorate con diligenza, in 
modo che non patì la fabbrica cosa alcuna, né mai ha mosso un pelo. 
E perché si riconoscessero le sue colonne dalle altre, ne fece alcune 
a otto facce in su' canti, con capitelli che hanno intagliate le foglie alla 
foggia moderna; ed altre tonde, le quali molto bene, diceva il Vasari, 
si riconoscono dalle vecchie che già vi fece Arnolfo. Tanto le colonne, 
quanto le volte e le pareti de' loggiati, furono, come mi avverrà di dire 
a suo luogo, abbellite con ornamenti di plastica e con pitture a fresco 
nel 1565, per le nozze del Principe Francesco dei Medici, poi secondo 
Granduca, con Giovanna d'Austria. Dopo per consiglio ed opera dello 
stesso Michelozzo per scaricare e alleggerire il peso delle mura che 
posavano sopra gli archi di quelle colonne, fu rifatto di nuovo tutto 
il cortile dagli archi in su, con un ordine di finestre, simili a quelle 
che per Cosimo aveva fatto nel cortile del palazzo de' Medici; e fece 
che si sgraffiasse a bozzi per le mura, per adornarle a compassi e gigli 
d' oro, come li descrisse il Vasari, e che vennero tolti nel 1809, in oc- 
casione di fare al cortile importanti risarcimenti, ordinati dal Governo 
francese, allora dominante in Toscana, al quale non piacque conservare 
quei gigli, che troppo si somigliavano allo stemma de' reali di Francia, 



84 PALAZZO VECCHIO 



e che inoltre rendevano ottuso il cortile stesso, a motivo del colore cupo 
che serviva ad essi di campo. Tutto ciò fece far Michelozzo con pre- 
stezza, riprendo le parole al Vasari, « facendo al diritto delle finestre di 
« detto cortile, nel secondo ordine, alcuni tondi che variassino dalle fine- 
« stre suddette, per dar lume alle stanze di mezzo che son sopra alle 
« prime, dov' è oggi la sala dei Dugento. Il terzo piano poi, dove abi- 
« tavano i Signori ed il Gonfaloniere, fece più ornato, spartendo in fila, 
« dalla parte di verso San Piero Scheraggio, alcune camere per i Si- 
« gnori, ed una maggiore per il Gonfaloniere, che tutte rispondevano in 
«un andito che aveva le finestre sopra il cortile. E di sopra fece un'altro 
« ordine di stanze comode per la famiglia del palazzo; in una delle quali, 
« dove è oggi (cioè al tempo in cui scriveva il Vasari) la Depositeria, 
« è ritratto ginocchioni dinanzi a una Nostra donna Carlo, figliuolo del 
« Re Ruberto, Duca di Calavria, di mano di Giotto '^'. Vi fece similmente 
« le camere de' donzelli, tavolaccini, trombetti, musici, pifferi, mazzieri, 
« comandatori ed araldi; e tutte le altre stanze che a un così fatto pa- 
« lazzo si richieggono®. Ordinò anco in cima del ballatoio una cornice 
« di pietre, che girava intorno al cortile ; ed appresso a quella, una con- 
« serva d' acqua che si ragunava quando pioveva, per far gittar fonti 
« posticce a certi tempi. Fece fare ancora Michelozzo l' acconcime della 
« cappella, dove s' ode la messa, ed appresso a quella molte stanze e 
«palchi ricchissimi, dipinti a gigli d' oro in campo azzurro; ed alle 
« stanze di sopra e di sotto di quel palazzo fece fare altri palchi, e ri- 
« coprire tutti i vecchi che vi erano stati fatti innanzi all'antica; ed 
« insomma gli diede tutta quella perfezione che a tanta fabbrica si con- 
« veniva. E l'acque de' pozzi fece che si conducevano insino sopra l'ul- 
« timo piano, e che con una ruota si attignevano più agevolmente che 
« non si fa per l'ordinario. A una cosa sola non potette l'ingegno di Mi- 
« chelozzo rimediare; cioè alla scala pubblica: perchè da principio fu male 
« intesa, posta in mal luogo, e fatta malagevole, erta e senza lumi, con 
« gli scaglioni di legno dal primo piano in su. S' affaticò nondimeno di 
« maniera, che all'entrata del cortile fece una salita di scaglioni tondi, 
« ed una porta con pilastri di pietra forte e con bellissimi capitelli in- 
« tagliati di sua mano ''", ed una cornice architravata, doppia con buon 




V 



CAPITOLO Vn 85 



« disegno, nel fregio della quale accomodò tutte l'arme del Comune; e, 
« che è più, fece tutte le scale di pietra forte insino al piano dove stava 
« la Signorìa, e le fortificò in cima ed a mezzo con due saracinesche 
« per i casi de' tumulti ; ed a sommo della scala, fece una porta che si 
« chiama la catena, dove stava del continuo un tavolaccino che apriva e 
« chiudeva, secondo che gli era commesso da chi governava. Riarmò la 
« torre del campanile, che era crepata per il peso di quella parte che 
« posa in falso, cioè sopra i beccatelli di verso piazza con cigne gran- 
« dissime di ferro. E finalmente bonificò e restaurò di maniera questo 
« palazzo, che ne fu da tutta la città commendato, e fatto, oltre agli 
« altri premii, di Collegio, il quale magistrato è in Firenze onorevole 

< molto ^"^ y> . 

Al gran lavorìo che si faceva nel Palazzo, con l'opera di Miche- 
lozzo, si riferiscono varie Provvisioni della fine del 1453 ab incamatione 
e il principiare del 1454. Ne riporto, in parte, alcune che non si leg- 
gono senza una certa curiosità, in specie per le notizie che si ricavano 
dai loro preaml)oli o si voglia dire considerandi. Si dovè incominciare 
con lo sgomberare le logge del cortile, ed a ciò si riferisce la Provvi- 
sione del 6 febbraio 1454 s. e. dalla quale traggo le seguenti parole: 
« Quoniam prò reducendo loca inferiora circa curiam palatii domino- 
* rum ad pristinam et originalem et antiquam formam cum qua con- 
« structa a principio fuerunt prò ornatu et pulcritudine et magnificentia 

< dicti palatii, ideo propterea sublata et destructa sunt vel destrui et re- 
« moveri oportet aliqua loca in quibus residebant aliqua officia Comunis 
« et prò aliquibus provideri et ordinari oportet ubi resideant ut sunt 
« Officium Pupillorum, Conservatorum legum et Regulatorum, et opus 
« esset habere aliquod assignamentum prò solvendo pensiones locorum 
« prò dictis ofl^itiis ecc. ». Il titolo che leggesi in margine è questo: 
« Floreni 60 auri prò anno solvantur de taxis prò pensionibus ofiiciorum 
« que erant in Palatio ». 

Quindi i Consigli vennero richiesti d'approvare i provvedimenti che 
si stimavano necessari a far sì che i lavori procedessero con regolarità 
e sollecitudine, però il 13 del detto mese — «Ad finem et effectum 
« quod Palatium ipsorum Dominorum consequatur eius reactationem et 



86 PALAZZO VECCHIO 



« habeat eius omatum in suis partibus inferioribus circa lodias ibidem 
« ordinatas infrascripta ordinare cupientes — provviderunt, ordinaverunt, 
« et deliberaverunt quod prefati magnifici et potentes domini, Domini 
« Priores Artium et Vexillifer Justitie Populi et Comunis predicti et due 
« partes eorum teneantur et debeant infra tres dies a die Consilii Co- 
« munis presentis proxime futuros eligere et deputare tres Operarios et 
« unum notarium, sine tamen aliquo salario eis vel alteri eorum per- 
« solvendo, qui teneantur et debeant attendere et sollicitare dictam rea- 
« ctationem Palatii predicti et provvidero de magistris et aliis propterea 
« opportunis secundum quod videbitur eis opportunum esse et videbitur 
« eis convenire prò efFectu predicto. Et quod Decem Balie et due partes 
« eorum solvant et solvere teneantur et debeant prò eorum stantiamen- 
« tum illam quantitatem et summam denariorum, quam ordinarent dicti 
« Operari ecc. ». 

Sì pensò anche ad abbellire ed arricchire il Palazzo internamente; 
ed ecco che si trova come: « Considerato defectu et penuria presentis 
« Palatii circa pannos darazza et circa gausape seu tovaglias, et argen- 
« tum seu vasa argentea, et quod multum condecens esset in hujusmodi 
« tali Palatio quod essent talia ornamenta et similia et tanto magis re- 
« quirentur quanto major est dominatio, attento quod in aliis pluribus 
« civitatibus inferioribus maiore, copia et apparatus predictarum rerum 
« invenitur et ut inveniatur pecunia et assignamentum ad providendam 
« predictis non videtur melior modus quam quod ex illis denaris qui re- 
« tinentur prò qualibet libra de solutionibus que fiunt stipendiariis assu- 
« mere illos duos denarios qui non sunt spetialiter ad aliquid » , deliberano 
che il Camarlingo de' Dieci di Balìa passi le dette ritenute al Camar- 
lingo della Camera delle Arme « Palatii fiorentini » fino alla somma 
di fiorini duemila d'oro, e questa si spenda « prò pannis d'arazo et dictis 
« tovaliis et pannis lineis aptis prò mensa dominationis et argento sive 
« vasis et suppellectilibus de argento et similibus et non in alias causas ». 
E questa Provvisione fu riaffbrzata con altra del 19 dello stesso mese. 

Fra i lavori d'abbellimento nell'interno del Palazzo, si dee notare 
anche il tabernacolo, messo a oro e dipinto da Neri di Bicci, fatto per 
la Sala dell' Udienza de' Signori, dove si custodivano ed esponevano le 



CAPITOLO Vn 87 



famose Pandette di Giustiniano, che i Pisani avevano portato da Amalfi 
tre secoli prima, per concessione di Lotario imperatore, e Gino Capponi 
recava in Firenze, la quale molto se ne tenne allora e poi onorata. Questo 
lavoro fu preso a fare da Neri di Bicci il 15 agosto del 1454, e ce ne 
lasciò scritto Egli stesso un ricordo, che noi trascriviamo dalli spogli dello 
Strozzi, nei quali si legge: Neri < piglia a dipingere e mettere a oro per 
« prezzo di f. 56 un tabernacolo di legname fatto all'antica, colonne da 
« lato, di sopra architrave, fregio, cornicione e frontone, e di sotto un 
« imbasamento messo tutto d'oro fine, e nel quadro di detto tabernacolo 
« fece un Moisè e quattro animali de' Vangelisti, e nel frontone S. Gio- 
« vanbattista, e intorno al detto Moisè e animali fece gigli d'oro, e drento 
« il quadro dipinto, il quale ha a stare dattorno a un armare dove stanno 
« le Pandette e un altro libro il quale venne da Gostantinopoli, e certe 
« altre solennissime cose del popolo di Firenze, e debbe stare nella Au- 
« dienza de' Signori ^"^ » . 



«) Op. cit., voi. I, 528. 

(2) Op. cit., voi. Il, pag. 432, 

(3) Venezia, 1847, in-8.° 

(*) Vedi Miscellanea fiorentina, anno i, n.* 8, pag. 121. 

(5) Al Ritratto fu dato di bianco. V. Vasari, i, pag. 389, n.' 4. 

C) Questi risarcimenti furono ordinati con deliberazione del 30 ottobre 1438, 29 gen- 
naio 1453, 9 maggio e 11 ottobre 1454: come si ha nel Gaye, voi. i, pag. 554, 560, 561, 562. 

C) Si vedono tuttavia in alcune sale magnifiche di questo palazzo (che oggi è resi- 
denza del Municipio) i ricchissimi palchi, de' quali ha parlalo poco sopra il Vasari; ma 
all'entrata del Cortile si cerca invano la porta coi pilastri di pietra forte e coi bellissimi 
capitelli intagliati da Michelozzo. 

(8) I sedici Gonfalonieri delle Compagnie, e i dodici Buonuominì, erano i due magistrali 
più ragguardevoli della cittù, dopo la Signoria. Si chiamavano Collegi, perchè, dice il Varchi, 
« mai da loro non si ragunavano, non possendo essi separatamente e da sé, né proporre 
nò vincere cosa alcuna, ma sempre insieme, e in compagnia de' Signori ». L'essere stato di 
collegio trasmetteva ne' figli e ne' nipoti il privilegio di poter esercitare i pubblici uffìzi. 

(9) Spogli dello Strozzi, a carte 17. 




CAPITOLO Vili. 



Come Baldaccio d'Anghiari fosse morto e venisse gettato 
da una delle finestre del Palazzo dei Signori. 



ALDACCIO d'Anghiari, era « uomo, 
« dice il Machiavelli ^^\ in guerra ec- 
« cellentissimo, perchè in quelli tempi 
« non era alcuno in Italia, che di virtù 
« di corpo e d' animo lo superasse ; 

< ed aveva tra le fanterie (perchè di 
« quelle sempre era stato capo) tanta 
«( riputazione, ch'ogni uomo stimava 

< che con quello in ogni impresa e ad 
« ogni sua volontà conveiTcbbero ». 
Nell'anno 1441 viveva egli in Fi- 
renze, sendo ai servigi della Repubblica; era amicissimo di Neri di Gino 
Capponi, la cui reputazione era andata sempre crescendo, principalmente 
per la memoria delle vittorie sue, avendo egli e.spugnata Pisa, e di quelle 
del Padre, il quale aveva vinto Niccolò Piccinino ad Anghiari. Per la 
qual cosa lo stesso Cosimo de' Medici e tutti gli amici suoi, che allora 
stavano in alto nello stato, molto temevano Baldaccio; e il sospetto 




90 PALAZZO VECCHIO 



andava crescendo assaissimo, appunto per l'amicizia che al Capponi lo 
legava. E giudicando, riprende a dire il Machiavelli, che di queste cose 
s' intendeva, che fosse il lasciarlo, pericoloso, ed il tenerlo pericolosissimo, 
deliberarono di spegnerlo. 

Pei mesi di settembre e di ottobre di quell' anno fu tratto la seconda 
volta Gonfaloniere di giustizia Bartolommeo Orlandini, svisceratissimo 
de' Medici, e il quale aveva anche ad odiare Baldaccio ragioni proprie, 
essendo stato da lui, ed a voce e con lettere, molto vituperato, quando 
per viltà, fuggendo, aperse il passo di Marradi al Piccinino che veniva 
contro Firenze e potè di là entrare in Mugello e scorrere liberamente 
fino ai poggi di Fiesole, 

Che r Orlandini desiderasse la morte di Baldaccio, pensando in tal 
modo di cancellare l' infamia delle sue colpe, o almeno la memoria di 
quelle, è facile congetturare, e sappiamo dallo stesso Machiavelli '^' che 
« questo desiderio di messer Bartolommeo era dagli altri cittadini cono- 
« scinto, tanto che senza molta fatica che dovesse spegnere quello gli 
« persuasero, e a un tratto sé della ingiuria vendicasse, e lo stato da 
« un uomo liberasse, che bisognava con pericolo nutrirlo, o licenziarlo 
« con danno. » E in verità nulla è più facile che persuadere un uomo 
a fare ciò che a lui sta più nel desiderio di veder fatto; e convin- 
cerlo di cosa, della quale sia innanzi persuaso. Ai 6 di settembre, soli 
cinque giorni da che l' Orlandini era in ufficio, capitando, come soleva 
fare ogni giorno, Baldaccio in sulla piazza, il Gonfaloniere lo fé chia- 
mare su in Palazzo. Baldaccio senza alcun sospetto ubbidì, e come fu 
nelle camere del Gonfaloniere, questi gli si fece incontro e il trasse a 
passeggiare su e giù per un andito, ragionando della sua condotta. A un 
certo punto, fatto da lui un cenno combinato, uscirono da una camera, 
dove erano stati nascosti, alcuni soldati, che l' Orlandini aveva fatti ve- 
nire, e questi con molte ferite uccisero Baldaccio. E come fu morto lo 
gettarono dalla finestra che dava in Dogana, e quivi per ordine mandato 
al Capitano gli fu mozzata la testa; e dopo la morte fatto ribelle e gli 
averi suoi messi alla Camera. 

Questa tragedia che si compì tra le mura del Palazzo de' Signori, 
è raccontata anche da un tal Francesco di Tommaso Giovanni, il quale 



CAPITOLO Vili 9i 



sedeva allora tra i Priori, e ne fu uno de' principali attori. Egli ne scrive 
in un libro di ricordanze domestiche, che un tempo posseduto da Carlo 
Strozzi, passò con le carte di lui al nostro Archivio di Stato. Questo 
Francesco comincia a dire quanto più di male poteva di Baldaccio, e in 
quanto a questo la materia non gli doveva fare difetto ; e come per salute 
della Repubblica fosse deciso di levarlo di mezzo, e s'intendessero, su in 
Palazzo, tra loro, il che fu la sera del giorno innanzi; e poi raccontando 
l'uccisione quasi da far credere che anche un po' di colpa ce l'avesse lo 
stesso Baldaccio, il quale voleva difendersi e dare allo stesso Gonfaloniere. 
Ma può non essere senza una certa curiosità riportare le parole stesse di 
queste ricordanze. « Martedì sera a dì 5 detto (settembre 1441), essendo 
€ dopo cena nell'audienza, tutti, eccetto Caute (Compagni, uno de' Priori), 
« sotto coperte parole, ciascuno a voce consentì di fare qualunque cosa pa- 
« ressi al Gonfaloniere; e gli accenni contro Baldaccio furono apertissimi, 
« non però che per nome si dicessi, perchè detto dì molti di noi ave- 
< vano detto di fare et dire di lui per modo che chiaro s'intendesse per 
« tutti. Dipoi mercoledì, a dì 6, avendo ordinato il cavaliere et otto fanti 
« del capitano di Firenze e racchiuseli in camera mia, el Gonfaloniere 
« mandò per detto Baldaccio ch'era in piazza e dopo circa un'ora lui 
« venne, et essendo nell'andito fra le camere soli, lui e'I Gonfaloniere, 
« facemmo venire la famiglia in saletta, et io mi stavo a capo dell' an- 
« dito fìngendo di leggere lettere; e quando il Gonfaloniere mi accennò 
« et io accennai la famiglia, e subito lo gittorno in terra per legarlo 
« come gli avevo imposto. Hora volendo Baldaccio con un trafiere che 
« avea difendersi e dare al Gonfaloniere e fedendo un famiglio, pertanto 
« gli altri per difendersi fedirono lui, e per detto del Gonfaloniere subito 
« lo gittorno nella corte del Capitano, e dipoi se gli fé' tagliare il capo 
« in su la porta. Dimostrò tutto il popolo essere contentissimo e lodava 
« il fatto: dipoi perchè dispiacque ad alcuni si disse il contrario: infine 
« poi si conosce essere stata perfetta opera. Vincemmo poi pe' consigli 
« che di detta faccenda non si possa mai cognoscere per ricetto di quelli 
« vi si trovorno ^'^ » . 

Pare che tra coloro a cui dispiacque tal cosa fosse Papa Eugenio IV 
che trovavasi in Firenze, il quale aveva condotto al suo soldo Baldaccio 



92 PALAZZO VECCHIO — CAPITOLO VEI 



il giorno innanzi che fosse ucciso, e la Signorìa gli mandò, per pla- 
carlo, Giannozzo Manetti, il quale adempì la sua commissione con molta 
destrezza, ma non così che il Papa non rimanesse di mala voglia nella 
città, da cui si partì non amico, appena le condizioni dello Stato eccle- 
siastico glielo concessero. Giannozzo Manetti era uomo probo ed in let- 
tere di molta fama, di lui abbiamo la vita scritta da Vespasiano da Bi- 
sticci, cartolaro, a cui molto devono le lettere nostre e molto la storia. 
Morto Baldaccio lasciava di sé la moglie Annalena dei Malatesti 
ed un piccolo figliuolo Guido Antonio, il quale per una terribile infer- 
mità venne dopo poco tempo anch' esso a morte. L'Annalena rimasta 
vedova e senza figliuoli, virtuosa donna, si dette tutta al Signore e fece 
della casa sua un monastero, dove insieme con altre nobili donne di 
Firenze, visse santamente. In esso monastero si raccoglievano sotto la 
regola del terzo ordine di San Domenico vedove e fanciulle che, stanche 
addolarate, dalla terra miravano al cielo. Ma le porte di quel mona- 
stero si aprirono talvolta anche a maschi per scamparli dalle persecuzioni 
dal tradimento : ed infatti ivi fu salvato Giovanni de' Medici, infante 
d'anni sei, nel 1494, il quale vi fu fatto entrare vestito da femmina e 
accompagnato da alcune donne di suo servizio, e vi si trattenne 8 mesi. 
Egli fu padre di Cosimo I, però si disse essersi in lui salvata la stirpe 
medicea; e più tardi, nel 1527, vi si rifugiò Tommaso Sederini, e vi fu 
rispettosamente accolto quale uomo autorevole e grave. Le case dell' An- 
nalena, cioè l'antico monastero, che erano oltrarno, soppresse le corpora- 
zioni religiose, furono vendute a un tal Luigi Gargani il 14 gennaio 1813 
il quale vi fabbricò il teatro che oggi si noma da Carlo Goldoni. 



(*) Opere di Niccolò Machiavelli, Cittadino e Segretario Fiorentino, mdccxcvi. 
Tom. Il, pag. 191. 

<2) Ivi, pag. 192. 

(3) Vedi Archivio Storico, tomo iii, pag. 143, anno 1866. 




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CAPITOLO IX. 



Nuovi lavori che si fanno nel Palazzo della Sigtiotria. 



A Signorìa soleva tenere le sue adu- 
nanze nella sala che appunto per 
|;^{ questo era detta l'Udienza, e che 
j poi servì per il Consiglio instituito 
j nel 1411, e che era detto del Du- 
i gento, perchè si componeva di du- 
gento cittadini, senza del quale non 
si potesse far guerra, né cavalcata 
fuori del dominio, non fare leghe né 
confederazioni, non tenere stipendiati 



quecento tra balestrieri e palvesarl, non pigliare in nome del Comune 
terra o fortezza, e non ricevere alcuno in accomandigia e protezione. Ma 
nel 1452 si trovò essere tale sala ristretta, per la maggior gente che vi 
conveniva, essendo cresciuta la popolazione fiorentina, ed essendo stati 
fatti abili a concorrere al Governo, cioè ad entrare nel Consiglio Grande, 
i cittadini d'ogni condizione, mediante l'ammissione di tutte le Arti. Allora 
pensarono a far costruire una sala più vasta; l'Ammirato nella sua storia 



13 



94 



PALAZZO VECCHIO 



dice: « Sotto il gonfalonierato di Francesco Orlandi, per onor pubblico si 
« vìnse, che una Sala grande per lo Consiglio far si dovesse, conosciuto 
« per isperienza, che dopo la venuta di tanti cittadini, i quali di Venezia 
« e di Napoli erano stati cacciati, quel luogo ove prima ragunar si sole- 
re vano, non era di tante genti capevole ». Ma se il disegno di tale sala 
vuoisi riportare al detto anno, 1452, certo è che la costruzione devesi 
riportare a molto più tardi. Del 1469, ai 20 di aprile, è una provvisione, 
che si riferisce a tali lavori: un ebreo doveva la somma di fiorini 2300 
la quale per una provvisione del 3 ottobre 1468 era tenuto pagare al 
Monte, ora per questa dell'aprile fu provveduto, perchè tal somma venisse 
erogata appunto nell' acconciare il Palagio de' Signori, nel fare la nuova 
sala del Consiglio, ed inoltre una sala grande nel piano di sopra ed una 
Audienza. Tale provvisione diceva: « desiderando acconciare il palagio 
« della habitazione d'essi magnifici et excelsi Signori, in quello modo che 
« sia degno all' onore di tutto questo popolo, et questo assegnamento (cioè 
« la somma dovuta dall' ebreo Jsach) potere dare a tale opera buono prin- 
« cipio et potersi presto cominciare ad operare. 

« Deliberano che detti fiorini duemila trecento larghi che restano a 
« pagarsi per detto Jsahac a detto Monte in anni quattro, come per la 
« sopraddetta provvisione fu provveduto, s' intendano ne' medesimi tempi 
« et termini co' quali e come s' hanno a pagare al Monte, essere assegnati 
€ et dover pagarsi al Camarlingo o vero Depositario degli Operai della 
« muraglia del Palagio dei nostri magnifici Signori et non ad altri, per 
« l'opera della Sala del Consiglio et per la Sala grande di sopra et per 
« la Audientia del detto Palagio ; el quale Camarlingo o vero Depositario 
< che pe' tempi sarà, sia tenuto ed obbligato pagare, ecc. Et a ciò che 
<c si pigli migliore forma et facciasi più degna opera, si provede che in- 
« nanzi si cominci alcuno de' sopradetti acconcimi, che gli Operai del 
« Palagio predetto siano tenuti, in una volta o più, trovare il modo et 
« la forma di tali acconcimi delle due sale et Audientia predetta, et 
« debbansi examinare pei Signori et Collegi che pe' tempi saranno et 
« quello quelli modi et forme che così saranno trovate et examinate, 
«e seguitando prima l' approvatione per partito de' detti Signori e Collegi, 
« delle due parti di loro, si possino et debbino principiare et seguire, 



CAPITOLO IX 95 



« et altro modo o forma principiare o fare non si possa, nò per altro fare 
« alcuna spesa o pagamento del sopradetto assegnamento et quello che 
« altrimenti si facesse non vaglia. Et non si facendo detta chiarigione 
« pei Signori et Collegi del modo dell' acconciare la detta somma di fiorini 
« dumila trecento larghi si ritorni al Monte, et il Camarlingo di detta 
« nmraglia gli abbi a rendere al Camarlingo del Monte ». Però ai 10 mag- 
gio dello stesso anno, questi duemila trecento fiorini larghi venivano in- 
vece vólti a riparare le mura della cittadella e terra di Castrocaro. Per 
la qual cosa ai 17 agosto si faceva un' altra Provvisione, per volgere altre 
e diverse somme all'opera tralasciata « considerando, essa diceva, i nostri 
« Magnifici et Excelsi Signori, Signori Priori di Libertà e Gonfalonieri 
* di giustizia, quanto tempo è che s'ordinò che la Sala del Consiglio 
« et quella di sopra nel Palagio de' Magnifici Signori, si dovesse accon- 
« ciare et ornare in quello modo che paressi conveniente allò honore di 
« questa città, et che molte volte vi s' è disegnato vari assegnamenti et 
« poi per i bisogni occorrenti al vostro Comune si sono mutati e volti 
« a luoghi et a cose più necessarie, et parendo conveniente qualche volta 
« dare principio, però si provvede che per tempo d'anni due, da comin- 
« ciare a dì primo di settembre proximo futuro, s'intenda essere e sia as- 
« segnato, ect. » : e qui seguono le descrizioni delle varie somme su le 
•entrate del Comune che si destinavano a tale lavorio. Ma passarono i due 
anni prefissi e sempre si discorreva di rifare le dette sale, come si rileva 
da altra Deliberazione dei Signori e Collegi, presa ai 12 giugno del 1472, 
che dice: « deliberaverunt quod die S. Johannis que erit die 25 presentis 
« mensis Junii per magistros ad hoc deputatos debeant destrui sala magna 
« et audientia Dominorum Palatii, ad hoc ut reficiatur de novo, prout 
« iam est ordinatum ^^^ >. E quali fossero i maestri deputati a disfare e 
rifare le nominate due sale si rileva da uno stanziamento del 29 decem- 
bre 1475, per il quale si ordinava fossero pagati Giuliano di Nardo da 
Maiano e Francesco di Giovanni alias Francione appunto per questi la- 
vori. Il Vasari atti'ibuisce l'opera che s'andava a rifare, a Benedetto da 
Maiano, almeno il palco della sala del Consiglio. Ecco le parole con che 
ne discorre nella Vita di questo scultore e architetto, fiorito tra il 1412 
e il 1197 '2'. 



96 PALAZZO VECCHIO 



€ Quanto all'architettura, egli dice, ancorché mettesse mano a poche 
« cose, in quelle nondimeno non dimostrò manco giudizio eh© nella scul- 
€ tura; e massimamente in tre palchi di grandissima spesa, che d'ordine 
« e col consiglio suo furono fatti nel Palazzo della Signorìa di Firenze. 
€ Il primo fu il palco della sala che oggi si dice de'Dugento; sopra la 
« quale avendosi a fare non una sala simile ma due stanze, cioè una 
« sala ed una udienza, (ciò potrebbe far credere che questi lavori non 
fossero quelli già stanziati e commessi a Giuliano da Maiano ed al Fran- 
cione), € e per conseguente avendosi a fare un muro non mica leggieri 
« del tutto, e dentrovi una porta di marmo, ma di ragionevole gros- 
se sezza: non bisognò manco ingegno o giudizio di quello che aveva Be- 
« nedetto, a fare un'opera così fatta. Benedetto, adunque, per non dimi- 
se nuire la detta sala, e dividere nondimeno il disopra in due, fece a questo 
« modo. Sopra un legno grosso un braccio, e lungo quanto la larghezza 
« della sala, ne commesse un altro di due pezzi; di maniera che con la 
« grossezza sua alzava due terzi di braccio; e negli estremi ambidue 
« benissimo confitti ed incatenati insieme facevano accanto al muro cia- 
« scuna testa alta due braccia, e le dette due teste erano intaccate a 
« ugna, in modo che vi sì potesse impostare un arco di mattoni doppi, 
« grosso un mezzo braccio, appoggiatolo nei fianchi ai muri principali. 
<c Questi due legni adunque erano con alcune incastrature a guisa di denti 
« in modo con buone spranghe di ferro uniti ed incatenati insieme che 
« di due legni venivano ad essere uno solo. Oltreciò, avendo fatto il 
€ detto arco, acciò le dette travi del palco non avessero a reggere se non 
« il muro dell'arco in giù, e l'arco tutto il rimanente, appiccò dav- 

< vantaggio al detto arco due grandi staffe di ferro, che, inchiodate ga- 
« gliardamente nelle dette travi da basso, le reggevano e reggono di 
€ maniera, che, quando per loro medesime non bastasseno, sarebbe atto 

< l'arco (mediante le dette catene stesse che abbracciano il trave, e sono 
« due, una di qua e una di là dalla porta di marmo) a reggere molto 
« maggior peso che non è quello del detto muro, che è di mattoni e 
« grosso un mezzo braccio: e non dimeno fece lavorare nel detto muro 
€ i mattoni per coltello e centinato, che veniva a pigner ne' canti, dove 
« era il sodo, e rimanere più stabile. Ed in questa maniera, mediante 



CAPITOLO IX 



97 



Ci i'iiJ 



« il buon giudizio di Itenedetto, rimase la detta sala de* Dugento nella 
« sua grandezza; e sopra, nel medesimo spazio con un tramezzo di muro 
€ vi si fece la sala che si dice dell'Orinolo, e l'Udienza dov'è dipinto 
«■ il trionfo di Camillo, di mano del Salviati, Il soffittato del qual palco 
« fu riccamente lavorato e intagliato da Marco del Tasso, Domenico e 
« Giuliano, suoi fratelli, che fece similmente quello della sala dell'Orinolo 
« e quello dell'Udienza. E perchè la detta porta di marmo fu da Be- 
« nedetto fatta doppia, sopra l'arco della porta di dentro, avendo già 
« detto del di fuori, fece una Giusti- 
« zia di marmo a sedere, con la palla 
« del mondo in una mano, e nell'altra 
« una spada, con lettere intomo al- 
« l'arco che dicono: dilù/ite jiistitiam 
« quijudicatis terram. La quale tutta 
« opera fu condotta con maravigliosa 
« diligenza ed artifizio ». 

Riprendendo il filo del nostro 
discorso su la scorta dei documenti, 
troviamo che nel luglio del 1475 gli 
Operai del Palagio : considerando che 
i Maestri che fecero i palchi e gli al- 
tri ornamenti del Palazzo domanda- 
vano dei loro lavori più di quello che 
è conveniente ed onesto, elessero per 

stimare detti lavori quattro maestri: Zanobi di Domenico legnaiuolo; Cri- 
stoforo di Tommaso; Leonardo di Miniato, legnaiolo; Domenico di Dome- 
nico da Prato, legnaiuolo. I quali però (accadeva anche allora), non si 
trovarono d'accordo, e ciascuno fece una scritta da sé. Quella di Domenico 
da Prato venne accettata il 29 d' agosto, concordando in essa anco i 
Maestri che avevano eseguiti i lavori. Secondo tale scritta, o stima che 
si voglia dire, e la misura fattane, la somma di tutti i lavori, ascende 
a Lire 17519, 11, 9. La porta di fuori, o se si vuole il Iato di fuori 
della detta porta dell'Udienza, era maraviglioso lavoro, il solo veramente 
che fosse fatto da Benedetto in compagnia di suo fratello, dove fece al- 




/ 



98 PALAZZO VECCHIO 



cuni fanciulli che con le braccia reggono certi festoni, bellissimi a vedere, 
e nel mezzo la figura d'un San Giovanni giovanetto, di due braccia, la 
quale era tenuta cosa singolare, E questo lavoro, secondo un'avvertenza 
di Gaetano Milanesi, nelle sue note al Vasari ^^\ doveva essere finito nel 
1481, perchè si trova che essi in quest'anno ne furono pagati. Però fino 
dal 29 febbraio 1475 (s. e. 1476) erano stanziati fiorini trenta a Giuliano 
da Maiano « prò marmore empto et parte facture hosti audientie domina- 
le tionis >; ai 24 fabbraio del 1476 (s. e. 1477) si stanziano fiorini tre lar- 
ghi da pagarsi a Piero di I^orenzo pittore « prò uno petio rotundo porfidi 
€ ab eo habito prò ianuis et porta audientie dominorum >. E intanto si 
faceva anche il fregio della sala nuova. I putti de' quali si parla dal 
Vasari nella detta porta non vi si veggono più, né sappiamo dire dove 
siano. La statuetta, tolta di lì nel 1781, fu portata nella Galleria degli 
Ufiìzi, dove fu attribuita a Donatello, fino a che il Direttore signor Mon- 
talvo non la riconobbe per quella di Benedetto da Maiano. Oggi è esposta 
nel Museo Nazionale, nel Palazzo che era del Potestà. Il Vasari attri- 
buisce a Benedetto anche gli sporti di legno che chiudevano quella porta, 
dove con legni commessi erano ritratti da uno dei lati in figura Dante 
Alighieri, e dall'altro Francesco Petrarca; ma si sa dagli stanziamenti 
degli operai del Palazzo, pubblicati la prima volta dal Gaye, come queste 
imposte di legname intarsiate furono finite nel 1480 da Giuliano da Ma- 
iano, e dal Francione, dai quali stanziamenti non apparisce che Benedetto 
vi abbia avuto mano. 

Da altri stanziamenti si ricava, come nello stesso tempo, Andrea 
di Michele del Verrocchio facesse la saldatura del candelabro di bronzo 
che era nella Cappella dell'Udienza; come Giovanni Battiloro e Barto- 
lommeo di Antonio mettessero ad oro la parte intema della porta della 
Udienza e le finestre della sala del Consiglio; come finalmente il Fran- 
cione, Benedetto di Luca, legnaiuoli, facessero le panche o panconi e della 
sala d' Udienza e d' altre camere del Palazzo, e Benedetto da Maiano 
altri lavori in marmo nella detta sala. Le quali notizie si ricavano da 
certe provvisioni e stanziamenti messi in luce dal Gaye^*^: « mcccclxxx. 
« 20 Aprii. « Operarli opere palati! ect. deliberaverunt quod notificetur 
« Juliano Nardi de Maiano et Francisco Joannis, alias il Francione, le- 



CAPITOLO IX 99 



« gnaiuoli qui faciunt portam legnaminis audientie super sala dominorum, 
« si per quatuor dies ante festivitatem Sci. Joannis non posuerint et non 
« perfecerint dictam portam, ut dictum est, dicti Operarii post lapsum 
« dictum tempus nolunt teneri ad accipiendam, » D. D. « Andree Michaelis 
« Verrocchi flor. tres larghos, sunt prò saldatura candelabri bronzi, quod 
« stat in cappella audientie dominorum ». 28 Novembr. « Joanni Antonii, 
€ battiloro, lib. 34, sunt prò 1100 pezzi auri misit e parte interiori ianue 

< audientie et ad fenestras aule consilii, Bartotolomeo Antonii, aurifici, 
« libr. 30 s. 16, sunt prò ramina et due pille (sic) inaurate prò ianua 
« audientie. Clementi Laurentii^*^ pittori libr. 20 sunt prò eius labore 
« mittendi dictum aurum et picture ». 8 Decbr. « Francisco Joannis, alias 
« Francione, et sociis lignaiuolis, libr. 40 s. 15, sunt prò quatuor panchis, 
« quae fecit prò aula consilii ». 9 Decbr. * Juliano Nardi ect. et sociis, li- 
« gnaiuolis, libr. 400, sunt prò costu (sic) et magisterio medietatis ianue 
<c legnaminis audientie dominationis. Francisco Joannis, alias Francione, et 
« sociis libr. 400 prò eodem labore. Benedicto Luce, legnaiuolo, libr. 125 
« sunt prò costu et manifattura panche, quaì raanet in curia cammini 
« farailiae dominorum ». 21 Decbr. « Benedicto Nardi de Maiano, schar- 

< pellatori, libr. 419 s. 12, sunt prò parte libr. 1450 prò ianua marmi 

< intus et extra audientie dominorum, et hostii necessarii, et buche se- 
« greti aule consilii defalchato marmore palatii » . 

La porta di legname, nella quale, come è detto, erano ritratte le 
figure dell'Alighieri e del Petrarca, essendo alquanto guasta, ai nostri 
giorni venne restituita a tutta la sua bellezza dai fratelli Falcini stipettai. 
Dante tiene aperto il libro della Divina Commedia, accennando colla 
destra il primo verso della prima cantica; il Petrarca è in atto di mo- 
strare il suo Canzoniere. Sotto ciascuna di essi, pure di tarsia, sono i 
libri da loro composti. Questo è il dinanzi degli usciali, nell'altra parte 
v' hanno ornati di varie maniere. 

Dal Vasari si parla della sala dell' Orinolo, una delle due fabbricate 
da Benedetto da Maiano sopra quella detta dei Dugento; ora è a dire 
come in essa veramente i Signori avessero un orologio, dal quale le 
venne il nome, oltre quello la cui mostra era al pubblico nella magnifica 
torre. Si sa che in Palazzo era un regolatore o come dicevano un tem- 



100 PALAZZO VECCHIO 



peratore dell'orologio pubblico o maestro, al quale ofRcio, venuto a morte 
un tal Carlo di Marmocchio che lo ricopriva, fu nominato con provvi- 
sione del 17 giugno 1499 Lorenzo di Benvenuto della Volpaia^^\ il quale 
però pare che fosse stato in Palazzo, forse come aiuto di Carlo del Mar- 
mocchio, negli anni dal 1490 al 1494 ^'^ 

Poi nel 1500 egli rifece l'orologio di palazzo, e vi rimase a tem- 
perarlo o regolarlo fino al 1511. Lorenzo della Volpaia fu meccanico ed 
ingegnere eccellentissimo, e nel comporre orologi non ebbe chi lo supe- 
rasse. Egli avea composto nel 1484 per Lorenzo de' Medici un maravi- 
glioso orologio, che più propriamente si dovea chiamare un planisfero, 
nel quale erano rappresentati il sole, i pianeti e la luna, con i loro mo- 
vimenti, le fasi e le ecclissi. Questo planisfero, avverte il Milanesi, non 
è da confondere, come è stato fatto, coli' orologio che è oggi nel Museo 
di Fisica e Storia Naturale; il quale è lavoro diverso e posteriore d'un 
secolo. E poi è da credere che questo planisfero od orologio che si vo- 
lesse dire, probabilmente, come quello che era fatto per liOrenzo de' Me- 
dici, non fu portato in Palazzo che quando questo divenne residenza dei 
Medici fatti Duchi. Lorenzo della Volpaia fu dal 1497 al 1499 tempe- 
rato re anche dell'orologio di Santa Maria del Fiore, e dell'altro che era 
nella torre del Saggio, in Mercato Nuovo, rifatto da lui nel 1511, un anno 
prima che egli morisse. Dell'orologio fatto da Lorenzo della Volpaia, 
parla il Cellini nel suo libro dell' Oreficeria, dove dice che rappresentava 
il moto de' sette pianeti fatti in forma dell' arme dei Medici ; e ne fece 
una minuta ed elegante descrizione Agnolo Poliziano nell'epistola viii, 
del libro iv, scritta da Fiesole a Francesco della Casa, il dì 8 d'agosto 
del 1481. Il Vasari, il quale nel lodare non solamente si compiace sem- 
pre, ma corre talvolta anche con la fantasia, parlando di quest' orologio 
di Lorenzo della Volpaia, nella vita di Alesso Baldovinetti, dice essere 
cosa rara, e la prima che fusse mai fatta di questa maniera; ma nel- 
l'opera dell'abate Cancellieri, sui Campanili e sugli Orologi, stampata 
in Roma nel 1806, è fatta menzione oltre che di quello, pure a ruote, 
del campanile di Sant'Eustorgio di Milano, del quale parla il Fiamma 
nella sua Cronaca all'anno 1306, di un altro mirabile orologio fabbricato 
nel 1344, in Pavia, da Giovanni Dondi, insigne medico e matematico 



CAPITOLO IX 101 



padovano. Esso fu descritto da Michele Savonarola nel suo libro De Carir- 
dibus Fatavi (in Muratori Rer. Ital. Scriptures xxiv, 1163), e da un 
contemporaneo e amico del Dondi, Filippo de Mazières, il quale così si 
esprime: « In questo strumento era il moto del sole, delle costellazioni e 
€ dei pianeti, co' loro cerchi, epicicli e distanze, con moltiplicazione di 
« ruote senza numero, con tutte le loro parti; e ciascun pianeta fa il suo 
« particolare movimento > . Giovanni Dondi fu anche amico del Petrarca, 
il quale nel testamento gli fece un legato di cinquanta ducati d'oro, con 
queste parole : « Magistrum Joannem Dundis physicum, astronomorum 
« facile principem, dictum ab Horologio propter illud admirandum Pla- 
« netarii opus ab eo confectum, quod vulgus ignotum Horologium esse 
« arbitratur ». Doveva essere una macchina presso a poco uguale a quella 
di Lorenzo della Volpaia, la quale pure era chiamata un orologio. 



(<) Il libro delle deliberazioni de' Signori in Ufficio nel maggio e giugno 4472, non 
si trova nell'Archivio, e questa provvisione citiamo dallo Strozziano M. e. 246. 
(2) Op. cit. voi. Ili, pag. 340. 
(3> Op. cit. voi. Ili, pag. 335, n. 4. 
<*) Gaye, Op. cit. voi. I, pag. 575. 

(5) Rosselli. 

(6) Gaye, voi. pag. 589. xvii Junii mccccxcix. Elegerunt et deputaverunt magystnim 
Laurentium Benvenuti de Volpaia, magistrum orologorura, ad temperandum et mantenen- 
dum ordinatum et temperatum sonantem et andantem ordinatum orologium palatii popuii 
florent. ed dominorum florent. de die in diem, loco Caroli Marmocchi. 

<■') Vasari, Op. cit. voi. ii, pag. 593. 




tt 




CAPITOLO X. 



La Congiura dei Pazzi. 



m rj--r-*v s' 



iiim 



AMIGLIA che per antichità ed anche 
per ricchezza potea gareggiare con 
quella de' Medici, erano i Pazzi. An- 
drea aveva alloggiato nelle sue case 
Renato d'Angiò, e gli era stato amico. 
E di questo Andrea restava, terzo 
figliuolo, Jacopo ricchissimo, il quale 
era stato fatu) dal popolo cavaliere; 
ma però non godeva buona fama per 
essere molto dedito al giuoco e al be- 
stemmiare. I Pazzi, come altri grandi, 
erano tenuti dai Medici e da' loro aderenti, lontani dagli uffici pubblici, 
per timore che essi se ne facessero scala a salire troppo in alto ed arme 
ad offendere troppo; nemmeno gli avevano quei riguardi che essi cre- 
devano di meritare. Una volta il Magistrato degli Otto costrinse a tor- 
nare a Firenze Francesco de' Pazzi, che in Roma faceva molto buoni 
affari, e teneva in Corte di Roma l'ufficio di Tesoriere che era stato una 
volta dei Medici, i quali lo perdettero nei primi sdegni del Papa con- 




104 PALAZZO VECCHIO 



tro di loro. Per una legge che ì cugini maschi metteva innanzi nella 
successione alle sorelle, i Pazzi furono privati d'una ricca eredità, che 
andò a cadere nella casa dei Borromei aderenti a quella Medici; ed 
era la eredità di Giovanni Borromei ricchissimo, la cui figliuola unica 
era andata in moglie di un Giovanni de' Pazzi. Così gli odii fra le due 
famiglie nascevano e si facevano ogni giorno più potenti, e ne' Pazzi 
venne e crebbe il pensiero di farsi contro i Medici per tante ingiurie 
vendetta, privandoli della vita se non potevano della fortuna e della 
autorità. Avevano con loro Sisto IV, e Francesco Salviati, arcivescovo 
di Pisa, nominato dal Papa contro la volontà di Lorenzo dei Medici, 
e che viveva tuttavia in Roma, essendo, dice di lui la storia, tra quei 
Prelati ai quali piaceva più lo stare in Corte che alla diocesi, e che non 
voleano del vescovado che il benefizio ; ambiziosissimo com' egli era, il 
grado ecclesiastico pareagli essere mantello e usbergo a più arrischiare. 
Fra lui e il conte Girolamo Riario e Francesco de' Pazzi furono nel 1477 
i primi discorsi della congiura che dovea mutare lo Stato in Firenze ed 
abbattere i Medici. E mandarono in Firenze Giovanni Battista da Mon- 
tesecco, soldato, perchè tutto ei comunicasse a Jacopo Pazzi, e ne tirasse 
l'animo a loro, troppo ciò importando alla cosa, per essere egli il capo 
deUa famiglia e ricchissimo. E dopo che il Montesecco fu venuto, il che 
fu nel 1478, ed ebbe piegato alla congiura Jacopo, e strettene le fila con 
tutta la Casa de' Pazzi, Francesco e l' arcivescovo Salviati vennero da 
Roma a Firenze. Era quello il tempo di agire, e fu convenuto di ammaz- 
zare i due fratelli Giuliano e Lorenzo de' Medici al medesimo istante, e 
coglierli, se fosse stato possibile, lontani tra loro così che l' uno non po- 
tesse soccorrere l'altro. Ma il luogo ed U modo furono difficili a trovare, 
non ostante che i due giovani, poco o punto temendo di sé, non usas- 
sero di guardarsi, e si piacessero di praticare alla libera con gli altri gio- 
vani, e per le vie di Firenze e per le case de' signori senza nessun sospetto 
andassero e praticassero. In quel tempo venne in Firenze Raffaello Riario, 
nipote a Girolamo, che non aveva ancora venti anni ed essendo a studio a 
Pisa, fu fatto dal Papa cardinale, e nominato Legato a Perugia. La sua 
venuta fu occasione di feste e conviti ai quali si sarebbero pur dovuti 
trovare i due fratelli Medici; ma o per un caso o per un altro mai in- 



CAPITOLO X 105 



sieme vi convennero. Saputosi dai congiurati che il Cardinale avrebbe nel 
giorno di domenica, 26 aprile, assistito alla messa in Santa Maria del 
Fiore, e che Lorenzo e Giuliano gli avrebbero fatto corteggio, per accom- 
pagnarlo poi alla casa loro, deliberarono quella mattina medesima di 
compiere in chiesa, senza più indugio, la vendetta; non trattenuti dal 
pensiero del sacrilegio, come quelli che sapevano di avere con loro dei 
porporati di Santa Chiesa, e anche di compiacere al Papa. Tanto in 
que' tempi cose sacre e profane si mescolavano, che sull' altare del Dio 
grande di pace e di amore si arrotavano i ferri vendicatori, e s'empiva 
il calice propiziatorio col sangue versato da fratelli. < Aveano assegnato, 
«narra nella sua Storia il Capponi ^*\ il pimto e l'ordine all'impresa 
« quando il sacerdote, avendo fatta la comunione, finisce la Messa; per- 
« che allora il tocco delle campane del Duomo darebbe il segno all'ar- 
« civescovo Salviati ed a Jacopo Bracciolini e agli altri cui era commesso 
* di occupare a forza il Palagio ». 

Giambattista da Montesecco avea ad ammazzare Lorenzo; Francesco 
de' Pazzi e Bernardo Bandini, Giuliano; ma perchè lì quasi sul momento 
Giambattista mostrò vacillare, avendo orrore di commettere in chiesa 
l'assassinio, e forse anche nell'animo suo di soldato sentendo ripugnanza 
ad uccidere un uomo che non si difendeva e contro il quale egli odio 
proprio non nutriva, gli furono sostituiti Antonio da Volterra e Stefano 
sacerdote. Al cominciare della Messa non era in chiesa Giuliano, perchè 
Francesco de' Pazzi e il Bandini andarono alle case sue a trovarlo e, 
come dice il Machiavelli ^% con prieghi e con arte nella Chiesa lo con- 
dussero. Non mancando Francesco de' Pazzi, sotto colore di carezzarlo, 
di stringerlo con le mani e con le braccia, per vedere se lo trovava o di 
corazza o d'altra simile difesa munito. Quando tutti furono in Chiesa, 
la quale era piena di popolo, venuto il punto, Francesco de' Pazzi e il 
Bandini furono addosso a Giuliano e con l'arme l'uno e l'altro gli tra- 
versarono il petto cosi ch'ei cadde d'un tratto, e quei gli si fecero an- 
che una volta sopra e di nuove ferite lo finirono; nel furore del dare 
Francesco de' Pazzi ferì anco sé medesimo in una gamba. Gli altri, cioè 
Antonio da Volterra e Stefano prete, dettero a Lorenzo, ma non così 
che questi non potesse trarre l' arme e difendersi, perchè non avendo rice- 



106 PALAZZO VECCHIO 



vuta che una ferita non grave nel collo, corse d'un salto in coro, dove 
gli si facevano dietro gli altri due, il Pazzi e il Bandini, che si erano 
spicciati di Giuliano, ma non raggiunto nemmeno da questi, si rifugiò 
nella sagrestia nuova, dove erano accorsi molti de' suoi, e fu salvo per 
averne questi chiusa subito la porta che era di bronzo; ivi tra gli altri 
si trovava Agnolo Poliziano che descrive la congiura, 

L'Arcivescovo Salviati, avendo con seco Jacopo suo fratello ed un 
cugino e Jacopo Bracciolini e certi Perugini fuorusciti ed altri ancora, 
già era andato al Palagio; e chiedendo di parlare col Gonfaloniere, che 
era Cesare Petrucci, salito in alto pel favore de' Medici, fu introdotto 
in una camera, dove ricevuto dal Gonfaloniere, cominciò a parlare di- 
cendo che aveva per lui proprio certe commissioni del Papa; ma il 
Petrucci, uomo accorto, si avvide al parlare di lui incerto e senza co- 
strutto, al variare che faceva di colore, a certi segni che di tratto in 
tratto parca che desse a gente di fuori, che qualcosa, come diciamo, 
e' era sotto, e saltato fuori dell' uscio e chiamati i compagni e quanti 
altri erano in Palagio, con le armi che il caso mise loro alle mani, fu- 
rono sopra a lui e gli altri congiurati, che senza essersene accorti s' erano 
da loro medesimi chiusi in altra stanza. In quel frattempo anche Jacopo 
de' Pazzi con molti de' suoi armati era venuto in piazza, e alcuni di 
essi, perchè la porta del Palagio trovarono in mano de' loro, poterono 
salir su. Ma sparsa la notizia di ciò ch'era avvenuto in Duomo, anche 
gli amici de' Medici che erano molti più, non se ne stettero, e fattisi in 
arme, accorsero al Palagio, dove era ancora Jacopo che gridava il nome 
della Libertà; al qual nome, dicono gii storici, perch'era come di lingua 
morta, ninno si mosse, mentre da ogni parte accorreva gente all' altro 
grido dei Medici, eh' era Palle. Molti de' palleschi, così si chiamarono i 
fautori de' Medici, salirono su in Palazzo per assicurarsi dei congiurati che 
erano sopra; chiusero la porta, e perchè Jacopo de' Pazzi co' suoi, essendo 
in sulla ringhiera, facevano forza contro detta porta, se mai riuscissero 
ad aprirla o a romperla, quei che già erano dentro sahti in alto sul 
ballatoio gli allontanarono gettando de' sassi che la Signorìa soleva tener 
lassù per difesa; e tanto fecero che Jacopo se ne andò, tornando alla 
casa sua, da dove come fu fatto certo che nessun rumore di libertà si 



CAPITOLO X 107 



levava e che la congiura era nel fatto mal riuscita, se ne andò a Porta 
alla Croce, e fattasela aprire, fuggì con parte de' suoi per la Romagna. 
Come Jacopo ebbe lasciata la piazza de' Signori, fu aperta la porta 
e molti entrarono in Palazzo, e poterono portare essi ai Signori e agli 
altri novella di ciò che era avvenuto in Duomo, cioè l'uccisione di Giu- 
liano de' Medici e di Francesco Nori che era con lui, e che fu morto 
da Bernardo Bandini o perchè, dice il Machiavelli, l'odiasse per antico, 
perchè Francesco d'aiutare Giuliano s'ingegnasse, ed il pericolo corso 
da Lorenzo il quale non ebbe a riportare che una leggera ferita. Udito 
ciò il Petrucci e gli Otto, presi dall' ira e dalla paura, ordinarono che 
l'Arcivescovo così com' era, e i Salviati e Jacopo di Poggio fossero presi 
e appiccati alle finestre del Palagio e lì tenuti alla vista del popolo; 
poi tutti gli altri che erano dentro morti o semivivi venissero gettati 
dalle finestre in sulla piazza. Altri erano già dal popolo tagliati a pezzi, 
tra' quali erano preti e servitori del Cardinale, in tutti ventisei. Fatta 
questa subita giustizia la gente corse alla casa de' Medici in via Larga, 
ad accertarsi che Lorenzo era scampato, e questi si mostrò al popolo 
dalla finestra, col collo fasciato con un asciugamano. Poi corsero sempre 
più accesi di furore alle case de' Pazzi, dove avendo trovato Francesco 
solo, il quale per la ferita che s' era fatta di sua propria mano, non 
era potuto fuggire, così mezz' ignudo com' era, lo trascinarono fuori e 
il menarono in Palagio, dove accanto all'Arcivescovo fu impiccato; tro- 
varono chi qua chi là altri de' congiurati, come Giovanni Antonio nel 
convento degl'Agnoli, e Giovanni di Piero che vestito da donna cercava 
rifugiarsi in Santa Croce, ed essi pure portarono in Palagio e alle fer- 
riate di questo, insieme con gli altri, impiccarono. Il dì seguente fu con- 
dotto in Palazzo ed ebbe la stessa sorte de' suoi compagni Iacopo de' Pazzi, 
il quale fuggito era stato preso in sulle Alpi; a lui parve non bastasse 
la morte, perchè seppellito che fu in Santa Croce, si disse che egli era 
morto bestemmiando, perchè i Signori, per togliere il corpo suo di luogo 
sacro, il fecero levare e sotterrare lungo le mura della città, ma nella 
notte i ragazzi, guidati da uomini scellerati, il cavarono anche di lì, e per 
la corda che aveva ancora al collo, il trascinarono alle case sue, gri- 
dando: aprite a messer Jacopo de' Pazzi; uè sarebbe finita tanta nefanda 



108 PALAZZO VECCHIO — CAPITOLO X 



empietà, se i Signori non avessero ordinato che il cadavere venisse 
gettato in Arno, che essendo grosso di molte acque portava quel corpo 
a galla, spettacolo ad un tempo di orrore e di compassione a chi ri- 
pensava quanto quell' uomo ricco e potente pochi giorni innanzi, era 
vissuto fino alla vecchiezza ne' più alti onori della città. 

In Palazzo furono anche appiccati i due feritori di Lorenzo, stati 
presi in Badìa. E tra i morti in Palagio e i tagliati a pezzi in sulla 
piazza in quelle brevi ore, chi dice siano stati settanta, chi cento. E all'uno 
all'altro numero non si fermarono, che durò ancora la caccia a quanti 
erano scampati dei Pazzi e dei loro aderenti, e, chi prima e chi poi, 
quanti raggiunti tanti furono ricondotti in città e giustiziati. Giovan Bat- 
tista da Montesecco, tenuto in prigione in Palazzo, scrisse di sua propria 
mano quella confessione che abbiamo a stampa, la quale però per quanto 
fosse sincera non bastò a salvargli la vita, perchè il giorno dopo ebbe 
tagliata la testa in sulla porta del Palagio del Podestà. La congiura 
riuscì ad annullare quasi per intero la famiglia a benefizio della quale 
era fatta, e ad inalzare sempre più quella contro la quale era ordita. 
Gino Capponi dopo di averne narrate con fedeltà di storico le vicende, 
termina con queste parole: « Questo fine ebbe la Congiura de' Pazzi; 
« l'aveano tramata senza consenso dentro né favore popolare, e quel che 
« fu peggio, con intelligenze fuori odiose a chiunque bramasse in Fi- 
<c renze col torre via i Medici recuperare la libertà; poi quella strage 
« in luogo sacro, in ora solenne, e l'uccisione di Giuliano che il popolo 
« amava, destarono afietti incontro ai quali nulla aveano essi fuorché 
« un pensiero d'istituire, facendo a mezzo con la casa dei Riari, non 
«■ so quale forma d'incerta repubblica o di tirannide. Acquietati gli animi, 
« furono a Giuliano celebrate esequie magnifiche : riseppesi eh' era in- 
« cinta di lui una donna dei Gorini; ed il fanciullo, che nacque pochi 
« mesi dopo, nutrito e cresciuto nella compagnia dei figli che aveva 
« Lorenzo, divenne Papa Clemente VII ». 



(^) Op. cit., voi. II, pag. H5. 

(2) Istorie Fiorentine, lib. viii, anno 1478. 




CAPITOLO XI. 



Frate Girolamo Savonarola e la Sala grande del Consiglio, 
ossia la Sala dei Cinquecento. 




era al punto che si è detto circa 
costruire una nuova sala in Pa- 
lazzo Vecchio, quando il Savonarola 
dalla sua cella di San Marco, e dal 
pulpito del Duomo, riesci a riformare 
lo Stato per maniera che il Consiglio 
venisse ad essere di ben mUle citta- 
dini netti, come si diceva, di specchio, 
alla cui elezione doveano concorrere 
duemiladugento egualmente netti di 
specchio ; e quindi si deve esser fatto 
sentire maggiormente il bisogno d'una sala ben più grande ancora di 
quella che avevano immaginato di fare i Signori. Il Savonarola ai 28 lu- 
glio del 1495 predicava in Duomo, per prendere commiato dal suo popolo, 
nel momento, come racconta il Villari nella storia di lui^*\ « che la par- 
« tenza del re Carlo e la fede da lui violata avevano messo la città in 
« nuovi pericoli ; nel momento che i suoi nemici gli movevano guerra, per 



110 PALAZZO VECCHIO 



« cominciare colla sua rovina quella della Repubblica, ed erano destra- 
« mente riusciti a fare il Papa valido strumento di queste ire di parte >, 
La Signorìa venne quel giorno in Duomo con tutti i Magistrati, e il Savo- 
narola, riavutosi d'animo alla vista di tanto popolo, uscì fra le altre in 
queste parole: « Io vi ho predicato quattro cose: il timore di Dio, la 
« pace, il bene comune e la riforma del governo, cioè il Consiglio mag- 
« giore; ora non mi resta che confermarvele ». E così, ripigliandole in 
esame ad una ad una, le ribadiva con nuovi argomenti. Raccomandava 
soprattutto l'unione, e voleva che si facessero uffiziali di pace, « i quali 
« tolgano questi nomi di Bigi, di Bianchi e di Arrabbiati, che sono la 
« rovina della Città. ... Si solleciti in ogni modo la costruzione della 
« Sala del Consiglio; si prendano, se bisogna, gli operai del Duomo, che 
« la loro opera sarà così più accetta al Signore. Si tenga fermo questo 
« Consiglio, si migliori, sì corregga, e sia la sola speranza, la sola for- 
« tezza del popolo ■». Ma in que' giorni appunto pare che si mettesse mano 
ai lavori della sala, perchè si trova che gli Operai del Palazzo, ai 15 di 
luglio del 1495, elessero capomaestri « super sala nova, hedificando, super 
dogana fiorentina » Francesco di Domenico legnaiuolo e Simone di Tom- 
maso del Pollaiuolo. In quanto ai lavori del Cronaca in detta sala, noi 
crediamo di non poterci scostare da ciò che ne dice il Vasari, il quale 
è sempre credibilissimo quando parla de' tempi suoi e delle cose che gli 
stavano sotto gli occhi, e quello ch'ei ne dice non si potrebbe dir meglio 
con altre parole. « Dovendosi fare®, per « consiglio di Fra Jeronimo 
« Savonarola, allora famosissimo predicatore, la gran sala del Consiglio 
« nel palazzo della Signorìa di Fiorenza, ne fu preso parere con Lio- 
« nardo da Vinci, Michelagnolo Buonarroti ancora che giovanetto, Giu- 
« liano da San Gallo, Baccio d'Agnolo, e Simone del Pollaiuolo detto il 
€ Cronaca, il quale era molto amico e divoto del Savonarola. Costoro 
«. dunque dopo molte dispute dettone ordine d'accordo che la sala si fa- 
«. cesse in quel modo ch'ella è poi stata sempre, insino che ella si è ai 
« giorni nostri quasi rinnovata. E di tutta l'opera fu dato il carico al 
« Cronaca, come ingegnoso, ed anco come amico di Fra Girolamo detto; 
« ed egli la condusse con molta prestezza e diligenza; e particolarmente 
« mostrò bellissimo ingegno nel fare il tetto, per essere l'edifizio gran- 



CAPITOLO XI 



111 



dissimo per tutti i versi. Fece, dunque, l'asticciuola del cavallo, che 
è lunga braccia trent'otto da muro a muro, di più travi commesse 
insieme, augnate ed incatenate benissimo, per non esser possibile trovar 
legni a proposito di tanta grandezza; e dove gli altri cavalli hanno 
un monaco solo, tutti quelli di questa sala n'hanno tre per ciascuno, 
uno grande nel mezzo, ed uno da ciascun lato, minori. Gli arcali sono 
lunghi a proporzione, e così i puntoni di ciascun monaco; né tacerò 
che i puntoni di monaci minori puntano dal lato verso il muro nel- 
l'arcale, e verso il mezzo nel puntone del monaco magfgiore. Ho vo- 
luto raccontare in che modo 
stanno questi cavalli, perchè 
furono fatti con bella conside- 
razione; ed io ho veduto dise- 
gnargli da molti per mandare 
in diversi luoghi. Tirati su que- 
sti così fatti cavalli e posti 
r uno lontano dall' altro sei 
braccia, e posto similmente in 
brevissimo tempo il tetto, fu 
fatto dal Cronaca conficcare il 
palco; il quale allora fu fatto 
di legname semplice e compar- 
tito a quadri, de' quali ciascuno 

per ogni verso era braccia quattro, con ricignimento a tomo di cornice 
e pochi membri ; e tanto quanto erano grosse le travi fu fatto un piano, 
che rigirava intorno a' quadri ed a tutta l' opera con borchioni in su 
le crociere e cantonate di tutto il palco ^\ E perchè le due testate di 
questa sala, una per ciascun lato, erano fuor di squadra otto braccia, 
non presono, come arebbono potuto fare, risoluzione d'ingrossare le 
mura per ridurla in isquadra, ma seguitarono le mura eguali insino 
al tetto con fare tre finestre grandi per ciascuna delle facciate delle 
teste. Ma finito il tutto, riuscendo loro questa sala, per la sua straor- 
dinaria grandezza, cieca di lumi, e rispetto al corpo così lungo e largo, 
nana e con poco sfogo d'altezza, ed insomma quasi tutta sproporzionata; 




112 PALAZZO VECCHIO 



« cercarono, ma non giovò molto l'aiutarla col fare dalla parte di levante 
« due finestre nel mezzo della sala, e quattro dalla banda di ponente ^*\ 
« Appresso per darle ultimo fine, feciono in sul piano del mattonato con 
« molta prestezza, essendo a ciò sollecitati dai cittadini, una ringhiera 
« di legname intorno intorno alle mura di quella, larga ed alta tre braccia; 
« con i suoi sederi a uso di teatro e con balaustri dinanzi ; sopra la quale 
« ringhiera avevano a stare tutti i magistrati della città; e nel mezzo 
•< della facciata che è volta a levante era una residenza piti eminente, 
<c dove col Gonfaloniere di justizia stavano i Signori, e da ciascun lato 
« di questo più eminente luogo erano due porte, una delle quali entrava 
X nel Segreto e l'altro nello Specchio®: e nella facciata che è dirimpetto 
« a questa dal lato di ponente, era un altare, dove si diceva messa, con 
« una tavola di mano di Fra Bartolommeo, come si è detto®; ed ac- 
« canto all'altare la bigoncia da orare. Nel mezzo poi della sala erano 
« panche in fila ed a traverso per i cittadini; e nel mezzo della ringhiera 
« ed in su le cantonate erano alcuni passi con sei gradi, che facevano 
« salita e commodo ai ta velaccini per raccorre i partiti. In questa sala, 
« che fu allora molto lodata, come fatta con prestezza e con molte belle 
« considerazioni, ha poi meglio scoperto il tempo gli errori dell'esser 
<c bassa, scura, malinconica e fuor di squadra. Ma nondimeno meritano 
« il Cronaca e gli altri di esser scusati; sì per la prestezza con che fu 
« fatta, come voUeno i cittadini con animo d'ornarla, col tempo, di pit- 
< ture e metter il palco d'oro; e sì perchè insino allora non era stato 
« fatto in Italia la maggior sala, ancor che grandissime siano quella del 
« palazzo di San Marco in Roma, quella del Vaticano fatta da Pio II 
« ed Innocenzo Ottavo, quella del castello di Napoli, del palazzo di Mi- 
« lano, d'Urbino, di Venezia e di Padoa. Dopo questo fece il Cronaca 
« col consiglio dei medesimi, per salire a questa sala, una scala grande 
« larga sei braccia, ripiegata in due salite, e ricca d'ornamenti di ma- 
« cigno, con pilastri e capitelli corinti e cornici doppie e con archi della 
« medesima pietra, le volte a mezza botte, e le finestre con colonne di 
« mischio, ed i capitelli di marmo intagliato. Ed ancora che questa opera 
« fusse molto lodata, piti sarebbe stata se questa scala non fusse riuscita 
« malagevole e troppo ritta, essendo che si poteva far più dolce ^''^ ». Da 



CAPITOLO XI 113 



principio pare che il Cronaca andasse nel condurre la fabbrica di questa 
sala molto adagio, ma per le sollecitazioni di Fra Girolamo, innanzi che 
andasse a Roma dove era stjito chiamato dal Papa, e dopo il suo ritorno, 
egli accrebbe per maniera di zelo e procedette con tanta celerità che si 
andava dicendo avervi messo le mani gli angeli. E quando il Savonarola 
l'iprese a predicare in P'irenze nella quaresima del 1196 la Sala era presso 
che finita. 

Durante quella quaresima cadde il 25 febbraio, la elezione della 
nuova Signorìa, con gran concorso di Consiglieri, che si crede potes- 
sero ascendere al numero di 1723. Il Savonarola cogliendo l'occasione 
parlò di politica nelle sue prediche del 24 e 25 febbraio, ed in specie 
si fermò col discorso intorno al modo di fare le elezioni, e disse, fra le 
altre, cose che sono buone sempre a ridirsi quante volte si fanno elezioni. 
« Sono molti, diceva il frate, che vanno seminando polizze per la Città, 
« le quali dicono: non eleggete il tale. Io vi dico: non fate ciò che sug- 
« geriscono quelle polizze. Se quelli i quali non volete che sieno eletti 
« son cattivi, voi potete dirlo apertamente in Consiglio, ora che non c'è 
« il tiranno. Vieni dunque fuori, e di' su franco : il tale non è buono a 
« questo uffizio. Se poi è buono, lascialo eleggere >. Ed altrove: « Intendo 
« che sonvi alcuni in Consiglio che, quando uno va a partito, dicono: 
«• diamoli la fava nera o bianca, perchè egli è della tal parte. Et quod 
€ pejus est, intendo che v'è alcuni che dicono: Egli è di quelli del Frate, 
« diamoli le fave nere. Come ! hovvi io insegnato così ? Io non ho amico 
« nessuno, se non Cristo e chi fa bene. Non fate più così, che questa 
« non è mia intenzione, e voi fareste presto nascere divisione. Chi rende 
* le fave, le dia a chi pare a lui che sia buono e prudente, secondo la 
« coscienza sua, com'io v'ho detto altre volte >. Tale era il Savonarola; 
non avrebbe mai. Egli che voleva la concordia di tutti i cittadini in 
verità e giustizia, essere capo di parte, ma pure per lui la città fu an- 
cora divisa; e i Piagnoni e gli Arrabbiati, cioè coloro che seguivano la 
dottrina sua e coloro che l'avversavano, si contrastarono la Signorìa di 
Firenze per tutto il tempo che Egli visse, e pih volte vennero alle mani. 
La parola del frate calda come fuoco, potente come ferro, entrava negli 
animi dei cittadini, l'infiammava di libertà, e talvolta li alzava fino al 



114 PALAZZO VECCHIO 



sentimento più grande della pietà e della virtù ; e la parte de' Medici 
grandemente ne soffriva. 

« Firenze, nel 1495 e 96, non era più, dice il Capponi, la città del 
« Magnifico, ma universale una professione di costumi severi, e frequenza 
« d'atti religiosi; nelle chiese ufficii, ed un pregare di donne ai taber- 
« nacoli per le vie ; Laudi composte in linguaggio familiare dal Frate e 
« da' suoi più devoti, si udivano invece dei sozzi canti carnascialeschi > . 
La città si andava spogliando della veste ricca e pomposa che le aveano 
messa addosso i Medici, e quasi si vestiva del rozzo saio fratesco. Su i 
primi del 1496 si abbruciavano in piazza della Signorìa le vanità e gli 
anatemi, così chiamavano disegni e libri osceni, arnesi di giuoco, abiti 
da maschera, e simili cose, tra le quali, si disse, esservene state anco 
di preziose per l'arte. 

Ai 20 di agosto di quell'anno, il frate predicò nella nuova sala di 
Palazzo, alla presenza di tutti i magistrati e dei principali cittadini, dove 
prendeva occasione dalla sua vita passata per respingere le accuse che 
contro lui si andavano spargendo, poi entrando, coni' egli soleva fare nelle 
sue prediche, nella politica, dava suggerimenti sul modo di mantener 
fermo il nuovo governo. Il suo avviso era, così lo riassume il Villari'^^ 
che si dovesse dare nel Consiglio una piena libertà di discussione, e fa- 
coltà di dire tutto ciò che si voleva; e fare nello stesso tempo una 
legge, che punisse severamente quelli che andavano sparlando di fuori. 
Ma il frate aveva nemici potenti e dentro la città e fuori, quanti vole- 
vano veder tornare a galla il partito de' Medici, e avere in mano la 
città e lo Stato, e un popolo che mentre essi governavano pensasse ad 
altro, ad essi dando noia quella religione e quella virtù che fa a tutti, 
in alto e in basso, una legge del dovere, e un diritto della libertà. Es- 
sendo succeduto nel marzo ed aprile del 1497 al Valori che era pel frate, 
nel gonfalonierato, Bernardo del Nero, che era co' partigiani de' Medici, 
venne in Firenze, mandato da Giovanni di Pier Francesco de' Medici che 
s' era fatto marito della bella vedova Caterina Sforza, la quale reggeva 
pei figliuoli lo Stato di Forlì, un tale Mariano da Ghinazzano, generale 
dell' Ordine di Sant'Agostino, che aveva lasciata in Firenze, a' tempi di 
Lorenzo, fama grande di predicatore. Questi salendo in pulpito si dichiarò 



CAPITOLO XI 115 



contrario alla dottrina di Fra Girolamo, e cominciò a lui quella guerra 
di frati, che lo condusse alla morte, e fu principale forza alla vittoria 
de' Medici, ed alla rovina dello Stato. Primo segno della vittoria dei Pal- 
leschi degli arrabbiati, così si chiamavano gli avversi a fra Girolamo, 
fu che gli venne proibito di predicare, avendo la Signorìa di maggio e 
giugno del 1497, uscita in gran parte contraria a lui, fatto un bando che 
proibiva ad ogni frate di predicare. In que' mesi fu tenuta anche una 
pratica sulla proposta di esiliare addirittura il Savonarola, ma non fu 
vinta. Dopo col cambiare della Signorìa, si mutarono daccapo le cose, 
e il Savonarola tornò a fare udire la voce sua dal pergamo, che era 
come un parlare a tutto il popolo. Il popolo non capiva, sul principiare 
dell'anno 1498, nella chiesa di San Marco, e il Savonarola predicava da 
un pergamo alzato fuori della porta di chiesa, sulla piazza. Il volto del 
Savonarola si mostrava allora più che mai ispirato, e pareva che un 
raggio della sua anima tutto si ripercotesse nella gente che l'ascoltava e 
pregava. Tornato anche a predicare in Duomo, la sua parola andò diret- 
tamente contro Roma e il Papa, il quale offeso sempre più di quella 
voce che tanto andava più in alto, quanto più veniva dal profondo d'una 
coscienza cristiana, minacciò Firenze d'un altro interdetto, se a lui non 
dessero nelle mani il Frate. Ma non gli riuscì, non ostante che la nuova 
Signorìa del marzo e dell'aprile, volentieri avrebbe veduto andar via il 
Savonarola; così grande ancora era il favore di che questo godeva del 
popolo, che quella Signorìa medesima si trovò costretta a scrivere al Papa 
una lettera in difesa di lui con espresso rifiuto di fargli offesa. Ma la for- 
tuna del Savonarola già volgeva a male, e quello era l'anno in cui la 
sua vita sarebbe troncata. «. Era nel convento di San Marco, narra il 
« Capponi ^®^ un Fra Domenico Buonvicini da Pescia, uomo semplice, fa- 
« natico, tutto devoto a Fra Girolamo, che lo faceva spesso predicare in 
« vece sua quand'era costretto al silenzio. Un giorno il pio Frate si lasciò 
« andare dal pulpito a dire che la dottrina del suo Maestro sosterrebbe 
« anche la prova del fuoco : il giorno dipoi un Francescano, predicando 
<c in Santa Croce, raccolse la sfida, offrendosi pronto a fare lo esperi- 
« mento: le forme ed i modi tra le due parti furono dibattuti, e i Ma- 
« gistrati della Repubblica v' intervennero. Da quel momento il Savo- 



116 PALAZZO VECCHIO 



« narola fu spacciato, e fu da indi in poi minore a sé stesso », Non 
già che il Savonarola avesse fede in que' giudizi, ne' quali si tentava Dio 
a far miracoli, ma pericoloso era a lui così il rifiutarsi come l'andare 
incontro a quell' esperimento ; e si condusse come uomo che teme e 
spera ad un tempo, in piazza della Signorìa, dove tutto era pronto a 
quell'uopo, e il popolo aspettava accalcato intorno alle fiamme che co- 
minciavano ad ardere. La Loggia de' Signori aveano divisa in due spazi, 
che uno pe' Frati minori, e l' altro pei Domenicani, la piazza era guar- 
data da molto numero di soldati a cavallo e a piedi, le armature dei 
Capitani splendevano come a un torneo. Giunsero i frati da l'una parte 
e dall'altra processionalmente, e in abito sacerdotale, con grande accom- 
pagnamento dei loro. Fra Girolamo portava il Sacramento, e a lato 
aveva uomini della nobiltà con torchi accesi. Come gli uni e gli altri fu- 
rono alla Loggia, ivi cominciarono tra essi delle dispute intorno al modo 
di fare l'esperimento; il Savonarola pretendeva che Fra Domenico da 
Poscia, quello de' suoi che doveva entrare nel rogo, v' entrasse con l'ostia 
consacrata in mano ; i Frati minori, pe' quali sarebbe entrato Frate An- 
drea Rondinelli, dicevano di no, che sarebbe stata una profanazione, e 
peggio ancora se l'ostia fosse bruciata. Così s'andava per le lunghe; 
forse venuti a tal punto e in faccia alle fiamme, era scemato in ambe- 
due le parti l' ardore della prova. Ma il popolo s' impanzientiva, che 
esso a quello spettacolo parea prendere gusto, quando una forte pioggia 
venne a tempo a spengere il fuoco e a mandare a casa la gente. Ma 
non senza pericolo Fra Girolamo e i suoi poterono tornare al Convento, 
peggio che vinti, perchè gli si facevano contro anche que' medesimi a 
quali pareva dover essere egli certo del fatto suo e però sicuro della 
prova. Il giorno dopo tutta la città era in movimento, e gli amici del 
Frate o erano molto scemati o se ne stavano in disparte, che è avere 
perduta la coscienza della propria forza. Il Palazzo era con gli arrabbiati ; 
sulla piazza del Duomo, per le strade, per tutto erano armati i Compa- 
gnoni, i vecchi e nuovi avversari dei Piagnoni, che erano fatti, i pochi 
che si mostravano, segno alle beffe e all' ira popolare ; due poveretti 
che pregavano inginocchiati innanzi ad un tabernacolo, furono barbara- 
mente uccisi. Di fedeli a Fra Girolamo era corso un certo numero a 



CAPITOLO XI 117 



San Marco, chi per difendere sé stesso nel Convento, che non si credeva 
ardirebbero i contrari di assalire, chi per difendere il Frate se l'assalto 
avesse avuto luogo. Fra Girolamo stava in coro pregando, e vietava si 
spargesse sangue da' suoi, e intanto con parole e con lacrime diceva addio 
ai circostanti, come chi parte senza speranza né forse desiderio di tor- 
nare più: egli guardava allora al cielo; nient' altro, gli rimaneva a fare; 
l'affetto dell'animo andava diritto ad alto segno, ed egli in quel giorno 
rinvenne sé stesso. Alla sera la gente andò al convento, dove si credeva 
fossero chiuse chi sa quante arme, e s'aspettavano lunga difesa; e un 
po' di conflitto ci fu, si batterono in chiesa, e taluni caddero su i gradini 
dell'aitar maggiore, dietro il quale era Fra Girolamo inginocchiato che 
pregava; e dovendo uscire di li andò portando con seco il sacramento 
nella Biblioteca greca, quella per cui in Italia rifiorirono gli studi della 
greca letteratura. Frattanto giunsero i messaggieri della Signorìa, la quale 
era a capo di tutto quel moto, e presero. Fra Girolamo e Fra Domenico, 
senza eh' e' facessero resistenza, ed a notte avanzata li portarono a pa- 
lazzo. Fra Girolamo fu chiuso nell'Alberghettino, che era stato la prigione 
di Cosimo de' Medici. Il giorno dopo la Signorìa avvertiva da una parte 
il Papa e dall'altra il Duca di Milano, della presura dei due frati, e in- 
tanto ad essi aggiungeva un terzo, Fra Silvestro MaruflS, uomo dubbio 
e a quel che ne dicono gli storici, gran mestatore. Si cominciarono tosto 
i processi, non senza s'intende, l'accompagnamento della tortura ed altri 
mezzi per far confessare non sempre ciò che potevano gli accusati, ma 
più spesso ciò che volevano i giudici. Come tali processi più d'una volta 
si facessero, come il Papa mandasse due commissarii apostolici, nelle per- 
sone del Generale dei Domenicani e del Vescovo, quindi Cardinale, Ro- 
morino, e come si alterassero le confessioni e i processi per volgerli al 
fine a cui si voleva andare per tutti i modi, si può vedere in tutti gli sto- 
rici del tempo, o meglio nella storia che di Fra Girolamo Savonarola ha 
scritta ai nostri giorni il signor Pasquale Villari. Il processo, fatto e ri- 
corretto, fu letto nella sala del Consiglio grande, in presenza di tutto il 
popolo; avrebbe dovuto esserci anco il Savonarola, ma si stimò meglio 
che e' non ci fosse, e il cancelliere degli Otto, dichiarò al Popolo che 
e' non aveva voluto intervenire, per paura di non essere lapidato, e del 

16 



118 PALAZZO VECCHIO 



processo non si lessero che pochi brani. Si venne pure alla fine nel modo 
più. spiccio che fu possibile; ai 22 di maggio i Commissarii apostolici 
si radunarono per deliberare intorno alla vita dei tre frati. « La cosa, 
« dice il Villari^^"^, fu presto risoluta. Quanto al Savonarola ed a Fra 
« Silvestro, non si fece neppure discussione : fu decisa la morte. Volendo 
« però in qualche maniera temperare la trista impressione che doveva 
« fare sugli animi una tale sentenza, il Remolino aveva pensato che si 
« potesse risparmiare la vita di Fra Domenico. Ma fu da uno dei citta- 
« dini presenti ossservato: Che in questo Frate rimarrebbe viva tutta la 
« dottrina del Savonarola; » ed allora il Remolino subito riprese: « Un 
« frataccio di più o di meno poco monta: mandatelo pure a morte ». 

« In quei giorni, seguita il Villari, s'era anche radunata una Pra- 
« tica assai ristretta per discutere la sentenza. Non vi fu che un solo, 
« per nome Agnolo Niccolini, il quale si levasse a parlare in favore del 
« Savonarola, dicendo come a lui sembrava gravissima colpa il porre a 
« morte un uomo di qualità si eccellenti, che appena se ne vedeva uno 
« in ogni secolo. Quest' uomo egli disse, « potrebbe non solamente rimet- 
« tere la fede nel mondo, quando la fosse mancata ; ma ancora le scienze, 
« di cui è si altamente dotato. Io perciò vi consiglio di tenerlo in pri- 
« gione, se così volete; ma serbarlo in vita e dargli modo di scrivere, 
« acciò il mondo non perda i frutti del suo ingegno >. Alla sera fu co- 
municata la sentenza a ciascuno dei frati, i quali la accolsero come una 
lieta notizia, come la promessa di una festa sperata invano da tanto 
tempo. Il Savonarola chiese soltanto di poter parlare con i due frati a 
lui compagni nel martirio e però nella gloria. Alle instanze di Jacopo 
Niccolini i Signori gli concessero un'ora di colloquio insieme, nella sala 
del Consiglio maggiore. 

Con quale animo s' incontrassero i tre frati, che da quaranta giorni 
vivevano imprigionati e torturati separatamente, e che si rivedevano po- 
che ore innanzi di andare al rogo e alla forca, non è dire ; erano essi con 
quella coscienza, con quella fede e con quell'amore di Dio e degli uomini, 
di che aveano date tante prove; erano prossimi a darne la maggiore, la 
più desiderata di tutte e insieme la più gloriosa. Il Savonarola disse a Fra 
Domenico: « Io so che voi chiedete d'esser bruciato vivo; ma ciò non 



CAPITOLO XI 119 



« ò bene, a noi non è lecito di scegliere la morte che vogliamo. Sap- 
« piamo forse con quale fermezza sopporteremo quella a cui siamo con- 
« dannati? Ciò non dipende da noi, ma dalla grazia che il Signore ci 
« vorrà concedere >». E a Fra Silvestro: « Di voi so che volete, innanzi 
« al popolo, difendere la vostra innocenza. Io v'impongo di abbandonare 
« un tal pensiero, e seguire piuttosto l'esempio del nostro Signore Gesù 
« Cristo, che neppure sulla croce volle parlare della innocenza sua ». 
I due Frati s'inginocchiarono in atto di sommissione e di obbedienza 
dinanzi al loro superiore, il quale li benedisse, dopo di che ciascuno 
tornò alla propria stanza. La mattina dopo si ritrovarono insieme per 
comunicarsi: il Savonarola si comunicò con le proprie sue mani, poi co- 
municò i due suoi compagni, dopo di che scesero in piazza. Ecco la 
descrizione che dell' abbruciamento loro ci lasciò il Landucci nel suo 
diario. « E a dì 23 di maggio 1498, mercoledì mattina si fece questo 
« sacrifizio di questi tre Frati. Gli trassono di Palagio e feciongli venire 
« in su quel palchetto della ringhiera; e quivi furono gli Otto e' Col- 
« legi e '1 mandatario del Papa e '1 Generale, e molti calonaci e preti 
« e frati di diverse regole, e '1 Vescovo de' Pagagliotti, al quale fu com- 
« messo digradare detti 3 Frati: e qui in su la ringhiera fu fatto dette 
« cerimonie. Furono vestiti di tutti i paramenti, e poi cavati a uno a 
« uno, colle parole accomodate al digradare, affermando sempre frate 
<'- Girolamo eretico e scismatico, per questo essere condannato al fuoco; 
« radendo loro el capo e mani, come si usa al detto digradare. E fatto 
« questo, lasciarono e detti frati nelle mani degli Otti, i quali feciono 
'■< immediate el partito che fussino impiccati e arsi; e di fatto furono 
« menati in sul palchetto allo stile della ìS. Dove el primo fu frate Sil- 
x vestro, e fu impiccato al detto stile a uno de' corni della croce; e non 
« avendo molto la tratta, stentò buon pezzo, dicendo Giusà molte volte 
« in mentre eh' era impiccato, perchè el capestro non stringeva forte né 
« scorse bene. El secondo fu frate Domenico da Pescia, sempre dicendo 
« Giesù; e '1 terzo fu il Frate detto eretico, il quale non parlava forte 
« ma piano, e così fu impiccato. Senza parlare mai ninno di loro, che 
« fu tenuto grande miracolo, massime che ognuno stimava di vedere 
« segni, e ch'egli avessi confessato la verità in quel caso al popolo; 



120 PALAZZO VECCHIO 



« massime la buona gente, la quale disiderava la grolia di Dio e '1 prin- 
« cipio del ben vivere, la novazione della Chiesa, la conversione degli 
« infedeli: onde non fu sanza loro amaritudine: né fecer scusa veruna, 
« né niuno di loro. Molti caddono dalla loro fede. E come furono im- 
« piccati tutti a tre, in mezzo frate Girolamo, e volti verso el Palagio; 
« e finalmente levorono del palchetto della ringhiera, e fattovi el capan- 
« nuccio in su quello tondo, in sul quale era polvere da bombarda, ei 
« dettono fuoco alla detta polvere, e così s'arse detto capannuccio con 
« fracasso di razzi e scoppietti, e in poche ore furono arsi, in modo che 
« cascava loro le gambe e braccia a poco a poco: e restato parte dei 
« busti appiccato alle catene, fu gittate loro molti sassi per fargli cadere, 
« in modo che, gli ebbono paura che non fussino tolti dal popolo; e 
« '1 manigoldo, e chi lo aveva a fare, feciono cadere lo stile e ardere 
« in terra, facendo arrecare legne assai: e attizzando sopra detti corpi, 
« feciono consumare ogni cosa e ogni reliquia: dipoi feciono venire car- 
« rette e portare ad Arno ogni minima polvere, acciò non fussi trovato 
« di loro niente, accompagnati da' Mazzieri insino ad Arno, al Ponte 
« Vecchio. E non di meno fu chi riprese di quei carboni ch'andavano 
« a galla, tanta fede era in alcuni buone genti; ma molto segretamente 
« e anche con paura, perchè non se ne poteva ragionare, né dire niente, 
« senza paura della vita, perchè volevano spegnere ogni reliquia di lui. 

« E a dì 26 di maggio detto, fu trovato in Piazza certe donne per 
« divozione inginocchiate dove furono arsi^"^>. 

La morte del Savonarola fu veramente, come dice il Capponi, la 
vittoria di tutto quanto era in Firenze di più guasto; il vizio montato 
in superbia si gloriava di sé stesso; e il ben vivere pareva che fosse 
dispregio: entrava il secolo corrottissimo del cinquecento, ed in Repub- 
blica sempre popolare, i costumi erano già tornati peggio che medicei; 
già in essa fermentavano e si aprivano i germi dell'assoluta signorìa. 



CAPITOLO XI 121 



(') Storia di Girolamo Savonarola o de' suoi tempi o(-c., voi. i, pag. 390. 

(2) Libro di Deliberazioni degli Officiali del Palazzo, nell'A. di S. di Firenze. 

<3) Lavorarono nel palco, e negli altri ornamenti di questa sala, più di dieci maestri 
(li legname tra i quali Antonio da San Gallo, che aveva fatto il modello del palco, del ca- 
valletto e della sala, Francesco di Domenico, soprannominato, e Baccio d'Agnolo. 

(*) Veramente le finestre qui descritte sono dai lati di settentrione e di mezzogiorno. 

W Segreto, cioè quella stanza presso la sala del Consiglio, nella quale .si faceva lo 
spoglio delle fave date nello squittinio per la nomina de' Magistrati. Specchio, intendi la 
stanza destinata agli ufficiali dello Specchio, che cosi si chiamava il registro dei debitori 
del Comune. 

(6) Nella vita di Fra Bartolommeo, il Vasari scrive : « Gli fu da Piero Soderini allo- 
« jjata la tavola della sala del Consiglio, che di chiaro scuro da lui disegnata ridusse in 
« maniera, ch'era per farsi onore grandissimo; la quale è oggi in San Lorenzo alla cap- 
« pella del magnifico Ottaviano de' Medici onoratamente collocata cosi imperfetta <*>, nella 
« quale sono tutti e' protettori della città di Fiorenza, e que' Santi che nel giorno loro la 
« città ha aute le sue vittorie; dov'è il ritratto d'esso Fra Bartolommeo fattosi in uno 
<( specchio ». 

C) Op. cit., voi. IV, pag. 448. 

W Op. cit., voi. I, pag. 471. 

^9) Op. cit., voi. II, pag. 244. 

«0) Op. cit., voi. Il, pag. 234. 

(") Op. cit., pag. 176. 

(*) A tal punto il Milanesi fa questa nota. E di là fu trasportata nella R. Galleria, ove adesso si ammira nella 
maggior sala della scuola Toscana. È provato per documento che questa sala fu allogata al Frate dalla Signoria eoo 
deliberazione do' 26 novembre IMO. Questa slessa tavola aveva avuta a fare Filippino Lippi che non potè eseguire im- 
pedito dalla morte. Se ne ha un intaglio nell'opera più volto citata della Galleria di Firenze, edita da Molini e Landi, 
serie i, voi. ii, al n." 86; e nuovamente nella tav. xxvi D della Galleria suddetl.a. Nella cassetta in, al n.' 63 della rac- 
colta citata sono gli studii delle figuro, tutte nude, schizzate a penna, di questa tavola; al n.' 43 lo studia a matita 
nera con lumi di biacca, del S. Giovanni Evangelista, che, volto colla testa di faccia, e piegato 1' un ginocchio a terra, 
appoggia sull'altro un libro, sopra il quale tiene ambe le mani; al n.* 13 della cartella 22 lo studio a matita nera ecc. 
di quella figura che è la prima all'angolo destro del quadro, in pie, con un libro nella destra appoggiato aU'anra e 
coir altra stesa e aperta. 





CAPITOLO XII. 



Del David di Michelangelo Buonarroti 
e delC Ercole del Bandinelli innanzi alla Porta del Palazzo dé'Priori. 




EL 1494, cacciato e bandito da Fi- 
renze Piero de' Medici, i Sindaci no- 
minati dal Comune, per l'ammini- 
strazione delle cose di Piero e de' 
suoi, e per liquidare le pendenze con 
i creditori dei Medici, consegnarono 
per ordine dei Priori, fra le altre 
cose^^\ il gruppo di bronzo, fatto da 
Donatello, rappresentante Giuditta, 
che taglia la testa ad Oloferne, e fu 
collocato innanzi al Palazzo de' Si- 
gnori, in sulla ringhiera, e precisamente dove noi abbiamo veduto il David 
di Michelangelo; e ciò si volle fare non a semplice ornamento o abbelli- 
mento del Palazzo, ma perchè quella statua avvertisse il popolo come 
sia bello per salvare o mantenere la libertà, uccidere il tiranno ; e questo 
fu fatto scrivendo nella base, sulla quale detta statua veniva ad essere 
posata, queste parole che ancora, vi si leggono : Exemplum Sai. Puh. Cives 



124 PALAZZO VECCHIO 



posuere Mccccxcv. Certo che questa statua, la quale abbiamo sempre di- 
nanzi agl'occhi nella gran Loggia de' Signori, è bella veramente e degna 
di colui che trovò la scultura indietro alle arti sorelle, e la portò tanto 
innanzi da non avere più nulla da invidiare ad esse, sebbene il Cicognara, 
la dica di minore eccellenza che celebrità. Donatello poi, superò sé stesso 
nella statua di San Giorgio, una di quelle che nei tabernacoli adornano 
r imbasamento dell' edifizio d'Or San Michele: qui pare, veramente, la per- 
sona muoversi dentro al marmo, ed un espressione dignitosa è nelle fattezze 
di quel nobile soldato che poco invero hanno del santo. Ma diciamo del 
David che prese il luogo della Giuditta innanzi alla porta del Palazzo. 

Nel 1501, Michelangelo, giovane ancora di ventisei anni, ma già 
molto in fama, faceva da Roma ritorno in Firenze. Gli Operai di Santa 
Maria del Fiore avevano nei loro magazzini un grande marmo, il quale 
era rimasto, come dire, mal condotto e storpiato, da un tal maestro Bar- 
tolommeo di Pietro detto Baccellino, il quale ebbe il carico di cavare 
ed abbozzare una seconda statua alla cava di Carrara, e la storpiò ^^^; il 
Vasari invece aveva detto essere stato quel marmo guasto da maestro 
Agostino d'Antonio di Duccio scultore, il quale vi aveva cominciato nel 
1464 a fare un gigante, e non era riuscito. Questo marmo cosi in parte e 
malamente tagliato, pensarono gli Operai di dare a Michelangelo, perchè 
e' ne facesse una statua come meglio gli potesse riuscire. Michelangelo 
acconsentì, e come furono i patti convenuti, fece di cera un modelletto ^^*, 
rappresentante David con la frombola in mano, in atto di scagliare il 
sasso, che uccise il gigante Golia. Che statua sia il David di Miche- 
langelo, non è chi noi sappia in tutto il mondo, è nell' arte moderna 
quello che nell'antica l'Apollo di Belvedere; però a chi la guardi bene, 
in specie nella schiena, non è difficile scorgere alcune delle prime scar- 
pellate date in quel marmo da maestro Bartolommeo, e sulle quali non 
potè ripassare con la sua mano il Buonarroti, per non assottigliare di 
troppo la figura, come si dice, da petto a reni. Questo difetto di marmo, 
già esistente, fece apparire un miracolo l'opera del Buonarroti, quasi che 
traendovi fuori quella figura così viva e così in ogni sua parte compiuta, 
avesse egli risuscitato uno che era morto. Ai 25 gennaio del 1504 questa 
statua doveva essere presso che finita, avendo in detto giorno gli Operai 



CAPITOLO XII 



i2l 



del Duomo che l'avevano commessa, convocato ed adunato quanti erano 
in Firenze riconosciuti abili a dare un giudizio circa il luogo, per ogni 
rispetto ad essa statua conveniente; e furono chiamati d'ogni professione 
e d'ogni classe di cittadini. E furono ^*\- Andrea della Robbia, lienedetto 
Buglioni, Giovanni delle Corniole, Attavante miniatore, messer Francesco 
araldo della Signorìa, Francesco Monciatto legnaiuolo, Giovanni piffero 
(padre di Benvenuto Cellini), Lorenzo della Volpaia, Buonaccorso di Bar- 
toluccio (nipote di Lorenzo Ghiberti), Salvestro gioielliere, Michelagnolo 
orafo (padre di Baccio Bandinelli), Cosimo Rosselli, Guasparre di Si- 
mone orafo (padre di Bernardo 
Baldini detto Bernardino), Lodo- 
vico orafo e maestro di getti (pa- 
dre di Lorenzo Trotti detto Loren- 
zetto, scultore), Andrea detto il 
Riccio orafo, Gallieno ricamatore, 
David del Ghirlandaio, Simone del 
Pollaiolo detto il Cronaca, Filip- 
pino Lippi, Sandro Botticelli, Giu- 
liano e Antonio da Sangallo, An- 
drea dal Monte Sansavino, Chimenti 
del Tasso, Francesco Granacci, Bia- 
gio pittore (Tucci), Bernardo di 
Marco (detto della Cecca, legnaiolo 
ed architetto), Pier di Cosimo, Leo- 
nardo da Vinci e Pietro Perugino. Erano in questa, che oggi si sarebbe 
detta commissione, rappresentate tutte le arti del disegno, perchè allora 
si teneva che chi avesse in una di esse esperto l'occhio e la mano, anche 
nelle altre potesse e dovesse dare un giudizio sicuro, così che per esem- 
pio in opera di scultura non pareva strano che si ricercasse il giudizio 
de' pittori ed anco di legnaioli, e in una di pittura quello degli architetti, 
degli scultori e degli orafi. 

I pareri, come sempre accade, furono diversi, ma poi si ridussero 
può dirsi a due, cioè al parere che si trova espresso nelle parole di Giu- 
liano da San Gallo, che diceva « veduto la imperfecione del marmo, per 

n 




126 PALAZZO VECCHIO 



« lo essere tenero e cotto, et essendo stato all'acqua, non mi pare fussi 
« durabile, s'avesse a porre nella Loggia dei Signori, nell'arco di mezo 
« della detta Loggia o i' nel mezo dell'arche, che si potessi andarle in- 
« torno, dal lato drènto presso al muro nel mezo chon uno nichio 
« nero di drieto in modo di cappelluzza; che se la mettono all'acqua 
« verrà manche presto: et vuole stare coperta »; e al parere di coloro, 
che essendo detta statua fatta per stare all'aperto e dove le si potesse 
stare attorno, e d'ogni parte le piovesse la luce, proponevano di porla 
sulla ringhiera di Palazzo o dove era il Leone, ossia il Marzocco, o dove 
stava la Giuditta di Donatello. Di questo parere fu anche maestro Fran- 
cesco, araldo della Signorìa, al quale sarebbe anco piaciuta nel mezzo 
della corte dov'era il David di bronzo del Verrocchio. Questo David era 
stato commesso al Verrocchio dalla Signorìa nel 1476, e fu posto dap- 
prima in palazzo al sommo della scala, dove stava la catena, e fu portato 
dipoi nel mezzo del cortile. Val la pena d'essere riportato, quale ei lo 
dette, il parere dell'araldo, uomo che doveva essere molto semplice. « Io 
« ho rivolto, disse, per l'animo quello che mi possa dare el iuditio: 
« bavere due luoghi dove può sopportare tale statua: el primo dove è 
« la Juditta; el secondo el mezzo della corte del Palagio dove è il Da- 
« vid^^^ primo; perchè la Juditta è segno mortifero: e non sta bene, 
« havendo noi la 88 per insegnia et el giglio ; non sta bene che la donna 
« uccida l'uomo, et maxime essendo stata posta con chattiva chostella- 
« tione; perchè da poi en qua siete iti di male in peggio et perdèsi Pisa. 
« Et David della corte è una figura e non è perfetta, perchè la gamba 
« sua di drieto è sciocha. Pertanto io consiglierei che si ponesse questa 
« statua in uno dei due luoghi: ma piuttosto dove è la Juditta ». Inter- 
rogato lo stesso Michelangiolo, al cui parere si riportavano i più di quei 
cittadini, fu per il luogo della ringhiera di Palazzo, e precisamente dove 
era la Giuditta. Quindi ai 28 di maggio di quelli' anno 1504, fu dehbe- 
rato che il David venisse collocato, dove era la Giuditta, sulla ringhiera 
di Palazzo, accanto alla porta principale. Erano stati già dagli Operai 
del Duomo, con deliberazione del primo di aprile, incaricati del trasporto 
del David, Simone del Pollaiolo e Michelangiolo medesimo ^^\ e deputati 
ad assistere a tale trasporto furono per i signori Priori, oltre che lo stesso 



CAPITOLO XII 127 



Simone del Pollaiolo, Antonio da San Gallo, Bartolomraeo (ossia Baccio 
d'Agnolo) legnaiolo, e Bernardo della Cecca. Da Giuliano e Antonio da 
San Gallo, al dire del Vasari, e da Simone del Pollaiolo, secondo che af- 
ferma il Parenti, nelle sue Storie Fiorentine, fu fatto il castello di legname 
fortissimo, al quale con grossi canapi stava sospesa la figura, per maniera 
che nel tragitto scotendosi non si guastasse, anzi per via continuamente 
venisse dondolando: il castello strisciava sopra quattordici legni uniti, i 
quali si mutavano di mano in mano, e con argano lo tiravano più di qua- 
ranta uomini, come rilevasi da un libro di memorie e ricordi che è fra 
gli spogli dello Strozzi, citati dal Gaye^'^, e dal Gualandi, nelle Memorie 
di Belle Arti^^^ il libro dice così: 

« A dì 14 di maggio 1504, si trasse dall'Opera il Gigante di marmo: 
« usci fuori alle 24 hore e ruppono il muro sopra la porta, tanto che 
« ne potesse uscire, e in quella notte fu gittato certi sassi al Gigante 
« per far male; bisognò fare la guardia la notte, e andava molto adagio, 
« così ritto legato, che ispenzolava, che non toccava co' piedi, con for- 
« tissimi legni et con grande ingegnio; e penò 4 dì a giugere in piazza: 
« giunse a dì 18 in piazza a hore 12; haveva più di 40 huomini a farlo 
« andare; haveva sotto 14 legni uniti e' quali si mutavano di mano in 
« mano; e penossi insino a dì 8 di giugno 1504 a posarlo in su la rin- 
« ghiera dov'era la Giuditta, là quale s'ebbe a levare e porre in palagio, 
« in terra. El detto Gigante haveva fatto Michelagnolo Buonarroti >. 
Questo libro di memorie e di ricordi, dal quale sono tolte tali parole, 
ora possiamo dire non essere altro che il Diario Fiorentino di Luca 
Landucci, già più volte citato, nel quale appunto si trova il citato ricordo 
del trasporto del David dall'Opera del Duomo alla piazza della Signorìa. 
E in quanto agli uomini invidiosi che volevano guastare la maravigliosa 
opera, il Parenti nelle sue Storie manoscritte, aggiunge: « Guardavasi la 
« notte, per causa delli spiacevoli et invidiosi: finalmente alchuni giova- 
« nastri assaltarono le guardie; et con sassi percossone la statua, mo- 
« strando volerla guastare; onde, conosciuti l'altro giorno, ne furono presi 
« dalli Otto, e rimasene condannati nelle Stinche circa 3 >. 

Subito collocato il David al luogo suo, la Signorìa ne fé fare la 
base col disegno del Cronaca e di Antonio da Sangallo; e Michelangelo 



128 PALAZZO VECCHIO 



intanto vi si mise attorno per dargli gli ultimi tocchi, e condurlo a 
quella perfezione, per le quali è una vera meraviglia dell'arte. Fu in 
questo mentre, che Piero Soderini, gonfaloniere a vita della repubblica, 
guardando alla nuova statua, disse a Michelangelo che assai gli piaceva 
ma parergli che il naso avesse un po' grosso. Perchè Michelangelo, ac- 
cortosi che il gonfaloniere guardava il gigante di sotto in su, e che la 
vista lo ingannava, volendosi garbatamente burlare di lui, mostrò di 
menargli buono quel che e' diceva, e preso uno scalpello nella mano 
manca, e nell'altra un poco di polvere di marmo, che era in su le ta- 
vole del ponte, fé' l'atto di lavorare al naso del gigante, lasciando ca- 
dere a poco a poco la polvere; ma in realtà non toccandolo né punto 
né poco; quindi voltosi al Soderini: guardatelo ora, disse. E il Sode- 
rini: « A me mi piace più, rispose: gli avete dato la vita ». E Miche- 
langelo se ne rise, avendo compassione a coloro che, per parere d'inten- 
dersi, non sanno quel che si dicono. Si trova poi nel diario del Landucci, 
più volte citato, questo ricordo: « E a dì 8 di settembre 1504, fu fornito 
« el gigante in Piazza, e scoperto del tutto '■^^ » . Quanto alla Giuditta di 
Donatello fu finita di porre, sulla Loggia de' Signori, sotto il primo Arco 
verso Vacchereccia, ai 10 di maggio del 1506^^"', poi di li venne remossa 
per far posto al Eatto delle Sabine di Giovan Bologna, e situata sotto 
l'altro Arco della Loggia, che guarda la via della Ninna. 

In un tumulto che si fece al Palazzo nel 1527, quando di nuovo 
vennero cacciati i Medici di Firenze, una grossa pietra levata da un 
muro a secco che Jacopo Nardi, uno de' Gonfalonieri di compagnia, mo- 
strava agli altri presso il ballatoio del Palazzo, fatto apposta per averne 
pietre da gettare giù sopra chi assaltasse la Porta, venne a cadere sul 
braccio del David che reggeva la frombola e lo fece in tre pezzi. I 
quali pezzi stettero per più giorni in terra, senza che venissero rac- 
cattati, tino a che passando per di là Francesco detto dei Salviati, e 
Giorgio Vasari, l'uno e l'altro giovanetti, non li tolsero e portaronli a 
casa del padre di Francesco: da cui avutili più tardi il Duca Cosimo, li 
fece rimettere insieme al luogo loro, con perni di rame. E ciò fu nel no- 
vembre del 1543, di che è testimonianza anche una lettera di Pier Fran- 
cesco Riccio, dei 7 appunto di questo mese, dove é detto: « El populo 



CAPITOLO XII 129 



« passa un poco di tempo nel veder fabbricare un ponte intomo al gi- 

< gante David. Passi per rannestargli il suo povero braccio; ma molti 

< pensano che gli si abbia a lavare il viso^"N. 

Quando si trattò della collocazione del David, erano alcuni come 
abbiamo veduto, che lo volevano al coperto per la natura e imperfezione 
del marmo in che era fatto, ed avevano ragione; dopo tre secoli e mezzo, 
cioè nel 1846 dal marchese Nerli, Direttore dello Scrittoio delle Regie 
Fabbriche si proponeva di remuovere dal suo posto quella statua, sosti- 
tuendovi un getto in bronzo della medesima, e cinque anni dopo il com- 
mendatore Alessandro Manetti, successo al Nerli in detto uflScio, avendo 
nuova occasione di esaminare da vicino la detta statua, vi riscontrò « sen- 
«■ sibili degradazioni, da incutere serio timore sulla sua sicurezza, in specie, 
« egli dice, se avvenisse una qualche scossa, anco leggera, di terremoto ». 
Ma per allora non si pensò ad altro, solamente il Prof. Clemente Papi, 
celebre fonditore in bronzo, e che più tardi, cioè nel 1859, gettò stupen- 
damente la stessa figura del David, quella che oggi s'ammira lassù nel 
piazzale, presso il Monte alle Croci, fu interrogato dal comm. Bourbon 
del Monte, Presidente dell'Accademia di Belle Arti, circa a ciò che fosse 
da fare per remuovere ogni pericolo dalla statua, al che rispoodendo 
propose un congegno di rame che la fortificasse in quella parte dove è 
un piccolo tronco d'albero, a cui s'appoggia la gamba destra, e dove 
principalmente erano quei cretti che facevano temere della sua saldezza. 
Non parve bello espediente questo proposto dal Papi, e mentre si com- 
mise a lui di farne una forma per trarne intanto una riproduzione in 
gesso, si rimise al Consiglio Accademico delle belle arti di nuovamente 
esaminare la statua e proporre ciò che fosse da fare per assicurarne più 
lungamente la esistenza. Tale Consiglio Accademico era composto dei 
professori Gaspero Martellini, Giuseppe Bezzuoli, Arcangelo Migliarini 
pittori; Odoardo Fantacchiotti, Ulisse Cambi, Gaetano Grazzini, scultori; 
Giuseppe Michelacci, e Pasquale Poccianti, architetti; i quali adunatisi 
ai 4 di giugno del 1852, convennero in ciò che espose nel suo rapporto 
al Presidente dell'Accademia, il Prof. Poccianti, parlando in loro nome, 
cioè: « che dalle ripetute inspezioni da loro fatte su quel capolavoro del 
« Buonarroti restarono convinti della sussistenza di due cretti o fendi- 



130 PALAZZO VECCHIO 



« ture; una non molto profonda nel tronco che serve di sostegno alla 
« gamba destra, e un' altra circolare nella gamba sinistra ; oltre ad una 
«. vistosa corrosione, avvenuta nel marmo per cagione delle intemperie 
« dell'aria. y> Disse che la scoperta di questi danni gli aveva fatti venire 
nel concorde parere di consigliare la remozione della statua dal sito at- 
tuale e la sua collocazione in luogo coperto. E allora ritornò in campo 
il parere di porlo sotto la Loggia de' Lanzi, o sotto l' arco maggiore di 
quella degli Uffizi. Ma la remozione anche allora non si fece, e nuove 
Commissioni si nominarono per nuovi esami e per nuove proposte, fino 
a che il Governo del Regno d'Italia, per accordi presi col Municipio di 
Firenze, il quale era tornato ad avere stanza nel Palazzo antico de' Priori, 
e col parere degli uomini più eminenti in arte e in scienza che fossero 
in Italia, non ordinò che la statua del David venisse remossa dal luogo 
cui era, e portata presso la Galleria delle Belle Arti, dove le avrebbe 
fabbricato conveniente ricetto il Professore Architetto Emilio De Fabris, 
quegli che allora stava già costruendo, col proprio disegno, la facciata 
di Santa Maria del Fiore. Chi però avesse curiosità di conoscere tutti 
i pareri che in quella occasiono furono dati dalle varie Commissioni, 
che poi concordarono nell'opinione di removere quella statua, e di farle 
un apposito ricetto, non avrebbe che a consultare la quinta appendice 
alla vita da me scritta di Michelangelo Buonarroti, la quale appendice si 
riferisce appunto al Traslocamento della statua rappresentante il David^^^K 
Solamente qui mi piace, avendo già detto del modo che fu tenuto per 
portare detta statua dall'Opera al Palazzo dei Priori, riferire la lettera 
a me scritta dall'ingegnere F. Porrà, nella quale rende conto del modo 
tenuto a portarla dal Palazzo Vecchio alla Accademia di Belle Arti in 
via Ricasoli. Ecco la lettera, quale io pubblicai la prima volta in una 
nota alla citata appendice ^'^*, 

« Firenze, G marzo 4875. 

« Ella m'esternò il desiderio di avere alcuni ragguagli intorno al trasporto del David 
« di Michelangelo, avvenuto negli ultimi giorni del luglio 1873. Ben volentieri procurerò 
« nella presente di soddisfare il di Lei desiderio, nel modo il più breve ed il piìi chiaro 
« che mi sarà possibile. 



CAPITOLO XII 131 



ir La celebre statua presenta diverse avarie, di cui la più importante consiste in a1- 
« cuni cretti profondi nelle gambe. Perciò, venne deciso di trasportarla nella sua posizione 
« verticale, procurando di non alterare, durante l' operazione del trasporto, gli sforzi di 
« compressione o tensione sopportali dal marmo nella posizione naturale della statua. In 
« questo intendimento, la parte inferiore della statua venne racchiusa in una cassa di legno 
« solidamente raccomandata alla base, alle ginocchia ed alla parte superiore delle gambe; 
<( quindi si passarono forti spranghe di ferro sotto la base, onde formare un piano sul 
« quale riposasse la statua durante il trasporto; questo piano venne tenuto sospeso, me- 
li diante lunghe aste di ferro attaccate superiormente al carro di trasporto, di modo che 
(I la statua poteusi considerare come posta nel piatto d' una di quelle bilance dette romane, 
Il mantenendosi sempre verticale, giacché la disposizione data al carro ed alla sospensione 
« permetteva alla statua di oscillare liberamente in tutti i sensi. Per evitare le scosse, si 
« collocarono forti molle spirali in acciaio neh' apparecchio di sospensione, e si fece muo- 
« vere il carro sopra una ferrovia composta di alcuni travi armati di ruotaie, che, strada 
« facendo, si trasportavano dall' indietro all' avanti del carro stesso. Agli angoli delle strade 
« si adoperò un piano girante a semplice fregamento, e tale da potersi facilmente collocare 
« sul lastricato delle stiade. L' operazione del trasporlo durò cinque giorni, dovendo, per il 
« caldo eccessivo, lavorare soltanto nelle ore del mattino, dalle quattro alle undici » 



Il De Fabris, come ho detto, ebbe a fare la Tribuna nella quale 
all'Accademia di Belle Arti sarebbe stato il David. Quando esso l' ebbe 
compita ^"\ gli artisti dissero ad una voce che il David vi stava bene, 
né piti grande elogio poteva esser fatto all'opera dell'architetto. E l'in- 
gegnere Francolini, nelle poche ma lacrimose parole che pronunziò di- 
nanzi al cadavere dell'amico suo De Fabris, disse: « La Tribuna del 
« David regge al paragone di qualsiasi monumento dello stesso genere 
« eh' abbia prodotto l' èra felice del Rinascimento, vuoi per la forma scel- 
« tissima ed appropriata alla destinazione, vuoi per la eccellente armonia 
« delle proporzioni, vuoi per la semplicità e la sceltezza delle modinature 
€ che ne formano la decorazione *. 

In un pezzo di marmo, che al tempo di Leone X era stato cavato 
in Carrara, alto braccia nove e mezzo, e largo cinque braccia da pie, 
aveva avuto Michelangelo il pensiero di scolpire un altro Gigante, in 
persona d'Ercole che uccide Cacco, e porlo in Piazza accanto al David, 
cioè all' altro lato della porta del Palazzo, per essere, dice il Vasari, 
l'uno e l'altro, cioè il David e l'Ercole, insegna del Palazzo. Il David 
giovane con la frombola in mano, nell' atto di difendere il suo popolo. 



132 PALAZZO VECCHIO 



dovea lì ricordare a chi avea il governo della città, come dovesse go- 
vernarla con giustizia e difenderla con animo ardito ; l' Ercole poi era 
anche l'insegna intagliata nel sigillo della Repubblica. 

Il primitivo sigillo de' Fiorentini era intagliato in uno smeraldo, dove, 
intorno alla figura dell'Ercole, si leggevano le parole: Sigìllum floren- 
tìnorum. Nei primi tempi era dato in custodia al Podestà, ma accadde 
nel 1308 che messer Carlo d'Amelia, allora Podestà, essendo molto de- 
dito a fare baratterìe e guadagnerìe e pessime opere, come dice il Villani, 
un giorno fuggì via portando con seco il sigillo, nella speranza che il 
Comune per riaverlo gli avrebbe dato assai danaro: il Comune invece si 
contentò a farne fare un altro, forse quello in calcedonio, notificandolo in 
tutte le parti, perchè non fosse più data fede all'altro. Allora il fratello 
di detto messer Carlo glielo tolse, e rimandollo a Firenze; e d'allora 
innanzi si ordinò, che né il Podestà, né i Priori, tenessero il suggello, 
ma feceseno guardiani e cancellieri i Monaci conversi di Settimo, i quali 
stettero nella camera detta dell'Armi nel Palagio, fino a che non furono 
sostituiti in quella custodia del Sigillo, al tempo di Papa Innocenzo Vili 
e a petizione de' Fiorentini, da i Monaci professi pure di Settimo, che vi 
rimasero fino al 1531. Ecco dunque perchè parca stesse bene alla porta 
del Palazzo, insieme con quella del David, la figura d'Ercole. 

Morto Leone X e succedutogli Clemente VII, questi persuaso da Do- 
menico Boninsegni o da chi altri si fosse, fece che quel marmo si desse 
a lavorare a Baccio Bandinelli, che allora non aveva che si fare, e Mi- 
chelangelo attendesse tutto alla Sagrestia di San Lorenzo e alle altre opere 
che gli erano commesse. Baccio si mise attorno a quel marmo, col pensiero 
d'aver a far cosa che di gran lunga superasse il David del Buonarroti, 
ne fece più d'un modello; poi, col piacimento del Papa, si fermò in quello 
« dove Ercole aveva Cacco fra le gambe e presolo pe' Capelli, lo teneva 
«. sotto a guisa di prigione ^'^^ ». Il qual gruppo dalle stanze dell'Opera del 
Duomo, dove esso pure venne lavorato, fu trasportato in Piazza de' Si- 
gnori, e messo alla porta di Palazzo, dal lato degli Uffizi, nell'anno 1534. 
Ma perchè il Bandinelli per essere uomo collerico e facile troppo all' in- 
vidia ed all'ira, avesse molti nemici, o perchè il suo Ercole messo li ac- 
costo del David apparisse meno bello e meno vivo di quello che sarebbe 



CAPITOLO Xn 133 



apparso altrove, o anche perchè sempre Egli s'era mostrato invidioso della 
fama del Buonarroti, la quale ogni giorno si faceva più alta tra gli ar- 
tisti di tutto il mondo, e più addentro nell'animo de' fiorentini, il fatto 
è che di tale opera, come fu scoperta ed al publ)lico, parve che gli artisti 
si fermassero più volentieri ad osservare i difetti che non i pregi. Il 
Vasari dice: non parve a molti artefici che nell'Ercole fosse quella fie- 
rezza e vivacità che ricercava il fatto, e gli furono attaccati molti sonetti 
che l'uno diceva peggio dell'altro. Una volta il Cellini avendo che dire 
col Bandinelli, alla presenza del Duca, volto il discorso sull'opera di 
quel gruppo, gliene disse tanto male, che più non si disse mai d'altra 
opera d'arte, per quanto brutta e imperfetta potesse essere. Ei disse, 
mettendo le parole in bocca agli artisti della scuola di Michelangelo, 
che avevano sparlato dell' Opera del Bandinello « che se e' si tosasse 
« i capelli a Ercole, che e' non vi resterebbe zucca che fussi tanta per 
« riporvi il cervello ; e che quella sua faccia e' non si conosce se l' è 
« di uomo o se r è di lionbue ^^'^\ e che la non bada a quel che la fa, 
« e che l'è male appiccata in sul collo, con tanta poca arte e con tanta 
« mala grazia, che e' non si vedde mai peggio ; e che quelle sue spal- 
« Iacee somigliano due arcioni d'un basto d'asino; e che le sue poppe 
« ed il resto di quei muscoli non son ritratti da un uomo, ma sono ri- 
< tratti da un saccaccio pieno di poponi, che dritto sia messo, appog- 
« giato al muro^"^ ». E così via di seguito; nel quale giudizio traspa- 
risce troppo l'ira e anche l'odio che in quel momento agitava l'animo 
del Cellini, che non teneva misura. 

Una censura, ma più temperata, è quella che di tale statua fa Raf- 
faello Borghini nel suo Eiposo^^^\ dove ne fa discorrere il Sirigatto e 
Michelozzo. Ma per quanto de' difetti in quel gruppo siano veramente, 
ed appariscano agli occhi di chi lo consideri, pure non mancano in esso 
de' pregi, pe' quali ninno ha mai pensato né penserebbe di toglierlo dalla 
vista del pubblico; e potè il Rastrelli escire in queste parole: « Comunque 
« sia possiamo francamente asserire, che vi è molto bello in questo gruppo 
« e che sarebbe da desiderarsi un qualche scultore che facesse una si- 
« mile statua, non ostante tutti i difetti ». Ma quando il Rastrelli metteva 
alle stampe queste sue parole, era già nato in Italia Antonio Canova che 

18 



134 PALAZZO VECCHIO 



avrebbe ricondotta 1' arte della scultura agli antichi splendori del Buo- 
narroti, ed era per cominciare il secolo in cui qui a Firenze dovevano 
nascere e crescere alla stessa arte ed alla gloria il Bartolini, il Pam- 
paloni e il Duprè. 

Più presso alla porta del Palazzo fra il David e l'Ercole, erano poi 
e sono ancora due Termini, uno maschio ed uno femmina, questo dello 
stesso Bandinelli, l' altro del suo discepolo Vincenzo de' Rossi, a' quali 
si solca attaccare una catena per impedire l'ingresso nel Palazzo, in 
certe occorrenze. In quella di forme maschili, dice il Borghini, volesse 
r artista significare la forza e la magnanimità della Toscana, nell' altra 
in cui la femmina ha un diadema sul capo, ed è presso a mutarsi in 
lauro, che si volesse simboleggiata la leggiadrìa e la virtìi deUa Toscana 
nelle arti che si dicono sorelle e nella amenità degli studi. Volgarmente 
queste due statue sono dette Filomene e Bauci. 



(') Nel libro di Deliberazioni degli Operai di Palazzo, dal 1495 al 1497, trovasi la nota 
degli oggetti della Cappella, passati dal Palazzo Medici a quello de' Signori, per ornamento 
della loro, consegnati dai Sindaci di Piero. 



Uno chalice con la patena. 

Una pietra sagrata con diaspri et madreperla. 

Uno canpanuzzo di rame. 

Quattro candellieri d'ottone, cioè due d'ottone et due 

alla domaschina. 
Tre cordigli bianchi. 
Cinque stole di più colorì. 
Dieci manipoli di più colori. 
Cinque amitti di più colori. 
Uno fornimento da chamici. 
Due fazoletti di seta pel chalice. 
Una coperta per la tavola dell'altare di raso alexandrino 

con frangie d' oro. 
Dua pianete; una di talTettà rosso con fregio biancho et I polla. 

r altra d' apicolato con fregio d' oro di Cipri. 1 



Uno messale richo con puntali d'ariento. 
Due altri amitti. 
Quattro fazoletti da chalice. 
Uno guanciale di raso chermisi richamato. 
Uno camicio bruscato di velluto apicolato. 
Una tavola da altare con sua ornamenti, dipinta et co- 
lorata con Vergine Maria drente. 
Uno dosale di velluto apicolato con fregio d'oro di cipri. 
Due chamici bianchi sanza brusii. 
Una tovaglia d' altare lavorata d' oro et di seta. 
Quattro tovaglie tra buone et cattive. 
Uno sciughatoio. 
Uno paio di champanelle, eh' erano all' uscio della Gap- 



(2) Vedi Vasari, Op. cit., voi. vii, pag. 153, n." 2. 

(3) Si conserva tuttora nel Museo Buonarroti. 

W Vedi A. Gotti, Vita dì Michelangiolo Buonarroti, voi. i, pag. 28. 
(5) Quello di bronzo del Verrocchio. 
W Gaye, Op. cit., voi. II, pag. 464. 
<■') Op. cit., voi. II, pag. 464. 
W Ivi, tomo IV, pag. 94. 



CAPITOLO XII 135 



(9) Op. cit., pag. 271. 
(10) Vedi Landucci, Diario, pag. 276. 

<"> Archivio di Stalo di Firenze, Cartef/gio universale d^ Granduchi, filza 363, e. 419. 
02) Ivi, voi. II, pag. 35. 
(18) Loc. cit., voi. Il, pag. 50, n.° 1. 

(14) Vedi L'Elogio del De Fabris che io lessi nella sala dei Dugcnto in Palazzo Vec- 
chio il 20 maggio 1887, pag. 13. 

(15) Vasari, Op. cit., tomo vi, pag. 151. 

(16) Mostro che tenga del leone e del bue. 

(i'') Gellini, La vita scritta da Lui medesimo. Firenze, Successori Le Monnier, 1866, 
pag. 412. 

(18) Il Riposo di Raffaello BoRGHiNi. In Fiorenza appresso Giorgio Marescotli, 1584, 
pag. 164. 





CAPITOLO xni. 



Come il Soderini pensasse di far dipingere la Sala grande del Consiglio 
a Lionardo da Vinci e a Michelangelo Buonarroti. 




lERO Soderini, eletto Gonfaloniere, a 
vit^ ai 22 settembre del 1502, nel 
Consiglio generale, al quale inter- 
vennero più di 2000 persone, entrò 
in ufficio il primo di novembre del 
detto anno. In quel giorno medesimo 
in cui fu istallato il Gonfaloniere a 
vita, cessava in Firenze l'ufficio del 
Podestà, che era da principio come 
la figura del sovrano, ma ora non 
doveva essere più altro che un giu- 
dice. Il pernio di tutto lo Stato veniva ad essere nel Gonfaloniere. Il 
Cerretani nelle sue Storie manoscritte ci dà questo ritratto del Soderini : 
« ricco e senza figlioli, di casa non piena di molti uomini né copiosa di 
« molti parenti. Aveva cinquant' anni, di mezza statura, viso lai^ e di 
« color giallo, gran capo, capelli neri e radi; grave, eloquente, ingegnoso, 
« di poco animo e d'intendimento poco forte, e non di molte lettere; vano, 



138 PALAZZO VECCHIO 



« parco, religioso, pietoso e senza vizi ; aveva per donna la figlia del mar- 
* chese Gabbriello Malaspini da Fosdinovo, bellissima benché attempata e 
« savia con modi regi. » Il Landucci nel suo Diario ^^^ ha questo ricordo: 
« E a dì 19 di febbraio 1502 (stile comune 1503), andò la donna del 
« Gonfaloniere, eh' à nome madonna Argentina, in Palagio de' Signori 
« albergo e per stanza, la prima volta. E parve la cosa molto nuova ve- 
« dere abitare donne in Palagio y>. 

Sotto il gonfalonierato del Soderini. Entrato in Palazzo il Soderini, 
furono subito acconciate le stanze o camere che Egli occupava e le molte 
spese che si fecero per tali acconcimi, e che sono descritte negli stan- 
ziamenti degli Operai di Palazzo, mostrano che ciò non era tanto cosa 
da poco. Fra gli altri stanziamenti è questo del 10 maggio 1503 « a 
« Francesco di Piero di Donato dipintore fiorini xviii larghi d'oro in 
« oro per sue fatiche et opera di dipinture della camera dove stava il 
« Notaio de' Signori e ogi è per uso del magnifico Gonfaloniere et per 
« ogni cosa che per conto della dipintura di detta camera potesse doman- 
« dare, in tutto provvisto lire 126 ». Abbiamo veduto come si andasse 
già adornando la porta principale del Palazzo, con la statua di Miche- 
langelo rappresentante il David, ora è a dire come essendo allora in 
Firenze Leonardo da Vinci, che già aveva fama di grande pittore, ve- 
nisse, per decreto pubblico a lui allogata la pittura della sala del gran 
Consiglio testé compita. « Per il che, dice il Vasari, volendola condurre, 
« Lionardo cominciò un cartone alla Sala del Papa, luogo in Santa Maria 
« Novella, dentrovi la storia di Niccolò Piccinino capitano del Duca Fi- 
« lippo di Milano, nel quale disegnò un gruppo di cavalli che combat- 
« tevano una bandiera: cosa che eccellentissima e di gran magisterio fu 
« tenuta, per le mirabilissime considerazioni che egli ebbe nel far queUa 
« fuga; perciocché in essa non si conosce meno la rabbia, lo sdegno e 
« la vendetta negli uomini, che ne' cavalli; tra' quali due intrecciatisi 
« con le gambe dinanzi, non fanno men guerra coi denti, che si faccia 
« chi gli cavalca nel combattere detta bandiera, dove appiccato le mani 
« un soldato, con la forza delle spalle, mentre mette il cavallo in fuga, 
« rivolto egli con la persona, aggrappato l'aste dello stendardo per sgu- 
« sciarlo per forza dalle mani di quattro; che due lo difendono con una 



CAPITOLO XIII 139 



« mano per uno e l'altra in aria con le spade tentano di tagliar l'aste, 
« mentre che un soldato vecchio, con un berrettone rosso, gridando tiene 
« una mano nell'asta, e con l'altra inalberato una storta, mena con 
« stizza un colpo per tagliar tutte a due le mani a coloro, che con forza 
« digrignando i denti tentano con fierissima attitudine di difendere la loro 
« bandiera. Oltra che in terra, fra le gambe de' cavagli, v' ha due figure 
« in iscorto che combattendo insieme, mentre uno in terra ha sopra uno 
« soldato, che alzato il braccio quanto può, con quella forza maggiore 
« gli mette alla gola il pugnale per finirgli la vita, e quello altro, con 
« le gambe e con le braccia sbattuto, fa ciò che egli può per non volere 
« la morte. Né si può esprimere il disegno che Lionardo fece negli abiti 
« de' soldati, variamente variati da lui; simile i cimieri e gli altri orna- 
le menti, senza la maestria incredibile che egli mostrò molto nelle forme 
« e lineamenti de' cavagli, i quali Lionardo meglio eh' altro maestro fece 
< di bravura di muscoli e di garbata bellezza. Dicesi che per disegnare il 
« detto cartone fece un edifizio artificiosissimo, che stringendolo s'alzava, 
« ed allargandolo s'abbassava. Ed immaginandosi di volere a olio colo- 
« rire in muro, fece una composizione d'una mistura sì grossa per lo 
« incollato del muro, che continuando a dipignere in detta sala, cominciò 
« a colare di maniera, che in breve tempo abbandonò quella, vedendola 
« guastare » . 

Intorno a questo lavoro di Leonardo ha messo insieme, nelle sue 
note al Vasari, varie notizie e documenti Gaetano Milanesi, rettificando 
e compiendo il racconto che ne fa messer Giorgio. Quanto al tempo 
preciso in cui venne dalla Signorìa allogata a Leonardo questa pittura, 
si congettura che dovesse essere verso l'ottobre del 1503, perchè si trova 
che ai 24 di detto mese i Signori e Collegi comandano al Massaio della 
Camera dell'Arme di consegnare a Lionardo la chiave della sala del Papa 
e delle altre stanze attigue nel Convento di Santa Maria Novella; e un 
ricordo di questo lavoro si ha da un ordine della Signorìa agli Operai 
di Santa Maria del Fiore del 16 dello stesso mese, perchè prestino tutto 
il legname occorrente a riattare il tetto del tinello della detta sala del 
Papa, e da un altro ordine dell' 8 gennaio seguente, nel quale si com- 
mette ai detti Operai di prestare diverse sorti di legname che bisognava 



140 PALAZZO VECCHIO 



per fare in quella sala certum quid circa jìicturam fiendam per Leo- 
nardum de Vincio prò palatio dictorum Dominorum '■^^ Abbiamo poi in- 
torno a questo una deliberazione dei medesimi Signori e Collegi del 4 
di maggio del detto anno 1504, pubblicata nel Giornale Storico degli 
Archivi Toscani ^^\ nella quale era stabilito che Leonardo dovesse avere 
finito il cartone dentro il mese di febbraio 1505; che per questo lavoro 
gli si dessero a buon conto 15 fiorini d'oro al mese, cominciando il 
primo mese a' 20 del prossimo passato aprile del detto anno ; e che qua- 
lora egli non avesse compito il cartone nel tempo fissato, fosse tenuto 
a restituire il danaro percetto; e finalmente che venendo bene a Leo- 
nardo di dipingere sul muro quella parte del cartone che avesse dise- 
gnato e finito, i detti Signori si sarebbero contentati di dargli ciascun 
mese quel salario che per tale pittura fosse giudicato conveniente; pro- 
lungando in questo caso il tempo assegnatogli per finire il cartone, e 
promettendo di non allogare la pittura sul muro ad altri senza il con- 
senso di lui. Si hanno poi dai libri degli Operai le partite delle spese fatte, 
dalle quali si può rilevare che Leonardo lavorò intorno al cartone fino 
al febbraio del 1504, e che da questo tempo in poi attese alla pittura 
sul muro nella sala del Consiglio. Da queste partite il Milanesi ha rica- 
vato che per fare il cartone fu adoperata una risma e 29 quaderni di 
fogli reali, per impastarlo 28 libbre di farina, e per orlarlo un lenzuolo 
di tre teli; per la pittura furono poi consumate 663 libbre di gesso, 89 
di pece greca, 223 d'olio di seme di lino, o di lin seme, come dicevano 
allora, 48 di biacca alessandrina, 36 di bianchetta soda, 11 once d'olio 
dì noce, ed alcuni fogli d'oro. Mentre stava lavorando Leonardo fu ri- 
chiesto a Milano nel maggio 1506, da Carlo d'Amboyse, signore di 
Chaumont, governatore di quella città per Lodovico XII, re di Francia. 
E la Signorìa gliel concesse per tre mesi, e mediante contratto rogato 
da ser Niccolò Nelli notaio, Leonardo s' obbligò al termine di tre mesi 
di tornare, sotto pena di pagare 150 fiorini d' oro in oro larghi e con 
la mallevadorìa di messer Lionardo Bonafè spedalingo di Santa Maria 
Nuova: però al termine dei tre mesi lo Chaumont chiese alla Signoria 
che gli lasciasse Leonardo almeno per tutto settembre, e la Signorìa non 
potette dire di no e acconsentì ; poi pare s' intaccasse anche l' ottobre. 



CAPITOLO XIII 141 



finalmente lo stesso re Lodovico fece intendere per mezzo di Francesco 
Pandolfini, ambasciatore della Repubblica in Francia che sarebbe stato 
suo desiderio che Leonardo lo attendesse in Milano per un opera che 
intendeva di commettergli; e la Signorìa scrive al suo Ambasciatore che 
faccia intendere a quella Maestà come essa non poteva avere maggior 
piacere che farle cosa grata, e che non solo Lionardo, ma ogn' altro suo 
uomo avrebbe voluto che la servisse ne' desideri e bisogni suoi ; nello 
stesso tempo scrisse a Leonardo per fargli sapere essere a lei sempre 
gratissimo che egli serva quella Maestà, stimando che avesse a riuscire 
a lui di comodo e di onore. Della pittura nella sala non è da quel tempo 
più fatta parola, quindi tutto si riduce, quello che ne' sappiamo, ai do- 
cumenti pubblicati dal Gaye e dal Milanesi ^*\ curiosi ed importanti per le 
minute particolarità intorno alle spese de' colori, d'olii, d'ordigni, ponti, ecc. 
fatte per questo lavoro, le quali provano ad evidenza che Leonardo vi 
attese quasi interi i due anni 1504 e 1505, e che oltre alla esecuzione 
del cartone egli condusse molto innanzi anche il dipinto. A ciò si aggiunge 
la testimonianza del Memoriale dell'Albertini, impresso nel 1510, dove tra 
le cose della sala grande nuova del consiglio majore, si nominano li 
cavalli di Leonardo Vinci et li disegni di Michelangelo. Se poi quest'af- 
fresco perisse per la cattiva composizione dell'intonaco e de' colori, come 
dice il Vasari, ovvero per i mutamenti fatti in quel luogo, non si può 
risolvere con certezza; forse per l'una cagione e per l'altra insieme. In 
questo lavoro Leonardo fu aiutato da Raffaello d'Antonio di Biagio e 
da Ferrando Spagnolo. 

In quello stesso tempo aveva compito il David, Michelangelo; ed 
il Sederini pensò di affidare a lui un altro lato della gran Sala, la quale 
se fosse riescita veramente quale sarebbe stata con le pitture di Leonardo 
da una parte e di Michelangelo dall'altra, avrebbe in magnificenza ed 
in bellezza superato qualunque altro monumento di simil genere nel 
mondo. Il Vinci e il Buonarroti erano tali da dipingere essi il tempio 
stesso delle arti, della libertà, della gloria, e bene potevano adornare il 
Palazzo del Popolo qui in Firenze, e con la loro pittura far parlare quelle 
mura, mettere quasi un moto di vita, di pensiero in quella sala, dove una 
volta il Popolo faceva le sue Provvisioni, parlava delle sue libertà, seri- 



142 PALAZZO VECCHIO 



veva le sue memorie, dove il Savonarola grande anima aveva predicato 
di Dio, della giustizia, dell'amore. Michelangelo cominciò il suo cartone 
nel 1504, e pare che e' lo lavorasse in una stanza nello Spedale de' tintori 
a Santo Onofrio. Ed anche a proposito di questo lavoro il Gaye^^^ pub- 
blicò alcune partite di pagamenti per le spese occorse: « 31 ottobre 1504. 
« A Bartolommeo di Sandro, cartolaio, lire 7 per 14 quaderni di fogli 
« reali bolognesi per il cartone di Michelagnolo ». 

« Bernardo di Salvadore, cartolaio, lire 5 per mectere insieme el 
« cartone di Michelagnolo ». 

« 31 dicbr. 1504. Francesco et Pulinari di Simone di Salomone del 
« garbo, spetiali, per libr. x di cera biancha e spugne e trementine per 
« incerare finestre et per il cartone di Michelagnolo, et a Lionardo da 
« Vinci lire 10. 6 >. 

« Piero d'Antonio, che impasta le carte, per opera a aiutare im- 
« pastare el cartone che fa Michelagnolo — 2. 10 ». 

Nel febbraio del 1505 si pagavano a Michelagnolo di Lodovico di 
Lionardo di Buonarroti Simoni per sua faticha a buon conto di dipignere el 
cartone, lire 280. E ai 30 d'agosto pare il cartone finito, per metterlo 
quindi in pittura, trovandosi che in quel giorno si pagavano lire 14. 7 
a Piero di Zanobi, funaiuolo, « per 3 panchoncelli dabeto auti per me- 
« etere suvi el cartone di Michelagnolo in ballatoio ». 

Ma essendo Michelangelo in quel tempo chiamato a Roma da Giu- 
lio II, perchè mettesse mano alla sepoltura che detto Papa gli aveva 
commesso per sé medesimo, non potè attendere alla pittura della Sala, 
almeno non potè andare oltre il suo cominciamento, ma il cartone era 
di per sé gran cosa, che maggiore non si poteva sperare dall'arte. Il 
Cellini che d' arte sapeva quanto altri pochi, lasciò scritto nella sua vita^®^ 
che questo cartone fu la prima bella opera che Michelagnolo mostrò delle 
maravigliose sue virtù; in esso faceva vedere « una quantità di fanteria 
« che, per essere di state, s' erano messi a bagnare in Arno ; ed in questo 
« istante dimostra eh' e' si dia all' arme, e quelle fanterie ignude corrono 
« all'arme, e con tanti bei gesti, che mai, né degli antichi né d'altri 
« moderni, si vidde opera che arrivassi a così alto segno ». 

Ma come ho preso dal Vasari la descrizione del disegno di Leonardo, 



CAPITOLO XIII 143 



così prendo ora quella del cartone di Michelangelo, che niun' altri l' ha 
fatta con maggiore vivacità e colorito di lui. < Michelagnolo, dice dunque 
« il Vasari''", ebbe una stanza nello spedale de' Tintori a Santo Onofrio, 
« e quivi cominciò un grandissimo cartone, né però volse mai che altri 
« lo vedesse: e lo empiè di ignudi, che bagnandosi per lo caldo nel fiume 

< d'Arno, in quello stante si dava all'arme nel campo, fingendo che gli 

< uomini li assalissero; e mentre che fuor delle acque uscivano per ve- 
« stirsi i soldati, si vedeva dalle divine mani di Michelagnolo chi affretr- 

< tare lo armarsi per dare aiuto a' compagni, altri affibbiarsi la corazza, 
« e molti mettersi altre armi in dosso, ed infiniti combattendo a cavallo 
<c cominciare la zuffa. Eravi, fra l'altre figure, un vecchio che aveva in 
«e testa per farsi ombra una grillanda di oliera; il quale postosi a sedere 
« per mettersi le calze, e non potevano entrargli per aver le gambe 
« umide dell'acqua; e sentendo il tumulto de' soldati e le grida ed i 
« romori de' tamburini, affrettando tirava per forza una calza ; ed oltra che 
« tutti i muscoli e nervi della figura si vedevano, faceva uno storci- 
« mento di bocca, per il quale dimostrava assai quanto e' pativa e che 
« egli si adoperava fin alle punte de' piedi. Eranvi tamburini ancora, e 
« figure che, coi panni avvolti, ignudi correvano verso la baruffa, e di 
« stravaganti attitudini si scorgeva, chi ritto, chi ginocchioni, o piegato, 
« o sospeso a giacere, ed in aria attaccati con iscorti difficili. V erano 
« ancora molte figure aj^gruppate ed in varie maniere abbozzate, chi con- 
«c tornato di carbone, chi disegnato di tratti, e chi sfumato, e con biacca 
« lumeggiati, volendo egli mostrare quanto sapesse in tale professione. 
« Per il che gli artefici stupiti ed ammirati resto rono, vedendo l' estre- 
me mità dell'arte in tal carta per Michelagnolo mostrata loro. Onde ve- 
« dute sì divine figure, dicono alcuni che le videro, di man sua e d'altri 
« ancora, non essersi mai più veduto cosa, che della divinità dell'arte, 
« nessuno altro ingegno possa arrivarla mai. E certamente è da credere; 
« perciocché da poi che fu finito e portato alla sala del Papa con gran 
* rumore dell'arte, e grandissima gloria di Michelagnolo, tutti coloro 
« che su quel cartone studiarono, e tal cosa disegnarono, come poi si 
«■ seguitò per molti anni in Fiorenza per forestieri e per terrazzani, di- 
« ventarono persone in tale arte eccellenti, come vedemmo; poi che in 



144 PALAZZO VECCHIO 



« tale cartone studiò Aristotile da San Gallo, amico suo, Ridolfo Ghir- 
« landaio, RafFael Sanzio da Urbino, Francesco Granaccio, Baccio Ban- 
« dinelli, ed Alonso Berugetta spagnuolo; seguitò Andrea del Sarto, il 
« Franciabigio, Jacopo Sansovino, il Rosso, Maturino, Lorenzetto, e il 
« Tribolo allora fanciullo, Jacopo da Puntormo, e Pierin del Vago; i 
« quali tutti ottimi maestri fiorentini furono ». 

Nel 1512 quando il Soderini fu deposto d'ufficio e la casa de' Me- 
dici rimessa in stato, nel tumulto, a starsene al Vasari ^^\ che ebbe luogo 
in Palazzo, tra quei di dentro che lo difendevano e que' di fuori che 
lo assalivano, per la rinnovazione dello Stato, si disse, che trovandosi 
in Palazzo Baccio Bandinelli, il quale era pieno d'odio e d'invidia per 
Michelangelo, strappò in più pezzi il suo cartone; e non si sapendo la 
causa alcuni andavano dicendo che e' l'avesse stracciato per averne ap- 
presso di sé e con suo comodo qualche pezzo; altri, così lo ritenevano 
cattivo, che avesse voluto tórre agli altri giovani la maniera di farsi 
più innanzi nell'arte, studiandola in questo; altri che fosse indotto a fare 
così trista cosa dall'amore che aveva per Leonardo, parendo a lui che 
al dirimpetto dell'opera del Buonarroti, troppo restasse inferiore quella del 
da Vinci; finalmente v'erano alcuni, e questi secondo il Vasari s'acco- 
stavano più al vero, i quali ne davano la causa all'odio che egli portava 
a Michelangelo. De' pezzi in che fu fatto il cartone, alcuni si vedevano 
ancora al tempo del Vasari in Mantova nella casa di messer Uberto 
Strozzi; e v'ha una lettera, tra le Pittoriche ^^\ di Guglielmo Sangalletti, 
ambasciatore di Toscana a Roma, scritta a' 18 di febbraio 1575 a Nic- 
colò Gaddi, nella quale si accenna essergli stata fatta dagli Strozzi di 
Mantova la offerta di offrire al Granduca i cartoni di Michelangelo che 
essi possedevano. Il negozio non si sa che avesse risoluzione, ma si po- 
trebbe congetturare che fosse ripreso e condotto a buon fine col Duca 
fli Savoia, perchè è certo che Carlo Emanuele I possedeva tre cartoni 
di Michelangelo, i quali erano nell'appartamento del palazzo ducale di 
Torino chiamato il Paradiso, e bruciarono nel 1621 con alcuni quadri 
antichi e moderni ^"\ 



CAPITOLO XIII 



145 



(0 Op. cit., pag. 254. 

(2) Deliberazioni degli Operai di Santa Maria del Fiore dall'anno -1496 al 4507, carte 73 
verso e 75. 

(3) Voi. Il, pag. 137. 

<'') Op. cit., voi. Il, pag. 88-89. 
(5) Voi. Il, pag. 92, 93. 
(fi) Cellini. Vita, 4852, pag. 22. 
O) Op. cit., Tom. vii. pag. IGO. 
<8) Op. cit., voi. II, pag. 137. 
W Lettere pittoriche. Tom. in, n." cxLix. 
<io) V. A. ANGELUccr, Arti ed Artisti in Pienumte; Torino 4878. 



-«: 




e*- 




CAPITOLO XIV. 



Cacciata di messer Piero Soderini. Gtcasli nella graiì Sala. 




NTRAVA in Toscana il viceré spa- 
gnolo Raimondo da Cardona, e con 
grande rapidità e senza contrasti ve- 
niva alle mura di Firenze, donde 
mandava tosto intimazione alla Re- 
M '* M' pubblica di mutare il governo, alla 
città di aprire le porte ai Medici. I 
fiorentini stettero come sorpresi, e 
1 ubbiosi; non credevano che il Papa 
Giulio, che non voleva forestieri in 
Italia, potesse nel fatto porre innanzi 



gli spagnuoli ai fiorentini, speravano che i Medici, i quali tenevano dietro 
al Cardona, ma poco s'erano mostrati e meno affaticati, tanto non vo- 
lessero spingere le cose innanzi da rovinare la città, uccidere nel suo 
seno qualunque libero governo; quindi presero le armi e si fecero alle 
mura quanti bastassero per difesa contro quei di fuori, e per guardia per 
quei che dentro avrebbero volentieri fatta novità per i Medici. Il Sode- 



148 PALAZZO VECCHIO 



rini, gonfaloniere, adunava a modo di Pratica il Consiglio grande, al 
quale esponeva quello che la Lega, cioè il Papa, il re di Spagna, e il 
re di Francia, domandasse alla città ; e quanto a sé disse essere egli pronto 
a deporre il grado suo qualora il popolo se ne contentasse. Fu una voce 
e un voto solo; volere essi mettere il sangue e la roba per la difesa del 
loro governo ; rifiutare ogni accordo. Aveva il Cardona chiesto cento some 
di pane per i suoi soldati, e fu negato, onde egli stretto dalla penuria, 
corse con tutto l'impeto a Prato e lo mise a sacco. « Crudelissime sopra 
« tutto, dice il Capponi ^*\ furono in Italia le invasioni delle armi spa- 
« gnole, che mai non pagate dal regio erario, viveano sul sacco e sulla 
« ruina dei luoghi acquistati. Abbiamo più narrazioni del Sacco di Prato 
«e dove per la ferita degli invasori è certo che barbaramente perirono 
« uomini e donne e fanciulli in più centinaia; non perdonato alla pudi- 
« cizia delle vergini chiuse nei chiostri; le robe sanguinose dei Pratesi 
« portate a vendere in Firenze; i cittadini anche mezzanamente facoltosi 
« fatti prigioni e menati attorno finché non pagassero le ingorde taglie, 
« venduti anche a uomini peggiori dei soldati stessi, che speculavano 
« sulla crudeltà dei trattamenti per cavarne lucro più ingordo; quel mi- 
«c serando giorno fu il ventinovesimo d'agosto >. Fu uno spavento dap- 
pertutto, cede Pistoia, cede Pescia, piegò finalmente anche Firenze. Il 
Landucci scriveva nel suo Diario: « E a dì 30 d'agosto 1512, porta- 
ci rono le chiavi e Pistoiesi al campo degli Spagnuoli, e presono accordo 
« con loro; e così Pescia, per modo che si mandò dalla Signorìa al Vi- 
« cere, per accordo, due nostri cittadini, e dopo più volte, andando e 
« tornando, si fece un accordo col Viceré che noi entrassimo nella lega 
« pagando 60 mila fiorini ; e la seconda, che '1 Gonfaloniere eh' era a 
« vita se n' andassi a casa ; e la terza, che si rimettessino e' Medici. 

« E a dì 31 detto, tornarono gli Ambasciadori, e fu consentito tutto ; 
« e, giungendo qui, andarono in Palagio circa alle 18 ore e mandoronne 
« el detto Gonfaloniere, eh' era a vita, eh' avea nome Piero Soderini, 
« pacificamente e d'accordo, perchè lui disse non volere essere scandolo 
« al suo popolo, e eh' era contento a tutto quello eh' era la volontà di 
« Dio : onde si restò sansa Gonfaloniere ; e dipoi s' andò con Dio di fuori. 
« E così si partì dimolti cittadini, chi a Siena, chi di qua e chi di là. 



CAPITOLO XIV 149 



€ per loro maggiore sicurtà. > Il Sederini fu dapprima accompagnato a 
Siena, poi, temendo del Papa, ad Ancona e di là preso il mare si con- 
dusse a Ragusi. Lo stato in Firenze si mutò a benefizio de' Medici che 
rientrarono. Non più si volle il Gonfaloniere a vita, ma per un anno, e 
il Consiglio grande, dove intervennero oltre a 1500 cittadini, elesse a 
tale ufficio Gian Battista Ridolfi, amatore di libertà e capace a gover- 
nare la repubblica. In quel tempo entrava Giuliano de' Medici a Firenze, 
e perchè le case sue erano ancora vuote e guaste, andò a scendere a 
quelle degli Albizzi, dalle quali il bisavo di lui aveva cacciato Rinaldo, 
e dove lo accompagnava allora Anton Francesco che era rientrato in sua 
compagnia; il cardinale Giovanni era ancora a Campi, dopo di essere, 
per sua sciagura e fortuna insieme, stato presente al sacco di Prato, ed 
avere assistito nel campo del Viceré all'accordo con gli Oratori fiorentini. 
I Medici entrati in Firenze con le armi straniere, poco di sé fidandosi 
in sul principio, non vollero grandi novità, né presero il fare da padroni ; 
ma col passare de' giorni, ritornarono ad essi gli spiriti, entrò in Firenze 
il cardinale Giovanni, e subito dopo anche Giuliano si mosse, e fatta 
gente intorno a sé corse a Palazzo, dove, non trovando resistenza, entrò 
e fece ivi la volontà sua; poi sonato a Parlamento, era il 16 di settem- 
bre, a ore 21, la Signorìa venne giù in ringhiera, lesse al popolo i ca- 
pitoli pe' quali si dava balìa a 12 uomini per quartiere che potessino 
quanto tutto il popolo di Firenze per uno anno, che potessino fare e 
disfare ogni ufficio nella città. Così i Medici tornarono ad essere nuova- 
mente Signori nella città loro, ed a loro solamente si venne accomo- 
dando tutto il governo. 

Il Landucci racconta che a dì 2 d'ottobre i Medici feciono ridipingere 
l'arme propria al loro Palagio, alla Nunziata e in molti luoghi, facendo 
levare la immagine del Gonfaloniere dalla Nunziata de' Servi. Perchè è 
da sapere che costumavasi dalle persone più illustri di Firenze, siccome 
a questo passo del Landucci nota il signore Jodoco del Badìa, ed anche 
da' forestieri d' ogni grado, come pontefici, cardinali, principi, condot- 
tieri ecc., di porre in questo tempio, i propri ritratti in statue di cera 
al naturale, vestiti in costumi. Stavano su certi palchi appositamente co- 
struiti, ma non essendo questi più sufficienti a contenerli tutti, si prin- 



150 PALAZZO VECCHIO 



cipiò nel 1448 ad appenderli con canapi al soffitto della chiesa. Quando 
qualcuna di queste immagini precipitava di sotto, si presagiva che qualche 
disgrazia ne avvenisse a quella persona o alla famiglia. Per passione po- 
litica si levavano i ritratti degli invisi al partito dominante; e questo 
del Sederini è uno de' non pochi esempì. 

I Medici erano, siccome ho detto, rientrati in Firenze e i loro ade- 
renti signoreggiavano in palazzo ; e il cardinale Giovanni, e Giuliano fecero 
a loro modo, senza più omai nemmeno mentire le forme legali, la Signorìa, 
abolirono il Consiglio grande nel quale stava la somma d'ogni cosa, e i 
Dieci di Balìa, e l'Ordinanza della Milizia; il Gonfaloniere ridussero a 
stare i soliti due mesi, e gli altri, con tutta la Signorìa e i Collegi, si 
facessero a mano per mezzo degli Accoppiatori, che era il più delle volte 
un farlo a piacere di chi ci metteva mano. Rifecero gli Otto di Pratica; 
e quello che più valeva, messere al Palagio ed alla Piazza una grossa 
guardia di soldati forestieri sotto al comando di Paolo Vettori. Questi sol- 
dati stranieri, doveano essere spagnoli ceduti dal Viceré, il quale com'ebbe 
avuta da' Fiorentini la somma di oltre centocinquanta mila fiorini, com- 
putando i donativi a lui e agli altri principali personaggi che eran con 
lui, partì da Prato e se ne andò in Lombardia. E fu per accomodare 
siffatta gente in Palazzo, che guastarono il magnifico salone. Ecco di ciò 
il ricordo che ce ne fa il Landucci : « È in questo tempo (cioè nel mese 
« di dicembre 1512) piacque a questo governo nuovo di guastare la sala 
« del Consiglio maggiore, cioè el legniamo e tante belle cose, ch'erano 
« fatte con tanta grande spesa, e tante belle spalliere; e murarono certe 
« camerette per soldati e feciono una entrata dal Sale; la qual cosa dolse 
« a tutto Firenze, non la mutazione dello Stato, ma quella bella opera del 
«e legniamo di tanta spesa. Ed ora di grande riputazione od onoro della 
« città avere sì bella residenza. Quando veniva una ambasceria a visitare 
« la Signorìa, facieva stupire chi la vedeva, quando entravano in sì magna 
€ residenza o in sì grande cospetto di consiglio de' cittadini sia sempre a 
« laude e gloria di Dio ogni cosa e posto nella sua volontà ». Gli Operai 
di Santa Maria del Fiore avevano avuto ordine dai Priori ai 22 di novem- 
bre, di consegnare a Baccio d'Agnolo, architetto e capo maestro del loro 
Palazzo, tutti i legnami occorrenti joro sala dicti Palata reactanda, quae 



CAPITOLO XIV 151 



vocabatur Sala Consilii majoris. E il 31 di dicembre ordinarono al Ca- 
marlingo della Camera dell'Armi di pagare ai detti Operai tutti gli abeti 
ricevuti e da riceversi dall' Opera, prò conficiendis mansionibus Custodice 
Salce novce. Il Provveditore degli Operai del Palazzo della Repubblica 
fiorentina registra nel libro intitolato Giornale A, il 1° gennaio 1513 s. e, 
una partita di lire 287. — .6, pagate già « per conto della muraglia si 
« fa in palazzo nella sala per la guardia »; ed a questa partita ne suc- 
cedono molte altre tra le quali una del primo marzo di lire 8. 12. — 
a Francesco di Capello e e' lengnaiuoli i quali fino dal 22 gennaio ave- 
vano consegnato 29 asse d'albero di f le quali furono braccia quadre 43, 
a soldi 4 il braccio, « per fare un armadura in sala de la guardia a la 
« pictura fecie Lionardo da Vinci, perchè la non si guastassi''^' >. Ciò 
sta anche a mostrare il caso che facevano gli Operai del Palazzo di quel 
principio dell'opera di Leonardo. 



(<) Op. cit. voi. ir, pag. 307. 

(2) Giornale di Creditori e Debitori dell' Opera del Palagio dal 1512 al 1523 nell'Ar- 
chivio di Stato di Firenze. 





CAPITOLO XV. 



Tumulto in Palazzo per la mutazione di Stato nel 1527 . 
e del Monagramma di Cristo in sulla porta. 




NTORNO al tumulto che si fece prin- 
cipalmente in Palazzo, quando, nel 
1527, furono per l'ultima volta, ma 
non per sempre, cacciati dal Governo 
e dalla città di Firenze i Medici, i quali 
poi ne ritornarono padroni e principi; 
mi piace di riportare qui la lettera 
che quel « buon vecchio >, come lo 
chiamavano tutti, di Jacopo Nardi 
scrisse a Benedetto Varchi, il quale 
si preparava a comporre dell'assedio 
di Firenze la magnifica storia; questa lettera è stata messa fuori per la 
prima volta dal professor Vittorio Fiorini, nella Miscellanea Fiorentina ^'\ 
pure non si può dire che sia alle mani di tutti: 

« JESUS ». 

« Essendo la città in timore per la venuta dello essercito del Duca di Borbona, fu data 
« commissione a' Gonfalonieri delle compagnie del popolo che facessero la descriltione di 
« tutti gli huomini da portare arme, ciascuno del suo Gonfalone. La quale essendo stata 



154 



PALAZZO VECCHIO 



fatta, et rapportata, pareva che ognuno, et la gioventù massime, desiderasse che l' arme 
si dessero, non meno per assicurarsi dalla insolenza de' soldati domestichi, che ne doveano 
difendere, che dal pericolo de'nimici esterni. Ma differendosi la espeditione, et instando 
i capi della gioventù, il Gonfaloniere di giustizia L. G. (Luigi Guicciardini) mandò 
m. Niccolò suo figliuolo al Cardinale di Cortona, et ad Ipolito, a fare loro intendere il 
desiderio de' giovani, et che si havessi a fare. Quello, o come si fussi resposto non so; 
ma bene mi ricordo bavere udito, il Gonfaloniere essersi perturbato d'una parola usata 
per Ottaviano de' Medici a detto m. Niccolò, cioè che li pareva che il Gonfaloniere ne 
havesse maggior voglia che non havevano i giovani. Ma la resolutione della S."* fu, che 
in quello di, che fu il venerdì adì 26 d' aprile, i giovani si rapresentassero a bore 21 in 
Santa Reparata; et con questa intentione la mattina si partirono quei giovani che solle- 
citavano la cosa, di piazza, et così fu dato ordine che i Collegi a questo fine si ragu- 
nassero dopo desinare. Tornata poi la gioventù in piazza mentre che aspettava quello 
che la S.'* comandasse, avvenne che facendo questione un soldato con un artigiano, 
perchè non li voleva dare la roba sua per il pregio che il soldato voleva, si levò il re- 
more et chiusonsi le botteghe. Sul quale tumulto i giovani, i quali erano in piazza, sal- 
tarono subito in palagio, senza che la guardia che era in palagio facesse alcuna resistenza ; 
credo non tanto sbigottita dalla moltitudine de' giovani in buona parte armati, quanto 
mossa dalla autorità de' cittadini che vi si trovarono presenti, dalla volontà et persuasione 
de' quali mosso il capitano di detta guardia si ritirò nella chiesa di S.*» Piero Scheraggio. 

« In quello tumulto (secondo che intesi poi) Pagolo de' Medici volle anchora egli 
entrare in palagio, essendo chiamato ed invitato da molti, ma dagli altri spaventato con 
r armi si parti di piazza. Parimenti Bart." Valori era ricevuto et chiamato, et particolar- 
mente da Nicolò Capponi, et Mainardo Cavalcanti et il figliuolo; ma essendo da altri 
minacciato et spaventato con l' armi, fu costretto a partire, et a mutare il proposito, che 
già fatto havea; perchè vedendosi essere poco grato a chi tentava la mutatione delle 
cose, et dubitando di non bavere ad essere punto accetto per lo avvenire, fu costretto 
a seguitare la medesima via, et la medesima fortuna, come fece; secondo che poi ho 
inteso da uno fedele amico, che detto Bart." ha avuto a dire ; et come da qualche par- 
ticolare cittadino gli era stato promesso, che sarebbe sovvenuto ne' suoi disordini ne' quali 
era entrato; il che non era fuora del verisimile. 

« In quel tempo io era Gonfaloniere del gonfalone del Carro, nel quale secondo 
r usanza havevo il mio gonfalone in casa d' un mio cugino, et habitavo in via Fiesolana 
rincontro a' Puccini, sì che non essendo arrivato quivi anchora il remore essendo ri- 
chiesto dal tavolaccino, ne andai a palazzo accompagnato da 3 o 4 giovani di quelli 
che aspettavano l'arme; et essendo poco allontanato da casa, senti' il tumulto, et co- 
minciai a riscontrare le genti con l' arme, tanto che nella via de' Pandolfini mi fu detto, 
et lo credetti per cosa certa, eh' e Medici si erano partiti della città, et andatisene con 
Dio, non sapendo la gente come il reverend.™" Cardinale Cortona et Ippohto erano an- 
dati a visitare allo Olmo a Castello il duca di Urbino capitano generale et gli altri ca- 
pitani della lega. 

« Arrivai in piazza accompagnato già da molti con arme et senza, che a caso mi 



CAPITOLO XV 155 



« risconiravano, ot quivi es.snndo ripreso della lanlità <la quei del mio gonralone che già 
« erono sulla porta del palazzo, et essendomi scusato con la lontananza del cammino, andai 
« pel gonfalone a casa del mio cugino che già era stato quasi che per forza toltogli dal 
« vicinato di casa, et tornai in piazza: et havendo lasciato quello alla ringhiera, mi con- 
« dussi con molti del gonfalone insino nella audienza de' Signori, non so se più accom- 
« pagnato che sospinto, tanto era il tumulto et la confusione d' ogni cosa, che io stesso 
« di me stesso non mi ricordo. 

« Trovai nella audienza una grande moltitudine, senza ordine o capo alcuno, et in- 
« certa di quello che si chiedesse o volesse; se non che attendeva, quanto più poteva a 
« gridare et celerà, come in quello consistesse il vincere. Intanto furono condotti qua.si 
« (^ho per forza a sedere i Signori nel luogo solilo, jam redacli in ordinem, et non più 
« reverili che se fussero stali persone privale. 
« Il G.""® non si smarrì mai, ma con alla voce 
« dimandava quello che volessero, et che erano 
« parati a fare la volontà loro, pure che quie- 
« tamente chiedessero, et senza violenza. Ma le 
« compagnie che sopravenivano di nuovo, et 
« entravano nella udienza, né vedevano quello 
« che si faceva, gridando moltiplicavano il lu- 
ce multo ; si che la Signorìa non era udita né 
« il G.™, che diceva essere paralo a proporre 
« ogni cosa et celerà, mentre havevano sopra 
« la lesta cento spade ed alabarde. Io mi misi 
« inanzì con la debita reverenza alla S.'", et 
« rivolgendomi a giovani replicavo con alta voce 
« quello che il G." medesimo diceva che per 
« loro satisfattione proporrebbe, riprendendo 
« della insolenza quelli che io conoscevo, et 
« pregando quelli che io non conoscevo; tanto 
« che alla fine furono proposti et vinti alcuni 

« parliti et approvali dalle grida de' circostanti, ad uno ad uno, secondo che erano vinti ; 
« de' quali fu rogato Giuliano da Ripa, il quale era stilo menato su quasi che per forza, 
« perchè in palazzo non si trovava altri notai né cancellieri. I parliti furono insomma : che 
« tutti i condannati, banditi, confinati et incarcerati per conio di slato, insino a quel di, 
« fussero liberati et assoluti: che il governo dovesse ritornare in quel modo et forma che 
« era davanti al 4512, al tempo di Piero Soderini: che si sonasse la campana a martello; 
K et a' Medici si desse bando con la Ironbella. Dello ordine non mi ricordo, per la con- 
« fusione et la temerità d'alcuni giovani, che fu tanta, che mentre che io mi trovava da- 
« vanti alla S.'», sopra la testa mia fu menati una spada che percosse su la spalla di piatto 
« presso al collo il G."*, benché leggiermente, si che io li posi il fazzoletto alla gola du- 
« bitando non sanguinasse. Et domandando chi fusse stato, et egli rispondendo che bene 
< lo haveva conosciuto, et non di meno seguitò con lu medesima constanza di fare quauto 




156 PALAZZO VECCHIO 



« di sopra è detto, cedendo alla furia et alla condilione de' tempi. Benché in quella hora 
« io ebbi opinione che egli si intendesse col fratello M. Fran." G. (Guicciardini), commis- 
« sario di sua S.*^ sopra le genti di quella, et non fussi fatto cosi ogni cosa a caso : pure 
« poco poi mi parve il contrario. 

« La Signorìa si tornò alle camere, ma continovando la medesima furia et pazzia 
« tra le camere fu ferito Federigo de' Ricci uno de' S." alquanto sulla testa: et se Gio- 
« vanni Franceschi non si cansava, gli era da quel medesimo giovane fatto il medesimo. 
« A me furono usate parole poco amichevoli da uno di quei giovani, che aveva piìi ob- 
cf bligo alla fortuna che alla natura. Il quale mentre che io pure attendevo a quietare i 
« romori, e gli scandoli, poi che la S.'» era partita dalla audienza, mi disse: noi non vo- 
ce gliamo tanti consigli; ed io rispondendo, voi bene vedrete come la cosa andrà, et svi- 
« luppandomi il meglio che io possctti, me ne andai alla camera del G.™. 

« In camera, insieme col G.''^, erano Niccolò Capponi, Matteo Strozzi, Francesco 
« Serristori, Agostino Dini, Mainardo Cavalcanti, Francesco cioè Ceccotto Tosinghi, et 
« alcuni altri che mi ricordo bavere veduto quivi il giorno o i^lmeno altrove in palagio. 
« Et questi, in quello intervallo che io soprastetti nella audienza, havevano spacciato Bar- 
« tolomeo Cavalcanti con commissione al duca di Urbino et agli altri capi con una brieve 
« lettera dettata da Frane." Vettori, come allhora da' circostanti udì dire. La somma della 
« lettera et della commissione era, che non dovessero pigliare nò maraviglia né suspitione 
« del caso seguito, perchè la città non era per alienarsi dalla lega di Sua S.**, del Crist."" 
« et della S.'» di Venetia, ma non voleva più essere governata dalla casa de' Medici ; della 
« quale cosa, non facendo questo alcuno pregiudicio alle lega, non si doveano i collegati 
« punto alterare. Questo era stato fatto, ma mentre che io mi trovai quivi presente (che 
s fu poco spatio), non vi si trattò o fece cosa alcuna di momento. Ma tutti quei cittadini 
« si stavano taciti et sospesi, come quegli che meglio degli altri conoscevano in che tra- 
« vagli si trovavano. 

« Mentre che queste cose si facevano, Bart.<- Valori, il quale nel principio del tu- 
« multo dal furore de' giovani, non era stato voluto accettare in palagio, contro al volere 
« de' più maturi et prudenti, che meglio sapevano 1' animo suo, se ne era ritornato a casa, 
«f Ove essendo stato alquanto sospeso, pensando a quello che dovesse fare, alla fine si ri- 
« solvette a tornare a dare favore allo stato de' Medici. Et essendosene andato a quello 
« capitano che con la sua compagnia era alloggiato a Santa Croce, che credo fusse Ant.° 
« Fantoni da Siena, lo ridusse alla ubbidienza et favore de' Medici, perchè già haveva ri- 
« cevuto il comandamento et il partito della S.'*, et promesso a quella F ubbidienza. Il 
« quale partito gli era stato portato non in iscritto, ma solo le sei fave nere in mano, da 
« alcuni giovani, nel primo tumulto, o vero o non vero che si sia che tal partito o altri 
« simili fussero fatti a quello capitano o agli altri, che erano restati in Firenze con le loro 
« compagnie. Cosi mandò o andò in persona a sollevare gli altri, i quali insino allhora 
« erano stati fermi, incerti di quello che si havessero a fare. Essendo pertanto seguitato 
« da questi per la autorità che havea con loro, per. ciò che era quello egli che li coman- 
« dava, mandò a richiamare il Card, di Cortona et Ipolito, che udito il romore già se ne 
« ritornavano. Et essendo tornati nella città col conte Pier Nofri, se ne vennero alla volta 



CAPITOLO XV 157 



« della piazza, perchè le porte non erano state serrate nel principio del tumulto, come si 
« doveva, avvenga che molti ciò comandassero, ma da niuno furono ubbiditi, parendo alla 
« stolta moltitiuline, pigliando il palazzo, haver fatto ogni cosa. Questi particularì delle at- 
« tioni di Bartolomeo Valori, udimmo più tempo poi da chi di certo 1' hebbe da lui. 

« Essendo stato espedito Bartolomeo Cavalcanti con la lettera de' S.'' et con la co- 
« missione, non credo che fusse montato a cavallo o forse arrivato a casa, che in palagio 
« si senti lo strepito degli arcobusi delle fanterie che già, col Card, di Cortona et Ipolito, 
« erano giunti alla piazza di S.'" Giovanni insieme col R. Car. Cibo et il R. Car. Ridolfi. 
« Al quale romore la piazza dei S/' et il palagio fu disgombro et abbandonato dalla mag- 
« giore parte, si che non credo vi rimanessero cl persone, et fra gli altri rimasene credo 
« quasi tulli quelli che io havevo veduto in camera del G.™. Io, mentre che stavo in 
« dubbio di quello che luivessi a fare, alla fine essendo sceso da basso, trovai che già la 
« porta era stata serrata. La quale poco poi i soldati giunti in piazza cominciarono a com- 
« battere, massimamente in questo modo, che appoggiandovi uno buono numero di picche 
« et con uno grande empito insieme unitamente spignendo, li davano tale scossa che li 
« ripignevano indietro dal sogliare più che uno mezzo braccio per volta, si che ci pareva 
« che alla fine ella potesse , essere abbattuta, tanto grande si vedeva essere quella forza. 
« Quegli che erano dentro alla difesa, con alcuni Collegi si lamentavano che da' ballatoi 
« (li sopra la porta non fosse difesa con li sassi. Io pensando che su' ballatoi non se ne 
« trovassi (come era il vero) corsi insino di sopra, dove scusandosi i giovani che vi sì 
« trovavano, che non havevano sassi, et però non gettavano, se non certi pochi pezzi di 
« tegoli per le finestre de' ballatoi, i quali scagliandoli (come facevano) arrivavano in sino 
« a mezzo la piazza, senza punto offendere o spaventare quei che combattevano la porta, 
« monstrai loro pertanto le pietre le quali erano abbarcate di intoi-no intorno a' ballatoi a 
« guisa di muriccioli incalcinati di fuora; con le quali pietre grosse rompemo i lastroni 
«che coprivano i i)ioinbatoi, et così liberamo la porta dinanzi dal pericolo d'essere abbat- 
« tuta, et quella di verso il canto della Antella dallo essere arsa, perchè già vi si portava 
« il fuoco et la stipa. 

« Poi che i soldati furono allontanati dalle porte, tirandosi con gli arcobusi ne ri- 
« masono morti alcuni di quei di fuora, si che sgonbrando la piazza i soldati, la maggior 
« parte si ritrassero dentro a' canti delle strade che vengono in piazza. Et cosi stando le 
« cose, venne di sopra in ballatoio una voce, come da basso per quei cittadini i quali erane 
« ili camera del G.™, si trattava accordo; dal quale temendo di trovarsi esclusi, ognuno 
« corse da basso: et allhora vidi il S.™ Federigo da' Bozoli tra le chimere che se n'andava, 
« si che io non so come fusse venuto o da chi mandato o quanto fusse quivi dimorato. 
« Se non che io inlesi dire quivi di fuora (perchè per la calca delle persone, volendo 
« ognuno udire et vedere, non possetti entrare in camera) intesi dico, che egli era tornato 
« fuora per conchiudere i capitoli dello accordo. Il quale dopo poco spatio tornò, et con 
« lui m. Frane.» Guicciardini commissario delle genti del Papa nello esercito della lega. 
« Et ritornorono in camera, dove io non fui presente si che io vedessi e udissi quello che 
« vi si facessi; se non che fuora si diceva che il G." et quegli altri cittadini havevano 
« accettato i capitoli, per li quali si rimetteva ogni fallo alla S.'», et a' Collegi et ad ogni 

SI 



158 PALAZZO VECCHIO 



« altro particulare cittadino et cetera. Et parrai ricordare che il S.^e Federigo ritornassi 
una altra volta fuori a fargli soscrivere non solamente dal Reverend."»» di Cortona, da 
Ipolito et dagli altri Reverend."»', ma dal duca di Urbino et altri cap."' dello essercito 
della lega : perchè cosi chiedevano gridando quelli che si trovavano tra le camere. Basta, 
che se egli andò lui, il ritorno fu tosto, perchè detti cardinali et capitani erano dentro 
al canto de' Banderai, nella via tra' Farsettai. Così ce ne andarne tutti per la sala del 
Consiglio, et pel segreto, entrando nelle stanze del Bargello, et polla porta di quello ce 
ne uscimo in piazza. Et nello andare accompagnandomi con m. Frane." G., mi disse 
queste formali parole : « Anche noi, Jacopo, vogliamo la libertà, ma questa è pure stata 
una gran pazzia; et non è restato per questi matti che questa città non sia hoggi an- 
data a sacco ». Èssendo giunti in piazza, et fatto uno cerchio davanti alla porta della 
Mercatantia, egli et il S.»"» Federigo dissono a tutti che ognuno se ne andasse a casa, 
che sopra alla fede loro a ninno sarebbe fatto alcuno dispiacere. Et cotal flne hebbe la 
tragicomedia di quello giorno. Io non mi seppi allhora risolvere, né anche poi, se il G.''<= 
et lui fussero d' uno medesimo animo. La mattina credetti io bene che il G.™ confidasse 
nel consentimento del fratello, per alcuno ragionamento che hebbi con sua S.'». Il giorno 
poi, in quello travaglio mi parve vederlo constante et animoso, et che egli andasse, più 
tosto che egli ne fusse menato. Né queste né altro delle cose scritte ho detto o per lo- 
dare per biasimare lui o altri. La verità sa Idio, et appresso di lui si resti il giudicio. 

« Di me ho io detto più distesamente, perchè non crediate che gli errori miei sieno 
più o vero maggiori, se più ve ne fussero detti. Di due cose non mi pare di bavere a 
pentire. La prima è di essere stato buono et forse solo strumento che la temerità di 
quella gioventù che non sapeva quello che ella si volesse, o vero che chiedere si do- 
vesse, non perdesse interamente et lasciasse la reverenza di quel sommo Magistrato, et 
facesse qualche grande scandolo ; benché alle mie riprensione, persuasioni et humili prie- 
ghi, fussero rendute più volte molte minaccevoli et villane parole. La altra cosa è che, 
col mio ricordo et opera, si possette difendere il palagio si che non fu espugnato per 
forza; si che, per la gratia di Dio, non seguì una grande uccisione, perchè non trova- 
vano le pietre pella difesa, né il modo per il quale utilmente se ne potessero servire, 
[dio ne sia lodato. 

c( Quei cittadini principali che erano in camera del GJ% tutti andarono la sera mede- 
sima a casa i Medici ad escusarsi, rigettando (come credo) ogni colpa nel caso, nella W, 

et nella moltitudine. 

« Rimase la città per le cose seguite in gran timore, et i cittadini in modo spaven- 
tati, che assai se ne sarebbero assentati per la paura che havevano di non bavere poi 
(come si dice) a sangue freddo a render conto delle loro attieni, se le porte non fussero 
continovamente state guardate. Perchè in quelli medesimi giorni furono notati et con- 
dannati, credo solamente in danari, sei cittadini, de' quali furono M. Girolamo Bonagratia, 
Ser GiuUano da Ripa, Giovanni Rinuccini et Bardo Altoviti. Et si diceva aspettarsi da 
Roma la resolutione che facesse il papa di una lista di più di lx cittadini che dal Card, di 
Cortona gli erano stati mandati come de' più scandolosi. Intanto entrarono i nuovi S.''' 
addi primo di maggio et Frane.» Ant.'» Neri G.''<' di giustitia; et poi addi vili del me- 



CAPITOLO XV 



159 



desimo, i nuovi Gonfalonieri delio compagnie; ferialmente tulio, et senza fere ragunate 
di popolo, come si costumava. Intanto Borbona, il quale il di del tumulto si trovava in- 
torno a Montevarchi, si mise in fretta alla volta di Roma: per il che lo essercito delia 
lega per esserli alla coda, passando per Firenze, uscì per la porta di S.*» Niccolò; et poi 
l'altro giorno, per anticiparlo, ritornò per la medesima porta, et usci per la porta a 
S.*° Piero Galtolini. Ma prima bisognò mandare a rendere la città di S.«» Leo al duca 
d'Urbino per conciliarselo, la quale papa Leone haveva consegnato alla città (credo) 
per ilj A d'oro per parte di quello che s'era speso dalla nostra Comunità nella guerra 
di Urbino. Nondimeno il soccorso della lega fu al papa (come si dice) il soccorso di 
Messina. 

« Venuta la nuova del sacco di Roma, che fu alli 16 (credo) di maggio, benché nel 
principio si andasse colando, ripresero animo i cittadini, et massimamente quei princi- 
pali, che il dì del tumulto s' erano trovati a negociare in camera del Gonfaloniere contro 
allo stato, credo più tosto per assicurare sé medesimi per lo avvenire che per altra ca- 
gione ; et così cominciarono a persuadere al Cardinale di Cortona che per beneflcio della 
casa de' Medici, et di quei giovanetti, Ippolito et Alex.", si dovessero assentare dalla città, 
por fuggire gli scandoli, che potevano seguire per il sollevamento del popolo, veduto 
sua S.*^ trovarsi in castello S.'« Agnolo a descritione et in potere de' nimici. Per le quali 
ragioni si movevano i reverend.'"' Car. Cibo et Ridolfi; le quali cose non ostanti (secondo 
che poi si disse), il Card, di Cortona si mostrò assai duro, et sarebbe stato d'animo, 
con la morte di tre o quattro di quei principali cittadini, di attutare l'animosità degli 
altri. Ma di questo me ne rapporto al vero. 

« Credo bene che al persuadere o allo spaventare chi governava lo stato valesse più 
che altro la autorità di Filippo Strozzi et di M.» Clarice sua donna, che essendosi fuggiti 
senza saputa et volontà del papa di Roma, et imbarcati a Ripa, da Hostia giunti a Livorno, 
sopragiunsero su questi ti-avagli. Era ragunato il consiglio de' Settanta, con li quali la 
S.'« haveva richiesti molti cittadini d' ogni sorte, quando la mattina a buona bora giunse 
Filippo in casa sua ; dove mi abbattei, essendovi andato per visitarlo, et facendosi molto, 
Alfonso et lui usarono insieme molte amorevoli parole, ma non potè persuadere al detto 
Alfonso che andasse alla Piatica, alla quale a punto dal mazziere era richiesto. Bene pregò 
assai strettamente Filippo che vi andasse lui, con molte parole raccomandandoli la patria 
et celerà; et così fece. Et io l'accompagnai a palazzo insino alla porta della Udienza; 
dove facendomi istantia di introdurmi, non mi parve convenevole, anchora che alcuni, 
non essendo punto chiamati, vi si ingerissero. 

« Trattossi nel detto consiglio de' Lxx et nella Pratica della partita della città di Ipolito 
et di Alex.» de' Medici, et della salvezza d' essi, et delle esemptioni, et immunità, et altri 
patti tra la città et detti Modici, per il quale trattamento andarono più volle da palazzo 
a casa de' Medici Nic.° Capponi et Filippo Strozzi specialmente, et altri cittadini ; et così 
poi Madonna Clarice che, chiamata da Filippo, era tornata di villa, credo dalle Selve, dove 
s' era riposata, si che il di seguente ella andò a casa i Medici, et nel parlare che faceva 
col Cardinale, fu tratto davanti alla camera uno arcobuso (come si credette) per spaven- 
tarla ; ma ella più alterata, havendole detto il Cardinale che Filippo et anche ella voleva 



160 PALAZZO VECCHIO 



« torre lo stato a' suoi cugini et nipoti, li rispose con queste formali parole dicendo : Che 
« i suoi antinati havevano tanto potuto quanto haveva conceduto il popolo, et alla volontà 
« di quello havevano ceduto andandosene ; et essendo richiamati dalla volontà di quello, 
« erano altre volte ritornati : et cosi giudicava che fusse da fare al presente. Et perciò 
« consegliava et confortava che si dovesse cedere alla condizione de' tempi, trovandosi il 
« papa nella calamità che si trovava. Et così rivoltasi a' giovani disse, che pensava alla sa- 
« Iute loro, della quale a lei toccava di tenore piii cura che al Cardinale; tanto che vedendo 
« il Cardinale quale fusse la dispositione de' principali cittadini verso de' Medici, et de' loro 
« più congiunti, non fu punto gran fatto che in tanta confusione di cose, dentro et fuora, 
« si accordassero alla fine di cedere alla fortuna. 

« Cosi partirono il Cardinale di Cortona, Ipolito et Alex." de' Medici per andarne la 
« sera al Poggio, accompagnati dal conte Piero Nofri co' suoi soldati, et da cittadini, e tra 
« gli altri da Filippo Strozzi, il quale principalmente fu mandato con loro per ricevere da 
« essi le fortezze di Pisa e di Livorno, le quali non erano in mano di cittadini, ma di ca- 
« pitani forestieri dependenti da detti Medici ; che cosi di fare havevano promesso ne' capitoli 
« fatti con la città, alla partita. Poi vi fu mandato per il medesimo edetto Ant." Frane." 
« degli Albizzi, et appresso Zanobi Bartolini : le quali cose però furono fatte poi, et questi 
« accordi tra due o tre giorni, benché particolarmente non me ne ricordo. 

« I capitoli principalmente contennero, che i Medici renunziavano ad ogni ragione che 
« havessero sopra alla città in quahmque modo et tempo a loro conceduta, et cetera. Pre- 
ce mettevano la restitutione delle fortezze come di sopra, et altre cose a beneficio della città. 
« Et dall' altra parte i Medici furono fatti esenti per anni 20 et assoluti da ogni debito 
« pubblico che quella casa havesse con la città, et altre cose molto honorevoli che partico- 
« larmente negli atti pubblici si possono ritrovare. Non furono confinati né sottoposti ad 
« alcuno pregiudicio, ma che solamente usci.ssero per allhora da' confini. 

« Partiti i Medici, nel Consiglio degli lx.x, senza fare altrimenti Parlamento, fu flitta la 
« deliberatione che si ragunasse il Consiglio grande, non mi ricordo per il quanto giorno 
« di giugno prossimo; ma i cittadini, et massime i giovani per il desiderio che ne have- 
« vano, cominciarono a tumultuare, sì che fu revocata il sabato (se bene mi ricordo) tale 
« deliberatione, et ordinato che il Consiglio si ragunasse il prossimo martedì. Ma voi tro- 
te verete questi tempi et giorni a punto nelle pubbliche scritture. Io, per haverne gran 
« tempo fa divertitone la mente, ho dimenticato quasi ogni cosà, et massime questi par- 
« ticulari. Basta che in tempo brevissimo fu messa ad ordine la sala grande difaccendo 
« le casipole, che vi erano fatte per gli alloggiamenti de' soldati: affaticandosi in ciò non 
« solo i muratori, ma la famiglia del palagio, et anche alcuni cittadini in persona. Fecesi 
« prima il Consiglio degli ottanta. La S.'» per tre mesi, cominciando a giugno, rimossa 
« quella che sedeva. La leggie di fare il G.™ per uno anno, con facoltà di confermarsi 
« per uno altro, con alcune conditioni, et tra l'altre, che solo non ricevesse lettere atte- 
« nenti alle cose pubbliche. La qual cosa causò poi il disordine et lo scandolo di Niccolò 
« Capponi, che con gran favore fu allhora fatto gonfaloniere. 

c< Essendo in questo mezo andato Ipolito a Pisa, entrò a parlamentare nella fortezza 
« col castellano, cioè col capitano Paccione da Pistoia. Il quale non volle rendere la for- 



CAPITOLO XV 161 



« tezzii il' commissarii per detto di Ipolito. Il quale, essendosi ftigg^ìto le notte poi di Pisa 
« a Lucca, dette a sé stesso carico di non bavere procurato la rcstitutionc della fortezza, 
« ma la ritontionc; et a Filippo Strozzi detto carico che l' havessc lasciato volontariamente 
« fuggire. Della quale cosa 1' udì più volte lamentarsi che gli huomini fussero tanto indi- 
fi; scroti, che volessero et aspettassero da lui che egli dovesse porre le mani adosso a si- 
« fatte pei-sone sue congiunte, et non più tosto fusse stato dato simile commissione ad 
« ogni altra persona che a lui. Per questi accidenti nacquero Gigioni di poca benevolenza 
« tra dotto Filippo et Ant.» Frane." degli Alhizzi; benché fusse tra loro emulatione in 
« sino dalla giovanezza. 

« Lo fortezze nondimeno di Pisa et di Livorno .s' hebbero tra pochi giorni, perchè 
« il cap.°° Galletto da Haiga rendè Livorno, essendo rifatto di certe spese, et premiato 
« d'una provvisiiine di 200 A l'anno, et altre co.se. Et Paccione similmente diede la cilta- 
« (Iella di Pisa, rimunerato d' una provvisione, alla quale poi ei rinuntió volontariamente. 

« Bisogna bene che voi riscontriate i tempi et gli ordini delle cose fatte, et anche 
« la verità; perchè ancora che io non abbia detto alcuna bugia, chiamando bugie quelle 
« che si dicono volontariamente, io posso bavere più volto fallito, o per non mi ricordare 
« bene dello cose, o por non bavero da principio havuto buona notitia di quelle. 

« Al mio malo scrivere non guardate, et manco al mio inettamente detlai-e, perchè 
« io non so scrivere meglio, né punto meglio dettare, se io non volessi una estrema fa- 
ci lica: il elio so non vorreste ». 

Questo fu il tumulto nel quale avvenne il caso altrove narrato della 
rottura del braccio al David di Michelangelo, alla porta del palazzo, per 
una pietra lasciata cadere dall'alto del ballatoio, sopra coloro che cerca- 
vano forzare la porta medesima. Quanto al rifacimento della sala del 
gran Consiglio ne tiene anche parola il Varchi nella sua Storia fioren- 
tina''^^ dicendo: « Temendo dunque della violenza d'un parlamento, si 
« congregarono molti cittadini di tutte le sorti in palazzo, e fu neces- 
« sario, se vollero fermare il tumulto, che promettessero, che '1 Con- 
« siglio grande, non ostante la provvisione fatta o altra cosa nessuna, 
« s'aprirebbe e raunerebbe il martedì seguente, il quale era a* ventuno 
« (maggio, 1527). E perchè le scuse trovate da loro, per cagione del- 
« l'aver prolungato e differito il Consiglio, erano due, l'una e l'altra 
« delle quali era vera, ma assai debole e leggiera, che le borse onde 
« s'avevano a trarre gli elezionari o vero nominatori, non erano in or- 
« dine, e che la sala del Consiglio non si poteva ancora mettere in uso, 
« per lo essere tutta guasta e malconcia per rispetto delle stanze dei 
« soldati che dentro per guardia a tempo de' Medici ci alloggiavano; per 



162 PALAZZO VECCHIO 



« rimediare alla prima s'ordinò che ciascuno, che al Consiglio venisse, 
« portasse seco una polizza, nella quale il nome suo e quello del suo 
« gonfalone scritti fussero; alla seconda s'offerse di provvedere Tanai 

« di de' Nerli, il quale di collegio essendo, fece insieme con i suoi 

« compagni di maniera, che la mattina all'alba, avendovi tutto '1 dì e tutta 
« la notte per metterla in assetto, insieme coli' opere, molti dei primi 
« giovani di Firenze, senza mai fermarsi lavorato, era ogni cosa netto e 
« pulito. E così fu la sala del Consiglio in quel tempo dagli uomini con 
€ quella medesima prestezza anzi maggiore rifatta, che già fusse al tempo 
« del Frate fatta, secondo che egli medesimo diceva, dagli angeli >. 

Usciti o per meglio dire cacciati i Medici da Firenze, rimasero pure 
nella città coloro che li favorivano sempre, ed erano que' mercanti che 
s' erano fatti ricchi per l' aiuto di essi ; contro di questi stavano i così 
detti libertini, che avrebbero voluto la repubblica più larga, con consiglio 
numerosissimo, nel quale avesse parte principale la plebe, un governo 
quale aveano cercato di stabilire i Ciompi, e in cui i ricchi fossero più dei 
poveri gravati delle spese del Comune; e tra questi erano anche molti che 
si mostravano seguaci delle dottrine del Savonarola. Fra gli uni e gli altri 
stavano gli Ottimati, che la libertà della Repubblica voleano assicurata 
sulla stabilità di leggi bene ordinate e severe, a capo di questa parte 
era Niccolò Capponi. E la seguivano coloro che in Firenze avevano più 
fama, e que' giovani che già componevano la famosa accademia degli 
Orti Oricellari, nella quale oltre che di filosofia e di letteratura, si trat- 
tava de' pubblici negozi, e s' infiammava la gioventù nell' odio d' ogni 
tirannia e nell'amore della libertà. Questa parte prevaleva; e il Capponi 
venne eletto, tosto cessato il tumulto. Gonfaloniere di giustizia. Ma come 
fu conosciuto in Firenze il mal animo di papa Clemente, che era uscito 
da Castel Sant'Angelo, e si seppe della lega che Egli aveva stretto con 
Carlo V, tra i patti della quale era la soppressione della Repubblica 
fiorentina per farne un feudo della sua famiglia. Il Capponi voleva dare, 
come si dice, tempo al tempo, trattando col Papa senza venire ad al- 
cuna conclusione mai, e così sperando che Clemente non riescisse nel- 
l'intento suo di rialzare la fortuna de' Medici; a ciò si opponevano i 
libertini i quali non volevano sentir discorrere d'accordi col Papa, nò 



CAPITOLO XV 163 



amavano si ritornasse in onore la memoria di Fra Girolamo. Il Capponi 
pertanto a cui premeva di mantenersi il credito in che era vissuto sempre, 
di amatore quanto altri mai della libertà, e di mostrare come aborrisse dal 
giogo di qualunque signore, propose senz'altro nel Consiglio grande, che 
Firenze si eleggesse per unico suo re. Gesù Cristo. « In questo medesimo 
« tempo, racconta Benedetto Varchi ^% il gonfaloniere o persuaso da' frati 
< di San Marco, co' quali egli si tratteneva molto, o piuttosto per gua- 
« dagnarsi la parte fratesca, la quale non era piccola nò di poca riputa- 
« zione, andava molto, in tutto quello che poteva, le cose di Fra Giro- 
« lamo favorendo e secondando; in tanto che egli fu parte biasimato, 
« e parte deriso da molti; e trall' altre cose che egli fece, avendo il nono 
« giorno di febbraio nel maggior Consiglio poco meno che di parola a 
« parola una di quelle prediche del Frate recitata, nella quale egli prima 
« tanti mali e poi tanti beni predice e promette alla città di Firenze, 
« nell'ultimo si gettò ginocchioni in terra, e gridando ad alta voce mi- 
« sericordia, fece sì, che tutto il Consiglio misericordia gridò. Né contento 
« a questo, propose pure nel Consiglio maggiore, se si doveva accettare 
« Cristo redentore per particolare re di Firenze; e venti furono che non 
« lo vinsero ^®^: e pensando egli che ninno dovesse levarle mai, fece porre 
« sopra la porta principale del palazzo queste proprie parole: 

YHS 

CIiniSTO REGI SUO DOMINO DOMINANTIUM DEO SUMMO OPT. 

MAX LIBERATORI MARI/EQOE VIRGINI REGINO DICAVIT. 

AN. SAL. M. D. XXVII. S. P. Q. F. 

t Volle ancora, che nella sala grande del Consiglio due tavole di 
* marmo, secondochè già nel mille quattrocentonovantacinque aveva il 
« frate ordinato, si ponessero, nelle quali, per avvertire i cittadini che 
« non lasciassero fare parlamento, erano scritte due stanze, gli ultimi 
« versi delle quali dicevano così: 

« E sappi che chi vuol far parlamento, 
« Cerca tòrti di mano il reggimento ». 

Il Conte Luigi Passerini scrivendo sopra questo Monogramma di 
Cristo alla porta del Palazzo, riporta, non avendo trovato la relativa prov- 



164 PALAZZO VECCHIO 



visione, il ricordo che ne è fatto nei libri dei Partiti, in quelli cioè ne' quali 
stanno notate le proposizioni fatte nei Consigli della repubblica, ed il nu- 
mero dei voti favorevoli o contrari che quelle conseguirono. Tale ricordo 
dice: « In Dei nomine amen. Die 9 mensis februarii 1527. Dominica Septua- 
« gesime in Consilio malori numero 1002 congregato, haec acta fuerunt: 
« videlicet. Magnifìcus Vexillifer Justitiae populi Fiorentini Nicolaus Cap- 

< ponus, post longam misericordiae ac justitiae Dei enumerationem, plu- 
« ribus exemplis a nostra civitate sumptis aliisque populis in medium 
« adductis, factaque benigna consiliariis exhortatione ad bene beateque 
« vivendum et summo Deo serviendum in timore eique exultandum cum 
« tremore, nonnullis etiam doctorum sententiis, demum duas infra notatas 
« deliberationes per viam exquirendae populi voluntatis, de consensu etiam 
« Dominorum, ad populum qui in dicto Consilio malori supra mille centum 
« numero convenerat per dominum Silvestrum Aldobrandinum officialen 
« Reformationum proponi jussit, videlicet: primo; utrum ipse populus, 
« omnibus aliis posthabitis, cupiat in suum regem ac gubernatorera huius 
« civitatis Dominum Deum optimum maximum accipere: secundo: eiusque 
« Matrem Virginem immaculatam Mariam reginam appellare, eourumque 
■< nomina sanctissima ad fores publici palatii licteris ac signis aureis ad 

< perpetuam rei memoriam inscribi facere^'" ». 

E la proposta fu vinta, ma non con unanime suffragio, perchè la ele- 
zione di Gesù Cristo, in re, ebbe contrari 18 voti, e quella di Maria Ver- 
gine, in regina, 24. E questi voti contrari non furono dati, come si potrebbe 
credere, dai libertini, dagli oppositori cioè del Capponi, perchè quattor- 
dici mesi appresso, quando essi erano a capo della cosa pubblica, lo stesso 
gonfaloniere Carducci, forse perchè non era stato dato pieno effetto alla 
presa deliberazione, tornò a proporre che si eleggesse Cristo a re ; e questa 
volta si ebbero anche maggiori voti contrari, essendo che nel Consiglio 
degli Lxxx furono 63 voti favorevoli e 26 i contrari, e nel Consiglio 
maggiore fu vinta la riformagione per 798 voti, essendone contrari 196. 
Ecco le parole della Provvisione del 26 giugno 1529; « volendo e'ma- 
« gnifici et excelsi Signori con tutte le forze loro confirraare et stabilire 
« questo presente libero et popular governo, et sappiendo esser verissima 
« la sententia della sacra Scriptura la quale afferma la faticha et diligentia 



CAPITOLO XV 16é 



< delli huomini nel governo et custodia della città essere tutta vana, se 
« la divina bontà per sua infinita misericordia non le custodisce et de- 
« fende, et ricordandosi del pretiosissimo dono della santissima libertà 
« per divina opera concesso a questo devotissimo populo et da quanti 
« gravi pericoli sia stato per infino al presente giorno liberato, et spe- 
« rando bavere dalla sua Maestà a essere in futuro difesi da tutti e* pe- 
« ricoli, sinistri et accidenti e' quali si veghono soprastare alla vostra città, 
€ se la sarà sopra l'angulare et immobile pietra Christo Jesu ben fon- 
« data; et ricordandosi essere admoniti dallo Spirito sancto per la bocha 
« di Moisè dicente, se voi udirete la mia voce et observerete il mio 
« pacto et obbedirete a' mia comandamenti voi sarete el mio populo pe- 
« culiare intra gli altri populi: desiderando godere tal promissione et 
« tanto beneficio della certa et infallibile verità et testificbatione et segno 
«■ evidentissimo della buona mente et divoto animo di tutto il populo 
«. fiorentino verso la sua Maestà, hanno decti excelsi Signori nello in- 
« frascripto modo, come meglio et più efiìcacemente seppono et poterono, 
« ordinato, deliberato et statuito: che per virtù della presente provvi- 
« sione la ciptà Fiorentina con tutto il suo contado et dominio presente 
« et futuro, et tutti i ciptadini et habitatori di quella s'intenda per lo 
« advenire in perpetuo essere, et sia per uno particularissimo et specia- 
<^ lissimo modo, sottoposta et subiecta allo universale monarcha et signore 
« di tutte le cose, Christo Jesu, invocato et electo da questo devotissimo 
« populo per suo unico et vero signore et re fino a di ix di febbraio 1527, 
« et al dolcissimo et suavissimo giogo della sua legge et sanctissimi pre- 
« cepti, et alla gloriosissima sempre vergine Maria decta et invocata 
« per sua unica et particulare regina, ai quali servire è il vero regnare 
« et la certissima libertà: et così decti excelsi Signori, reprobando ogni 
« diabolica servitù et humana tyrannide in nome di tutto questo devo- 
« tissimo populo, di nuovo li eleggono et confermono per sua specialis- 
« simi Signori, sottomettendosi lietamente con tutto il quore alla Divina 
« Maestà, dichiarando decto populo fiorentino, oltre alla professione fatta 

< al sancto battesimo, di nuovo expressamente promette di mantenere 
« et observare inviolabilmente la santissima religione Christiana, et con 
« tutte le forze sua obedire a' santissimi precetti di quella, et apresso 



166 



PALAZZO VECCHIO 



« mantenere et conservare con ogni studio et dlligentia possibile il pre- 
« sente popular vivere et santissima libertà, come dono singularissimo 
« della divina Maestà ». Fu inoltre ordinato che « per lo advenire sopra o 
« negli scudi della croce come insegna principale del populo fiorentino, 
^ et nominatamente di quelle che sono sopra la porta del Palazzo de' Si- 
« gnori, si ag-giunga una corona di spine, a similitudine di quella del nostro 
« Salvatore: a ciò che per tale figura si comprehenda una costantissima 
< volontà del populo fiorentino di haver reprobata ogni altra servitù, et 
« electo solamente servire a quello vero Re immortale, il quale dalla cecità 
« del populo judaico, anteponendogli gli huomini mortali, fu già impia- 
« mente reprobato >. Nello stesso tempo, per far fronte a' nemici che già 
si approssimavano alla città, ed esser tutti d'un animo e d'una fede, sta- 
bilirono severe pene contro i bestemmiatori e gli omicidi, proibirono ogni 
privata vendetta, vollero spento ogni odio privato, ed ordinarono che 
con mostre, pompe, ed elemosine si festeggiassero nell'anno tre giorni 
solenni; cioè il 9 di novembre « nel quale fu facto dallo omnipotente 
« Iddio il principio di salute a questa Repubblica », ed era questo il 
giorno in cui la casa Medici nel 1494 venne cacciata da Firenze; « il 
« sestodecimo dì del mese di maggio, nel quale piacque al nostro re im- 
* mortale restituirci alla Christiana libertà e liberarci dal durissimo giogo 
« della tirannide » ; ed era il giorno quando nel 1527 era stata cacciata 
la terza volta la stessa famiglia, nelle persone del cardinale Passerini coi 
pupilli Medici; e finalmente il 9 febbraio, in cui Cristo redentore era già 
stato eletto in sovrano nella repubblica. 

Quanto alla iscrizione posta sulla porta del Palazzo, il Cronista Gio- 
vanni Cambi narra essersi essa scoperta al pubblico, con una certa so- 
lennità ed alla presenza del clero di S. Maria del Fiore a' 10 di giugno 
del 1528, su quella porta medesima dove era stata già l'arme dei re 
di Francia, postavi dopo la cacciata dei Medici nel 1494, e lo stemma 
di papa Leone X, collocatovi quando esso fu inalzato al pontificato. Ma 
quale fosse veramente la iscrizione collocatavi allora rimane dubbio, per- 
chè oltre quella dataci dal Varchi, e che ho riportata sopra, due ne ab- 
biamo dal Segni, esso pure contemporaneo; una nel libro primo delle sue 
storie, la quale dice: 



CAPITOLO XV 167 



JESUS CHRISTU8 REX FLORENTINI POPULI 
8. P. DECRETO ELECTUS: 

ed un' altra nella vita eh' egli scrisse di Niccolò Capponi, che è in que- 
sta forma: 

YHS XPS REX POPULI FLORENTINI S. P. Q. F. DECLARATUS 
ANNO MENSE DIE .... 

Ma né quella riportata dal Varchi, né alcuna di queste del Segni, cor- 
risponde con quella che anche oggi si legge nel frontone in sulla porta 
di Palazzo, dove é scritto 

REX REGUM ET DOMINUS DOMINANTIUM 

sotto una stella, i cui raggi paiono fiamme, con nel mezzo il mono- 
gramma YHS. 

Il conte Passerini pensa che la prima iscrizione, quella cioè ripor- 
tata dal Varchi, fosse messa veramente, com' egli dice, in alto sulla 
porta, ma che Cosimo I nei primi anni del suo regno, la facesse levare; 
il che parrebbe essere confermato dal Varchi medesimo là dove, nar- 
rando come il Capponi facesse apporre la iscrizione, soggiunge, « pen- 
sando egli che nessuno dovesse levarla mai » le quali parole farebbero 
credere che allora che il Varchi le scriveva, già fosse stata levata contro 
tutte le intenzioni del gonfaloniere Capponi. 

Il Nome di Cristo fu anche posto nell'interno del Palazzo a tempo 
dell'assedio, leggendosi nel libro citato di Stanziamenti degli Operai del 
Palazzo il seguente, sotto la data 31 gennaio 1529 ab. ine: < A spese 
« fatte nella udientia de' nostri magnifici Signori a mectere el nome di 
« Giesù sopra la porta va in cappella lire 237. 7. — per marmi, opere 
< di scarpellini, oro per dorare decto nome >. 



«) Anno I, n." 9 settembre 4886. 
W Manca una parola, perchè la carta è stata tagliata. 
(8) Voi. I, pag. 141. 
(*) Op. cit., voi. I, pag. 266. 
0) n Cambi dice diciotto. 

W Archivio Centrale di Stato, Sezione della Repubblica: Libri di Consulte n.* 64 a 
cart. 284 t. 




CAPITOLO XVI. 



Mutamento dello Stato. Il Duca Alessandro nominato Principe. 
Cosimo II Duca prende stanza in Palazzo. Nuovi lavori in questo. 




ADUTA Firenze dopo lungo assedio, 
dovea cadere la repubblica. Veniva 
in Firenze, nel mese di giugno 1531, 
oratore cesareo, e portatore del re- 
scritto di Carlo V, Giovanni Antonio 
Muscettola; e nelli stessi giorni v'era 
tornato, con licenza dell'Imperatore, 
col buon volere del Papa, e pur 
troppo! con invito de' Fiorentini, di 
quelli cioè che coglievano i frutti 
d'una vittoria non loro, e della di- 
sfotta di tutti gli altri, Alessandro de' Medici, Duca dì Penne, al quale 
l'Imperatore aveva sposata, Margherita sua figliuola naturale, per quando 
fosse fuori della pubertà. Ai dì 6 di luglio, nella Sala dei Dugento, si radu- 
nava la Signorìa, dove, come fu entrato il Duca, il Muscettola e il Nunzio 
del Papa andarono a sedersi, avendo in mezzo il Gonfìiloniere, ai due 
lati i Priori e giù giù tutti gli altri magistrati. Parlò primo il Muscet- 



170 PALAZZO VECCHIO 



tola; disse de' torti della Repubblica, delle grazie del Papa e dell'Im- 
peratore; quindi die lettura del Breve o Bolla dell'Imperatore Carlo V, 
baciandone per reverenza il Sigillo d'oro, e dandolo a baciare a' Si- 
gnori e a tutti gli altri, i quali al tempo stesso giurarono di osservarlo 
e farlo osservare. Era Gonfaloniere Benedetto Buondelmonti, uscito al- 
lora dal Maschio di Volterra dove il Governo popolare lo aveva fatto 
rinchiudere; e a lui, nel rispondere al Commissario imperiale, non man- 
carono né parole graziose, né lacrime di riconoscenza. Intanto sulla Piazza 
della Signoria il popolo accalcato gridava: Palle Palle, Viva i Medici, 
Viva il Duca. Questi tornò poi alle sue case, e nello stesso giorno a 
visitarlo e rendergli ossequio vi si portava la Signorìa, col quale atto 
essa veniva ad abbandonare quella autorità piena che aveva esercitata 
per dugencinquanta anni. Da quel giorno si può dire che cominciò l'opera 
di demolizione d'ogni antico ordine nella RepubbUca. L'anno dopo, es- 
sendo venuti in Firenze, a portare quasi l'ultimo pensiero e l'ultima 
volontà del Papa, Francesco Guicciardini e Baccio Valori, si adunò ai 
4 d'aprile la Balìa, e si vinse la Provvisione che dava autorità ai Si- 
gnori di aggiungersi dodici cittadini, i quali, insieme al Gonfaloniere, 
riformassero lo Stato e il Governo di Firenze. E questi, ai 27 dello 
stesso mese, cioè d'aprile del 1532, riuniti nella Camera del Gonfaloniere, 
facevano una Provvisione dove^*\ per dare fermezza al presente Go- 
verno e posare gli animi, era una serie d' articoli i quali mutavano a un 
tratto il governo della Repubblica, in principato d'un uomo solo. E quei 
dodici riformatori davano a Cesare annunzio della nuova forma di Go- 
verno da loro stessi deliberata, dove tolta via per sempre la domina- 
zione di quel Magistrato creato dal popolo ad opprimere la nobiltà, sia 
oggi ristretto il Governo nel Duca ed in quattro suoi nobilissimi Coìi- 
siglieri. « A dì primo di maggio 1532 Alessandro dei Medici, secondo 
« che racconta il Segni nella sua Storia ^'^^ accompagnato da' Consiglieri, 
« tra' quali ne fu uno Filippo Strozzi, e dalla guardia tutta in ordinanza, 
« udita una solenne messa in San Giovanni, per render grazie a Dio 
« del suo principato e della nuova forma di repubblica, andò in palazzo. 
« Dove la Signorìa ultima, scesa in ringhiera (essendo Gonfaloniere Gio- 
« vanfrancesco de' Nobili, che fu l' ultimo), gli dette il grado ed il nome 



CAPITOLO XVI 



171 



* di Signore e di Duca e d'assoluto Principe, avendo innanzi da sé stesso 
- quelle cose in fatti. E così gridandosi da tutto il popolo, palle, palle, 
" e Duca, Duca, con una furia d'artiglierie e di gazzarre, che sparate 
« a un tratto facevano risonare tutta l'aria, se ne tornò trionfante dell'in- 
« teramente espugnata libertà di Firenze con gran pompa alle sue case » . 

In questo giorno, e in questo modo finiva la Repubblica. 

Il Principato cominciava in Alessandro con tutti mali, tutte le ma- 
niere della tirannia, perchè a questa era portato il Duca dall'animo, e 
perchè la paura che un germe di 
libertà perdurasse fecondo, facea 
che ei lo cercasse e lo persegui- 
tasse dappertutto, nelle cose, nelle 
istituzioni, negli uomini. Come già 
altrove si disse, alle calende d' ot- 
tobre Ei fece spezzare la campana 
|[,^rossa di Palazzo « la quale era, 
« dice il Varchi ^% non men buona 
« che bella, e pesò ventidue mi- 
« gliaia di libbre; chi disse per 
« fame moneta, giudicandosi che 
« ella avesse tanto ariento dentro 
« che fosse a lega di crazie, il che 
« non riuscì ; e chi perchè con ella 
« si suonava a consiglio, e chia- 
« raava il popolo a parlamento ». 

L' esercitare il proprio volere fuori d' ogni limite a lui pareva essere 
come un renderlo più sicuro; e nelle stesse mura della sua casa, con 
quelli stessi del suo sangue si mostrava ingiusto, crudele, inumano; si 
dice che per lui morisse di veleno il giovane cardinale Ippolito de' Me- 
dici; che avesse la mano anco nell'avvelenamento della bella Luisa 
figliuola di Filippo Strozzi e donna di Luigi Capponi; che mandasse at- 
torno in Lombardia degli uomini perchè ammazzassero Piero Strozzi. 
Indi a poco, cioè a' primi giorni del 1537, morì il Duca Alessandro per 
le mani d'un suo congiunto. Questi era Lorenzo di Pierfrancesco di Lo- 




172 PALAZZO VECCHIO 



renzo de' Medici e di Madonna Maria figliuola di Tommaso Sederini, il 
quale dopo avere con dissimulazione grande servito il Duca, chiamato con 
sé un sicario, lo uccise; chi dice mosso a ciò per gelosia di famiglia, chi 
per forte amore di gloria, chi infine per un qualche pensiero di libertà, 
o anche per vergogna che ei sentisse dell'abbiettezza in cui era vissuto 
con esso lui. Lorenzino, così era chiamato, fuggì da Firenze, ed essendo 
a Venezia scrisse la propria apologia, la quale fu detta essere il fiore 
dell'eloquenza italiana; ma Dio solo sa quanto fosse sincera! Ucciso Ales- 
sandro succede Cosimo, perchè possibile fu sempre lo uccidere col ferro 
un tiranno, difiicile e per poco impossibile spengere nel sangue la tirannia. 
Era Cosimo figliuolo di Giovanni capitano delle Bande che dopo lui 
furono dette Nere, giovane che non compiva allora i diciotto anni. Egli 
stette nel palazzo de' Medici di via larga fino al 1540, nel quale anno 
si condusse ad abitare in quello già della Signorìa, ricordando forse an- 
cora che Firenze sempre era stato di chi era in Palazzo, e pensando che 
così Egli solo veniva come a prendere il posto e l'autorità di tutto il 
popolo. Lo storico Giovambattista Adriani narrando la nascita del Prin- 
cipe Francesco, nato a Cosimo dalla Eleonora di Toledo ai 25 di marzo 
del 1541, così scriveva: « Era non molto prima il Duca, tornato con tutta 
« la famiglia sua, lasciando la Casa de' Medici, andato ad abitare nel Pa- 
« lagio pubblico, seggio proprio, già della Signorìa e dello Stato di Fi- 
« renze, avendosi fatto adagiare, ad uso di Principe, quelle stanze che già 
« erano state de' Priori e del Gonfaloniere, e seggio d' alcuni magistrati, 
« che in Palagio a' loro propri uffizi si raunavano, allogando gli Otto di 
« Balìa nel Palagio del Podestà, i Conservatori delle Leggi nelle case 
< d' alcune Arti che vacavano, gli Uffiziali di Monte con tutte loro scrit- 
« ture e Ministri nella Camera del Comune, et altri Magistrati altrove; 
•.< serbandosi in Palagio luogo ai Consiglieri e alli Otto di Pratica so- 
« lamente; Magistrati più congiunti alla suprema autorità, et a' Consigli 
« comuni quando si raunavano; e questo fece volendo mostrare che era 
« Principe assoluto ed arbitro del Governo, e torre l'animo a coloro, che 
« presumessero, come altre volte era avvenuto, che fusse diviso il Go- 
« verno della città da quello della famigha de' Medici. Fecelo ancora, 
« che dovendosi tenere il Palagio guardato, come seggio principale dello 



CAPITOLO XVI 173 



« Stato, secondo che il più del tempo avevano avuto in costume di fare 
« i Medici, et egli medesimamente avendo bisogno di guardia intorno, 
« giudicò per cotali rispetti, e molti altri, esser cosa più sicura, di minore 
« spesa e di maggiore degnità e autorità abitare in Palagio, e quivi come 
« in luogo più sicuro e suo proprio governare lo Stato con maggiore 
« degnità et ubbidienza de' Cittadini e de' Vassalli ». Le guardie del Duca, 
erano gente tedesca, fatta venire da Cosimo, sotto il comando di Baldas- 
sare Fuggler; si chiamavano Trambasti, o Lanzi, e in antico si dissero 
Lanzighinetti, che in tedesco sarebbe come Servi o Guardie del Paese. 
Quando il Duca stava ancora in via Larga, questi soldati occupavano la 
chiesa vicina di San Giovannino; quando poi Egli ebbe presa stanza nel 
Palazzo della Signorìa, i Lanzi ebbero il loro quartiere presso alla Loggia 
grande di Piazza, la quale d'allora in poi fti anche detta la Loggia 
de' Lanzi, e si dice tuttora. 

Stabilitosi dunque nel Palazzo, Cosimo pensò di farlo accomodare 
per sua abitazione e della famiglia: e dovendosi fare nel 1548 un ag- 
giunta al medesimo, da lato che guarda la Loggia del Grano, volle che 
ne fosse architetto il Tasso, che come intagliatore in legno aveva in 
eccellenza superato tutti gli altri della casa sua, e già, essendosi dato 
all' architettura, anche in questa veniva acquistando reputazione assai. 
Era stato infatti il Tasso che avea disegnato la porta della Chiesa di 
San Romolo, e nel 1549 cominciò la Loggia di Mercato Nuovo, che fu 
compiuta nel 1551, la quale è senza dubbio uno de' bei edificii di quel 
tempo. La riattazione di cui si parla nel Palazzo allora preso ad abitare dal 
Duca si fece murando sopra alcune fabbriche, dietro la Sala grande del Con- 
siglio e profittando dei Palazzi del Capitano e dell'Esecutore, che si dice 
essere stato in sulla cantonata di contro alla Loggia del Grano. Di questi 
palazzi fa menzione nella sua storia Goro Dati, dicendo : « Dreto al Palazzo 
« della Signorìa sono due belli palazzi, ne' quali sta nell'uno il Capitano 
« e nell'altro l'Esecutore che sono due Rettori Forestieri, sopra alle ra- 
« gioni criminali; e dreto a loro è una gran casa con un gran cortile, 
« dove stanno sempre assai Lioni, che figliano quasi ogni anno, e ora 
« quando mi partii ve ne lasciai ventiquattro, tra maschi e femmine <*^ » . 

I Leoni molesti vicini per il Duca furono trasferiti nella Fabbrica, 



174 PALAZZO VECCHIO 



che, per testamento di Niccolò da Uzzano, dovea erigersi per lo Studio 
Fiorentino, presso San Marco, ma che interrotta, servì prima da magaz- 
zino ai Frati di quella Chiesa, poi di serraglio di belve, quindi ad uso di 
scuderie Granducali, e fu solamente nel 1859 che venne data agli studi. 
Il Tasso non solo fu l' architetto delle nuove stanze che il Duca 
gli dava a fare nel Palazzo, ma avendo avuto anche il carico di tutto 
il lavoro di legname, che per quelle poteva occorrere; fece le finestre, 
gli usci delle medesime, e, con l'intelligenza anche del Vasari che molto 
era accosto al Duca, che in lui aveva grandissima stima e affezione, fece 
i quadri delli sfondati de' palchi, dove poi il Vasari dipinse la Genealogia 
degli Dei, ornandoli con varii e ricchissimi intagli, quali a falconi, quaU 
a punte di diamanti, e quali a festoni, chiocciole e borchie: e per fini- 
mento del tetto condusse parimente di legname la gronda sostenuta da 
mensoloni di bordoni intieri, lavorati da ogni faccia, la cornice che le gi- 
rava intorno insieme con la seggiola, e tra l'una e l'altra mensola certe 
targhe di tiglio intagliate ^^\ Lo stesso Vasari narra di avere cominciato 
a dipingere in queste sale l'anno 1555, essendo da Arezzo tornato con 
tutta la famiglia in Firenze, al servizio del Duca Cosimo. « Cominciai, 
« egli dice '■'^\ e finii i quadri e le facciate ed il palco di detta sala di 
« sopra, chiamata degli Elementi, facendo nei quadri, che sono undici, 
« la castrazione di Cielo per 1' aria (intendi la mutilazione dì Urano, 
« operata dai Titani suoi figliuoli, ad eccitamento della Terra lor ma- 
« dre); ed in un terrazzo accanto a detta sala feci nel palco i fatti di 
« Saturno e di Opi; e poi nel palco d'un' altra camera grande, tutte le 
« cose di Cerere e Proserpina. In una camera maggiore, che è allato a 
« questa, similmente nel palco, che è ricchissimo, istorie della dea Be- 
« recintia e di Cibele, col suo trionfo, e le quattro stagioni, e nelle facce 
« tutti e' dodici mesi. Nel palco di un altra, non così ricca, il nasci- 
le mento di Giove, il suo essere nutrito dalla capra Amaltea, col rima- 
« nente dell'altre cose di lui più segnalate. In un altro terrazzo a canto 
« alla medesima stanza, molto ornato di pietre e stucchi, altre cose di 
« Giove e Giunone. E finalmente, nella camera che segue, il nascere 
« d'Ercole, con tutte le sue fatiche; e quello che non si potè mettere 
« nel palco, si mise nelle fregiature di ciascuna stanza, o si è messo 



CAPITOLO XVI 175 



« ne' panni d' arazzo, che il signor Duca ha fatta tessere con miei car- 
« toni a ciascuna stanza, corrispondente alle pitture delle facciate in alto. 
€ Non dirò delle grottesche, ornamenti e pitture di scale, né altre molte 
« minuzie fatte di mia mano in quell'apparato di stanze; perchè, oltre 
« che spero che se n' abbia a fare altra volta più lungo ragionamento, 
« le può vedere ciascuno a sua voglia e darne giudizio. Mentre di sopra 
« si dipingnovano quelle stanze, si murarono l' altre che sono in sul 
« piano della sala maggiore, e rispondono a queste per dirittura a piombo, 
« con gran comodi di scale pubbliche e scerete, che vanno dalle più alte 
« alle più basse abitazioni del palazzo ». 

Ma in quell'anno medesimo 1555 moriva il Tasso; e già non abi- 
tavano più nel Palazzo, il Duca Cosimo e la Duchessa consorte sua, 
Eleonora di Toledo, perchè avendo questa fino dal 5 febbraio 1549 
comperato dalla famiglia Pitti il celebre Palazzo di questo nome, vi 
tornò, ai 15 di maggio del 1550, ma non così che molto tempo della 
giornata non passassero tuttavia in quello, che allora solamente si co- 
minciò a chiamare Palazzo Vecchio, per distinguerlo da questo nuovo 
che si continuò a chiamare sempre dei Pitti. Anzi i lavori cominciati 
nel Palazzo, che oramai diremo anche noi, come si dice tuttogiomo 
e da tutti, Vecchio, non solo non furono tralasciati ma proseguiti con 
maggior lena, ed accresciuti di molto, da che il Duca ne dette tutta 
la cura al Vasari, il quale ne fu architettore e direttore ad un tempo. 
« Morto il Tasso, racconta il Vasari ^''\ il Duca, che aveva grandissima 
« voglia che quel palazzo (stato murato a caso, ed in più volte in diversi 
« tempi, e più a comodo degli uffiziali che con alcuno buon ordine) si 
« correggesse, si risolvè a volere che per ogni modo, secondo che pos- 
« sibile era, si rassettasse, e la sala grande col tempo si dipingesse, ed 
« il Bandinelli seguitasse la cominciata Udienza > . 

Di questa Udienza stata commessa al Bandinelli dal Duca, appena 
che egli con la Corte, lasciato d' abitare il Palazzo de' Medici, èva tor- 
nato in quello di Piazza, discorre a lungo il Vasari nella vita del Ban- 
dinelli medesimo ^^\ e non senza una certa asprezza che rivela in lui 
l'animo grosso verso quell'artista. Doveva essere quella, come il luogo 
dove il Duca intendeva dare udienza pubblica, sì per gli ambasciatori 



176 PALAZZO VECCHIO 



forestieri, come pe' suoi cittadini e sudditi dello Stato. Il Bandinelli si 
mise a questo lavoro insieme con Giuliano di Baccio d'Agnolo. « Que- 
« sta Udienza, a sentire il Vasari, doveva avere (nella Sala grande 
€ del palazzo, in quella testa che è volta a tramontana) un piano di 
« quattordici braccia largo, e salire sette scaglioni, ed essere nella parte 
« dinanzi chiusa da balaustri, eccetto l' entrata del mezzo ; e doveva 
« avere tre archi grandi nella testa deUa sala ; de' quali due servissino 
« per finestre, e fussino tramezzati drente da quattro colonne per cia- 
« scuno, due della pietra del Fossato e due di marmo, con un arco 
« sopra, con fregiature di mensole che girasse in tondo. Queste avevano 
« a fare l'ornamento di fuori nella facciata del palazzo, e di dentro or- 
«c nare nel medesimo modo la facciata della sala ». E così di seguito 
il Vasari ci dà nelle parole sue tutto il disegno del Bandinelli e di Giu- 
liano, che doveva ornare la facciata di dentro di detta sala grande, 
ed essere di maggiore ornamento di grandezza e di terribile spesa per 
la facciata di fuora: ma a lui rimando volentieri il lettore, perchè tale 
lavoro fu lasciato dal BandineUi medesimo incompiuto. « Quest' opera, 
« dice lo stesso Vasari ^^^, s' andò per ispazio di molti anni lavorando e 
« murando poco più che la metà; e Baccio finì e messe nelle nicchie 
« minori la statua del signor Giovanni e quella del Duca Alessandro, 
« nella facciata dinanzi ambedue; e nella nicchia maggiore, sopra un 
« basamento di mattoni, la statua di Papa Clemente; e tirò al fine an- 
«c cera la statua del Duca Cosimo, dov' egli s' affaticò assai sopra la 
« testa: ma con tutto ciò il Duca e gli uomini di Corte dicevano che 
« ella non lo somigliava punto ». Sono vi anche presentemente ai lati 
della nicchia maggiore, le due statue di Giovanni de' Medici e del Duca 
Alessandro, e in quella è la statua di Leone X cominciata dal Bandi- 
nelli, e, dopo la sua morte, compita da Vincenzo Rossi. L'altra statua di 
Clemente VII in atto d'incoronare Carlo V non è nella nicchia princi- 
pale nel mezzo della facciata dell'Udienza, ma sì in una laterale. Però 
è da dire che tale Udienza fu del tutto finita, e in molte sue parte 
rinnovata pochi anni dopo dal Vasari, quando egli prese, come dirò, 
a rialzare detta sala, secondo che ci ha lasciato ricordo nella vita di 
Baccio Bandinelli ''°\ 



CAPITOLO XVI 177 



Ma tornando ai lavori che fece il Vasari, per ordine del Duca in 
Palazzo, egli riprende a dire come per accordare tutto il palazzo insieme, 
cioè il fatto con quello che era da fare, facesse più piante e disegni, e 
« finalmente (per ripigliare le sue parole) secondo che alcune gli erano 
€ piaciute (cioè, al Duca), un modello di legname, per meglio potere a 
< suo senno andare accomodando tutti gli appartamenti, e dirizzare e 
« mutare le scale vecchie, che gli parevano erte, mal considerate e cat- 
« tive. .., il quale modello, finito che fu, o fusse sua o mia ventura, o 
« il desiderio grandissimo che io aveva di sodisfare, gli piacque molto. 
« Perchè dato mano a murare, a poco a poco si è condotto, facendo ora 
« una cosa e quando un'altra, al termine che si vede. Ed intanto che 
« si fece il rimanente, condussi, con ricchissimo lavoro di stucchi in vari 
« spartimenti, le prime otto stanze nuove, che sono in sul piano della 
« gran sala, fra salotti, camere ed una cappella, con varie pitture ed 
« infiniti ritratti di naturale, che vengono nelle istorie, cominciando da 
« Cosimo vecchio, e chiamando ciascuna stanza dal nome di alcuno di- 
« sceso da lui, grande e famoso ^*'^ >. 

Quanto ai lavori d'architettura fatti al Palazzo Vecchio dal Vasari, 
sono particolarmente lodate le scale, la cui agevolezza fé' dire all'archi- 
tetto Piacenza che « prima si arriva al più alto del palazzo, che altri 
si accorga di essere asceso ». Quanto poi alle pitture di che abbellì 
le nuove camere al piano della gran sala, ciascuna delle quali ritrae i 
fatti più notabili della storia fiorentina e della casa de' Medici, e dove ei 
pose innanzi agli occhi, anche di noi così lontani da lui e anche delle 
generazioni che verranno dopo noi, i ritratti di coloro che più illustra- 
rono quella storia e quella casa, nulla possiamo davvero aggiungere a 
ciò che ne scrisse il Vasari medesimo nella sua Vita, e più assai in quei 
Ragionamenti che e' ne compose apposta per dichiararle ed illustrarle. 
Ragionamenti che si estendono anche alle altre pitture del piano supe- 
riore, alle camere cioè della Duchessa Eleonora. Tali ragionamenti fu- 
rono la prima volta pubblicati nel 1588 dal cavaliere Giorgio Vasari, 
dopo la morte dello zio suo, di quel nome medesimo, pittore e architetto, 
il quale era morto ai 27 giugno del 1574, siccome si rileva da una let- 
tera di Pietro Vasari, fratello di lui, al Granduca Fnuicesco de' Medici, 



178 PALAZZO VECCHIO 



con la quale in quello stesso giorno gli annunzia tanta perdita, con que- 
ste meste parole: 

« Di casa 27 giugno 74. 

« Mi trovo in quella amaritudine che può pensare l'Alt. Vra. per la morte del ca- 
« vallier Ms. Giorgio, mio fratello, seguita in questo punto; che sia in gloria! 

« La supplico che la si degni havermi per raccomandato insieme con cinque figlioli 
« che mi trovo, tre maschi et dua femine. Et quanto alle cose dell' arte, cercherò di con- 
« servare quello che sarà in mio potere (^2) ». 

Vennero poi questi ragionamenti, così come cosa ghiotta per gli ar- 
tisti ed anco per gli uomini di lettere, più volte ristampati, e finalmente 
ai nostri giorni, nel Tomo viii delle opere di Giorgio Vasari, con an- 
notazioni e commenti del dottissimo amico mio Gaetano Milanesi, Però 
non dispiacerà al lettore trovare qui appresso, al fine del capitolo e a 
modo di appendice, la breve e pulita descrizioncella delle pitture nelle 
varie camere, fatta già dal celebre Cinelli, trascritta dal Codice auto- 
grafo della Nazionale nostra, e corretta in parte e ordinata, dal Rastrelli 
nel suo libro più volte citato. 

Ma l'opera più grandiosa che il Vasari fece in Palazzo Vecchio, 
fu quella della Sala del gran Consiglio, che si trattò di rialzare parec- 
chio, e di dipingere per tutta la immensa stesura delle pareti e del sof- 
fitto, dando al lavoro del Cronaca una maggiore e migliore proporzione, 
ed un ornamento tale che come si diceva essere quella la più grande 
sala d'Italia, s'avesse a dire anche la più bella. Non potendo meglio 
con parole mie, prenderò allo stesso Vasari quelle con le quali ei ce ne 
dà notizia particolareggiata. 

« E tornando, ei racconta ^*^\ alle opere mie, dico che pensò questo 
« eccellentissimo signore di mettere ad esecuzione un pensiero, avuto già 
« gran tempo, di dipignere la sala grande, concetto degno dell'altezza 
« e profondità dell'ingegno suo, né so se, come dicea, credo, burlando 
« meco ^"\ perchè pensava certo che io ne caverei le mani, ed a' dì suoi 
« la vederebbe finita, o pur fusse qualche altro suo segreto, e (come 
« sono stati tutti i suoi) prudentissimo giudizio. L'effetto insomma fu, 
« che mi commesse che si alzasse i cavalli ed il tetto, più di quel che 



CAPITOLO XVI 179 



« egli era, braccia tredici, e si facesse il palco di legname, e si mettesse 
« d'oro e dipignesse pien di storie a olio: impresa grandissima, impor- 
« tantissima, e se non sopra l'animo, forse sopra le forze mie; ma o che 
« la fede di quel signore, e la buona fortuna che egli ha in tutte le 
« cose, mi facesse da più di quel che io sono, o che la speranza e l'oc- 
« casione di sì bel soggetto mi agevolasse molto di facultà, o che (e questo 
« dovevo preporre a ogni altra cosa) la grazia di Dio mi somministrasse 
« le forze, io la presi, e, come si è veduto, la condussi, contro l'opi- 
« nione di molti, in manco tempo, non solo che io avevo promesso e 
« che meritava l'opera, ma né anche io pensassi o pensasse mai Sua 
« Eccellenza Illustrissima. Ben mi penso che ne venisse maravigliata e 
« sodisfattissima, perchè venne fatta al maggior bisogno ed alla più bella 
« occasione che gli potesse occorrere: e questa fu (acciò si sappia la 
« cagione di tanta sollecitudine), che avendo prescritto il maritaggio che 
» si trattava dello illustrissimo principe nostro con la figliuola del "pas- 
« sato imperatore, e sorella del presente ^'^\ mi parve debito mio far ogni 
« sforzo, che in tempo ed occasione di tanta festa, questa, che era la 
« principale stanza del palazzo, e dove si avevano a fare gli atti più 
« importanti, si potesse godere. E qui lascierò pensare, non solo a chi 
« è dell'arte, ma a chi è fuora ancora, pur che abbia veduto la gran- 
« dezza e varietà di quell'opera: la quale occasione terribilissima e grande 
« doverà scusarmi, se io non avessi per cotal fretta satisfatto pienamente, 
«. in una varietà così grande di guerre in terra ed in mare, espugna- 
« zioni di città, batterie, assalti, scaramuccie, edificazioni di città, con- 
« sigli pubblici, cerimonie antiche e moderne, trionfi, e tante altre cose, 
« che, non che altro, gli schizzi, disegni e cartoni di tanta opera richie- 
« devano lunghissimo tempo : per non dir nulla de' corpi ignudi nei quali 
€ consiste la perfezione delle nostre arti; né de' paesi, dove furono fatte 
« le dette cose dipinte, i quali ho tutti avuto a ritrarre di naturale in 
« sul luogo e sito proprio; sì come ho fatto molti capitani, generali, sol- 
« dati, ed altri capi che furono in quelle imprese che ho dipinto. Ed 
« insomma, ardirò dire, che ho avuto occasione di fare in detto palco 
« quasi tutto quello che può credere pensiero e concetto d'uomo; varietà 
« di corpi, visi, vestimenti, abigliamenti, celate, elmi, corazze, accon- 



180 PALAZZO VECCHIO 



« dature di capi diverse, cavalli, fornimenti, barde, artiglierie d'ogni 
« sorte, navigazioni, tempeste, piogge, nevate, e tante altre cose che io 
« non basto a ricordarmene. Ma chi vede quest'opera, può agevolmente 
« immaginarsi quante fatiche e quante vigilie abbia sopportato in fare, 
« con quanto studio ho potuto maggiore, circa quaranta storie grandi, 
« ed alcune di loro in quadri di braccia dieci per ogni verso, con figure 
« grandissime, e in tutte le maniere. E se bene mi hanno alcuni de' gio- 
« vani miei creati aiutato, mi hanno alcuna volta fatto comodo ed alcuna 
« no; perciocché ho avuto talora, come sanno essi, a rifare ogni cosa 
« di mio mano, e tutta ricoprire la tavola, perchè sia d'una medesima 
« maniera. Le quali storie, dico, trattano delle cose di Fiorenza dalla sua 
« edificazione insino a oggi, la divisione in quartieri, le città sottoposte, 
€ nemici superati, città soggiogate, ed in ultimo il principio e fine della 
« guerra di Pisa da uno de' lati, e dall'altro il principio similmente e 
« fine di quella di Siena; una dal governo popolare condotta ed ottenuta 
« nello spazio di quattordici anni, e l'altra dal Duca in quattordici mesi, 
« come si vedrà, oltre quello che è nel palco e sarà nelle facciate, che 
€ sono ottanta braccia lunghe ciascuna ed alte venti, che tuttavia vo di- 
« pignendo a fresco, per poi anco di ciò poter ragionare in detto dialogo ■». 
Questo dialogo a cui accenna il Vasari, è quello che sotto il titolo 
di Ragionamento unico, riempie la Terza Giornata'-'^^^ di quel suo libro 
che intendeva a dichiarare e narrare minutamente tutte le pitture da 
lui fatte in Palazzo Vecchio, per ordine del Duca Cosimo. Parlando 
di questa gran sala, il Borghini nel Riposo, si ferma a dire del palco, 
e lo dichiara bellissimo per la copia e varietà d'invenzioni, per la gra- 
zia delle attitudini, di ciascuna persona, per la vaghezza del colorito; 
ma, più della eccellenza del pittore, loda la magnificenza del Gran- 
duca Cosimo nell'aver fatto fare opera così grande, e così ricca senza 
perdonare spesa alcuna, « che lungo tempo, egli soggiunge, bisogne- 
« rebbe a chi volesse di quella partitamente favellare, e delle historie 
« e delle statue eziandio che tutte le facciate della gran sala rendono 
« adorna >. Queste statue erano oltre quella rappresentante Clemente VII 
che incorona Carlo V, opera del Bandinelli e l'altra del Leone X in- 
cominciata dallo stesso Bandinelli e finita da Vincenzio Rossi, oltre il 



CAPITOLO XVI 



181 



signor Giovanni de' Medici e il Duca Alessandro dello stesso scultore, 
un gruppo di Giovan Bologna, e altri gruppi e statue di Vincenzo dei 
Rossi, di Vincenzio Danti, e più tardi cioè nel 1722, vi furono portate 
eziandio del Bandinelli, l'Adamo e l'Eva, che egli aveva fatte per il 
Duomo nostro, dove stettero fino allora che parve a taluno per esser 
nude non convenire a luogo sacro. Il Bottari però avverte a questo pro- 
posito che l'averle remosse dal posto primitivo guastò il pensiero dello 
scultore, il quale con le statue da luì poste dietro e sopra l'ara massima 
della Cattedrale, intese di rappresentare il peccato d'Adamo, e il rimedio 
di esso; cioè la morte di Cristo e l'assoluzione che per quella dava 
Iddio al genere umano. 

Il gruppo di Giovan Bologna, dal Vasari fu detto rappresentare una 
Vittoria, altri volle che e' significasse la virtù che soggioga il vizio; nelle 
scritture del tempo essa è detta la Fiorenza, oppure semplicemente « la 
gran figura » . Essa in fatto rappresenta una femmina che tiene abbattuto 
sotto i suoi ginocchi un uomo, che ha per attributo una volpe, simbolo 
dell'inganno e della frode. Il Vasari parlando di essa non poteva inten- 
dere che del gran modello in terra, il quale oggi si conserva nel cortile 
della Accademia di Belle Arti, perchè sappiamo dal Gaye, nel Carteggio 
di Artisti, ecc., che il marmo, scelto sino dal 1567 per questa figura, 
non fu messo in opera se non nel 1570, e fu la prima statua di marmo 
uscita dalle cave del Monte Altissimo. 

Fra le altre camere dipinte è notevole per vaghezza di disegno e 
di colorito, il così detto salotto dell'Udienza che è innanzi alla cappella, 
dove Francesco de' Salviati dipinse il trionfo e molte storie dei fatti di 
Furio Cammillo ; troppo lungo e troppo diffìcile a me sarebbe ragionare di 
tutte le storie che Francesco dipinse in questo salotto, dirò di quella dove 
è il Trionfo dì Cammillo come della principale e dirò prendendo quasi 
parole allo stesso Vasari ^*'^. È Camillo sopra il carro trionfale tirato da 
quattro cavalli, ed in alto la Fama che lo corona; dinanzi al carro sono 
sacerdoti con la statua della Dea Giunone, con vasi in mano molto ric- 
camente abbigliati, e con alcuni trofei e spoglie bellissime: d'intorno al 
carro sono infiniti prigioni in diverse attitudini, e dietro i soldati del- 
l'esercito armati; fra ì quali ritrasse Francesco sé stesso tanto bene, che 



182 PALAZZO VECCHIO 



par vivo; nel lontano dove passa il trionfo è una Roma molto bella; e 
sopra la porta è una Pace di chiaroscuro con certi prigioni, la quale 
abbrucia le armi. Nella stessa facciata, cioè nell'altro vano che è da 
questo diviso per la porta principale, fece de' Galli che pesando l'oro del 
tributo vi aggiungono una spada, acciò sia il peso maggiore; e Camillo 
che sdegnato, con la virtù delle armi si libera dal tributo : la quale storia 
è bellissima, copiosa di figure, di paesi, d'antichità e di vasi benissimo 
ed in diverse maniere finti d'oro e d'argento. In questa storia, narra 
il Milanesi in una sua nota<^®^, è un soldato nudo caduto in terra e tra- 
passato da una lancia, il cui torso eccellentemente disegnato e colorito, 
per essersi gonfiato l'intonaco e staccato a poco a poco dal muro, final- 
mente cadde; ma Baldassarre Franceschini, detto il Volterrano, con una 
pazienza incredibile raccolse e riunì tutti quei pezzetti d'intonaco collo- 
candoli e rattaccandoli al luogo loro, che appena si vedono i segni delle 
commettiture. Un altro giovane pittore che aiutò il Vasari fu Lorenzo 
Sabatini, a cui fu dato a dipingere il ricetto che è fra la sala dei Du- 
gento e quella grande, dove egli fece sei figure a fresco, delle quali Raf- 
faello Borghini loda sommamente quella rappresentante la Giustizia e 
r altra la Prudenza, in cui si vede, e' dice, buon disegno, gran rilievo, 
bel colorito, e che in ogni loro parte sono benissimo osservate; e che 
e' dica il vero, ciascuno può da se giudicare. 

Mentre il Vasari e i giovani artefici che lavoravano sotto la sua 
direzione, tiravano a finire e la gran sala e le altre camere accosto più 
meno ad essa, anche nel quartiere della Duchessa, su al secondo piano, 
si continuavano i lavori ; e il Bronzino era intento a finire la cappelletta, 
statagli già commessa dal Duca, al quale prometteva di condurla tosto 
a termine scrivendogli da Firenze ai 15 aprile del 1564 la lettera, che 
fu trovata e messa fuori dal Gaye^^^\ « Nella quale cappella, scrive il 
« Vasari ^^\ fece il Bronzino nella volta un partimento con putti bellis- 
« simi, e quattro figure, ciascuna delle quali vòlta i piedi alle faccie; 
« San Francesco, San Jeronimo, San Michelagnolo, e San Giovanni: e 
« nell'altre tre facce (due delle quali sono rotte dalla porta e dalla fine- 
« stra) fece tre storie di Moisè, cioè una per faccia. Dove è la porta 
« fece la storia delle biscie, o vero serpi, che piovono sopra il popolo; 



CAPITOLO XVI 183 



« con molte belle considerazioni di figure morte, che parte muoiono, parte 
« sono morte, ed alcune, guardando nel serpente di bronzo, guariscono. 
€ Nell'altra, cioè nella faccia della finestra, è la pioggia della manna: e 
« nell'altra faccia intera, quando passa il mar Rosso, e la somersione di 
« Faraone; la quale storia è stata stampata in Anversa,.... Nella tavola 
« di questa cappella, fatta a olio, che fu posta sopra l'altare, era Cristo 
« deposto in croce in grembo alla Madre; ma ne fu levata dal Duca 
« Cosimo per mandarla, come cosa rarissima, a donare al Granvela, mag- 
« giore uomo che già fusse appresso Carlo V imperatore. In luogo della 
« qual tavola ne ha fatto una simile il medesimo, e postala sopra Val- 
« tare in mezzo a due quadri non manco belli che la tavola; dentro i 
« quali sono l'Angelo Gabriello e la Vergine da lui Annunziata <^'\ Ma 
* in cambio di questi, quando ne fu levata la prima tavola, erano un 
« San Giovanni Batista ed un San Cosimo, che furono messi in guar- 
« daroba quando la signora duchessa, mutato pensiero, fece fare questi 
« altri duo ». 

E giacché il discorso m' ha riportato al secondo piano del Palazzo, 
qui converrà che un' altra volta mi fermi, volendo riposatamente dire 
della sala detta di guardaroba, o, per i famosi sportelli del Danti, delle 
carte geografiche, per essere materia degna di speciale considerazione. 



(*> Gino Capponi, Stor. cit. voi. ii, pag. 487. 

(2) Segni, op. cit. voi. ii, pag. 361. 

(3) Voi. Ili, pag. 6. 

W GoRO Dati, Istoria di Firenze. Firenze, 1735, pag. 119. 
(^) Vedi Vasari, op. cit., voi. iii, pag. 352. 
(•5) Op. cit., tomo VII, pag. 697. 
C) Op. cit., voi. VII, pag. 698. 
<8) Op cit., voi. VI, pag. 170. 
(9) Ivi, pag. 174. 
(") Op. cit., voi. VI, pag. 193. 
(") Op. cit., voi. VII, pag. 698. 

(12) Gate, op. cit., voi. iii, pag. 389. 

(13) Vasari, op. cit., voi. vii, pag. 700. 

(**) Vizio di costrutto da correggere: né so se dicea burlando meco (come crtào) 
perchè ecc. (N. Edit.). 



184 PALAZZO VECCHIO 



(15) u principe Francesco, sposo dell'Arciduchessa d'Austria, sorella dell'imperatore 
Massimiliano. 

(16) Vedi Vasari, op. cit., voi. viii, pag. 199. 
("> Vedi op. cit., voi. VII, pag. 23. 

(18) Ivi, pag. 24, n.° 1. 

<i9' Op. cit., voi. VI, pag. 134. 

(20) Op. cit., voi. VII, pag. 596. 

(21) Da una lettera del Bronzino a Pierfrancesco Riccio, scritta dal Poggio il 22 di 
agosto 1545, si ritrae che in quest'anno il Duca Cosimo avevagli commesso di rifare la 
tavola del Cristo deposto in luogo di quella, collo stesso soggetto, mandata in Fiandra al 
Granvela, ossia Niccolò Perrenot. ( Gaye, ii, pag. 330 ). Tanto la tavola grande del Deposto 
di Croce, la quale porta scritto in basso, a caratteri Neri: Opera del Bronzino Fior.: 
quanto le altre due tavole più piccole dell'Annunziata e dell'Angelo, si veggono oggi nella 
GaUeria degli Uffizi. (N. dell' Edit). 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI. 



Descrizione sommaria delle pitture della gran sala e delle altre attigue, 

FATTA dal CiNELLI E PUBBLICATA LA PRIMA VOLTA DAL RASTRELLI. 



Pitture del Salone. 

Il palco è in tre ordini divisato, contenendo in tutto 39 quadri, compresovi vari tondi, 
ed ottangoli, o quadri di figura ettagona, ne' quali sono dipinte Storie, che dalla prima 
origine, secondo l'opinione più comune e più cognita, le gesta più magnanime della Città 
rappresentano; poi gli accrescimenti, gli onori, le vittorie, e tutti i fatti più egregi della 
Città di Firenze, e del Dominio sono con bell'arte effigiati: sono detti quadri di 9 e 10 
braccia l' uno tutti dipinti a olio, e in essi sono figure di sette, e d' otto braccia l' una. I 
quadri di mezzo non hanno con le Storie continuazione veruna, ma le cose che in essi si 
rappresentano, sono dagli ordini laterali distinte, e differenti. In questi del mezzo si vedono 
effigiate le Storie della Città di Firenze. Hanno le due Testate due gran tondi, ognuno 
de' quali è posto in mezzo da otto altri quadri minori, e questo, perchè essendo la Città 
nostra in quattro Quartieri divisa, sono di questi, due in ciaschedun tondo effigiati : ne' qua- 
dri poi che questi tondi mettono in mezzo, son tutte le Cittadi e luoghi principali dello 
Stato vecchio dipinti, senza che questi punto lo Stato di Siena, che Stato nuovo è chia- 
mato, tocchino. 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 185 



Facendoci dalla banda di S. Pierd* Scheraggio, si vedono due Armati nel tondo accen- 
nato, rappresentanti i due Quartieri di S. Spirito, e Santa Croce. Ha il primo la Croce 
d'oro in campo azzurro, ed il secondo la Colomba co' raggi d'oro in bocca. In questo 
tondo si vede effigiato un balaustrato di marmi in mezzo cerchio, sopra del quale otto 
putti vi stanno a sedere con uno stendardo in mano per ciascheduno, nel quale uno dei 
Gonfaloni di suo Quartiere è dipinto; quattro ogni Quartiere avendone. 

Ha S. Croce per suoi Gonfaloni, Carro d'oro. Bue, Lion d'oro, e Ruote. 

Ha S. Spirito, la Scala, il Nicchio, la Sferza, e il Drago. 

A mano sinistra del Quartier S. Croce è la Città d'Arezzo col fiume del Castro che 
entra nella Chiana. Sostiene Marte di quella Città l'Insegna con l'impresa dentrovi, che 
è un Cavai nero sfrenato, ed ha l'Arme del Popolo nello Scudo, che è una Croce d'oro 
in campo rosso. Appresso Marte è Cerere che l'abbondanza di quel Paese denota; e sotto 
è questo motto 

Arretium Nobilts Etruriae Urbs. 

Tutte le Città dipinte in questa Soffitta hanno un putto, che ha un Pastorale in mano, 
per denotare il Governo Spirituale de' Vescovi, a distinzione delle Terre. 

Segue Cortona. Inalza questa un bianco Stendardo, nel quale è dipinto un Lion rosso, 
ed accanto è figurato Monte Pulciano, che tiene nelle mani un corno, d'ulive e spighe 
ripieno: allato vi è un giovinetto con un vaso pieno di vino nelle mani, per alludere alla 
delicatezza del vino di quel Paese, fertile e abbondante. Sotto a questo quadro è scritto 

Cortona Politianumg. Oppida Clara. 

Sotto Cortona è il Borgo S. Sepolcro, e però si vede Arcadio Pellegrino, che dicono 
esserne stato il Fondatore. Nello Stendardo è un Cristo che resuscita, che è l'insegna della 
Ciltà, e nello Scudo quella del Popolo, che è un Campo mezzo nero, e mezzo bianco. Vicino 
vi è il Tevere, e la Sovara Fiumi: quel vecchio coronato d'abeti, e faggi è il Monte Ap- 
pennino; e sotto si legge 

Burgum UmbrUut Urbs, Et AngUtrj. 

Nell'ultimo quadro un Giudice vestito all'antica con la scure in mano si vede, fatto 
per lo Vicariato di S. Giovanni uno de' quattro principali del Distretto Fiorentino, e sotto 
vi è scritto 

Praetwa Amenais Superior. 

Ha nello Scudo l' insegna del Castello, che è un S. Giovanni. Pomona e Bacco gli sono intomo 
per dimostrare la fertilità ed abbondanza de' frutti e del Trebbiano che quel Paese produce. 
A mano destra del tondo è la Città di Volterra col fiume Cecina, e allato un Mer- 
curio, acciocché le Miniere, e Saline di quel Paese dimostri. Vi è l'Armo della medesima, 
che è un Grifo rosso, che strangola un Serpente, e quella del Popolo, che è una Croce 
bianca in campo nero. Sotto 

Votaterra» Tutcor. Vrb* Celeberr. 



186 PALAZZO VECCHIO 



Seguita S. Gimignano col Fiume Elsa, con un Satiro giovane, che beve la sua ver- 
naccia; la sua Insegna è mezza gialla, e mezza rossa. L'Arme del Popolo è un Leon 
bianco nello Scudo giallo e rosso. Colle ha molte balle di carta: l'Insegna è una Testa 
di cavallo rossa in uno Scudo bianco; quella del Popolo è una Croce rossa nello Scudo 
bianco, ed una testa di cavallo rosso, e si legge 

Geminianum, Et Colle Oppida. 

Nel Quadro che segue è dipinto il Chianti con i Fiumi Pesa, ed Elsa, che ne' suoi 
contorni hanno il principio, ed un Bacco d'età più matura, per dimostrare l'eccellenza 
de' Vini di quel Paese. In lontananza la Castellina, Radda, e Brolio si veggono. Vi è 
l'Arme del Chianti, che è un Gallo nero in campo giallo col motto 

Ager Clantius, Et Eius Oppida. 

Neil' altro quadro è il Vicariato di Certaldo, ove si vede Minerva, in riguardo del Boc- 
caccio, onde egli trasse l'origine. Vi è anche una Ninfa, che la bellezza di quella Cam- 
pagna denota. L'Arme è una Cipolla in campo bianco, col motto 

Certaldenais Praelura Amenissima, 



Testata verso il Sale. 

Nel tondo è da mano destra il Quartiere S. Giovanni, la cui Arme è il Tempio del 
medesimo Santo in campo azzurro. 

I Gonfaloni sono Lion d'oro. Drago verde. Chiavi, e Vaio. 

Da sinistra è il Quartiere S. Maria Novella, la cui Insegna è il Sole in campo az- 
zurro; i suoi Gonfaloni sono Vipera, Unicorno, Lion rosso, e Lion bianco. 

Sotto il Quartier S. Giovanni è Fiesole ritratta al naturale col Fiume Mugnone. Diana 
Cacciatrice tiene uno Stendardo bianco entrovi una Luna di color celeste. Arme antica di 
quella Città. Nello Scudo mezzo bianco, e mezzo rosso è l'Arme del Popolo. Allato è 
Atlante convertito in pietra, per essere quel Paese copioso di massi, e di cave. Il motto 

Fesulae In Partem Urbis Adacitae. 

Allato è la Romagna con la Terra di Castrocaro e il Fiume Savio. Evvi una Bellona 
Armata, per dimostrare la gente armigera del Paese. L'Arme è una Croce rossa: il motto 

Flamtniae Nostrae Dictionia. 

Siccome il Salone ha nelle testate alcuni trapezzi, avvenendo ciò perchè nella giunta 
del Palazzo fatta da Cosimo L, essendo per la parte di verso S. Firenze la facciata molto 
più larga, che non è nella parte dinanzi ; ha quivi l' ingegnoso Vasari in quella parte che 
esce di squadro finto un Corridore, accomodandosi al muro sbieco, e divisolo in tre quadri; 
nel primo de' quali che è il più stretto, ha alcuni putti che scherzano con certe palle 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 187 



effigiato. Nel secondo vi sono alcuni, che in atto di vedere la Sala s'afTacciano ai Corri- 
dore, e 8on questi quattro ritratti al naturale, de' quali il primo é Maestro Bernardo di 
Mona Mattea, Muratore eccellentissimo, che alzò il tetto sopra questo Salone braccia 14, e 
fece tutta la giunta delle stanze: il secondo è Batista Botticcllo, che fece la Soflitta di 
quadro, e d'intagli; il terzo di pelo rosso con quel barbone è Maestro Stefano Veltroni 
dal Monte S. Savino, che ebbe la cura di mettere a oro la detta Soffitta ; l' ultimo è Marco 
da Faenza. 

Nell'ultimo quadro vi è una cartella sostenuta da due putti nella quale si legge que- 
sta Iscrizione : 

Mas Aedes, Atque Auìnm Ifanc Tccto Elatiori, Aditu, Luminibut, Scali», Picturi», Omatuque ÀuguUlori 
In Amiiliorem Formarti Dedit Decoratam Cosmua Medicea Illuttriatimuè Florendae, Et Senarum Dtix Ex DetcrU 
ptione, Alque Artificio Georgii Vasari Arretini Pictori», Atque ArcMtecti Alunni Sui Anno MDLXY. 

Dopo Castrocaro segue il Casentino. Vi è il ritratto al naturale di Poppi, Prato Vec- 
chio, e Bibbiena, con i Fiumi Arno, ed Archiano; allato vi è la Falterona piena di Faggi, 
e ghiaccio. Un Giovine armato tiene l'insegna di quella Comunità, e sotto vi è scritto 

Pupplum Agri Clau$entini Caput. 

Il Vicariato poi che è sottoposto al Quartiere di S. Giovanni è Scarperia: l'Arme di 
quel Castello è una Luna. Vedesi appresso il fiume Steve col ritratto del Mugello, e il suo 
motto è 

Mugellana Praetura Nobili». 

Il primo quadro sottoposto al Quartiere S. Maria Novella è Pistoia col Fiume Om- 
brone, accanto vi è una Vecchia col capo pieno di Castagni fatta per la Montagna a lei 
sottoposta: L'Insegna della Città è un Orso: l'Arme del Popolo sono Scacchi bianchi e 

rossi; e sotto 

Piatorium Urbi Socia Nobili». 

Seguita dopo la Città di Prato col Fiume Bisenzio appresso. La sua Arme è uno Scudo 
rosso di Gigli d'oro ripieno: Arme che fu data a questo luogo a Carlo d'Angiò, col- 
r Iscrizione 

Pratum Oppidum Specie Insigne. 

Ne viene Pescia co' due Fiumi accanto, Nievole, e Pescia. Sono in questa effigiati 
molti Mori, e Bachi da Seta: la sua Arme è un Delfino rosso, e sotto è scritto 

Piada Oppidum Adeo Fidele. 

Occupa l'ultimo luogo il Vicariato di Valdamo di Sotto. Vi è ritratto al naturale 
S. Miniato al Tedesco, la cui Arme è un Lione coronato con una spada in mano: vi è 
il Fiume dell'Elsa: e vi è sotto 

Praetura Amenti» Interior. 



188 PALAZZO VECCHIO 



Terminate le due testate, i quadri che sono nella fila di mezzo ne vengono, ne' quali 
storie della Cittade effigiate si veggono : e perchè i tre verso il Sale storie più antiche rap- 
presentano, di loro prima favellerassi ; poi degli altri tre verso San Piero Scheraggio, e poi 
d' un tondo, che è in mezzo, che sarà F ultimo, in ordine anche a tutte le Storie quivi dipinte. 

Nel primo Quadro grande è, secondo la più comune opinione l'edificazione di Firenze 
ritratta, sotto il segno d'Ariete, 682 anni dopo l'edificazioni di Roma, e cosi 70 anni 
avanti la Natività del Redentore del Genere Umano, sotto il Triumvirato di Ottaviano, 
Marcantonio, e Lepido fatta Colonia, alla quale dettero per insegna il Giglio bianco. E sotto 

Ftorentia Romanor. Colonia Lege Julia a III. Viris Deducitur. 

Nel Quadro lungo che segue, vi è la rotta che Radagasio Re de' Goti ricevè ne' Monti 
di Fiesole, ove astretto dalla fame fu necessitato a rendersi all'Esercito dell'Imperatore 
Onorio; il qual fatto d'Arme segui agli 8 d'Ottobre l'Anno 415 di nostra salute giorno 
di S. Reparata. Si legge 

Florentia Gothorum Impetu Fortiss Retuso, Rom. Cons. Victoriam Praeret. 

Nel 3. Quadro è dipinto Papa Clemente IV che dona la sua Arme a' Capitani di Parte 
Guelfa, che è un Aquila rossa sopra un Drago, e quegli che tale insegna piglia è il Conte 
Guido Novello, e vi è scritto 

Floren. Cives a Clemente IIII. Ecclesiae Defensores Appellantur. 

Gli altri tre Quadri dalla banda di verso S. Piero Scheraggio queste storie dimostrano. 

In quel di mezzo è dipinto, quando la terza volta si allarga il circuito delle mura della 
Città, l'Anno 4284: Vi è Arnolfo Architetto, che ne mostra a' Signori il Modello, e il Di- 
segno con il Vescovo che Benedice, e mette la prima pietra, e vi si legge 

Civibus, Opibus, Imperio Florens, Latiori Pomerio Cingitur. 

Nel Quadro allato a' Quartieri di S. Croce e San Spirito è ritratta l' unione del Popolo 
Fiorentino, e Fiesolano, ove i due Gonfalonieri si abbracciano insieme, e dove prima l'In- 
segna de' Fiesolani era una Luna azzurra in campo bianco, e quella de' Fiorentini un 
Giglio bianco in campo rosso, le mescolarono e fecero uno scudo diviso bianco, e rosso. 

Ftorentia Crescit Fesularum Rutnis. 

Nell'ultimo di questi tre è dipinto il Pontefice Eugenio IV, che cacciato di Roma si 
conduce a Livorno con le Galere de' Fiorentini, ove è ricevuto da' nostri Ambasciatori, e 
vi è scritto 

Eugenio IIÌI. Pont. Max. Urbe Sedeq. Pulso Perfugium Est Paratum. 

Ne sette Quadri che son lungo la muraglia verso le Scale, e nelle tre storie della me- 
desima, tutta la Guerra di Pisa fatta dalla Repubblica si rappresenta, la quale durò anni 44 
siccome nelle tre storie grandi dell'altra facciata, e ne' Quadri verso il Borgo de' Greci vi 
è quella di Siena effigiata fatta dal Gran Cosimo in 14 mesi. 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 189 



Neil' ottangolo verso la fronte vi è quando i Fiorentini deliberarono la Guerra contro 
a' Pisani, ove Antonio Giacomini in bigoncia ci cala, e sopra in aria è dipinta una Nemesi, 
con una spada di fuoco, per dimostrare la vendetta alla quale attendeva la Repubblica: e 
sopra è scritto 

S. P. Fior. Pi»ani$ Rebelltbus Magno Animo Beltum IndicU. 

In altro Quadro è la presa di Cascina, ove è ritratto al naturale Paolo Vitelli Gene- 
rale de' Fiorentini; e sotto 

Cascina Solida Vi Espugnatur. 

In quel che segue è la presa di Vico Pisano, vi è ritratto esso Vico, con l'Iscrizione 

Vicum Fiorentini Militea Irrumpunt. 

Neil' ottangoio verso S. Piero Scheraggio è dipinta la rotta data in Casentino da' Fio- 
rentini vicino alla Vernia, e Montalone a' Veneziani venuti in ajulo della Repubblica di Pisa, 
e sotto si legge 

Veneti Pitarum Defemtore Vieti. 

Sopra rettangolo in un quadro largo si veggono dipinte cinque (Jalere, e due Fuste 
de' Fiorentini, che alla Foce d' Arno predarono i Brigantini de' Pisani carichi di grano che 
introdur volevano per soccorrer Pisa, e sotto vi è 

Pitia Obaeaaia Spea Omni» Reciaa. 

In altro quadro simile è la batteria delle mura di Pisa fatta al luogo detto il Barba- 
gianni, come altri vogliono il Bastione sta in pace, quali muraglie dopo essere da' can- 
noni atterrate, e volendo i Fiorentini passare, convenne loro combattere con la Fanteria 
Francese, che era in aiuto de' Pisani. 

Oalli Auxiliarea Repetluntur. 

Nel quadro grande del mezzo è dipinto il trionfo, che si fa in Firenze per la Presa 
di Pisa, ove è dipinto il Ponte alla Garriya, ed i Prigioni co' Soldati che passano; e 
r Iscrizione 

Laeta Tandem Victoria Venit. 

Dalla banda di verso Borgo de' Greci sono le Storie della guerra di Siena, parte di 
esse nel palco, e parte nella facciata effigiate. 

Nel quadro grande della Soffitta verso il Sale ò figurato G. D. Cosimo in una camera, 
che solo al tavolino ha sotto l' occhio il disegno di Siena, alla quale risolve muover guerra : 
gli sono intorno la Vigilanza, e la Pazienza a sedere, la Fortezza, e la Prudenza, ed il 
Silenzio con le mani alla bocca; e sotto è scritto 

Senenaibua Vicinia Infidi» Betlum. 



190 PALAZZO VECCfflO 



In un quadro lungo allato al Casentino è ritratta quella memorabile scaramuccia se- 
guita al luogo detto Monastero vicino a Siena. 

Praelium Acre Ad Monasterium. 

In altro simile è la presa di Gasoli disegnata, ove il Marchese di Marignano fa piantar 
l'artiglieria, e parlamenta a' soldati. 

Caauli Oppiai Expugnatio. 

In un ottangolo verso S. Piero Scheraggio è la grandissima scaramuccia seguita a 
Marciano in Valdichiana tre giorni avanti la rotta di Piero Strozzi. Vedesi da basso il 
Fiume Chiana che alza la testa. 

Galli Rebellesg. Praelio Ceduta. 

In altro quadro è dipinta la rotta data a' Turchi dalle Genti del Gran-Duca, quali 
erano smontati a Piombino: vedesi il loro disordine e la fuga verso le galere. 

Publici Otte» Terra Arcentur. 

In altro Quadro, la presa di Monte Reggiani si rappresenta, vedesi la condotta del- 
l'Artiglieria verso quel luogo ove dice 

Mons Regionia Expugnatur. 

Nel Quadro di mezzo è il Marchese di Marignano effigiato, che trionfante a Firenze 
ritorna. Vedesi il Gran Cosimo, che ad incontrarlo fuor della Porta esce, ed intorno al 
Marchese sono Chiappino Vitelli, e Federigo di Monte Aguto. Da basso son ritratti al na- 
turale D. Vincenzio Borghini, ed è quel grassotto, che è di tutti il primo; quello con la 
barba un po' più lunga è Mass. Gio. Batista Adriani, che ebbero amendue parte nell'in- 
venzione di questa Sala. Vi è il Vasari, e Batista Naldini, poi Giovanni Stradano, e l'ul- 
timo è Iacopo Zucchi, che dipinsero in quest'Opera. Il motto dice: 

EcBitus Vieti» Victoribtuque Felix. 

Nel tondo, che è in mezzo, e come di centro a tutta la soffitta serve, è il Gran Co- 
simo trionfante dipinto, da una Firenze con corona di Querce coronato: e inoltre da vari 
puttini attorniato, che l'Insegne delle 21 Arti fra maggiori, e minori della Cittade, e di 
essa, e delle Comunità dello Stato l'Armi sostengono. 

Sono ne' quattro angoli quattro storie ben grandi sopra lavagne dipinte. La prima che 
è quella sopra la Porta, che nella Sala del Consiglio conduce, è quando a Bonifazio VIII 
da 13 Potentati d'Asia, e d'Europa furono altrettanti Ambasciatori mandati, ed erano tutti 
Fiorentini. Storia di verità mirabile, e d' eterna memoria degna. È di mano di Iacopo Ligozzi. 

A fronte di questa di mano dello stesso è un' altra nella quale da Pio V, Cosimo Primo 
il titolo di Gran-Duca di Toscana riceve. 

Nell'altre due, dalla parte di S. Piero Scheraggio verso la Piazza è Cosimo Primo dal 
Senato, con pienezza di voti della Patria creato Duca. Di mano del Cigoli. 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 191 



Neil' altra quando veste l' Abito di Gran Maestro della Religione de' Cavalieri di S. Ste- 
fano Papa e Martire. Del Passignano. 

Nella storia che è a mano dritta verso la Piazza, è la Guerra di Pisa effigiata, ove 
dalla parte do! Bastione Sta in pace, verso la Porta a Mare, la breccia già fatta nelb 
muraglia si scorge, e la ritirata da que' di dentro per la difesa con terra, pali, e botti al- 
zate. L' Esercito assediante è ben disposto, e va con ordinanza all' assalto, e come da parte 
eminente si stia chi osserva, tutta la pianta della Cittade, e del Piano, ove è la maggior 
parte dello stuolo Fiorentino accampato, in iscorto si vede. Nell'angolo diverso il mezzo 
della Sala è Antonio Giacomini effigiato con sopravveste a scacchi rossi e bianchi vestito, 
con la lettera nel cinturino del Tocco, o Berrettone che ha in capo, poiché avendo dato 
il segno della Battaglia, dalla Repubblica un ordine sopraggiunsegli, per lo quale che la 
zuffa non attaccasse ordinavagli, poiché teneva avviso che Pisa per mancamento di viveri, 
senza spargimento di sangue arresa a patti in breve tempo sarebbesi; ma egli postasi, 
senza leggere, la lettera nella cresta dell'Elmo, come già tutto alla battaglia apphcato, lo 
decoro della Patria, e di suo valore avanti gli occhi sopra ogni altra cosa avendo, di ese- 
guire lo incominciato pensiero, avendo in suo cuor proposto, assaltò, combatté, vinse. Per 
la qual trascuraggine, se pur tale ella chiamar si puote, fu dalla Repubblica tosto chia- 
mato, ed aspramente ripresone non solo, ma minacciato; onde egli per si fatta maniera di 
ricompensare i servigi disgustato, di sue grand' opere colai guiderdone riportando, in una 
sua Villa, che Bonazza si chiama, ritirossi, e in breve, terminò di suo vivere il corso. 
Durò la Guerra di Pisa Anni 44. Per la venuta di Carlo Vni. I Pisani si sollevarono pre- 
tendendo per quella aver la libertà riacquistata, la cui venuta fu nel 1484, onde molti 
Pisani l'Armi, ed in pietra, e dipinte, come ancora in molti luoghi della Cittade nelle fac- 
ciate di alcune Case affisse si veggono, inalzarono; ma non avendo forze bastanti, ed es- 
sendo privi di ajuti si mantennero in pace 43 Anni e 14 in Guerra e cosi l'anno 1509 
"come si vede dalla colonna di marmo eretta in Banchi sotto l'Anno 1511 nelle forze della 
Repubblica di Firenze ultimamente caderono. 

Nella storia che segue è quando Massimiliano all'assedio di Livorno sen venne, e 
senza fare alcun profitto da per se dileggiando partissi. Avendogli in questa occasione una 
palla d'Artiglieria portato via la manica della veste, nella qual forma appunto senza essa 
manica ritratto al naturale di rilievo, in rendimento di grazie all'Immagine di Maria Vei^ 
gine Annunziata in Firenze ne mandò il simulacro proposto. 

Nel tei-zo ed ultimo quadro di questa parete è la Rotta che i Pisani alla Torre di 
S. Vincenzio sul Mare presso a Populonia da' Fiorentini riceverono, la cui perdita fu della 
caduta di Pisa efficacissima cagione. 

Or all'altra facciata trapassando nel primo quadro a fresco dalla parte di verso il Sale 
espresso si vede, quando i Soldati del Gran-Duca sotto la scorta del Marchese di Hari- 
gnano di quella Impresa Capitan Generale, de' Forti e delle muraglie della Città di Siena 
padroni si resero. Veggonsi le Soldatesche in ordinanza marciare co' loro lanternoni, pe- 
rocché di notte, accesi, e per la parte di Camolia entrare. È quivi il Generale a cavallo, 
che dare gli ordini a tanto fatto opportuni dimostra; ed in alcuni luoghi alla muraglia le 
scale appoggiate si veggono, per le quali sopra di esse i Soldati arditamente saggono. 



192 PALAZZO VECCHIO 



Nel quadro di mezzo è la presa di Porto Ercole effigiata, ove ricovratosi in ultimo 
Piero Strozzi con le Galere di Francia, fu dall'Armi del Gran Cosimo incalzato, necessitato 
a mettersi con la fuga in salvo, ed a lasciare quel posto considerabile da esso lungamente 
occupato ; chiave, e freno dello Stato di Siena, avendo per que' Porti comodità d' introdurre 
quella gente che a lui piaciuta fosse. 

Nel terzo è dipinta l'infelice rotta di Marciano in Valdichiana, causa potentissima 
della caduta di Siena, seguita per aver voluto lo Strozzi, contro il consiglio comune, in 
faccia del nemico sloggiare. Veggonsi le Squadre Francesi in disordine appoco appoco ce- 
dere, e gli Alemanni con gli Spagnuoli, e Italiani uniti con fierezza avanzar terreno e gua- 
dagnar la Vittoria, come segui alli 2 d'Agosto 1554. 



Descrizione delle Pitture, che si trovano in alcune Stanze 
DEL Primo Piano. 



Al pari del Salone verso la Piazza del Grano son le Stanze che nuove chiamate sono, 
e fra queste sette di nominanza degne, fra Salotti, e Camere, dall' ingegnosa mano del Va- 
sari la maggior parte dipinte ; ancorché alcuni fregi, e le cose meno principali sieno state da 
Bocino, e da altri suoi giovani lavorate. Ognuna di queste Stanze è stata ad un Eroe della 
Casa Medici dedicata, adorna di molti Ritratti al naturale, e le gesta più ragguardevoli del- 
l'Eroe effigiate. 

Sala di Leon X. 

Vi è una Storia che rappresenta il fatto d'arme di Ravenna nel 4542, ove essendo 
Cardinale Legato fu fatto prigione. Vedesi Foix a cavallo sopra un cavai bianco che salta 
con sopravveste di velluto chermisino, bandata a liste di tela d'oro. Il Fiume che tiene 
un timone ed una pina è il Ronco. Il Cardinal Legato è sopra un cavai turco bianco, con 
un occhiale, che gli andamenti del nemico osserva. Quello che gli è vicino con barba nera, 
e con berretta rossa, armato d'arme bianca, e che stende un braccio verso il Legato è 
Federigo Sanseverino Cardinal Legato in Campo del Conciliabolo di Pisa: presso al Legato 
è il Ritratto al naturale del Marchese di Pescara, giovinetto con l'elmo in capo; e quel- 
l'altro d'aria fosca, e che ha un berrettone nero in testa, è Pietro Navarro. 

Vedesi nell' ottangolo che segue un Barcajuolo mezzo ignudo nel Fiume, e sulla riva 
una baruffa di Soldati, rappresentante quando volevano menare il Legato prigione a Mi- 
lano ; ma venne appunto nell' atto che era per enti-are in barca liberato. 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 193 



In un'altro quadro è quando l'anno 1542 in Firenze ritorna, che è fuor di Porta 
S. Gallo dagli amici e parziali incontrato: quel giovane sopra un cavai bianco, che volta 
le spalle, con la man destra sul fianco, è Ramazzotto Capo di Parte. Quell'altro con la 
celata in capo sopra un cavai sauro è il Cardona, che con la Padula ragiona: e sulla Porta 
a cavallo è M. Giisiiuo de' Pazzi, Arcivescovo di Firenze. 

In un quadro lungo è la sua Incoronazione effigiata, dopo che egli fu al Pontificato 
assunto l'anno 1513 alli 10 d'Aprile, nella qual funzione quello stesso cavallo cavalcar 
volle, col quale l'anno innanzi era stato fatto prigione a Ravenna. Vi sono quattro armati 
d'arme bianca con stendardi in mano. Quello sopra un cavai leardo è D. Giovanni de' Me- 
dici, nel cui stendardo è dipinta l'Arme del Pupa; il secondo sopra un cavai sauro turco 
con la croce bianca al collo è Giulio de' Medici, allora Cavaliere di Rodi, che fu poi Cle- 
mente Vn, ed ha lo stendardo della Religione; l'altro, che è sopra un Giannetto di Spagna, 
ed ha la barba bianca è Alfonso Duca di Ferrara, che portò lo Stendardo di S. Chiesa, 
come Generale di essa : l' ultimo con barba nera e tonda è Francesco Maria Duca d' Urbino 
Prefetto di Roma con lo stendardo del Popolo Romano. Quel Cardinale col Pivial rosso e 
Mitra, che accenna verso il Papa è Alfonso Petrucci Cardinale di Siena, e vicino gli è il 
Cardinale Alessandro Farnese, che fu poi Paolo III; quello in profdo con barba nera è il 
Cardinale Sansevei-ino, che pai'la con Francesco Soderini Cardinale di Volterra. 

In un ottangolo dal canto che segue è quando il Popolo Romano fece suo Cittadino 
Giuliano Fratello del Papa, ed il Papa fa i primi quattro Cardinali, che furono il primo 
Giulio de' Medici ; il secondo che li siede a' piedi con cera scura e barba nera è Innocenzo 
Cibo Figlio di Maddalena sua Sorella; il 3 che li siede sotto 6 Lorenzo Pucci; il 4 che è 
ritratto tutto intero vestito di paonazzo è Bernardo Dovizi da Bibbiena; quello che è gi- 
nocchione, e dal Papa riceve due Stendardi è Giuliano suo Fratello, quale mandò in Lom- 
bardia contro al Re Francesco. 

Neil' ottangolo sotto la scala è quando fa Duca d'Urbino Lorenzo suo Nipote, metten- 
doli in capo il berretto Ducale. 

In un altro quadro grande è effigiato quando va a Bologna, e comincia qui la storia 
entrando in Firenze per la Porta S. Pier Gattolino. Il Giovane ricciuto con maglia intomo 
al collo sopra un Cavai bianco è Serapica suo Cameriere favorito; quel grassotto in profilo 
con berretta nera è Baldassar Tutini da Poscia suo Datario; vi è Mess. Pietro Bembo, con 
accanto Lodovico Ariosto, che parla con Mess. Pietro Aretino: il vecchiotto raso in z-izzera 
con capelli canuti è Jacopo Sannazzaro. Fra Cardinali vi sono i ritratti di Matteo Sedu- 
nense, del Cardinal Farnese, e di RafTael Riario Vice Cancelliere. 

Neil' ottangolo del cantone è il Re Francesco, che in Bologna bacia il piede al Papa. 

In altra Storia è quando l'Esercito del Papa pone l'assedio a S. Leo nello Stato d'Ur- 
bino; vi si vede la terra con mille 500 Fanti dell'ordinanza Fiorentina sotto Vitellozzo 
Vitelli, e Jacopo Gianfigliazzi, e Antonio Ricasoli Commissari. 

Nella Storia, che è sopra il cammino di marmo è Leon X in mezzo al Collegio de' Car- 
dinali, per significar la promozione che fece in una sola volta di 31 CardinaU. I primi 
quattro che seggono in fila per di fuori, de' quali tre interi si veggono, il primo che volta 
le spalle senza niente in capo, ed accenna con la sinistra è Lorenzo Pucci, che parla ad 



194 



PALAZZO VECCHIO 



Innocenzio Cibo Nipote di Leone X; l'altro, che si vede vestito di paonazzo in zucca, ed 
accenna con una mano è il Cardinale Giulio de' Medici; l'altro che gli è innanzi e s'ap- 
poggia col braccio ritto è il Cardinal Dovizzi, ritratto da uno di Raffaello; quel pieno in 
viso, con berretta in capo, e cera rubiconda, e volta il viso verso li spettatori è Pompeo 
Colonna; l'altro, che gli è allato in piedi, vecchio, raso, e magro è Adriano Fiammingo, 
che fu poi Adriano VI, ed innanzi a lui è il Cardinal de' Rossi ; quell' altro che mostra le 
spalle e poco del viso è il Cardinal Piccolomini; l'altro che se li volta è il Cardinal Pan- 
dolfini; sopra il Card. Giulio de' Medici, de' due ritti con la berretta in capo, il primo è 
il Cardinal Ridolfi, l' altro il Cardinal Salviati. Neil' ultimo della storia quella testa rasa e 
magra è Silvio Passerini Cardinal di Cortona; e de' tre che gli seggono sotto, il secondo 
è il Cardinal Gaetano Generale di S. Domenico. Nel lontano poi della storia sono il Duca 
Giuliano, e Lorenzo suo Nipote: quel vecchio con zazzera inanellata che parla con Lorenzo 
è Lionardo da Vinci; l'altro è Michel Agnolo Buonarroti. 

In un altra Storia nel palco si vede il Cardinal Giulio a cavallo in Pontificale, con 
l'Esercito dietro, e dinanzi un altro che lo benedice, e si parte: una femmina ignuda è in 
terra che gli presenta una chiave, ed un Fiume che versa acqua per sette bocche, che si- 
gnifica quando l'Esercito Ecclesiastico riacquista Parma e Piacenza; la Femmina è la Lom- 
bardia, ed il Fiume il Pò. I tre Capitani che sono accanto al Legato sono Prospero Colonna, 
Marchese di Pescara, e Federigo Gonzaga, Marchese di Mantova. 

Nell'ultima Storia, che è quella grande nel mezzo del palco, si rappresenta quando 
l'Esercito del Papa, e delli Spagnuoli entra vittorioso in Milano cacciandone Lautreck, e 
nella nuova di questa vittoria il Papa si ammalò, e mori. 

Sonovi alcune storie fatte di bronzo; sotto la storia dell'assedio di S. Leo è quando 
Leone fa murare la Chiesa di S. Pietro, e Bramante Architetto presenta il disegno, e la 
pianta. Vi è ritratta la Chiesa vecchia di S. Pietro, col Vaticano, ed i sette Colli in que' sette 
putti con altrettanti monti in capo figurati. 

Sotto la Storia dove Papa Leone entra in Firenze, vi è dipinto quando manda a pre- 
sentare alla Repubblica il Berrettone, e la Spada: regalo che sogUon fare i Pontefici agli 
Amici, e Difensori di S. Chiesa. 

Vi è una Testa di marmo, che è il ritratto di Leon X e vi è quella di Clemente VII, 
e quella del Duca Giuliano suo Fratello; e queste due sono di mano d'Alfonso Lombardi: 
vi è ancora la testa del Duca Lorenzo. 

Le Teste dipinte nel mezzo sono la Regina Caterina, ed il Cardinal Giovanni figlio del 
Gran-Duca Cosimo Primo. 

Fra le due finestre vi è ritratto il Duca Alessandro armato, e nel basamento la fab- 
brica della Fortezza da Basso, con Fra Giuliano Astrologo. 

In quell'ovato sopra è ritratta Margherita d'Austria Moglie del Duca suddetto; rim- 
petto vi è il Gran-Duca Cosimo Primo; sopra nell'ovato è la Duchessa Leonora sua Moglie, 
e nella storia disotto vi è la Fabbrica della Fortezza di Siena. 

All'entrar della Scala che di sopra conduce vi era anticamente la Chimera in bronzo, 
che di presente è in Galleria. 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 195 



Camera di Cosimo il Vecchio. 

Nel primo quadro sono molti Cittadini a cavallo ed alcuni carriaggi, che di Firenze 
partono, alludendo quando l'anno 1443 alli 3 d'Ottobre andò in esilio a Venezia, da Ave- 
rardo de' Medici accompagnato, il quale ha in capo un berrettone rosso: quel più giovane 
è Puccio Pucci, e dietro li sono Giovanni, e Piero figli di Cosimo. 

In un'angolo della volta è la Prudenza, che la testa allo specchio s'acconcia, ed ha 
a' piedi una serpe, che fra due sassi la spoglia depone. 

Nell'altro angolo è la Fortezza dipinta con ramo di quercia nella destra, e nella sini- 
stra lo scudo, nel quale una Gru dipinta si vede. 

La Storia grande di mezzo, rappresenta Cosimo che ritorna dall'esilio, ed esso è sopra 
un leardo a cavallo; gli è appresso M. Rinaldo degli Albizi, che è uno di pel canuto con 
naso grande, grassotto, e raso, sopra un cavai sauro, che la sinistra distende. I due gio- 
vani a cavallo vicino a Cosimo, quello che è tosato è Pietro, l'altro con la zazzera è Gio- 
vanni ambedue suoi figlioli: il vecchio che gli è dietro è Neri di M. Gino Capponi: in un 
mucchio di Cittadini a piedi è Niccolò da lizzano che è allato ad uno, che ha il raantel 
rosso e le braccia aperte, ed è vecchio, raso, e canuto, ed ha la sinistra al petto, e la 
destra verso Cosimo distende. È in questo quadro la veduta di Firenze di verso la Porta 
S. Gallo, e vi è il famoso Convento di S. Gallo, che fu rovinato per l'assedio del 1530. 

Sopra la finestra è effigiato Cosimo a sedere, che favella a Santi Bentivogli, acciò vada 
a Bologna, come fece, per governarla per i figliuoli d'Annibale Bentivogli; qual Santi fu 
figlio naturale d'Ercole Bentivogli fratello d'Annibale, e di una Donna da Poppi, dove Er- 
cole alquanto tempo si stette. 

Negli altri due angoli, che questa Storia in mezzo mettono, nell'uno è l'Astuzia con 
face accesa in mano, nell'altro lo Specchio ed ali al capo; nell'altro è Sansone che sbrana 
il Lione, per l'Ardire effigiato. 

In altra Storia è quando Cosimo fa fabbricare la Chiesa, e Canonica di S. LorenEo: 
davanti gli è ginocchioni Filippo di Ser Brunellesco Architetto, tutto vestito di paonazzo, 
che mostra il modello: Lorenzo Ghiberti in piedi lo stesso modello sostiene; quello col 
cappuccio avvolto al capo, ed occhi vivi è Donatello, e quel vecchio che è più a basso è 
il ritratto di Michelozzo Michelozzi. 

Sono in un' angolo due Femmine : una è la Diligenza, che ha due pungoli in una mano, 
nell'altra un Libro ferrato, il globo del Mondo, ed il vestire pieno di cose d'orefici sot- 
tilissimamente lavorate. L'altra è la Religione, che sotto i piedi ha un fascio di palme, in 
una mano l'ombrella, o le chiavi, e nell'altra un Libro con sette suggelli: da parte vi è 
un'Altare sopra il quale arde una vittima; dall'altra vi è il Camauro, e sopra lo Spirito Santo. 

In altra Storia è Cosimo a sedere, al quale son presentati Libri, Statue, Pitture, e Me- 
daglie. Uno che è vestito di paonazzo, magro, e grinze con Libro in mano è Marsilio 
Ficino; dietro a questo è l'Argilopolo, che introdusse la lingua greca; quello in profilo 
allato al Ficino è Mess. Paolo Toscanella, grandissimo Geometra; il Frate che gli presenta 
quella Tavoletta è Fra Giovanni AngeUco, e quello Scultore che presenta una Statua di 



196 PALAZZO VECCHIO 



bronzo è Luca della Robbia. Vi è Donatello, Brunellesco, Fra Filippo, Lorenzo Ghiberti, e 
Andrea del Castagno; quel lontano col cappuccio è Pesello, che parla con Paolo Uccello. 

In due angoli di questa Storia son due Femmine; una è l'Eternità con una torcia in 
mano, con anticaglie a' piedi, libri, ed armi; l'altra è la Fama con l'ali aperte con due 
trombe, una di fuoco, l'altra d'oro, a cavallo sopra la palla del Mondo; la veste piena di 
lingue, e vicino un troncone d'albero secco pieno di cicale. 

Sotto alle Storie poi sono alcune Medaglie. Sotto a quella di Santi Benfivogli è Gio- 
vanni di Bicci padre di Cosimo : sotto dove Cosimo rimunera i Virtuosi è Cosimo mede- 
simo, e Lorenzo suo Fratello: sotto dove Cosimo va in esilio è Piero di Cosimo, Marito di 
Lucrezia Tornabuoni; sotto la Fabbrica di S. Lorenzo è Giovanni di Cosimo, che morì 
senza figli, ed ebbe per Moglie la Ginevra degli Alessandri: sotto le figure sono alcuni 
cammei: sotto la Prudenza sono le Grazie che adornano Venere: sotto la Fortezza si fab- 
bricano Cittadelle; sotto l'Astuzia sono Alchimisti, e Indovini; sotto l'Ardire fabbricatori 
di Navi; sotto la Diligenza Orefici, Miniatori, e Orivolai: sotto la Religione, Sacerdoti, che 
sacrificano: sotto l'Eternità Scultori che fanno Statue: sotto la Fama Storici, e Poeti; so- 
novi ancora due Imprese di Cosimo : un Falcone, che tiene un diamante con tre penne, 
rossa, verde, e bianca, per le tre Virtù Teologiche simboleggiate; e la seconda è un Fal- 
cone, che getta le piume. 



Camera di Lorenzo de' Medici. 

Nella volta è dipinta l'andata di Lorenzo a Napoli a Fernando Re: amendue sonovi 
ritratti al naturale, ed il Re amorosamente l'abbraccia; quel vecchio vestito di nero, con 
una testa secca e grinza, che accompagna Lorenzo è Piero Capponi de' Capitoli; un'altro 
vecchio grassotto è Giovanni de' Medici Bisavolo del Sig. Giovanni delle Bande nere; il 
vecchio magro, che è dietro alla sedia del Re, accanto ad un armato, è M. Diotisalvi Neroni. 
Nell'angolo da mano destra è la Fede con la Croce in mano, e molti vasi sopra un'Al- 
tare; nell'altro è una Donna che allatta de' bambini, e li ricuopre: immagine della Pietà. 

In un'altra Storia è la Dieta di Cremona effigiata, quando i Veneziani in compagnia 
di Sisto mossero guerra ad Ercole Duca di Ferrara, ed i Principi Italiani consultarono 
ciocché in tal congiuntura far si dovea, fra quali tutti, anche Lorenzo intervenne. Uno che 
è vicino al Cardinal Legato con una berretta rossa, e raso, è Ercole Duca di Ferrara; l'altro 
che gli è presso è Alfonso Duca di Calabria, ed un giovane che volta le spalle, e sotto ha 
una corazza antica azzurra, è Lodovico il Moro. Negli altri due angoli, nell'uno è Ercole 
che ammazza l'Idra; nell'altro à il buono Evento, povero e nudo; ha in mano una tazza 
da bere, nell'altra delle spighe. 

In un'altra Storia è la guerra di Lunigiana effigiata, nella quale i Fiorentini presero 
Pietrasanta e Sarzana ; que' Popoli gli vengono incontro con l' ulivo, e gli presentano le 
chiavi. In un'angolo di questa è il buon Giudizio, che si rimira allo specchio, ed ha il 
Mondo appresso; nell'altro è la Clemenza tutta armata che getta via due spade. 

Nel mezzo della Volta è ritratto il Magnifico Lorenzo circondato dagli Ambasciatori di 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 197 



molti Potentati, come Arbitro della Pace d'Italia: quel Soldato che ha un Insegna in mano 
ove è dipinto un vitello è Niccolò Vitelli; l'altro con l'Insegna azzurra ed una fascia d'oro 
è Braccio Baglioni : negli angoli vi è la Prudenza, che ha delle Serpi in mano, e la Magna- 
nimità che posa sopra un tronco di Colonna. 

In un' altra Storia è ritratto Lorenzo presentato da' vari Principi ; gli Aragonesi gli 
mandano due Lioni, e de' cavalli barberi; Lodovico Sforza, armi da guerra; un Inviato di 
Innocenzo Papa gli presenta un Cappello, per alludere quando creò Giovanni suo Ggliuolo 
Cardinale in età di anni 13. Il Soldano del Gran Cairo gli manda Cammelli, Scimmie, Pap- 
pagalli, ed una Giraffa, animale ne prima, ne poi per quanto vi è memoria in Italia veduto. 

Nell'ultima Storia è effigiato Lorenzo con un Libro in mano in mezzo a molti Lette- 
rati: quel vecchietto in profilo, raso nel volto, che gli è accanto, e con una mano accenna 
è Mess. Gentile d' Urbino Vescovo d' Arezzo, qual fu Maestro di Lorenzo, e Giuliano suo 
Fratello; l'altro magro innanzi, vestito di rosso sbaviato con berretta tonda paonazza è 
Demetrio Calcondilo; il giovane che gli è allato con una gran zazzera vestito di rosso è 
Pico della Mirandola; l'altro che gli è dietro con una gran zazzera anch'esso, ed un libro 
nella sinistra è Angiolo Poliziano; quello in abito di colore scuro che gli è dietro è Luigi 
Pulci; dall'altra banda accanto a Lorenzo è Marsilio Ficino; l'altro intero innanzi vestito 
di rosso con una palla del Mondo in mano, e le seste è Cristofano Landini da Pratovec- 
chio; quello che volge le spalle con berretta azzurra e parla con un giovane è Hess. 
Lionardo Bruni d'Arezzo; il giovane che gli parla è Giovanni Lascari dottissimo greco, e 
(juel profilo, che è fra Leonardo, e il Lascari è il Marnilo Greco Dottissimo. — Da questo 
argomenti chicchessia in che pregio da quest'uomo veramente magnanimo fossero i Let- 
terati tenuti, e quanto inanimisse i suoi Concittadini a camminare per la strada della Virtù. 

Sono inoltre quattro medaglie ovate tenute da alcuni Putti di finto rilievo. Sotto la 
storia de' Letterati è in uno GiuUano Fratello di Lorenzo; vi è un impresa di un tronco 
tagliato verde, che per le tagliature de' rami getta fuoco, col motto Semper: portò egli 
questa impresa in giostra, e voleva dire che la speranza era sempre verde. 

Sotto la Storia del Re di Napoli è Piero del Garigliano. La sua impresa è un tron- 
cone mezzo secco, che ha le rose rosse fiorite e le foglie verdi, per alludere, che nell'av- 
versità non perdeva la speranza, la quale impresa si vede al suo Sepolcro a Monte Casino 
col motto in Franzese. 

Sotto la Storia di Sarzana è Giovanni de' Medici suo Figlio, poi Leon X. L' Impresa 
è neve ghiacciata in terra, ed il sole la disfà e distrugge; intendendo egli con sua be- 
neficenza disfare ed intenerire ogni animo benché induraro. 

Sotto l'altra Storia è Giuliano Duca di Nemurs: ha per impresa un Pappagallo sopra 
un ramo di miglio : il motto è Glovis, che da alcuni s' interpreta così : Gloria, Laus, Uonor, 
Virtus, Justitia, Salus: volendo dire, che queste virtù sarebbero sempre in casa loro. 

Salotto di Clemente VII. 

La volta è spartita in nove vani in ognuno de' quali una storia è dipinta: nel colmo 
della volta una ve ne è, che è lunga braccia 13, e larga 6 nelle testate son due ovati bi- 



198 PALAZZO VECCHIO 



slunghi, alti braccia 4 e lunghi 6. Nel girar della volta sopra le facce, quattro ovati alti 
braccia 4 e larghi 3. Ve ne sono due fra gli altri che due storie in mezzo mettono, alfe 
braccia 4 e lunghe 6. Ci resta in ogni canto due angoli, che in tutto sono otto, ove sono 
poste otto virtù. 

Nel primo ovato è Papa Clemente ritratto al naturale, che l'anno 1525, con un mar- 
tello tutto d'oro, apre la Porta Santa; dietro gli è Mess. Francesco Berni suo Segretario 
in zazzera nasuto, e con la barba nera. 

In un altro Clemente mette in capo la berretta rossa ad Ippolito suo Nipote: dietro 
a questo è Fra Niccolò della Magna Arcivescovo di Capua: a pie della storia quelle quattro 
teste son 4 Camerieri del Papa: il primo è Gio. Batista Ricasoli poi Vescovo di Pistoja; 
il terzo il Tornabuoni Vescovo del Borgo; l'ultimo Alessandro Strozzi; quel giovine che 
gli è accanto è Mess. Piero Camesecchi Segretario del Papa. 

Nella Storia grande del mezzo è Clemente VII, che l' anno 1530 a' 24 di Febbraio co- 
ronò Carlo V: i due Cardinali da mano manca con le mitre e piviali di dommasco a se- 
dere sopra certi predelloni, sono il Cardinal Salviati, che è in profilo, ed in faccia il 
Cardinal Ridolfi : quel Cardinal Vecchio col piviale rosso fiorito d' oro è Alessandro Farnese, 
poi Paolo III. In una fila di sopra, fra certi Cardinali vestiti Pontificalmente, quello che si 
mette la mano al petto, ed à la pianeta verde, è il Cardinal Niccolò Caddi. 

A pie della Storia sono quatt'-o figure dal mezzo insù ritratte al naturale; quello che 
volta le spalle e la testa con un vestito di velluto cremisi scuro è Francesco Maria Duca 
d'Urbino; quello che gli è allato è Antonio da Leva; quello che è sopra loro due è An- 
drea Doria; quel giovane ricciuto è il Duca Alessandro; quello che gli è sotto è D. Pietro 
di Toledo Marchese di Villafranca, e Viceré di Napoli. 

Da basso è dipinta la Guerra di Firenze: nel primo quadro è quando il Principe 
d'Oranges mette l'assedio alla Città, e vi sono in 6 braccia di misura; ritratte 20 miglia 
di Paese. 

In un altro quadro è quella terribile zuffa fatta a bastioni di S. Giorgio, e S. Niccolò; 
e quella che si fece a S. Pier Gattolini sul Poggio di Marignolle fino alla fonte. 

In un altra Storia di figure piccolissime è la Scaramuccia seguita nel Piano di San 
Salvi: in un altra è il Castello della Lastra vicino al Ponte a Signa preso dal Principe 
d' Oranges : in un altro è la presa d' Empoli : in un altro quadro lungo, che mette in mezzo 
la Finestra è la scaramuccia che si fece al bastione di S. Giorgio; in un altro ove i Fio- 
rentini escono in due parti dalla Città, ove si fece una terribile zuffa: in un altro è la 
battaglia che segui nelle Montagne di Pistoja, dove fu ferito il Ferrucci, e morto l'Oranges. 
In un altro piccolo quando i Fiorentini fanno un incamiciata, e vanno ad assaltare i Te- 
deschi a S. Donato in Polverosa. 

Il quadro di mezzo ha in ogni canto quattro Virtù: la Prudenza, la Salute, la Con- 
cordia, e la Religione. 

In una Storia grande allato all' ovato della Porta è quando il Papa mandò il Cardinale 
Ippolito Legato in Ungheria in aiuto di Carlo V. 

In un altro ovato, che mette in mezzo la medesima Storia è il Duca Alessandro, che 
sposa in Napoli Margherita d'Austria. 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 199 



In una Storia grande è lo Sposalizio di Caterina de' Medici con Enrico Duca d' Orleans, 
che fu Enrico II Re di Francia; e vi è ritratta Maria Salviati Madre di Cosimo Primo. 

Nell'ultima Storia è il ritorno di Clemente VII di Francia; è portato in sedia da 
quattro Virtù: la Quiete, la Vittoria, la Concordia, e la Pace: vi è il furore incatenato, e 
legato, ed il Popolo Romano che gli viene incontro. 

Le otto Virtù che sono ne' canti sono queste. La Fortuna, che calca il Mondo, con la 
vela; la Costanza, che forma una pianta col compasso; la Virtù coronata d'alloro con molti 
libri; la Sisurezza, che appoggiata ad un tronco dorme pacificamente; la Vittoria con un 
trofeo e ramo di quercia; la Fortezza col teschio di Sansone in mano; l'Onore, che è un 
vecchio venerabile coronato da un putto; la Magnanimità, che ha in mano corone d'oro e 
di lauro. 



Camera di Giovanni de' Medici Padre di Cosimo Primo. 

In un tondo vi è Giovanni che passò l'Adda notando con l'Esercito dietro, e sulla 
riva vi è il Cardinal Giulio de' Medici, e Prospero Colonna: 1 due Fiumi sono il Pò, e 
l'altro è l'Adda: ne' canti sono quattro figure; cioè Marte armato; Bellona; la Vittoria con 
un trofeo, e la Fama che suona la tromba. 

In altra Storia è Giovanni che difende il Ponte Rozzo fra il Tesino e il Bicgrassa; il 
Fiume nudo rappresenta il Tesino: le Virtù che pongono in mezzo il quadro sono l'Ani- 
mosità, che è una giovane che assalta un Lione; e la Forza rappresentata in Ercole, che 
fa scoppiare Anteo. 

Nell'altra Storia è quando Giovanni ripiglia San Secondo: nell'angolo è Ercole che 
ammazza l'Idra, espresso per l'Audacia, e rimpetto vi è l'Onore vestito all'antica con una 
verga in mano. 

In altra Storia vi è Giovanni che piglia per forza Caravaggio. Nel primo angolo è la 
Fortuna che fracassa certi scogli nel mare, nell'altro angolo è la Virtù militare, che ha 
fra piedi un correggiuolo d' oro su' carboni accesi. 

Nell'ultima Storia è quando Giovanni combattendo a campo aperto passò da banda a 
banda un Cav. Spagnuolo armato di tutte armi. In un angolo è il Furore scatenato, che 
è un giovane rosso in viso ; nell' altro è l' impeto fatto ad uso di vento che soffia con tanta 
forza, che donde passa rovina ogni cosa ; ci sono l' Armi de' Medici, e Salviati, de' Medici 
e Sforza, perchè Giovanni, Padre di Giovanni ebbe per Moglie Caterina Sforza. 

In certi tondi sostenuti da putti finti di basso rilievo sotto le Storie vi è Giovanni di 
Pier Francesco de' Medici, e rimpetto è Giovanni suo figlio : in un altro è Maria d' Jacopo 
Salviati sua Moglie, e nell' ultimo Cosimo Primo giovanetto d' undici anni. 

Nelle facciate delle stanze in una è Giovanni quando assalito dall'Orsini, che aveva 
seco più di 200 persone sul Ponte S. Angelo in Roma, egli solo con dieci soldati passò 
per forza senza alcun danno. 

In un'altra Storietta è quando sul Ponte Vico assalì i nemici mentre marciavano, to- 
gliendo loro vettovaglie, e facendone prigioni. 



200 PALAZZO VECCHIO 



Nella terza è la presa di Milano, nella quale Giovanni prese una Torre da per se, espu- 
gnandola per forza. 

Nell'ultima è quando Giovanni col suo Esercito scompigliò e pose in fuga 6 mila Gri- 
gioni venuti sul Bresciano. 

Camera di Cosimo Primo. 

Nel primo tondo di questa Camera è l'Isola dell'Elba effigiata. Vedesi Porto Ferraio 
con le Fortezze delia Stella, e del Falcone edificate da lui: quello che gli mostra la Pianta 
è Mess. Giovanni Camerini Architetto di quel luogo; accanto vi è Luca Martini Provvedi- 
tore di dette Fortezze, e Lorenzo Pagni da Pescia Segretario : a pie del Gran Duca e Mor- 
gante Nano, ed in lontananza Nettuno, che abbraccia la Sicurtà, essendo per quella Fab- 
brica resi sicuri i mari. 

Nell'altro tondo è il Gran Duca a sedere, allato gli è Mess. Noferi Bartolini Arcive- 
scovo di Pisa, e Mess. Lelio Torelli primo Segretario. Il G. D. comanda a que' Capitani, 
che vadano a soccorrere Serravalle come fecero, e gl'Imperiali rimasero superiori; intomo 
vi è la Dea Bellona, e la Prudenza con lo specchio, e le serpi. 

Neil' ultimo tondo è il Gran-Duca a sedere in mezzo a molti Architetti, ritratti tutti al 
naturale, i quali vari modelli, e piante gli presentano. Il Tribolo ha in mano il modello delle 
Fonti di Castello, il Tasso della Loggia di Mercato nuovo. Vi sono ancora Giorgio Vasari, 
Bartolommeo Ammannati, Baccio Bandinelli, e Benvenuto Cellini, che contende con Fran- 
cesco di Ser Jacopo Provveditore generale di quelle Fabbriche. 

Negli ottangoli sono Città avanti al G. D. effigiate in forma di femmine e d'uomini, 
ed in lontananza sono ritratte al naturale. 

Nel primo è Pisa, che è una Femmina inginocchiata con la Croce bianca in campo 
rosso; ha in mano un Cornucopia che fiorisce, per alludere alle paludi di quella Città sec- 
che: abbraccia questa un vecchio con l'aU al capo e libri in mano, esprimente lo Studio 
Pisano. 

Nel secondo un vecchio con una benda in capo ad uso di Sacerdote, e il Gran-Duca 
gli mette la corona murale in capo; è fatto per Arezzo, al quale il Gran-Duca rifece le 
mura. La sua insegna è un cavallo sfrenato, ed allato a Giano edificatore di quella Città 
è il Fiume della Chiana. 

Nel terzo è Cortona nello Scudo è la sua Arme. Il Gran-Duca le mette la Corona 
murale in capo per la stessa cagione d'Arezzo, e le porge uno Stendardo alludendo al- 
l'Istituzione delle Bande. Il vecchio mezzo nudo è il Lago Trasimeno, o di Perugia. 

Nel quarto è Volterra con le Caldaie delle Saline che bollono. A' piedi ha il Grifon 
rosso, che strangola il Serpe, che è la sua Insegna. 

Nel quinto Pistoja, che riceve dal G. D. un ramo d'Ulivo è dipinta per significar la 
Pace fra suoi Cittadini: la sua Insegna è un Orso: la vecchia con quel vaso d'acqua è 
fatta per l'Ombrone e Bisenzio. 

Nel sesto sono due Pellegrini fatti per Egidio, e Arcadio Spagnuoli Edificatori del 
Borgo a S. Sepolcro. La sua Arme è la Resurrezione del N. S. 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 201 



Nel settimo è un Vecchio inginoccliiorii, che il Gran-Duca lo solleva da terra: significa 
questo la Terra di Fivizzano ristaurata dall' A. S. 

Nell'ottavo è Prato, che è fatto per un Giovane che rassetta il Fiume Bisenzio: la sua 
Insegna è un Campo rosso pieno di Gigli d'oro. 

In otto vani che sono nel fregio sono altrettanti luoghi fortificati dal G. D. Cosimo I. 
Nel primo sono le fortificazioni di Firenze fatte nella parte del Colle di S. Giorgio, fino 
alla Chiesa di Camaldoli; nel secondo le fortificazioni di Siena; nel terzo quelle d'Urbino; 
nel quarto Livorno col Castello d'Antignano; nel quinto le fortificazioni d'EmpoU; nel 
sesto Lucignano di Valdichiana, nel settimo Monte Carlo accresciuto e fortificato, e nell'ot- 
tavo le fortificazioni di Scarpcria. 

In mezzo a queste fortificazioni è ritratta in certi ovati la Duchessa Eleonora, il Gran 
Duca Francesco Giovanetto, D. Giovanni, D. Garzia, D. Ferdinando, e D. Pietro. 

Nelle facciate sono tre Storie. Nella prima la rotta data a' Turchi a Piombino; nella 
seconda la rotta data a Piero Strozzi in Valdichiana; nell'ultima la presa di Porto Ercole. 
Queste Storie sono poste in mezzo da altre Storiettine di chiaro scuro, cioè: quando la 
Duchessa Eleonora parte di Napoli, quando arriva al Poggio, quando il G. D. piglia il To- 
sone, quando il Principe Francesco va al Re Filippo, la nascita di esso Principe Francesco, 
e suo Battesimo, e la restaurazione del Castello di Firenze, quando il G. D. va a visitare 
l'Imperatore a Genova, e noli' ultima quando piglia il possesso di Siena. 

Sala del Consiglio. 

Sopra la porta della Sala del Consiglio per la parte di dentro, vi è una figura di marmo 
a sedere; i-appresenta la Giustizia, fatta con singolare industria da Benedetto da Maiano: 
del medesimo è il disegno della Soffitta di questa stessa Sala, che fu intagliata da Marco, 
Domenico, e Giuliano del Tasso. 

Nel ripiano, o ridotto avanti d'entrare, la volta è dipinta a fresco da Lorenzo Sabatini 
Bolognese, e vi sono due figure in due ovati, che una rappresenta la Giustizia, e l'altra 
la Prudenza. Sopra le due porte di questo ripiano sono due teste di marmo assai belle, 
che una del Gran-Duca Cosimo, e l'altra di Francesco suo figlio. 



Descrizione delle pitture di varie stanze del secondo puno. 



Sala degli Elementi. 

Questa Sala è adorna di molte pitture nell' appresso forma. Nel Quadro di mezzo si 
vede la castrazione del Cielo fatta da Saturno : giace un vecchio nudo per lo Cielo figurato, 
ed un altro che Saturno rappresenta gli taglia con una falce i genitali per gettarli in mare. 



202 PALAZZO VECCHIO 



Queste due figure sono circondate da altre dO, che esprimono le facoltà e attributi, che i 
Filosofi danno alla prima Intelligenza. La corona ricca di pietre e perle che si vede nel 
più alto luogo esprime il fonte, e la ricchezza di ogni Lene attributo pi-incipale di Dio. Lo 
Scultore che fa delle Statue significa la facoltà di creare; la terza è figura della Sapienza 
che vola, ed in quelle Statue soffiando fa si che elle rizzandosi ricevono da quel soffio la 
vita. La quarta che è una Femmina nuda, che le poppe si spreme, della Clemenza è figura ; 
la quinta che versa un vaso di gioie, scettri, e corone è la Grazia; la sesta è una Fem- 
mina che levandosi dalla faccia un velo, i raggi di Sole intorno al capo discopre, per l'or- 
namento del Cielo effigiato; la settima è un altra Femmina, che con le mani di lauri, e 
palme ripiene volando, la Potenza, ed il Trionfo significa; la ottava che per la confessione 
della lode s'intende in più figure ginocchioni, che verso la corona le mani alzano; la nona 
è una pietra lunga ove tutte le dette figure posano, ed è figura del Firmamento ; la decima 
è un Mappamondo nel mezzo della storia con tutte le Sfere, per lo Regno, e Comando di 
tutto il Mondo figurato. 

Seguono due quadri grandi ne' quali gli occhi del Cielo si esprimono : nell' uno è il 
Carro del Sole, e le Femmine che vanno avanti con le ali di farfalle sono le ore che il 
giorno precedono. Nell'altro è quel della luna tirato da due bellissimi cavalli l'uno bianco 
per lo giorno, l'altro nero per la notte figurati: la Femmina che precede il carro è della 
Rugiada figura. 

Quadri lunghi con figure grandi : nell' uno un Uomo, che da un lenzuolo si svolge, 
per lo giorno effigiato: nell'altro rimpetto una femmina che dorme per la notte figurata, 
di vari notturni animali adorna. 

Negli angoli del palco son quattro ottangoli che 4 efTetti della prima Intelligenza del 
Mondo dimostrano. Una Femmina in iscorto nuda, che di Cielo in Terra sen vola è la Ve- 
rità, rimpetto vi è la Giustizia; ha questa la testa armata di celata d'oro, lo scudo di 
Medusa in braccio, lo scettro in mano, e sopra di esso l'Ippopotamo; nell'altro viene una 
Femmina dal Cielo con rami d'uhvo in mano per la pace effigiata: nell'ultimo la Virtù 
Mercuriale fautrice dell' Arti, e de' Bell' Ingegni col caduceo in mano, ed ali alle spalle 
si vede. 

In una facciata una Venere nel Mare sopra una Conchiglia si vede, fatta appunto per 
l'elemento dell'Acqua. Evvi Nettuno col tridente, Teti, che regge alcuni Mostri Marini, 
molti Tritoni suonano alcune buccine; Proteo presenta a Venere una Nicchia piena di 
perle; Glauco un Delfino; Palemone un Gambero e de' coralli; e Galeata con una bellis- 
sima acconciatura di perle, e coralli sopra un pesce a cavallo per l'onda falsa passeggia. 
Vedesi la Nave d'Argo da lontano, e sul lido le tre Grazie: una figura grande tutta rab- 
buffata avanti a tutti si vede, per lo spavento del Mare figurata, che non cava fuori se non 
la testa. 

Sopra le due Porte negli ovati, in uno è un Adone, nell'altro alcune Femmine che 
porgon voti alle Statue di Venere. 

Nella facciata ov'è posto il cammino, l'Elemento del fuoco si rappresenta: siede da 
parte Venere con un fascio di strali, parte d'oro, e parte di piombo. Vulcano co' suoi Ci- 
clopi gli fabbrica ed Amore gli piglia; sopra le due altre porte, in una è Dedalo che fab- 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 203 



brica lo scudo ad Achille, nell'altro Vulcano che con la rete cuopre Marte e Venere. / 
Ciclopi sono di mano di Bocino, come ancora l'imprese e festoni del palco. 

Nell'altra facciata è la Terra, per la quale gli Antichi la Sicilia per la sua fertilità 
figuravano, e dove dopo la castrazione del Cielo cadde la falce di mano a Saturno, nel 
luogo appunto ove è posta la Città di Trapani. Da lontano Etna, e Lipari ardenti si scor- 
gono: la Femmina grande con la mina da misurare il grano in una mano, nell'altra le 
spighe e il Corno d'Amaltea, e la Madre Terra: nel mezzo è Vulcano a cui sono offerte 
le primizie della Terra di frutti, e fiori: il serpe che facendo di se stesso un cerchio si 
morde la coda, il Tempo figura, poiché la fine dell'Anno col principio si ricongiunge. La 
Femmina grande, che sorge dal Mare con una gran vela nella sinistra, e nella destra una 
testuggine, e la fronte crinita, è per la fortuna di Cosimo Primo figurata. 

In uno degli ovati sopra le porte è Tritolemo che ara, primo inventore di coltivare in 
questa forma i Campi secondo i Poeti; nell'altro è la Dea Cibele piena di mammelle per 
nutrire i viventi. 

Tra le finestre sono Mercurio, e Plutone con Cerbero effigiati; le Miniere che ne na- 
scondigli ritrovarsi della Terra significanti. Figure son queste fatte dal Bocino. 

Nelle finestre di vetro sono tre spiritosissime imprese. Nella prima è l'Invidia che 
mangia una Vipera, e batte le palle in terra per rabbia, onde quelle s'inalzano: il motto 
è Percussia Resiliunt. E questa si crede invenzione di Leon X. 

Nella seconda Astrea con le bilance, che equilibra con una palla rossa dell'Arme de 
Medici tutti i falli de' Malfattori; il motto è Aequo Leviores. 

Nella terza sono il Leone, e la Lupa con una catena d'oro legati, che mangiano in- 
sieme, alludendo allo Stato di Firenze e di Siena col motto Pascentur simul. Nella fregia- 
tura de' travi sono alcuni festoni di frutte bellissime di marmo, del Gherardi. 



Camera dì Saturno. 

Nel tondo di mezzo è Saturno che i Figli divora. Una femmina vestita di vari colorì 
che gli presenta un sasso è Opi Dea della Terra, che glie lo da in cambio di Giove: in 
quattro angoli sono altrettante figure per le quattro età dell' Uomo, Infanzia, Gioventù, Vi- 
rilità, e Vecchiezza figurate. 

In dodici quadri intorno sono 12 figure che abbracciano alcuni orivoli con ali al capo, 
e spalle, l'ore del giorno significanti, come anche le quattro età dell'Uomo sono dal tempo 
consumate e distrutte. 

Nella prima Storia è Saturno cacciato dal Figlio, che se ne viene in Italia, e da Giano 
nel Lazio vien ricevuto. 

Nella seconda Saturno, e Jano che edificano Saturnia : le quali tutte pitture sono nella 
soffitta. 

Nel fregio sotto ad essa sono otto storie l'azioni di Saturno contenenti: cioè nella 
prima quando edifica Saturnia in Roma; seconda quando edifica Janicolo che è uno de' sette 
colli di Roma in memoria di Giano: terza Saturno, e Giano dormono, e la libertà e la 



204 PALAZZO VECCfflO 



quiete li fanno ombra, alludendo all'età dell'oro, e al di lui buon Governo; quarta accanto 
alla Casa di Saturno l'Erario pubblico si edifica; nella quinta Saturno insegna a coniar le 
monete di metallo, con l'impronte della nave che il condusse, e nel rovescio la testa di 
Giano biforme che il raccolse, essendosi fino a quel tempo le monete fatte di pelle di pe- 
core, d' onde pecunia furono dette. Nella sesta Saturno, ed Opi liberati per le mani di Giove 
dagl'Insulti di Titano; nella settima Giano fa Sacrifizi a Saturno; e nell'ottava i costumi 
barbari di varie Nazioni nel sacrificare i propri figli a Saturno si rappresentano. Tutte 
queste storie son tramezzate da alcune figure: dove edificano Saturnia è effigiata la Ma- 
linconia; dove fabbricano Janicolo è la Superbia, e dall'altra parte l'Eternità: alla storia 
dell'Età dell'Oro è dipinta l'Ilarità: all'Erario è l'Animo, che mostra il petto aperto veg- 
gendovisi internamente il cuore; ove si coniano le monete è l'Avarizia; ove si rende il 
Regno a Saturno è ritratta l'Astuzia con la face, e la sagacità; dove si celebrano i Sa- 
grifizi Saturnali è la Simulazione; e dove si sagrificano i figli è l'Adulazione. 



Camera di Berecinzia. 

Nell'ovato della soffitta è sopra un carro Berecinzia tirata da quattro Lioni, coronata 
di torri, con la veste piena di rami d'albero, e fiori; avanti al carro precedono molli Co- 
ribanti suoi Sacerdoti. È questo ovato posto in mezzo da quattro quadri, ove le quattro 
stagioni sono effigiate: Proserpina pe la Primavera ; Cerere per la State; Bacco per l'Autunno; 
ed un Vecchio abbrividato per l' Inverno : e queste sono di mano del Bocino. Nel fregio 
sono in questa maniera i dodici mesi dipinti. Marzo è un Soldato armato d'armi bianche 
con r Ariete a' piedi ; Aprile un Pastor Giovine col Toro ; Maggio un Nobile riccamente 
vestito, col segno di Gemini; Giugno un Contadino scalzo che sega fieno, col Cancro; Lu- 
glio un altro Contadino che miete. . . . Agosto uno che esce dall'acqua e beve. . . . Set- 
tembre un Giovane che Vendemmia. . . . Ottobre un Giovane che uccella al Paretaio. . . . 
Novembre un Bifolco che ara. . . . Dicembre uno che semina. . . . Gennaio un Cacciatore 
che va a Caccia. . . . Febbraio un Vecchio che stando al fuoco si scalda. 



Camera di Cerere. 

In mezzo della soffitta in un quadro lungo, Cerere sopra un carro da due Serpenti 
tirato; à in mano una facella di pino accesa con la quale dimostra andar cercando Pro- 
serpina. In un quadro vicino è una Femmina nuda dal mezzo in su e sbracciata, che rap- 
presenta la Ninfa Aretusa che mostra a Cerere la cinta di Proserpina, accennando che è 
nell'Inferno. In un altro Elettra Balia di Proserpina si vede, che il rapimento di quella 
dirottamente piange. In un altro è Trittolemo allievo di Fiesole, con l'istrumento delle 
biade; ed in un altro è Ascalafo da Cerere in Gufo convertito per aver accusato Proser- 
pina di aver mangiato tre grani di Melagrana nel Giardino di Plutone. Gli altri ornamenti 
di questa Camera, cioè festoni, e le grottesche sono di Bocino. 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 205 



Scrittoio. 

In un gran quadro, che è in mezzo alla soffitta è Calliope con uno strumento antico 
da suonare in mano, e sotto a' piedi un'oriolo, perchè con li studi il tempo non si perde: 
due putti, che uno sul corno della Dovizia siede, per l'Amore umano effigiato; l'altro so- 
pra il corno li sale, ed una Maschera brutta calpesta è l'Amor Divino, e per la Maschera 
è il vizio effigiato. Evvi la palla del Mondo, e sotto ad esso la tromba delia Fama effigiata. 
Sopra una finestra è un' impresa senza motto. Evvi una Donna con un morso da cavallo 
in mano, che figura la Temperanza. Nell'altro quadro una palla di vetro, nella quale per- 
cotendo il Sole, arde ed incenerisce le cose scure, e non guasta e non tocca le chiare è 
simbolo della Prudenza, il Sole dalla Giustizia. In una finestra di vetro è Venere con le 
Grazie : in due tondi, nell' uno è una Femmina che vola con lo scudo imbracciato, ed un 
pungolo in mano, che i-appresenta la Sollecitudine; nell'altro è l'Abbondanza figlia delle 
sopraddette. 

Ckimera di Giove. 

In un quadro di questa è dipinto Giove bambino in grembo alla Ninfa Amaltea figlia 
di Meliffo Re di Greta, la quale col latte di una Capra il nutrisco, tenuta da un Pastore 
del Monte Ida. La Ninfa Melifla. d' Amaltea Sorella lo nutrisce di miele e latte: appresso 
vi è la Quercia sacrata a lui per la Fortezza, e per memoria dell' età dell' Oro. In altro 
quadro grande verso la finestra si vede l'Astuzia finta in una Vecchia con un acconciatura 
in capo, fra capelli della quale si alzano due ali, e due Serpi; tien questa nella sinistra 
una lucerna accesa, e nella destra uno specchio. È dipinta Vecchia perchè nelle persone 
attempate per lo più l' esperienza si ritrova. Le Serpi significano la prudenza, e le due ali 
fra i capelli il tempo già passato significano, che se ne è volato, lo specchio è simbolo del 
tempo presente, la lucerna del futuro. 

In altro quadro è la Gloria figurata in una Femmina che nella destra ha delle palme 
e nella sinistra un trofeo. In altro quadro è la Liberalità figurata in una Femmina, che 
versa un bacino di gioie, e collane. In altro si vede un Giovane armato all'antica con co- 
rone di lauro in mano, ed all' intorno con altre corone di quercia, palme, ed olivo per 
r onore figurato. In altri quatti-o Paesi sono le tramutazioni di Giove in Cigno, e in Toro, 
e negli altri vari Sagrifizi. 

Terrazzo. 

È questo dedicata a Giunone, la quale vi è dipinta sul Carro tiralo da due Pavoni : in 
un altro quadro è la Dea Iride, che ha 1' arcobaleno in mano, e da un canto la pioggia. In 
altro è una Fanciulla che ha la testa armata, lo scudo, e l'asta in mano, tutta vestita di 
giallo, la quale rappresenta Ebe Dea della Gioventù figlia di Giunone, e Moglie d' Ercole. 
In un ovato di mezzo sono dipinti li Sposalizi, che con 1' aiuto di Giunone si fanno che è 
Dea delle Ricchezze, ed ella si vede nell' aria, che la serenità induce. Il Carro di Giunone 

n 



206 PALAZZO VECCHIO 



già detto è messo in mezzo da due quadri. In uno è l'Abbondanza col corno della copia; 
neir altro è una Femmina col panno avvolto al capo, che è la Dea della Potestà, che am- 
ministra le ricchezze necessarie per i Matrimoni. Si vedono poi varie storiette sopra le porte : 
in una è Calisto figliuola di Licaone, e Madre di Arcade, quale Calisto essendo perseguitata 
da Giunone, fu convertita nell' Orsa e posta in Cielo intorno al Polo Artico, ove è 1' Orsa 
minore, ed Arcade 1' Orsa maggiore. Neil' altra e Io convertita in Vacca, data da Giunone 
in custodia d'Argo. 

Giunone poi da 14 Ninfe accompagnata si vede, che sono le 44 impressioni dell' aria, 
cioè la serenità, i venti, le nuvole, la pioggia, la grandine, la neve, la brinata, i tuoni, i 
baleni, i folgori, le comete, l' arcobaleno, i vapori, e la nebbia. Questo terrazzo ora è chiuso 
e serve di stanza. 

Camera d'Ercole. 

Nel quadro di mezzo è dipinto Ercole in culla che strozza due Serpenti : è nudo Er- 
cole, ed è nuda ancora Alomena che è seco: vi è l'Aquila co' fulmini negli artigli, che 
appiè del letto si posa. In un tondo è dipinto Ercole, che nella Palude Lernea ammazza 
r Idra : in un altro quando uccide il nemeo Leone : in un altro quando va all' Inferno e 
lega Cerbero: in un altro quando toglie i pomi Esperidi ed ammazza il Drago custode: in 
altro quando ammazza Cacco : nell' altro fa scoppiare Anteo. In altro uccide Nesso Centauro 
che gli menava via Deianira, e nell' ultimo quadro quando prese il Toro, che Teseo con- 
dotto in Creta avea. 

Tutte queste otto stanze sono disopra verso S. Piero Scheraggio, e furono fatte col 
disegno di Michelozzo per servizio dei Priori, nelle quali abitavano. Una sola d' ogni altra 
maggiore al primo piano, serviva pel Gonfaloniere. 

La stanza col palco ricchissimo a gigli d' oro, vicino alla Cappella di S. Bernardo, ove 
i Signori udivano la Messa, fu col disegno di Michelozzo ristaurata e adorna. 

Fuori della Sala, detta dell' Orivolo, era un David di bronzo di mano del Verrocchio 
posto sopra una colonna di porfido. Fu trasportato in Galleria, e vi è in suo luogo una 
testa di marmo, nella quale è ritratto Ferdinando Primo. Nella Sala vi erano alcuni Santi 
Fiorentini dipinti a fresco dal Ghirlandajo. Dalla banda della porta era situato un David 
di marmo, e ancor questo fu trasportato in Galleria. La Porta di marmo, che da quella 
Sala neir udienza antica conduce è lavoro di Benedetto da Maiano, di cui anco è il S. Gio- 
vanni di marmo sopra la porta, figura bellissima, e dello stesso sono i Ritratti al naturale 
di Dante, e del Petrarca. 

Sala dell' Udienza. 

Resta davanti alla Cappella del Palagio : è tutta dipinta a fresco da Cecchino Salviati, 
Pittore raro, ed eccellente, ed è quest' Opera bellissima, leggiadra, ed allegra, non solo per 
la disposizione delle figure, che hanno movenza e vivezza, ma ancora per il vaghissimo 
colorito. Vi è quando Cammilio da in preda quel Maestro malvagio a' suoi Scolari, che di 



APPENDICE AL CAPITOLO XVI 207 



tradirli aveva fra se medesimo seco pensato, e che dalla generosità del Console, che coi 
valore, e con la forza vincer solamente voleva, non col tradimento, per pena di suo fallo 
a loro stessi il consegna, onde lo meritato gastigo provare gli facciano, Evvi quando di- 
sturba il patto che i Romani assediati in Campidoglio co' Franzesi fatto avevano: vedesi 
ardito e fiero in sulle armi con eroiche fattezze, con vestiti magnifici e con calzari virili, 
con armi nobilmente militari e con prontezza battaglieresca ed agguerrita, essere stata ogni 
figura con grande artifizio effigiata. Segue dipoi il trionfo di questo gran guerriero, bello 
per la varietà delle armi, mirabile per li volti fieri, che molto bene 1' animo audace e va- 
loroso, esprimono; superbo per gli ricchi arnesi, di cui sono le figure addobbate. Vi è ri- 
tratto al naturale lo stesso Cecchino Autore di così beli' Opera, ed è uno di que' Soldati, 
che va dieti'o al carro del trionfante Cammillo. 

Fu questa fatta fare dal Gran-Duca Cosimo Primo, il quale fra quelle Ggure che son 
sole, fece dipingere un giovane nudo in cima d' una ruota, per accennare il favore, che è 
in mezzo all' odio, invidia, e maldicenza. 

E finalmente questa sala bellissima con la Soffitta tutta dorata, che alla magnificenza 
del luogo corrisponde. 

Si racconta, che essendo caduto dalla muraglia, per qualche causa del muro, l' intonaco 
di un intero busto di que' Soldati, fu dato perciò parte al Gran-Duca, il quale mandò il 
Volterrano per vedere se fessevi stato modo di racconciarlo: il Volterrano dopo di aver 
dato ordine che nessuno toccasse i pezzi del calcinaccio caduto, con una diligenza impa- 
reggiabile rimesse a' suoi luoghi i propri pezzi, in guisa che il racconciamento non si conosce. 

Guardaroba. 

Nelle facciate degli armadi vi sono 57 Quadri, ne' quali sono dipinte a olio ad uso di 
miniatura tutte le Tavole di Tolomeo, con somma diligenza misurate e corrette. Opera di 
Mess. Ignazio Danti Domenicano Matematico, e Cosmografo. Vi è l'Europa distinta in 14 
Tavole; l'Affrica in 11; l'Asia in 14; ed in altrettante l'America; e in oltre vi sono 4 Ta- 
vole generali delle 4 Parti del Mondo. 

Fra le varie ricchezze di argenti suppellettili ec. che esistevano in Guardaroba, si trova 
che nel terzo Armadio oravi il letto dello Sposalizio per le Reali Nozze di Cosimo HI e 
di Margherita Luisa d'Orleans: erano le colonne di quello letto tutte d'argento, di mezzo 
braccio di diametro ; serpeggiavano intorno alcune viti mezzo rilievo, delle quali si i grap- 
poli d'uve come i fogliami, e viticci, ed alcuni uccelletti al naturale pur di mezzo rilievo, 
erano di pietre dure, tutte riportate nell'argento. 

Nel quarto Armadio vi erano due finimenti turcheschi da cavallo tutti d'oro, tempe- 
stati di gioie. 

Nel decimosecondo Armadio si trovava un superbo PaUotto da Altare. D Gran-Duca 
Cosimo II essendo infermo ricorse a Dio, mediante l' intercessione di S. Carlo Borromeo, 
acciò se fosse stato in salute dell'Anima, gli rendesse la saniti, e promesse di andare in 
persona a visitare l'Urna del Santo, e portare in memoria della Grazia il detto PaUotto 
per voto. Siccome però mori, non ebbe questa gita effetto, ed il Paliotto rimase in Guar- 



208 PALAZZO VECCHIO — APPENDICE AL CAP." XVI 



daroba. Questo Paliotto era tutto d'oro del peso di 200 libbre: nelle nicchie dalle bande 
si vedevano infinite grosse perle, e molte gioie, come rubini, smeraldi, topazzi e diamanti. 
Nella parte superiore vi erano queste parole, tutte di rubini legate in oro: 

Cosmus If. Dei Gratta Mag. Dux Elruriae Ex Voto. 

Nel mezzo era ritratta l'A. S. R. in ginocchioni davanti l'Aitar di S. Carlo; il Ri- 
tratto era in basso rilievo tutto di pietre dure, vestito con l'Abito Reale, e con la calza a 
braca all' uso antico : nelle fette delle brachette vi erano molti diamanti incastrati, ed erano 
di diamanti i finimenti della spada, e l' ornamento dell' abito : dalla finestra, che vi fingeva 
in quella Cappella, vedevasi in lontananza il Campanile del Duomo di Firenze, tutto fatto 
di pietre dure : in somma questo era uno de' superbi lavori fatti in que' tempi nella Rcal 
Galleria. 

Nel decimoterzo Armadio vi era un Servito d'oro, con vasi, ed altro ec. 

Nel decimoquarto vi erano tre Rose d' oro mandate da' Pontefici a' Medici. 

Inoltre vi erano in tutti gli Armadi, Candellieri, Sottocoppe, Zuccheriere, Panattiere, 
Ventole, Cantinplore, Bacih, Boccali, Torcieri, Caldani, Tavolini, e d'ogni sorta vasi, tutti 
di argento, senza nominare le medaglie, le tazze, le cassette, i coltelli, le guaine ec. guar- 
nite d'oro e di gioie. 

Camere della Duchessa Leonora. 

Sono quattro, le cui Soffitte son di tavole a olio di mano dello Stradano ornate. Nella 
prima sono le Donne Sabine, quando dividono la battaglia fra Romani e Sabini. Nella se- 
conda il Re Assuero con la Regina Ester. Nella terza Penelope che tesse, e disfà la tela; 
e nella quarta la bella Gualdrada Adimari, che fu Moghe del Conte Guido Novello, Signor 
di Poppi e del Casentino. 





CAPITOLO XVU. 



La Sala della Guardaroba detta del Mappamondo 
delle Carte Geografiche. 




DIRE di questa sala e più degli ar- 
mari, e dei loro sportelli, o, come li 
chiamavano le porte, ne' quali sono 
le famose tavole di Cosmografia di 
frate Egnazio Danti, e con precisione 
di notizie, io, oltre che del Vasari, 
il quale ne trattò sulla fine delle sue 
Vite, dove discorre Degli accademici 
del disegno, e però anche del Danti, 
posso giovarmi della Memoria sto- 
rica che intorno a tale artefice, con 
ricchezza di notizie e di documenti nuovi, distese il signor lodoco Del 
Badìa, pubblicata nel 1881 nel periodico mensile la Rassegna Nazionale 
e separatamente, con la data del 1882, con li stessi tipi della Galileiana. 
Sarà un nuovo debito che io avrò verso di lui a cui devo tanto e tanto 
per questo lavoro. 

« Su^ Eccellenza, con l'ordine del Vasari, (egli stesso ci dice)<*^ 
« sul secondo piano delle stanze del suo palazzo ducale, ha di nuovo 



210 PALAZZO VECCHIO 



« murato apposta ed aggiunto alla Guardaroba una sala assai grande, 
« ed intorno a quella ha accomodata d'armarj alti braccia sette con 
« ricchi intagli di legnami di noce, per riporvi dentro le più impor- 
« tanti cose e di pregio e di bellezza che abbi Sua Eccellenzia. Questi 
« (intendi, Egnazio Danti) ha nelle porte di detti armarj spartito, dentro 
« agli ornamenti di quelli, cinquantasette quadri d'altezza di braccia due 
« in circa, e larghi a proporzione, dentro ai quali sono con grandissima 
« diligenzia fatte in sul legname a uso di minj, dipinte a olio, le tavole 
« di Tolomeo, misurate perfettamente tutte, e ricorrette secondo gli autori 
« nuovi, e con le carte giuste delle navigazioni, con somma diligenzia 
« fatte le scale loro da misurare, ed i gradi, dove sono in quelle e nomi 
« antichi e moderni : e la sua divisione di questi quadri sta in questo 
« modo. All'entrata principale di detta sala sono, negli sguanci e gros- 
« sezza degli armarini, in quattro quadri, quattro mezze palle in pro- 
« spettiva; nelle due da basso son l'universale della terra, e nelle due 
« di sopra l'universale del cielo con le sue imagini e figure celesti. Poi, 
« come s'entra dentro a man ritta, è tutta l'Europa in quattordici ta- 
« vole e quadri, una dentro all'altra, fino al mezzo deEa facciata che 
« è a sommo dirimpetto alla porta principale; nel qual mezzo s'è posto 
« r oriolo con le ruote e con le spere de' pianeti, che giornalmente fanno 
« entrando i lor moti. Questi è quel tanto famoso e nominato oriolo 
<c fatto da Lorenzo della Volpaia Fiorentino. Di sopra a queste tavole è 
« r Affrica in undici tavole fino a detto oriolo. Seguita poi di là dal 
« detto oriolo l'Asia, nell'ordine da basso, e camina parimente in quat- 
« tordici tavole sino alla porta principale. Sopra queste tavole dell'Asia, 
« in altre quattordici tavole, seguitano le Indie occidentali, cominciando 
* come le altre, dall' oriolo, e seguitando fino alla detta porta principale : 
« in tutto tavole cinquantasette. È poi ordinato nel basamento da basso, 
« in altrettanti quadri attorno attorno, che vi saranno a dirittura a 
« piombo di dette tavole, tutte l'erbe e tutti gli animali ritratti di na- 
« turale, secondo la qualità che producono que' paesi. Sopra la cornice 
« di detti armarj, eh' è la fine, vi sta sopra alcuni risalti, che dividono 
« detti quadri, che vi si porranno alcune teste antiche di marmo di que- 
« gli imperatori e principi che l' hanno possedute, che sono in essere, e 



CAPITOLO XVII 



211 



nelle faccie piane fino alla cornice del palco, quale è tutto di legname 
intagliato ed in dodici gran quadri, dipinto per ciascuno quattro imagini 
celesti, che saranno quarantotto, e grandi poco meno del vivo, con le 
loro stelle: sono sotto (come ho detto) in dette focce trecento ritratti 
naturali di persone segnalate da cinquecento anni in qua, o più, di- 
pinte in quadri a olio, tutti di una grandezza e con un medesimo 
ornamento intagliato di legno di noce : cosa rarissima. Nelli dua quadri 
di mezzo del palco, larghi l)raccia quattro l'uno, dove sono le imma- 
gini celesti, e quali con facilità si aprono, senza veder dove si nascon- 
dono, in un luogo a uso di cielo 
saranno riposte due gran palle, 
alte ciascuna braccia tre e mezzo: 
neir una delle quali anderà tutta 
la terra distintamente, e questa 
si calerà con un arganetto, che 
non si vedrà, fino a basso, e po- 
serà in un piede bilicato, che 
ferma si vedrà ribattere tutte le 
tavole che sono attorno ne' qua- 
dri degli armarj, ed aranno un 
contrassegno nella palla, da po- 
terle ritrovar facilmente. Nell'al- 
tra palla saranno le quarantotto 
immngini celesti, accomodate in 

modo, che con essa saranno tutte le operazioni dell'astrolabio perfettis- 
simamente. Questo capriccio ed invenzione è naia dal duca Cosimo, per 
mettere insieme una volta queste cose del cielo e della terra giustis- 
sime e senza errori, e da poterle misurare e vedere, ed a parte e tutte 
insieme, come piacerà a chi si diletta e studia questa bellissima pro- 
fessione: del che m'è parso debito mio, come cosa degna di esser 
nominata, farne in questo luogo, per la virtù di frate Ignazio, me- 
moria, e per la grandezza di questo principe, che ci fa degni di go- 
dere sì onorate fatiche, e si sappia per tutto il mondo > . 

Egnazio Danti, d'una famiglia di scienziati, al secolo si chiamava 




212 PALAZZO VECCHIO 



Pellegrino; era nato alla fine dell'aprile del 1536, essendo stato bat- 
tezzato ai 29 di quel mese; e vestì l'abito Domenicano in Perugia, il 
7 marzo del 1555, prendendo il nome di Egnazio. Al duca Cosimo che 
fantasticando co' suoi Cavalieri di San Stefano, avea bisogno di rendere 
popolare l'uso delle carte geografiche e l'arte del navigare, e però di 
chi sapesse fabbricare strumenti adatti per la navigazione e fare carte 
precise, fu fatto conoscere l'umile frate Egnazio, dallo scultore Vin- 
cenzo fratello di lui, che usava nella casa ducale. E il Duca tosto lo 
volle e l'ottenne dappresso, e lo occupò in quegli studi e in quei lavori 
che tanto gli stavano a cuore. L'opei*a nella quale mostrò davvero 
quanto ei valesse, e che ha contribuito a mantenerlo in fama fino a 
noi, è stata certo quella della Cosmografìa negli Armarj appunto del 
Guardaroba ducale; la quale opera si trova che, nel 1575, quando cioè 
in Palazzo Vecchio abitava il Principe Francesco con la sposa sua, era 
stata condotta poco più che a mezzo. « E quando il biografo degli ar- 
« tisti italiani, dice il signor Del Badìa, stampò la seconda edizione delle 
« Vite, anzi, per dire con più esattezza, quando venne a moi'te, il Danti 
« aveva fatto il Globo terrestre e foiose venticinque delle sue Tavole. E 
« per spiegarsi come il Vasari potesse descrivere con particolari così 
« minuti il numero e la collocazione delle stesse, e che paesi rappre- 
« sentassero, giovi notare che il piano di quell'opera era fino dal suo 
« principio partitamente designato e a lui ben noto, come quegli che 
«e ebbe parte principale non solo a dirigere la costruzione della sala, ma 
« soprintese pure alla fabbrica degli armari che furono fatti da maestro 
« Dionigi di Matteo legnaiuolo, il quale aveva la bottega presso la Badìa 
« fiorentina, e che fu padre del Nigetti » . 

Cominciò dal fare egli il Mappamondo, che deve essere stato ter- 
minato nel 1567, nel quale anno, ai 29 novembre, si trova essere state 
pagate a Taddeo di Francesco battiloro lire venti « per pezze 500 d'oro 
fine per l'appamondo »; le quali pezze d'oro è da credere che servis- 
sero per disegnare i circoli e i gradi, che ivi sono ad oro, o per la 
doratura del piede; cose senza dubbio che fanno supporre dovesse essere 
stata a quel tempo compiuta tutta l'altra pittura del globo. Questo globo 
dette subito il nome alla sala per la quale era stato fatto, che perciò 



CAPITOLO XVII 213 



si disse del Mappamondo. Ma sul finire di quello stesso secolo era già 
tele Mappamondo così guasto e mal ridotto, nelle sale della Galleria, 
dove era stato portato dal Guardaroba, come quello che n'era un bell'or- 
namento, che bisognò pensare a farlo restaurare tutto, e ne venne aflSdato 
il lavoro ad Antonio Santucci delle Pomarance, altro valente cosmo- 
grafo: e di questo restauro ha messo fuori il signor Del Badìa nella 
citata Memoria nuovi e curiosi documenti. Ma veniamo a dire delle ta- 
vole geografiche, lasciando da parte il Mappamondo, che ora si può ve- 
dere ridotto in cattive condizioni cosi da richiedere nuovo e più sostan- 
ziale restauro nelle sale del Museo di Fisica e Storia Naturale, Museo 
che dal Granduca Pietro Leopoldo d'Austria, fu fatto, levandolo dalla 
Galleria, nelle case in via Maggio, comperate per tale oggetto dalla fa- 
miglia Torrigiani. 

Le dette tavole dunque si può dire essere state incominciate dal Danti 
intorno al 1563, trovandosi questa data scritta in quella dove rappresentò 
l'isole Mollucche. E non vi levò la mano certo fino che visse il primo 
Cosimo, ma come questi fu morto, cioè nel 1574, succeduto il granduca 
Francesco, che aveva l'animo vólto a tutt' altre cose che non fossero 
quelle cercate e volute dal padre, fu assai, se messo da banda, il di- 
segno della Cosmografia, in quella grandiosa guisa ideato, come ci han 
lasciato scritto il Vasari e il Lupicini, pensando che sarebbe stato brutto 
vedere, se non fossero condotti al termine almeno gli altri sportelli della 
Guardaroba che rimanevano ancora a dipingere, lasciò che il Danti segui- 
tasse ad attendere al suo lavoro. Ma l'anno dipoi, cioè nel 1575, essendo 
il Danti per l' affatto caduto, né sappiamo ancora, le cagioni, dall'animo 
del nuovo Granduca venne improvvisamente e bruttamente cacciato di 
Firenze, e Francesco richiese al Generale della Congregazione di Mon- 
toliveto, un altro fraticello, discepolo della b. m. di Don Miniato Pitti, 
Don Stefano Buonsignori, perchè continuasse nel lavoro tolto di mano 
al Danti. Il Buonsignori non valeva sicuramente il Danti, per quanto, 
aiutandolo delle sue grazie, il Granduca lo mettesse in alto così, come 
era stato per l' innanzi il Danti medesimo, e lo facesse nominare per 
mezzo del Cardinale Caraffa, presso il Papa, protettore degli Olivetani, 
Generale di quell'ordine. Il Buonsignori tirò avanti il lavoro per tutto 



214 PALAZZO VECCHIO 



il granducato di Francesco de' Medici, e anche il Cardinale Ferdinando 
successore di questo lo ritenne per suo cosmografo e gli passò una prov- 
visione di scudi nove il mese per « finire le tavole di Guardaroba > ; le 
quali ciò non ostante non furono mai condotte al numero voluto. Qui vo- 
lendo indicare ciascuna di queste tavole di per sé, e dire in che stato oggi 
si trovino che pure sono tanta testimonianza di scienza e d'arte di quel 
tempo, io prendo, non potendo far di meglio, le parole del Del Badìa ^^\ 
« Sono in essa (sala) gli armari quali li descrisse il Vasari: se non che, con 
« barbaro gusto, furono non sono molti anni, ricoperti d'una tinta bianca; 
« le pareti sopra gli armari, e il palco, sono imbiancati alla moderna. Non 
« si vedono negli sguanci allato alla porta principale le mezze palle in 
« prospettiva, ma in basso vi sono in quella vece due tavole rappresentanti 
« le Regioni polari, essendo gli specchi superiori tinti di color celeste. 
« Gli armari vestono tutta la sala e sono solamente interrotti dalla porta 
« e da una finestra nella parete a destra di chi entra. Negli sguanci presso 
« la finestra sono tre tavole, due in quello a sinistra di chi guarda, e una 
« in basso in quello a destra; restando nella parte superiore la tavola 
« tinta al solito di color celeste. Le tavole incorniciate negli ornati degli 
< sportelli sono cinquantadue divise in due ordini, quarantotto delle quali 
« sono dipinte, mancando della pittura quelle dei due sportelli che stanno 
« presso l'angolo destro della sala dal lato della finestra. Non so spie- 
« garmi come sia avvenuto che a questi pregevolissimi monumenti geo- 
« grafici nessuno, neppure ai giorni nostri, abbia rivolto il pensiero e 
« fattane almeno una descrizione per segnalarli all'attenzione dei cultori 
« della scienza geografica. Mosso pertanto dal desiderio di riparare, per 
« quanto m'era possibile, a un tal difetto, mi sono risoluto a darne il 
« seguente compendiosissimo elenco ^^^ » . 

1. D. Isole Britaniche le quali contengano il Regno di Inghilterra et di Scotia con l'Hi- 
bernia. M» D." LXV.» DIE IL» NO.'» Anno XXX, ducatus 111 mi et Ecc.™i Cosmi 
Medices Florentie et Senarum Ducis II. Long. gr. 7-29, lat. gr. 63-50. Alta 
M. 1,11, larga 4,10. 

2. B. La Spagna, 1577. D. S. FI.» M. M. F. Long. gr. 8-24, lat. gr. 44V2-35V2. Alta 

M. 1,07, larga 1,06. 

3. B. La Francia, 1.576. Long. gr. 15-36, lat. gr. 53-42. Alta M. 1,10, larga 1,06. 

4. B. La Germania, 1577. Long. gr. 27-47, lat. gr. 55V2-45. Alta M. 1,06, larga 1,07. 



CAPITOLO XVII 215 



5. B. L'Italia, 1578. Long. gr. 29-39, lai. gr. 46-39, Alia M. 1,09, larga 1,04. 

6. B. La Schiavonia, 1578. Loru]. gr. 40-68, lat. gr. 48-37. Alta M. 1,11, larga 1,06. 

7. B. L'Egitto, 1578. Long. gr. 51-65, lat. gr. 32-22. Alta M. 1,08, larga 1,07. 

8. B. Trogloditica, 1579. Long. gr. 69-88, lat. gr. 20-1. i4«<a M. 1,10, larga 1,08. 

9. B. NuBiA, 1579. Long. gr. 48-68, lat. gr. 21-1. A«a M. 1,11, larga 1,09. 

10. D. LivoNiA ET Littuanlv, Long. gr. 40-05, lat. gr. 65-45. Alta M. 1,10, {argra 0,94. 

11. B. La Grecia, 1585. Long. gr. 42-60, lat. gr. 45-29. Alta M. 1,09, torga 0,93. 

12. B. (Regioni Polari). Long. gr. 90-74, lat. gr. 320-360, o 0-50. Alta M. 1,10, larga 0,48. 

13. D. Natòlia, Long. gr. 55-70, iat. gr W. ^Zto M. 1,10, larga 0,95. 

14. B. (Regioni Polari). Long. gr. 90-74, lat. gr. 50-140. Aito M. 1,20, larga 0,47. 

15. D. Natòlia, 1565. Long. gr. 55-71, lat. gr. 47-31. Aito M. 1,12, larga 0,95 <«. 

16. D. MoscHOViA. Long. gr. 63-89, Hat. gr. 71-46. i4«a M. 1,11, larga 0,95. 

17. D. Armenia. Long. gr. 70-86, Zat. gr. 48-29. Alta M. 1,12, /argra 0,75. 

18. D. Arabia. CID IO LXXV, DIE XXVIII Julis èn avktv xviktath hmepa emoi W. 

Long. gr. 72-99, lat. gr. 50-12. Alta M. 1,12, larga 0,75. 

19. D. Persia. Long. gr. 85-100, lat. gr. 45-23. Alta 1,12, tori/a 0,97. 

20. D. Sogdiana. Long. gr. 102-117, lat. gr. 45-21. Alta M. 1,12, larga 0,98. 

21. D. « In questa Tavola si è continuata quella parte de l'Asia che seguita (leppo la Partia 

et la Carmania di verso levante, et contiene parte della Parapaniside et Aracosia, 
con gran parte del tratto del fiume Indo, tutte hoggi comprese sotto altri nonii 
differenti dagli antichi. Nei monti di Bedane, provincia, si trovano balasci bellb- 
simi ». Long. gr. 114-122, lat. gr. 47-25. Alta M. 1,12, larga 0,36. 

22. D. « Questa continua la precedente Tavola, nella quale è incluso il restante del fiume 

Indo, che nella precedente Tavola mancava, et anche parte de l'India dentro al 
Gange, hoggi detta Indostan, con parte del monte Imao, hoggi preso sotto diversi 
nomi ». Long, gr , lat. gr. 48-23. Alta M. 1,14, larga 0,36. 

23. D. Parte de l'India dentro al Gange, 1574. Isola di Zeilan. MDLXXV mense se- 

ptembrio. Long. gr. 115-135, lat. gr. 38-0. Alta M. 1,12, larga 0,66. 
Si4. D. Indostan fuori del Gange. Long. gr. 134-156, lat.'gr. 60-21. AltaìA. 1,12, largo 0,55. 

25. D. (Trapouania o Sumatra, Mal.\cca, Bornio, Java maggiore e Java minore) 1573. 

F. Egnatio Dantl Long. gr. , lai. gr Alta M. 1,10, larga 0,62. 

26. D. China, 1575. Long. gr. 149-171, lat. gr. 53-16. Alta M. 1,12, larga 0,62. 

27. B. (Regioni Polari). Long. gr. 140-230, lat. gr. 90-74. Alta ìli. 1,10, larga 0,48. 

28. B. (Regioni Polari). Long. gr. 230-320, lat. gr. 90-73. Alta M. 1,10, larga 0,47. 

29. B. (Tartaria), 1586. Long. gr. 110-210, lat. gr. 76-40. Alta M. 1,10, larga 1,09. 

30. B. Mauritania, 1579. Long. gr. 2-20, lat. gr. 38-19. Alta M. 1,09, larga 1,05. 

31. B. Affrica, 1579. Long. gr. 27-51, lat. gr. 38-19. Alta M. 1,09, larga 1,06. 

32. B. Libia interiore, 1580. Long. gr. 9-27, lat. gr. 1-19. Alta M. 1,07, larga 1,06. 

33. B. Parte dell' Agisimba, 1580. Long. gr. 27-45, lat. gr. 20-1. Alta M. 1,07, larga 1,02. 

34. B. Parte d'Affrica nuova et Regno di Manicongo, 1580. Long. gr. 42-58, lat. gr. 1-0, 

e 0-18. Alta M. 1,08, larga 1,05. 

35. B. Parte d'Affrica, 1581. Long. gr. 37-60, lat. gr. 19-37. AUa M. 1,10, larga 1,05. 



216 PALAZZO VECCHIO 



36. B. Parte d'Affrica, 1581, Long. gr. 56-76, lat. gr. 1-0 e 0,19. Alta M. 1,10, larga 1,06. 

37. B. Parte di Scitia, 1582. Long. gr. 60-100, lat. gr. 74-54. Alta M. 1,10, larga 1,07. 

38. D. Parte di Buona Speranza. Long. gr. 58-83, lat. gr. 12-36. Alta M. 1,09, larga 0,95. 

39. D. Norvegia Gotiate. Long. gr. 25-52, lat. gr. 76-55. Alta M. 1,10, larga 0,93. 

40. D. Thile prima, 1565. Long. gr. 352-360 e 0-9, lat. gr. 65-69. Alta M. 1,10, larga 0,53. 

41. D. Gronlandìa. Long. gr. 295-360 e 0-15 C) lat. gr. 76-53. Alta M. 1,10, larga 0,^. 

42. D. Isola di San Lorenzo, 1565. Long. gr. ll-Sl, lat. gr. 11-30. Alta M. 1,10, larga 0,53. 

43. D. L'ultime parti note nel Indie occidentali, 1564. M. Ag. Long. gr. 210-240, lat. 

gr. 51-19. Alta M. 1,09, larga 0,95. 

44. D. Nuova Spagna, 1565. Long. gr. 40-63, lat. gr. 33-8. Alta M. 1,10, larga 0,95. 

45. D. (Mexico, Florida, Cuba e Jamaica). Long. gr. 263-290, lat. gr. 43-4. Alta M. 1,12, 

larga 0,76. 

46. D. (Arcipelago di San Domenico). Al sereni.» Cosmo Med. Granduca di Toscana. 

F. Egnazio Danti. Long. gr. 281-314, lat. gr. 39-1. Alta M. 1,12, larga 0,76. 

47. D. (Perù')- Long. gr. 280-305, lat. gr. 5-0 e 0-30. Alta M. 1,14, larga 0,68. 

48. D. (Perù'). Long. gr. 299-323, lat. gr. 5-0 e 0-30. Alta M. 1,11, larga 0,68(8). 

49. D. (Perù'). Long. gr. 324-336, lat. gr. 1-35. Alta M. 1,13, larga 0,30. 

50. D. (Stretto di Magellano). Long. gr. 196-226, lat. gr. 25-55. Alta M. 1,13, larga 0,57. 

51. B. (Stretto di Magellano). Long. gr. 296-313, lat. gr. 28-53. Alta M. 1,12, larga 0,57. 

52. D. L'Isole Moluche, con l'altre circunvicine che producano le gioie et le spetierie, 

1563. Long. gr. 158-180, lat. gr. 26-0 e 0-12. Alta M. 1,10, larga 0,63. 

53. D. Costa della China e Isola del Giapan ovvero Ciapangu. Long. gr. 173-197, lat. 

gr. 62-26. Alta M. 1,10, larga 0,63(9), 

Il Danti meritò di essere chiamato l' Ortelio dell' Italia, dal Mar- 
mocchi, celebre geografo de' nostri tempi, il quale pregato da Filippo 
Moisè, scriveva un giudizio molto lodativo di queste tavole, non distin- 
guendo però egli quelle che sono opera del Danti, dalle altre che fece 
il Buonsignori. Questi armari fatti per custodire oggetti rari di differenti 
specie, servirono di poi per gli argenti preziosi della Corte; e quando 
anco questi sul principiare del nostro secolo furono portati nel Palazzo 
Pitti, il Granduca Ferdinando III vi fece collocare le sue armi da fuoco 
per la caccia, ed altre armi antiche, bella e ricca collezione che ivi stette 
fino al 1859, nel qual tempo vennero tolte di lì, per essere più tardi 
consegnate al direttore delle Gallerie per il Museo medievale, che si stava 
preparando nel Palazzo del Potestà. 



CAPITOLO XVn 217 



(1) Op. cit., voi. vir, pag. 633. 

«) Op. cit., pag. 35. 

(3) Nel compilare quest' Elenco ho omesso le de.scrizioni che si leggono nella maggior 
parte delle Tavole, riportando solamente quelle delle indicate ai n.' 21 e 22, le quali man- 
cano del nome dei paesi rappresentati ; come ne son prive le altre i cui nomi ho chiusi in 
paientesi. Dove ho trovato la firma del Danti l'ho riprodotta fedelmente insieme colla data; 
delle altre poi ho posto sempre l' anno quando v' era, in numeri arabi, sebbene talvolta lo 
portino in cifre romane. Le Tavole contrassegnate con D, sono fatte dal Danti, quelle con B 
dal Buonsignori; del quale riporto solamente la .segnatura della Tavola n." 2, che è costi- 
tuita dalle semplici iniziali, sebbene egli non abbia in ciò tenuto un modo uniforme, tro- 
vandosi la sua firma fatta più o meno abbreviata ed anche quasi tutta mtiera, come si 
vede nella Tav. n.° 34 in questa forma : D. Stephancjs Bonsig. Florens. Monachus Montol. 
F. A. S. 1580. Quanto ai gradi di longitudine ho preso quelli segnati in basso; quelli di 
latitudine dall'alto al basso; le misure, dentro alle scale dei gradi. Nel registrare queste 
Tavole ho cominciato dall'ordine inferiore e da quella posta nel primo sportello a sinistra 
della porta, seguitando in giro fino alla finestra; ho posto di poi le due degli sguanci presso 
la finestra stessa, e quindi, dopo segnato quelle degli sportelli seguenti, ho terminato quest' or- 
dine colle due degli sguanci presso la porta (n.' 27 e 28). Ho di seguito registrato nel mede- 
simo modo quelle dell' ordine superiore, incominciando dalla tavola che è sopra quella di n.° 1. 

(*) La scala dei gradi di latitudine è coperta dalla cornice che racchiude la Tavola, 
la quale è divisa in due, dall' alto in basso, restando mezza per parte nei due sportelli che 
nascondono una porta. 

(5) Questa Tavola di poco difierisce dall'altra di n.° 13, senonchè vi si vedono dise- 
gnate la Palestina e la costa dell'Affrica, mentre l'altra termina con l'isola di Cipro. 

(fs* Per spiegare questo ricordo (Nel giorno per me infelicissimo J mi è prima di 
tutto occorso di pensare alle sventure che circa questo tempo colpirono il Danti, e alla sua 
partenza da Firenze. Ma riflettendo che di un fatto dove ebbe parte principale il Granduca, 
sarebbe stata per lo meno stoltezza farne in qualsivoglia modo cenno in tal luogo, credo 
più probabile che in quel giorno avvenisse la morte del padre suo, che appunto secondo 
gli scrittori, cessò di vivere nel 1575. 

C) È divisa in due, come l'altra di n.* 13, sopra la quale è posta. In basso non v*è 
rappresentato nulla, non essendo stata compiuta, seppure la parte inferiore non fu ricoperta 
di tinta azzurra e bianca in qualche restauro fattone per essere stata guasta. I gradi di 
longitudine son quelli che veggonsi nella parte superiore. 

W La Tavola presente e quella che vien dopo non hanno titolo né descrizione. Le ho 
indicate col nome del Perù, vedendo che il Danti nelle scienze matematiche ridotte in 
Tavole pone in questa parte dell'America l'Andalusia, il Gusco, Garcas, Brasile, Amazzones, 
l'isola della Trinità ed altre terre in queste rappresentate. 

<3' La terra e il mare cognito congiungono fino ai gradi 52 di latitudine. 





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CAPITOLO XVIII. 



Lavori fatti in Palazzo Vecchio, per le Nozze del Principe Francesco 

con Giovanna d'Austria. 




RESCEVA ogni giorno il lavoro al- 
l' approssimarsi delle nozze del Prin- 
cipe Francesco, figliuolo di Cosimo I, 
con la regina Giovanna d'Austria; gli 
architetti, i pittori, i legnaiuoli rifa- 
cevano quasi tutto a nuovo il palazzo 
che avreljbe accolto la serenissima 
coppia; e così quello che nella sua 
magnifica austerità era stato sede del 
popolo e albergo direi della libertà, 
si vestiva a festa, si metteva in fron- 
zoli, si coloriva e si azzimava per essere stanza dei giovani principi, asilo 
ricco ed elegante dei loro amori. Il Vasari era l'artista per eccellenza del 
principato e de' principi, come sarebbero stati e furono del popolo e della 
libertà, Michelangelo e Leonardo; ma della pittura di Leonardo per il 
gran salone nulla più, pare, rimaneva dopo poco l'assedio di Firenze, 
e de' Cartoni di Michelangelo restavano i pezzi stracciati per le corti 



220 PALAZZO VECCHIO 



d'Italia; il Vasari e i suoi avevano colorito nella gran sala, e poi in 
tutte le immense camere, le glorie dei Medici; ed ora più che mai at- 
tendeva a compire il lavoro per le dette nozze, ed egli solo si molti- 
plicava in più uomini, per bastare al desiderio del Principe, e poneva 
nel far presto la gloria che maggiore gli sarebbe certamente venuta nel- 
l'arte, dal far meglio. E non solamente attendeva ai lavori di Palazzo, 
ma ancora a quelli che erano richiesti à&W Apparato di tutta la città, 
per il dì che in Firenze sarebbe entrata la sposa. Apparato magnifico che 
era stato lo studio e l'invenzione di Don Vincenzo Borghini Spedalingo 
degli Innocenti, uomo di molte lettere, e amantissimo per squisita intel- 
ligenza e per nobile cuore delle arti belle. 

Ma io che non debbo uscire col mio discorso da questo Palazzo, ne 
vagare per le vie di Firenze, tornerò a quello, dicendo de' lavori che vi 
si fecero nel Cortile, e via via degli altri che in certa guisa al Palazzo 
si attaccano. E come ho fatto per l' addietro, che, quando ho potuto de- 
scrivere certe cose con le parole stesse di coloro che le videro quando si 
facevano, e meglio se essi medesimi vi dettero mano, le ho sempre prefe- 
rite alle mie, le quali sarebbero state più fredde e male sarebìjero riuscite 
a specchiare cose, che io non poteva più vedere quali erano allora, così 
farò qui prendendo del cortile, che in quel tempo fu di nuovo adorno e 
dipinto, la descrizione che ce ne ha fatto Domenico Mellini, del tempo, 
nel suo libro intitolato: Descrizione deir entrata della Serenissima Reina 
Giovanna d'Austria e delVapparato fatto in Firenze nella venuta, e per 
le felicissime nozze di S. Altezza, e dell'Illustrissimo ed Eccellentissimo 
S. D. Francesco de' Medici, Principe di Fiorenza e Siena. E come fac- 
cio ora io, così fece Modesto Rastrelli, il quale nella sua Illustrazione 
istorica del Palazzo della Signorìa, a questo punto non seppe o non volle 
far di meglio che riferirsene al Mellini. 

« Ha questo Palagio » , così egli nel capitolo xvi ^*^ della sua illu- 
strazione, « un Cortile quadro con una Fontana d'acqua viva, la quale 
< viene dal Giardino de' Pitti, per un condotto, che passa di là da Arno 
« sopra il Ponte vecchio; et uscendo per otto cannelle, quattro delle quali 
« la gettano all' insù et quattro d' ingiù; et per la bocca di un piccolo 
« Delfino, stretto da un putto di bronzo bellissimo, che è nel mezzo delle 



CAPITOLO XVIII 



221 



< cannelle di sopra, cade in un finissimo et ricchissimo vaso di porfido, 

< il cui diametro è due braccia, stato lavorato con ferri temperati, secondo 
«( un segreto, che ha per ciò fere sua Eccellenza Illustrissima. Et ha detto 
« cortile una loggia intorno, sostenuta da nove colonne di pietra forte, 
« grosse poco manco di due braccia, lavorate tutte sottilissimamente di 
« fogliami et figure di stucco col campo d'oro; et parimente i capitelli 
« sopra i quali nella parte dinanzi, cioè verso il mezzo dove è la fontana 
« sono putti di rilevo, che abbracciano festoni, che pendono dalla bocca 
« di alcune teste di Capricorni. Et sopra i nove archi della loggia fra 
« quelli, e finestra e finestra, è un 

« fregio dipinto a fresco pieno di spo- 
« glie, di trofei, e d'armi da guerra 
« con dieci prigioni, legati a cinque 
« tondi di pietra, che sono in tutto 
« il detto fregio con l'armi antiche, 
« et insegne della città, et comune 
« di Firenze, che lo edificò, e quella 
« di S. E. Illustrissima. Le volte delle 
« loggie sono scompartite in diciotto 
« mezzi tondi, et lunette delle quali, 
«■ due sono occupati da' frontespizi di 
« due Porte grandi, che sono al di- 
« rimpetto dell' entrata, et Porta del 
«e Palagio, per le quali si va alle scale 

< nuovamente fabbricate; et in ogni lunetta, o mezzo tondo degli archi è 
« un rovescio d'una delle medaglie che sua Eccellenza Illustrissima, se- 
« condo le occasioni de' suoi fatti memorabili, ha fatto coniare, colorite 
« di vari colori a fresco, et per cominciarmi dalla prima, et seguitando 
« con ordine, sono sopra la Porta del Palagio in due ovati il Capricorno 
« ascendente del Duca, come nelle medaglie d'Augusto con le sette stelle, 
« et queste lettere : animi conscientia, et fiducia pati. Et alla sinistra 
« di questo lo Ariete ascendente del Prencipe, che in una medaglia si 
« vede, et questo motto : omnia florent. Et seguitando da man diritta 
« verso San Piero Scheraggio, e in altro ovato l'isola Elba, con Porto 




222 PALAZZO VECCHIO 



« Ferraio, et con l'edificazione di quella città, dal nome del Duca chia- 
« mata Cosmopoli et questo breve: tuscorum, et ligurum securitati. 
« Ancora che in altra medaglia si legga: ilva renascens. Et nel primo 
« della seconda facciata è la fabbrica de' Magistrati di rincontro alla 
« Zecca, edificio grandissimo et comodo per la residenza dei suoi Citta- 
« dini, che esercitono il governo della sua Città, et di questo stato, .con 
« una figura, e questo motto: publicb commoditati. Più oltre è la Con- 
« cordia de' due animali Lione et Lupa insegne di Fiorenza et di Siena, 
« con una figura nel mezzo di loro, con un ramo d'ulivo in mano, signi- 
« ficata per la Pace, et questa iscrizione : pascentur simul. Mostrando 
< la unione di così fatte città et loro stati. 

« Et in un altro ovato la colonna di granito con la statua della 
« Giustizia sopravi, et sotto queste parole : Justitia victrix. Et nel primo 
« della facciata, dove sono le due Porte è il superbissimo et realissimo 
« Palagio de' Pitti con quell'ornamento fatto dentro da S. E. Illustrissima 
« con grandissima spesa, del quale è lo architettore M. Bartolommeo 
« Ammannati, scultore eziandio eccellentissimo, con queste parole: Pul- 
« criora latent. e fra le due Porte si leggono questi versi di M. Fa- 
« bio Segni: 

Ingressa auspiccis hanc urbem, dusque secundis, 
ciesaris invicti augusti pulcherrima proles ; 
llmina nunc iisdem subeas atq. aurea tecta. 

AdVENTU ECCE TUO GRATANTUR, ET OMNIA RIDENT. 
QUIN REDIMITA OLE^ CRINES Pax ALMA CORONA: 

Et secura QuiES, et cheterà numina l.eto 
Te vultu accipiunt -venientem; et fronte serena; 
Omnes et votis optant, et voce precantur. 
Sis fcelix: adsisque; tuo cum coniuge virgo. 
Aeternum imperium vigeat: nomenq. decusq. 

<c Et passato quelle è la secca de' Paduli di Pisa, e '1 bonificamento 
« di quello stato, et dell'aria di quel fertilissimo et commodissimo paese 
« con questo breve: C.^lum salubre siren. Et nel mezzo di cotal ovato 
« senz' altre figure : Siccatis maritimis paludibus, 

« Et passando alla quarta facciata, sono nell' ultimo ovato significate 
« per la renunzia del governo fatta da Sua Eccellenza al Principe, due 



CAPITOLO XVIII 223 



« mani, che pare, che sciolghino un nodo, e sì fatto motto: Explicando 
« iMPLiCATUR. Dopo qucsto è la fortificazione dello stato senza figure, 
«con queste parole dentro all'ovato: Munita Thuscia. Et sotto: Sine 
« JusTiTiA 1MMINUITA. Nel segueuto poi è la creazione della Religione 
« de' suoi Cavalieri di Santo Stefano cosi espressa. Vedesi Sua Eccel- 
« lenza porgere ad alcuni Cavalieri, che sono ginocchioni dinanzi ad un 

< altare, con una mano la croce, insegna di tale ordine ; et con 1' altra 
« una spada; et essi mostrano di giurare fedeltà: et nel campo è il Pa- 
« lagio della loro residenza in Pisa con questa iscrizione sotto: Victor 
« viNciTUR. Et si vede Sua Eccellenza sopra un suggesto militare con 
« i suoi soldati innanzi, ordinare la sua milizia, et le sue bande, senza 
« motto per ora. Ma ritornando al restante della facciata della Porta 
« del Palagio, cioè alla sinistra di quella, si veggono in un ovato sol- 
« dati, che riconducono a Fiorenza artiglierie, et bandiere state già tolte 
« in guerra a' Fiorentini, con queste parole : Sionis receptis. Poco più 
« oltre vi è la tagliata, e '1 dirizzamento del fiume d'Amo, significate 
« queste due cose per un Toro con le corna rotte, e questo motto : Im- 
« minutus crevit. L' ultimo nel rivoltar della detta facciata verso la 
« Porta sono gli acquedotti fatti a Fiorenza, et a Pisa per condurne 
« acque da luogo a luogo per comodità, ornamento et grandezza. Et vi 
« si vede la Fontana di piazza stata fatta dal detto M. Bartolommeo 

< Ammannati, del quale ella è opera con le statue, et ogni altro suo 
« ornamento, degna di lode, come la fia ancora tanto più quando le 
« figure, che vi vanno all' intorno siano fatte di bronzo, come hanno ad 
« essere. Et sotto a' rovesci delle medaglie , nelle facciate delle loggie 

< all' intorno è una cornice, che rigira per tutto lavorata di stucchi, con 
« alcuni pilastri, i quali rispondono alle colonne, dipinti di varie grot>- 
« tesche, et fra pilastro et pilastro è ritratta di naturale, et con dili- 

< genza una Terra grossa o Città di Germania : et ciascuna ha di sopra 
« il suo nome in tedesco, et sotto in latino. Queste sono: Vienna nella 
« sua più bella veduta con cotali parole : Vienna sedes Austria. Praga, 
« con quest'altre: Praga, Regia civitas BoHEm.E. Possonia, et di sotto: 

« POSONIUM HUNGARI/E CIVITAS ; IN QUA MaXIMILIANUS CORONATUS FDIT. 

« Seguita dopo Linthz, et le lettere dicono: Lintium caput AustrIìE 



224 PALAZZO VECCHIO 



« suPERioRis. Graz; cioè: Gratium caput Ducatus Stiri^. Fribur, cioè: 
« Friburgum caput Brisgoi^. Closternou; Closternoburgum Austria 
« oppiDUM, Dalla banda di San Piero Scheraggio è Isbruch, habitazione 
« delle serenissime Reine con queste lettere: Oenipens caput Tirolensis 
« coMiTATUs. Ebustort, e in latino: Eberstorphium villa Imperatoris. 
« Estersim; Sterzingum Tirolense oppidum. Vedesi di poi la gran città 
«. di Gostanza con le sue lettere anch' ella: Constantia civitas. Niustat; 
« cioè: NiEUSTADiuM Austria civitas. A canto a lei è Hala; et questo 
« motto: Hala Tirolensis comitatus oppidum. Trieste, cioè: Tergestum 
« Stiri^ civitas. Passago città, detta: Patavia episcopalis civitas Im- 
« PERATORis. Brisach, col breve: Brisacum Brisgoi^ oppidum. Stain, et 
« sotto: Stanium Austria oppidum. Tutte queste Terre sono poste quivi 
« come possedute anticamente, et hoggidì, da gli Imperadori di casa 
«d'Austria, et ad honere della loro Maestà, et diletto così de' nostri, 
« come di quelli della nobilissima nazione Alemanna, et trattenimento 
« di qualunque le vede > . 

E quanto agli artefici che vi ebbero mano si può ricavare da quello 
che lo stesso Mellini dice, di tutti coloro che si adoperarono per il nobile 
e tanto celebre Apparato, dove e' scrive ®. 

« Furono dipoi quasi tutti gli ornamenti della più parte degli archi, 
« come dire fregiature con varie et diverse grottesche, maschere, armi, 
€ et pietre mischiate ottimamente finte, condotte di pittura da Stefano 
« Veltroni dal monte a San Savino, secondo l' ordine di M. Giorgio 
« (cioè il Vasari): come ancora è stato fatto degli ornamenti del cor- 
« tile, nel quale si sono honoratamente adoperati molti allevati et scolari 
« del medesimo ; essendo stato per la maggior parte colorite da Marco 
« da Faenza, persona di bella, et graziosa maniera nel dipignere, di bello 
« ingegno et giudiciosa. Gli stucchi delle colonne sono stati di mano di 
«■ Pietro Paolo Minocci da Furlì, di Lionardo Ricciarelli da Volterra, di 
« Batista del Tadda da Fiesole et di Lionardo MarignoUi fiorentino, tutti 
« huomini valenti in cotale artificio. De' paesi della Germania furono i 
« maestri, maestro Bastiano Veronese, maestro Giovanni Lombardi vi- 
«. niziano. Cesare Baglioni bolognese, et Turino di Piamente > . 

Il Ciucili nelle sue schede Ms. aggiugne che le pitture a fresco delle 



CAPITOLO XVIII 225 



volte sono in gran parte di mano di Cecchino Salviati ; e l' incrostatura 
delle colonne con vari fogliami e frutti è lavoro di Marco da Faenza, 
celebre in tali opere. 

Quanto alla fontx) che è in mezzo al Cortile, è a dire come Cosimo 
fatta fare la bellissima vasca o tazza di porfido, in cui cade l'acqua, vi 
fé portare da Careggi quel vezzosissimo fanciullo alato che tiene sotto 
il braccio e stringe al corpo un giovane delfino che pare voglia sguiz- 
zargli via, opera che Andrea del Verrocchio aveva eseguita per Lorenzo 
de' Medici detto il Magnifico, e del quale il signor Rumohr, nelle sue ^i- 
cerche italiane ^'^, così parla : < Non si può vedere cosa più gaia né più 
« vivace della espressione del volto e della movenza di questo putto, né 
« è facile tra i getti moderni incontrarne uno sì ben trattato nella ma- 
« teria, e che sia come questo di uno stile degno da servire di modello. 
« Con tutto che la movenza appaia mezzo volante, mezzo slanciatisi, pure 
« bene si vede che il gruppo da più parti sporgente riposa sempre sul 

< proprio centro di gravità. Con felice accorgimento l'artefice rivesti il 
« putto di una rotonda pienezza, e dette al pesce ed alle ali, che sono le 
« parti più rilevate, una certa acutezza di angoli. Questa stupenda opera 

< nel rinettaraento dei tubi della fontana é stata sgraziatamente spogliatoi 
« della bella patina, di cui il tempo l'aveva ricoperta: onde son derivate 

< certe durezze, che i futuri ammiratori attribuiranno, non già all'artefice, 
« ma all'artistica barbarie de' nostri tempi ». 



0) Op. cit., pag. H8. 
<2) Op. cit., pag. 434. 
<8) Voi. n, pag. 303. 





CAPITOLO XIX. 



Del Gigante deW Ammannali (Biancone), della fontana di Piazza 
e del Corridore fra il Palazzo Vecchio e il Palazzo Pitti. 






EL 1559 ebbe l'Ammannati a fare la 
statua del Nettuno dal Duca, il quale 
non tenne conto di ciò che in con- 
correnza con lui avevano fatto altri 
artisti, fra i quali era il Cellini che 
valeva per tutti. Come era riuscito il 
Bandinelli a poter fare il suo Ercole 
e Cacco del marmo, per il quale il 
Buonarroti aveva già fatto il modello 
d' un Sansone con quattro figure , 
così riuscì all'Ammannati di avere 
per sé quel bellissimo marmo che era il desiderio del Cellini per il quale 
aveva già fatto un modello da contentarne chiunque, che aveva anzi de- 
stato la maraviglia e del Duca e della Duchessa medesima, che già in 
precedenza era risoluta per l'Ammannati. Gli artisti che avevano lavorato 
in concorrenza, come si diceva allora, per il Nettuno, erano Giovanni 
fiammingo, ossia Giovan Bologna, che lavorava nei Chiostri di Santa 




228 PALAZZO VECCHIO 



Croce, Vincenzo Danti perugino, in casa di messer Ottaviano de' Me- 
dici, Francesco Mosca, soprannominato il Moschino da Pisa, (non già il 
figliuolo suo come dice il Cellini); finalmente Benvenuto Cellini e Barto- 
lommeo Ammannati i quali tutt' e due. lavoravano nella Loggia della Si- 
gnorìa, che l'aveano divisa, facendovi due botteghe una per una. Il Cellini 
che dà i particolari di tale concorrenza, come si diceva allora, si ferma 
a dire del lavoro proprio, e fa intendere come superasse di gran lunga 
tutti gli altri e in specie quello dell'Ammannati, cosa che noi posteri gli 
meniamo buona facilmente, non perchè e' l'ha detta, ma perchè non sa- 
premmo come gli dovesse riescire altrimenti con quel meraviglioso ta- 
lento che aveva, e virtù nell'arte. Però il lavoro venne dato all'Amman- 
nati; e sia pure per le grazie della Duchessa, e non ostante le meraviglie 
che essa medesima e il Duca avevano mostrato di fare del modello del 
Cellini. Il Baldinucci nella vita dell'Ammannati, descrive quest' opera 
dicendo: « S'applicò dunque l'Ammannati di gran proposito a questo 
« lavoro: venuto poi l'anno 1563, il primo del mese di marzo fu le- 
« vato il Leone, che era sul canto della ringhiera del palazzo (vecchio), 
< e murato nel mezzo della medesima, dov'è al presente; e quella parte 
« di essa ringhiera, che avanzava verso la Dogana, fu spianata, e get- 
« tato il fondamento per la Fonte, e per la base del Nettuno. I marmi 
« misti, di che essa Fonte è composta, trovo che s'incominciassero a 
« murare non prima che l'anno 1571, e poi si andarono seguitando gli 
« altri lavori, finché dal medesimo Ammannato fu del tutto finita colla 
« seguente invenzione. 

« Apparisce nel mezzo di un gran vaso pieno di limpidissime acque, 
« sgorganti da molti zampilli, il qual vaso è figurato per lo mare, il 
« gran colosso del Nettuno, alto 10 braccia, situato sopra un carro ti- 
« rato da quattro cavalli marini, due di marmo bianco, e due di mistio, 
« molto belli e vivaci: il Nettuno ha tra le gambe tre figure di Tritoni, 
« che insieme con esso posano sopra una gran conca marina in luogo 
« di carro; il vaso è di otto faccio, di marmo mistio, quattro minori e 
« quattro maggiori. Le quattro minori sono vagamente arricchite con 
« figure di fanciulli, e di altre cose di bronzo, come chiocciole marine, 
« cornucopie, cartelle e simili. S'inalzano sul piano delle medesime certi 



CAPITOLO XIX 229 



« ìmbasamenti, sopra ciascun de' quali posa una statua di metallo, mag- 
« giore del naturale, e sono in tutto quattro; due femmine, che rappre- 
« sentano Teti e Dori, e due maschi figurati per due Dei marini; all'una 
« e all'altra parte di ciascuna di queste faccio minori sono due Satiri 
« di metallo in varie e bellissime attitudini. Le quattro faccio maggiori 
« sono tanto più basse, quanto basti per potersi da chicchessia godere 
« la limpidezza dell'acqua, la quale traboccando graziosamente, è ri- 
« cevuta da alcune belle nicchie, e nel gran vaso, ed insomma il tutto 
« è così ben disposto e con ianta maestà ordinato che è proprio una 
« meraviglia ». 

€ L'acqua di questa fontana fu presa dalla Fonte alla Ginevra presso 
« di Firenze, un miglio fuori della porta a S. Niccolò, facendola passare 
« per il Ponte a Rubaconte, sotto la Loggia de' Peruzzi, per il Borgo 
« do' Greci, e poi per Piazza ^^' ». 

Certo se l'opera di questa fontana fu compita dopo il 1571, come 
ci dice il Baldinucci, è da credere che per l'apparato che si fece al 
Palazzo Vecchio per la entrata della regina Giovanna d'Austria, non 
potevano essere in detto luogo, che le figure di terra, ossia il modello 
che no aveva fatto l'Ammannati, così che si mostrasse alla vista di tutti 
quale sarebbe stato poi in efietto. 

Ma l'opera più grandiosa, non vogliamo dire più monumentale, alla 
quale furono occasione ed eccitamento quelle nozze del Principe Fran- 
cesco, fu senza dubbio alcuno il Corridore che unisce il Palazzo dei Pitti 
a quello Vecchio. 

Dacché il Duca Cosimo e la Duchessa sua signora nel 1550, erano 
andati ad abitare nel nuovo loro Palazzo, in quello che Eleonora aveva 
comperato dagli eredi di Luca Pitti, non avevano mai cessato di ac- 
crescere e di abbellire il Palazzo che prima fu dei Priori. E volendo, 
come dice il Mellini^^\ < godere a posta loro et a tutte l'otte et con 
« più facilità le delizie hor di questo et hor di quel luogo >, pensò il 
Duca di unirli per via di un Corridore che passando per la nuova fab- 
brica de' Magistrati, che or dicesi degli Uffizi, e sopra il Ponte Vecchio 
unisse i due palazzi; e tale desiderio si fece in lui più vivo e più pres- 
sante, quando nel Palazzo Vecchio ebbe fatto l'appartamento per il 



230 PALAZZO VECCHIO 



figliuolo suo, il Principe Francesco, e la sposa che era per prendere. Così 
Virgilio dice che la casa di Priamo era unita a quella d'Ettore in Troia: 

« Limen erat, caecaeque fores, et pervius usus 
Tectorum inter se Priami, postesque relieti 
A tergo, infelix qua se, dum regna manebant, 
Saepius Andromache ferre incomitata solebat 
Ad soceros, et avo puerum Astyanacta trahebat® ». 

Ed anche questo lavoro cadde sulle spalle del Vasari, il quale in 
quell'anno deve essere parso sostenere, come Atlante il mondo, il peso 
di tutta la città. Bisognava fare presto, perchè anche la Principessa 
sposa aveva saputo di questo corridore, essendo ancora a Innsbruck, 
e poi perchè non poteva veramente non fare effetto in lei, una volta 
scesa in Palazzo Vecchio, passare non veduta e non vedendo a quello 
de' Pitti, cioè da una parte all'altra della città. Il signor Del Badia, di- 
ligentissimo, ha pubblicato ^*^ per la prima volta la convenzione intorno 
a questo lavoro che ai 12 di marzo del 1565 messer Tommaso de' Me- 
dici, patrizio fiorentino e cavaliere dell' Ordine di Gesù Cristo, stipulò 
in nome del Duca con « l' egregio maestro Bernardo d'Antonio alias di 
« Monna Mattea, muratore » che il Vasari dice aver condotto tutte le 
fabbriche disegnate da lui, con grande eccellenza ^^\ Per la quale con- 
venzione maestro Bernardo promette e si obbliga « bavere condotto a 
« perfectione et facto et edificato per tutto il mese di settembre proximo 
« futuro MDLXV uno corridore dal poter passare dal Palazzo principale 
« di Piazza di Sua Eccellenza Illustrissima insino al Palazzo de' Pitti, 
« in questa forma: Che e' sia tenuto a fare due archi, uno che attra- 
« versi la strada dove risponde la Dogana in sul muro della Chiesa in 
« S. Piero Scheraggio ^®\ et l'altro sopra la decta Chiesa; et seguendo 
« con un altro arco dalla casa quale habita il signor Trayano Boba, ca- 
« meriere di Sua Eccellenza ^''^ et seguendo Lungarno, con uno corri- 
« dorè con archi et pilastri insino al Ponte Vecchio, et poi seguitando 
« sopra le botteghe et case di detto Ponte, dalla banda di verso il Ponte 
« a Rubaconte, rivolgendo sopra e' beccatelli di pietra, e quali girino 
« intorno alla Torre della casa dello redo di Matteo Mannelli, nella quale 
« Torre sia appoggiato un altro arco sopra la via de' Bardi; et seguendo 



CAPITOLO XIX 231 



« si posi sopra la Torre della Parte Guelfa, quale è al dirimpetto di 
« dccta casa de' Mannelli, et seguitando vada per il Chiasso quale è di 
« dietro alle case che sono in su la strada maestra, arrivando poi sopra 
« le scalèe della Chiesa di Santa Feliciti : sopra le quali scalèe sia tenuto 
« fare una loggia, alla quale sia attaccato un altro corridore in su pi- 
<< lastri, che sia lungo quanto il Chiostro de' Preti di S. Felicita, et quivi 
« calando finisca al piano dove hoggi è il vivaio dell' orto de' Pitti. Et 
« detto corridore et lavoro tutto insieme haljbia a essere coperto di tetto, 
« tutto ammattonato, con stuoie per soppalco del tetto, arricciato et in- 
«c tonacato et condotto tutto in effecto, secondo l'ordine, disegno, modo 
« et modello quale di mano in mano li sarà dato et commesso dal mag." 
« et eccellente M. Giorgio Vasaro, pletore et architecto della prefata 
« Sua Eccellenza Illustrissima: con dichiaratione che decto M. Thom- 
« maso, in decto nome, sia tenuto in tale opera levarli ogni difficoltà 
« che ne fussi fotte al detto M.° Bernardo, maxime dalli particulari pa- 
« dreni degli edifitii, sopra et accanto alli quali si ha da fare et con- 
« durre tale opera et fabbrica » . 

E come fu stipulato, così fu fatto; non ristandosi il Duca mai dal 
sollecitare e non badando allo spendere. Nel Diario d'Agostino Lapini 
sono ricordate le cose per l'appunto: « 1564 a dì 19 marzo (s. f. cor- 
« r-ispondente al 1565 s. e), in lunedì a ore 18 in circa. Si cominciò 
« a gittare il primo fondamento del primo pilastro del Corridore, e di 
« mano a mano tutti gli altri che vanno a trovare il bello palazzo de' Pitti 
« e che attraversa il Ponte Vecchio. Qual pilastro fu di getto et jaia e 
« calcina, e fu quello che è rimpetto alla volta de' Girolami Lungarno, 
« Fu finito detto corridore di tutto punto per insino al Palazzo de' Pitti 
« per tutto novembre 1565 e di gennaio 1570 (s. e. 1571) si comincia- 
« rono a fare sotto detto corridore le botteghe che vi sono, dirimpetto 
« alla casa do' Girolami > . Dal marzo al novembre corrono, è vero, otto 
mesi; ma è da considerare che dicendolo finito di tutto punto, il La- 
pini vuol significare anche di tutti i lavori come si chiamano precisa- 
mente di finimento, cioè i lavori che in ogni fobbrica quando è murata 
li.ni da fare ì legnaioli, gì' imbiancatori, tintori ed altri artefici. Quanto 
alla parte muraria fu condotta la fabbrica nel tempo appuntino de' cinque 



232 PALAZZO VECCHIO 



mesi, come lo elice il Mellini nei Ricordi intorno ai costumi, azioni e 
governo del serenissiìno Gran Duca Cosimo I, e si ricava oltre che dalla 
vita scritta di sé medesimo dal Vasari, dalla lettera che questi scriveva, 
in data dei 22 settembre 1566, a Don Vincenzo Borghini, dove tra le 
altre cose intorno ai grandi lavori che si facevano per il mirabile Ap- 
parato, ei diceva: « per il corridore si passa e il Duca v'è stato, che gli 
« sodisfa » . 

Ma nel tempo stesso che si faceva, se molti erano quei che lo loda- 
vano come cosa bella e nuova, non mancava però chi ne dicesse male e 
ne sparlasse per il danno di che dicevano era cagione a molti artigiani e 
cittadini che in quel luogo avevano botteghe e case, le quali erano tenuti 
a cedere al Duca Cosimo per questa sua comodità o capriccio che dir si 
volesse; e vi è un diarista, riportato dal Del Badìa, che fa ascendere il 
numero di queste case a trecento. Ma per altri documenti risulta che le 
case demolite per fare questo Corridore non poterono essere maggior nu- 
mero di trenta, e che non erano nemmeno case di molta importanza. Ed è 
poi da aggiungere che il Duca Cosimo in questo, non si valse dell'auto- 
rità sua, che non aveva limiti fuori di sé, per imporre molestie e sacrifici 
a' cittadini, ma anzi fu riguardoso e rispettoso verso la proprietà altrui, di 
maniera che non sarebbe potuto essere di più verun altro cittadino. Di 
ciò fa testimonianza il Mellini medesimo, con queste parole: « Fu (Cosimo) 
« discreto e rispettoso, occorrendogli in valersi delle altrui cose, non vo- 
« lendo perciò in alcun modo servirsi della potestà di Principe, si come 
« egli nella fiibbrica del Corridore espressamente dimostrò : conciossiacosa 
« che essendo necessario per la dirittura di quello passare per la casa 
« dei Mannelli®, posta in su la coscia del Ponte Vecchio alla bocca 
«: della via de' Bardi, e facendo ricercare i padroni della detta casa, che, 
« se pareva loro, gli volessero cortesemente concedere quel passo; ed 
« eglino scusandosi, che quello era un guastare la loro abitazione, glielo 
« negorno, ed egli lo fece porre sopra i beccatelli di pietra, come si 
« vede, passando per di fuori al muro di quella casa, e per quel gomito, 
« senza però sdegnarsi con essi, dicendo, che ognuno ragionevolmente 
< doveva essere padrone del suo > . 

Essendo morta la Duchessa Eleonora, due anni innanzi che si desse 



CAPITOLO XIX 233 



principio a questa fabbrica del Corridore, cioè nel 1502, dicesi che il 
Duca visitando i lavori che vi si facevano, e precisamente dove quello 
si facea strada da una casa contigua, sopra l'ufifizio del Proconsolo, che 
era d' un tale Antonio Martelli, povero gentiluomo, si incontrasse più 
volte con le suo figliuole che erano una Maria e l'altra CammiUa; e di 
questa ultima, fanciulla, dice un diarista del tempo, elevata di vita, l)ianca 
bionda, d' età d' anni 20 in circa s' invaghì per maniera, che poi, anche 
per le sollecitazioni di Pio V, la prese in moglie; ma essa non ebbe mai 
nò titolo né trattamento di Granduchessa. E quando il Duca alla sua 
volta fu morto, il che avvenne nel 1574, il successore di lui Francesco 
la rinchiuse nel Monastero delle Murate, con le sue dame e sottodame, 
volendo che ivi fosse trattata come quella che era stata donna del Padre 
suo, e con molto incomodo della Badessa e delle altre monache del Con- 
vento, siccome ci racconta Suor Giustina Niccolini nella Cronica di detto 
Monastero, al capitolo xlvii, con queste parole: « Nel mese d'aprile 1574 
« venne a morte la felice memoria del Ser. G. D. Cosimo, del quale restò 
« l'Eccel.* Sig." CammiUa, figlia di Antonio Martelli presa già da lui come 
« legittima Sposa, per il che il G. D. Francesco suo figliuolo, e Successore 
« nello Stato, l'istessa sera che il padre morì, circa ore due di notte mandò 
« qui ad abitare nel nostro Monastero la sudd. Signora, accompagnata dal 
« Sig. Bartolommeo Concini Segretario di S. A. S. che in nome suo la 
« consegnò alla Madre Badessa insieme con Madonna Costanza Pitti sua 
« matrona, cinque dame, e numero quattro sotto dame, e servienti, co- 
« mandando che lei, e queste se ne stessin qui sotto la medesima clausura 
< (Ielle Monache, mostrando di confidare di tenerle in questo luogo più 
« sicure, che altrove.. E allora si ricevè da tutto il collegio con quella 
« maggiore agevolezza possibile, accarezzandola assaissimo per quanto 
« volsono le forze nostre, principalmente per compire il debito uffizio di 
« pietà che devono e' Cristiani, e' religiosi in si duri e travagliosi casi, 
« nei quali si trovava questa afflitti! e sconsolata Signora, e parimente per 
« obedire, e dar satisfazionc, conforme all'obbligo nostro, al Ser. Principe 
« Padrone, che tanto no comandava. Per il che se li accomodorno tre 
« appartamenti de' migliori, che ci fossino. E intervenendo, che tutte 
« s'ammalorno, e lei sopra ogni altra fu travagliata di stravagantissimi 



234 PALAZZO VECCHIO 



« accidenti, si governorno e custodirno con quella maggior diligenza e ca- 
« rità, che da queste Madri fussi già mai con altri usata, non perdonando 
« a incomodo, o fastidio di alcuna sorte, giorno, né notte; sendo che 
« molte nostre antiche e poverette stavan le notti intere con lei per 
« servirla e governarla, se bene tutto fu senza niente di gusto o sodi- 
« sfazione di quella, perchè siccome ci venne contro a ogni suo volere, 
« estratta solo dal comandamento di chi comandar le potè, così sempre 
« seguì di stare forzatamente senza mai acquistar di nulla, che se li 
« facesse o dicesse; onde che allora stette tutto il Convento in gran- 
« dissimi travagli, oltre le fatiche, che si durarono, che erano incredibili 
« per le già dette infermità, che tutte ebbero, e per l'incomodi, che si 
« aveva delle stanze per essere in que' tempi maggior numero d' oggi, 
« e però molto strette di abitazione. Ma quello che maggiormente ne 
« affliggeva, era il timore di non perder la grazia di S. A. S. che tanto 
« affettuosamente ci raccomandava questa Signora, la quale ogni giorno 
« si lamentava più d'avere a star qui, facendone continuo risentimento, 
« né per questo si mutava la mente di S. A. S. Sendo dunque così af- 
« flitte, e detta Signora e noi ancora, si rivolse la nostra Rev. Madre 
« Badessa, accesa di viva fede e speme nella Benedetta Vergine, come 
« era solita fare ne' suoi travagli, e fece raunare il Convento in Chiesa 
« dinanzi alla SS. Nunziata, e quivi con gran fiducia dire una corona, 
« supplicando la Gloriosa Vergine Madre di Dio, che ci aiutassi in sì 
« gran pericoli, e ne disponesse a eseguire il beneplacito del suo figliuolo, 
« la salute dell'anima di detta Signora, e la conservazione di queste sue 
« devotissime Serve senza che incorressimo nella disgrazia del Principe; 
« la quale opera, subito che fu fatta, corrispose con pronto effetto alla 
« viva fede delle umili Ancelle della Vergine, e così subito il dì dopo, 
« che fu il giorno di S. Lorenzo del medesimo anno, si rimutò la mente 
« di S. A. S., e mandò nuovo ordine, che detta Signora uscissi di qui, 
« e andassi a stare nel Monastero di S. Monaca, dove già era allevatasi. 
« Il che si eseguì l'istesso giorno partendosi lei con infinita sodisfazione 
« e contento, e noi restando nella solita buona grazia che prima appresso 
« il Ser. Principe per l' informazioni, che di noi li furon fatte da molte 
« persone d'importanza, come medici, e altre, che la venivon continuo 



CAPITOLO XIX 235 



< a visitare per parte sua; e tutti gli fecion fede della nostra pietosa e 
« fedel servitù, che se l'era fatta. Questa Signora adunque, per ricom- 
€ pensare in qualche cosa il Convento, lasciò in lemosina scudi 40, che 
« aveva prestati alla Badessa, e prima la mattina dello Spirito Santo, 
« quando era qua, desinò in refettorio con Convento, e fece aver la vi- 
« tella, pagando del suo detto desinare > . 

Di questo corridore si sono poi giovati sempre i Granduchi di To- 
scana così per le occorrenze della famiglia come per le comodità di go- 
verno. Francesco I per giovarsene meglio, ci narra il Del Badia nel citato 
suo articolo ^^\ coli' ingegno dell' architetto Bernardo Buontalenti, vi fa- 
ceva praticare, vicino al principio, una finestra o gelosia, rispondente nella 
sala ove adunavasi il Magistrato de' Consiglieri, detto il Magistrato su- 
premo, mascherata così bene dietro la corona di un' arme Medicea « da 
« potere, senza esser veduto, vedere ed udire quello che dal Magistrato 
« nelle bisogne pubbliche si trattava » . Al tempo del Cinelli vi erano, 
per comodità maggiore, alcune carrozzine da tirarsi a mano con facilità 
grandissima da un solo uomo, in ognuna delle quali potevano stare 
agiatamente due persone ^^°\ E il Lastri narra come sulla loggia del Ponte 
Vecchio fosse un bagno a fine di valersi più comodamente dell'acqua 
d'Arno; e una discesa nello stesso fiume, come ve n'era una per scen- 
dere in strada. Questo bagno esiste tuttavia, sebbene non più aperto 
giù alle acque. Ve ancora su quel tratto che corre lungo Santa Feli- 
cita un coretto che dà nella Chiesa, e di dove la famiglia de' Principi, 
poteva, non veduta, assistere alle sacre funzioni. 

Nella stessa maniera anche i Granduchi che vennero di poi usarono 
sempre di questo corridore ora per venire a piacer loro nella Galleria 
detta degli UflSzi, ora per comunicare con i loro Ministri, cioè col Governo 
che stette sempre in Palazzo Vecchio. Ad uso del pubblico non fu mai fino 
al 1866, nel qual'anno fu pensato, da chi allora teneva l'ufficio di Di- 
rettore delle Gallerie, di servirsene come di passaggio dalla Galleria de- 
gli Uffizi a quella de' Pitti, e a questo pensiero consentirono S. M. il 
Re d' Italia, a cui apparteneva il Palazzo Pitti e il suo Governo : e fu 
tutto accomodato anch' esso con stampe, con disegni, con arazzi a modo 
di Galleria; e piacque a tutti, nostrali e forestieri, quel pensiero il quale 



236 PALAZZO VECCHIO 



riuscì a far del tutto porre da parte l' altro, che pure era venuto, di 
gettarlo giù, o almeno, che sarebbe stato poi lo stesso, spezzarlo al 
Ponte Vecchio. 

Per finirla col corridore dirò che pochissimi anni dopo che era stato 
terminato, lo stesso Granduca Cosimo, nel 1571, fece costruire delle bot- 
teghe e casette, forse perchè quel passaggio coperto e stretto, col suc- 
cedersi di que' pilastretti, in specie di notte poteva essere luogo oppor- 
tuno e facile alle aggressioni de' cittadini, forse anche perchè chiudendo 
que' vani degli archi si credè opporre un riparo al trabordare dell'Arno; 
ma quando altrimenti a questo ultimo pericolo era stato riparato, il Sin- 
daco Principe Tommaso Corsini, che è tutto amore per la patria sua, 
e ricercatore studiosissimo d'ogni bellezza artistica, propose al Consiglio 
Comunale, il quale già era tornato in Palazzo Vecchio, di riaprire gli ar- 
chetti lungo la tutta Via degli Archibusieri, rendendo il corridore al di- 
segno del Vasari. Il Consiglio Comunale approvò la proposta il 30 ottobre 
del 1883, e il 15 luglio 1884 veniva dal Governo pubblicato il R. De- 
creto che dichiarava tale opera essere di pubblica utilità; così che ai 25 
(li maggio dell'anno dipoi cominciavansi i lavori che erano terminati al 
mese di novembre, in cui a' di 21 venne riaperto il passaggio al pub- 
blico. In questo lavoro così da poco, ci fu impiegato un mese più che 
non fosse occorso al Vasari per costruire tutto quanto il corridore; pro- 
prio è il caso di dire: altri tempi, altri costumi! 



(') In oggi vi deriva da altro più copioso acquedotto chiamato di Montereggi, poggio 
a settentrione della città di Fiesole, dal quale hanno origine le sorgenti che alimentano la 
maggior parte delle nostre fontane. (N. Ed.). Vedi Osservatore Fiorentino, voi. 6, pag. 56. 

(2) Op. cit., pag. 425. 

(3) Eneide, lib. li, v. 453. 

W Miscellanea Fiorentina di Erudizione e Storia, anno i, N." 4, pag. 4. 

<5) Op. cit., voi. VII, pag. 630. 

(6) Questo è r arco sulla via della Ninna. La porta meridionale di Palazzo Vecchio 
serviva alla Dogana, benché l' ingresso principale fosse da quella di settentrione, sulla quale 
vedesi tuttora 1' arme dell' ufficio. 

C) Traiano Bobba dei signori di Ro.signano era di Casale Monferrato. Ebbe dal Duca 
una Commenda dell' Oidine di Santo Stefano, donazioni di beni ecc. La sua abitazione, 
come di qui si rileva, era Lungarno presso agli Uflizi. 



CAPITOLO XIX 237 



W Celeberrima, oltre l'antica nobiltà, è la famiglia dei Mannelli per avere avuto un 
antico suo antenato, per nome Francesco d'Amaretto, salvato il maggior classico di prosa 
toscana, il quale sarebbe pento, o almeno si sarebbe perduta l'autenticità dell' originale, se 
questa non fosse ricomparsa nella fedel copia di detto benemerito letterato. Intendo dire il 
Decamerone del Boccaccio, che deesi considerare il libro il più bello ed intero, che sia ri- 
masto in genero di eloquenza italiana Si fatta copia fu compita, secondo la soscrizione 

che porta il Codice Laurenziano, appellato 1' Ottimo dai Deputati alla edizione del 1573, a 
di 13 agosto 1384. L' originale, che era nella Libreria dei Padri Agostiniani di S. Spirito 
o peri noli' inrondio di (piella Chiesa nel 1471, o piuttosto arse nel rogo, che il P. Sa- 
vonarola innalzò nella piazza de' Signori nel 1497. Il suddetto Mannelli era in grandissima 
relazione col Boccaccio, e chi sa quante volte egli calcò le soglie di quella casa. 

(9) Pag. 7. 

(10) L'Osservatore Fiorentino, tom. x, pag. 34. 




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CAPITOLO XX. 



Apparati al Palazzo Vecchio, per Ventrata della Serenissima Reina 
Giovanna d^ Austria, sposa di Francesco de' Medici. 




L Palazzo Vecchio adunque si andava, 
come ho detto, adornando prmcipe- 
scamente, da quando divenne abita- 
zione del Duca, e con grande sfarzo 
e ricchezza d'arte, come fu costume 
di quel primo Principato e della Casa 
Medici, i quali e perchè erano stati 
anche essi mercatanti, e perchè a 
loro piaceva mantenersi in grazia dei 
cittadini, si andavano sempre acco- 
modando al genio popolare che qui, 
come ben disse il Capponi, fu sempre il più forte. La grande campana 
del Popolo, la Martinella, di cui Cosimo contava le meraviglie, era stata 
fatta calare, come fu detto, il dì primo d'ottobre del 1532 dal Duca suo 
predecessore Alessandro « acciò che, disse il buon Bernardo Davanzati, 
« non potessino sentir più il dolce suono della libertà ^*^»; e l'altra che 
era rimasta, suonava per le Feste di San Giovanni e per le nozze dei 



240 PALAZZO VECCHIO 



Principi, e quando in luogo dei Signori che solevano scendere in rin- 
ghiera per fare parlamento o nella Loggia, il Duca veniva ai piedi del 
palazzo per ricevere gli omaggi che poi si portavano a San Giovanni; 
e dalle finestre del medesimo assisteva allo sfilare delle Potenze. Erano 
le Potenze qualcosa di somigliante alle Contrade di Siena, in cui con 
finte e burlesche dominazioni i cittadini si consolavano delle perdute 
franchigie; nella occasione di quelle feste facevasi la tanto ricordata 
mostra de' drappi, delle sete, e di lavori d'oro e d'argento che si se- 
guitò per molti e molti anni, fino a che Firenze, della repubblica e 
della libertà non ebbe perduto anche la memoria, e dell' antica ric- 
chezza mercantesca non le rimase più alcun resto. Quando capitò in 
Firenze il celebre Michele De Montegne, per le feste di San Giovanni, 
dopo di avere anch' egli assistito la vigilia al palio de' Cocchi, e aver 
veduti i piccoli fuochi che si mettevano in giro alla cima del Duomo, 
i razzi che si solevano lanciare e dal Duomo e dalla torre di Pa- 
lazzo, racconta come alla mattina della festa che cadeva in quell'anno 
(1680) in giorno di sabato, fu alla piazza del Palazzo, e « il Gran- 
« duca comparse su uno palco il lungo delle mura del Palazzo, sotto 
« un cielo ^^\ ornate di ricchissimi tapeti, lui avendo a lato il Nunzio 
« del Papa a man sinistra, e molto più di là l'imbasciatore di Ferrara. 
« Là li passava innanzi tutte le sue Terre e Castella, secondo che erano 
« chiamate d'un araldo ». E qui seguita a descrivere quella così detta 
Festa degli Omaggi o della Obbedienza degli Stati. Poi prosegue nar- 
rando come « il sabbato era il Palazzo del Granduca aperto, e pieno di 
« contadini, ai quali era aperta ogni cosa : e la gran sala piena di diversi 
« balli, chi di qua, chi di là. Questa sorte di gente credo che fusse 
« qualche immagine della libertà perduta, che si rinfreschi a questa festa 
« principale della città » . A queste parole del Montegne il professore Ales- 
sandro d'Ancona, ripubblicando il Giornale del viaggio di lui in Italia, 
nota che ai tempi della Repubblica solevansi dai cittadini in tali giorni 
fare gran balli per le vie della città, e nel giorno di San Giovanni anche 
in piazza, innanzi alla Signorìa che sedeva in ringhiera. 

La più antica descrizione di questi siffatti balli è da vedere nel 
Villani all'anno 1283 ^*\ Ai tempi del Principato l'uso del ballo rimase 



CAPITOLO XX 



241 



ai contadini che in gran folla traevano a Firenze: questi però non bal- 
lavano né in piazza né per le vie, ma erano lasciati salire con le loro 
donne nel gran salone di Palazzo, dove intrecciavano le loro danze al 
suono di strumenti musicali. Il baccano contadinesco durava tutto quel 
giorno e la notte ancora, e il Serenissimo padrone, perché la ])aldoria 
fosse piena, somministrava ai suoi fedeli sudditi rusticani, vino e dolci. 

Il Granduca pensava a divertire il suo popolo, perché un popolo alle- 
gro è sempre un popolo meglio governabile, quindi fra le altre cose a 
Cosimo si deve la istituzione del palio che prese il nome dai Cocchi, ed è 
stato corso fino ai nostri giorni la vigilia 
di San Giovanni. Il Settimanni racconta 
nel suo diario, che si custodisce nell'Ar- 
chivio di Stato: « A di 23 di giugno (1563) 
« la vigilia di San Giovanni, il Duca Co- 
« simo fece correre su la piazza di Santa 
« Maria Novella, la sera a ore 23 un Palio 
« di domasco rosso soppannato di taffettà 
« a listre di più colori, da i cocchi guidati 
« ciascuno dal suo cocchiere, girando tre 
«( volte per la lunghezza della detta piazza 
« a torno a due aguglie di legno, posta una 
« di verso la chiesa di Santa Maria Novella, 
« e l'altra di verso lo Spedale di San Paolo, 

« senza toccare la corda legata dall'una a l'altra di dette aguglie ^^\ E 
« tale Palio ordinò si seguitassi ogn' anno la vigilia di San Giovanni ; e 
« commesse la cura di fare il detto Palio a' Consoli dell'Arte de' Mer- 
< catanti » . E perché tali usanze si mantennero quasi inalterate per tutto 
il secolo XVIII, da una narrazione delle antiche feste di San Giovanni, 
pubblicata la prima volta dal Proposto Marco Lastri, e ripubblicata 
nel 1884 da Cesare Guasti, togliamo quel Capitoletto in cui é descritto 
l'Apparato in Piazza del Granduca. 

« Il suono giulivo delle campane del Duomo e di quelle della torre 
« di Palazzo Vecchio annunzia di buon ora la mattina del dì 21 ((giugno) 
« la grande festività. Sopra la sommità del campanile della Metropoli- 




/ 



242 PALAZZO VECCHIO 



« tana sventola una bandiera, in segno del feriato, il quale comincia il 
« dì 23, e per otto giorni cessano gli uffizi, e cessa qualunque atto contro 
« i debitori fino al dì 6 di luglio. Allo spuntare del giorno un uomo della 
« Real Guardaroba pone sopra la testa del Ijcone di pietra situato su 
<c la ringhiera del Palazzo Vecchio, una corona di metallo dorato, e gliela 
« toglie la sera del medesimo giorno dopo il tramontar del sole, 

« Sopra diversi palchi eretti nella piazza del Gran Duca monta un 
« numeroso concorso di popolo, che accorre a godere la festa degli 
« Omaggi. È calcata la piazza tutta da una folla di persone; le finestre, 
« le ringhiere ed i terrazzi sono ripieni di spettatori: il qual concorso, 
« formando un colpo d'occhio, accresce il brio e fa più maestosa la so- 
« lenne funzione. Ornano la piazza suddetta i carri qua e là situati, come 
« avrem luogo di accennare in seguito, in aspettazione della cerimonia; 
« ed i Dragoni a cavallo, e l'Infanteria sull'armi, e la Guardia palatina 
«e alla Loggia, e la Real Guardia a cavallo di faccia al trono squadro- 
« nata, contribuiscono al buon ordine, ed insieme rendono più nobile e 
« grandioso lo spettacolo. Il terrazzino di Palazzo Vecchio è riccamente 
« apparato per la Real Granduchessa e per la Real Famiglia. 

L'ampia Loggia dei Lanzi, maravigliosa per la sua architettura, è 
« nobilmente ornata di tappezzerie; ed in mezzo di essa è collocata una 
« maestosa residenza per il Sovrano, la quale fino all'anno 1637 si col- 
« locò sulla ringhiera di Palazzo Vecchio. Presso la residenza, a mano 
« sinistra, sono preparati vari posti, con le debite distinzioni, per il Se- 
« nato, per l'Alma Ruota, e per il Magistrato civico, i quali interven- 
« gono alla funzione dell' obbedienza degli Stati » . 

Anche noi fino a pochi anni or sono abbiamo veduto per la festa 
di San Giovanni e per quella del Corpus Domini, addobbate di magnifiche 
arazzerle le mura della Loggia che fu un tempo de' Signori, e la muraglia 
di Palazzo che è lungo la via della Ninna, e torno torno il cortile del 
medesimo; ma non altro; al povero Leone non si è messa più nemmeno 
la corona d'oro falso! 

Nella gran Sala non si adunavano più i Consigli del Popolo e i 
Parlamenti a parlare di Libertà e trattare di negozi di Stato; la parola 
Libertas rimaneva scritta sulle pietre della facciata del Palazzo, e si an- 



CAPITOLO XX 243 



dava tutti i giorni cancellando dall'animo e dalla mente del Popolo. 
In quella gran sala adunque, nella quale quando era meno bella, meno 
ricca, meno istoriata, suonava la voce del Savonarola, e rumoreggiava 
quella di tutto il popolo, allora s'erano incominciati a fare conviti, a 
recitare commedie, a dare rappresentazioni per onore e compiacimento 
dei Principi. 

« Cosimo, i più degli anni la sera del Carnevale, dice il Mellini ^\ 
« faceva recitare qualche bella commedia in Palagio nel salone grande, 
« che oggi si vede così riccamente adornato; dando solenne banchetto 
« a numero grande di gentildonne fiorentine, prendendo egli sommo e 
« particolar diletto dello spettacolo delle Commedie, e fuori di modo gu- 
« stando dell'artificio e piacevolezza di molti strioni, e recitanti, che allora 
« ci erano, ed erano di somma eccellenza in quello esercizio, e da lui 
« erano premiati, e più di essi chi la commedia aveva composta > . Fino 
da Venezia Pietro Aretino inviava al Duca le sue commedie per essere 
rappresentate alla Corte: per cui è da credere che in quella sala dove 
s'era proclamato Cristo re della repubblica, si facessero udire e applau- 
dire le oscenità dell'Aretino. A imitazione di Leone X amava con straor- 
dinaria passione le rappresentanze sceniche, quali ornava di quelle deco- 
razioni, che sapea immaginare il gusto e l' emulazione de' pittori e scultori 
della sua Corte. 

Ora tornando al 1565, quando entrava in Firenze la principessa 
Giovanna figliuola del fu imperatore Ferdinando, e sorella dell'imperatore 
allora sul trono d'Austria, Massimiliano, dirò con la maggiore brevità 
di ciò che si fece a Palazzo Vecchio per adornarlo sempre più, quasi 
direi ammainarlo e inghirlandarlo per il momento che dovea accogliere 
dentro le sue mura, la desiata sposa del Principe Francesco, il quale 
con lei lo avrebbe abitato fino a che non fosse succeduto al Duca Co- 
simo, sovrano. 

Fu tale in quell'occasione l'apparato, come dicevano, non che di 
Palazzo Vecchio, di tutta la città, che più grandioso e ricco non si po- 
teva immaginare, né da un popolo d'artefici fare altrettanto, nel breve 
spazio di tempo in cui esso venne, come ebbi occasione altrove di dire, 
da Don Vincenzo Borghini pensato ed immaginato, dal Vasari diretto, 



244 PALAZZO VECCHIO 



da' migliori artisti che erano d'ogni qualità e d'ogni virtìi in Firenze dise- 
gnato, dipinto, figurato, costruito. Era ripeto la città intiera che si metteva 
a festa, e dappertutto, nei palazzi, nelle case, lungo le vie, per le piazze, 
alle porte erano archi, adornamenti, trofei, figure, e mille altre cose; 
così che a scriverle chi le vide, come furono il Mellini già più volte 
citato e il Vasari stesso ^®\ occorse di fare un libro; al quale lasciando 
io tutto il resto, mi fermerò a dire quello che si riferisce al Palazzo 
Vecchio, perchè anche questa è storia, anzi è storia che vi ha lasciata, 
e lo abbiamo veduto, la sua pagina, pagina anzi più riguardata e più 
ammirata da tutti noi e dai forestieri, che non siano le molte scritte 
dal Mellini, dal Vasari e anche dallo stesso Borghini nelle sue lettere al 
Duca di Firenze, raccolte e pubblicate da messer Giovanni Bottari^^\ 

Ma quello che o dai pittori o dagli architetti fu fatto di stabile e 
di permanente nel palazzo già è detto qui innanzi, ora non mi rimane 
che dire quello che vi si fece di passeggero, di transitorio, quasi veste 
messa addosso pel dì della festa, poi tolta via il giorno dopo. 

Alla porta principale, sopra due piedistalli che la mettevano in 
mezzo, alti tre braccia, erano, in luogo di colonne, due termini di rilievo, 
un maschio a destra ed uno femmina a sinistra, i quali reggevano un 
capitello ionico, all'altezza di nove braccia. Sopra questi erano l'archi- 
trave, il fregio e la cornice, che formavano tutti insieme un' Opera ionica, 
in guisa d'arco trionfale, dedicato alla Quiete ed alla Sicurezza. La quale 
sopra la porta si vedeva figurata sotto la forma d' una grandissima e 
bellissima e molto gioiosa femmina, incoronata d'alloro e d'olivo, la 
quale mostrava, a dire del Vasari, < tutta adagiata sedersi sopra una 
« fermissima base ad una gran colonna appoggiata, per lei dimostrando 
€ il fine desiderato di tutte le umane cose debitamente a Fiorenza, e 
« per conseguenza alla felicissima sposa, acquistato dalle scienze e virtù 
« ed arti, ma massimamente da' prudentissimi e fortunatissimi suoi si- 
« gnori, che di accorla ed adagiarla ivi preparato avevano, come in luogo 
« sicurissimo, di godere perpetuamente con gloria e splendore gli umani 
« e divini beni nelle trapassati cose dimostratigli. Il che molto altamente 
« si dichiarava e dall' epitaiRo, che con bellissima grazia sopra la porta 
« veniva, dicendo : 



CAPITOLO XX 245 



INCHEDERE OPTIMIS AUSPICIIS FOnXUNATAS ^DES TU.VS, AUGUSTA VIRGO, ET 
PR/KSTANTISSIMI SPONSI AMOHE, CLARISS. DUCIS SAPIENTIA, CUM B0NI8 OM- 
NIBUS DELICIISQUE SOMMA ANIMI SECURITATE DIU FQCLIX ET L-fTA PERFRUERE, 
ET DIVIN/E TU;E VIRTUTIS SUAVITATIS F^CUNDITATIS FRUCTIBUS, PUBLICAM 
HILARITATEM CONFIUMA ; 

« e da una principalissima impresa, che nella piti alta parte sopra la 
« descritta statua della Sicurezza in un grande ovato dipinta si vedeva: 
« e questa era la militare Aquila delle romane legioni, che in sur una 
€ aste lacerata sembrava dalla mano dell'alfiere essere stata in terra 
« fitta e stabilita, con il motto di tanto felice augurio da Livio, onde 
«l'impresa è al tutto cavata, dicente: hic manebimus optume. 

y era poi più in alto sopra la cornice un frontespizio magnifico in 
cui faceva di sé bella vista la grand' arme del Duca, ricinta dal solito 
Tosone con il ducale mazzocchio retto da due bellissimi putti. Da basso 
e da ciascuno de' lati si protendeva un bellissimo basamento, sul quale 
era lasciato tanto di spazio, dove potessero figurare due quadri dipinti, 
de' quali in quello posto dalla parte del David, si scorgevano in veste 
di tre femmine, che tutte liete si facessero incontro alla Principessa, la 
Natura, figurata, com' è costume, con le sue torri in capo e le molte 
mammelle, significatrici della moltitudine felice de' suoi abitatori ; la Con- 
cordia, che teneva in mano il caduceo; e finalmente Minerva, inventrice 
e maestra delle arti liberali e d'ogni civile costume; in quello posto 
dalla parte dell'Ercole, erano altre tre femminili figure in vista del- 
l' Amai tea, reggente il corno di dovizia, fiorito e pieno, e con lo staio 
colmo ed ornato di spighe a' piedi, volendo significare l'abbondanza e 
fertilità della terra; della Pace, che si mostrava incoronata di fecondo 
e fiorito olivo, di che un ramo portava in mano; e quindi della Maestà 
Riputazione, che appunto si salutava allora nella veniente Principessa. 

A dirittura delle dette quattro mezze colonne, sopra il cornicione e 
fregio di ciascuna si vedeva, con non men bella maniera fermo un zoc- 
colo, con un proporzionato piedistallo sopra cui posavano alcune statue; 
e perchè i due del mezzo abbracciavano ancora la larghezza de' due de- 
scritti termini, sopra ciascuno di questi furono poste due statue insieme 
abbracciate; la Virtù cioè da una parte, che la Fortuna di tenere amo- 



246 PALAZZO VECCHIO 



revolmente stretta sembrava, con il motto nella base: Virtutem For- 
tuna sequetur; quasi che mostrar volesse, checché ne dichino molti, che 
ove sia virtù, non mai mancar fortuna si vede; e nell'altra la Fatica, 
o Diligenza, che con la Vittoria mostrava di volere in simil guisa an- 
ch'olla abbracciarsi; con il motto a' piedi: Amat Victoria curam. Ma sopra 
le mezze colonne che negli estremi erano, e sopra le quali i piedistalli 
più stretti venivano, d'una sola statua per ciascuno adornandogli, in uno 
si vedeva l'Eternità, quale dagli antichi è figurata, con le teste di Jano 
in mano, e con il motto: Nec fines, nec tempora; e nell'altro la Fama, 
nel modo solito figurata anch'olla, con il motto: Terminai astris: essendo 
fra r una e l' altra di queste con ornato e bellissimo componimento, e 
con a punto in mezzo la già detta arme del Duca mettevano, posto dalla 
destra quella dell'eccellentissimo Principe e Principessa, e dall'altra quella 
che fin dagli antichi tempi la città ha avuto in costume di usare. 

Chi furono gli artefici di tali quadri e di tali statue ce lo dice il Mei- 
lini : delle statue della porta del Palagio furono : Meschino, della Quiete 
e dei due termini Furore e Discordia; Valerio Cioli, della Virtù e For- 
tuna; Stoldo di Gino, della Gloria e Fatica; Lorenzo da Carrara, figliuolo 
d'Antonio Pinacci e discepolo del Meschino, della Fama e della Eter- 
nità. Il quadro dov' erano figurate la Natura, la Concordia e Minerva, 
fu opera di Jacopo del Zucca, giovane nella pittura di molto valore, e 
allievo di Giorgio Vasari; l'altro, nel quale si vedevano rappresentate 
la Pace, la Dovizia e la Maestà, venne condotto da maestro Batista 
Naldini; l'ornamento poi di tutta la Porta, fatto in legname, fu lavoro 
condotto da Nigi o Dionigi Nigetti, ministro di messer Giorgio, e del- 
l' architettura intendente, e da Giovanni Monti suo suocero. 

Ora passando la serenissima Principessa per il bel cortile, che era 
stato allora finito in quel modo che sopra è detto, e che in parte si 
vede tuttavia, per le nuove scale del Vasari, saliva alla gran sala, la 
quale in quella occorrenza oltre che dipinta e per molto rifatta dal Va- 
sari, era stata ancora addobbata per il Convito che vi doveva aver luogo 
e per la Commedia che vi si doveva poi rappresentare. 

La Commedia e il Convito reale nella gran sala del Palazzo furono 
differiti dal Duca alle feste di Natale, il giorno di Santo Stefano; e 



CAPITOLO XX 247 



piacerà al lettore leggere in specie la descrizione della sala preparata 
così per la Commedia come per il Convito, nella bella e venusta prosa 
del Mellini, levandola io dal libro di lui che ha questo titolo: Descri- 
zione dell'apparato della Commedia et intermedii d'essa; recitata in Fi- 
renze il giorno di S. Stefano l'anno 1565, nella gran sala del Palazzo 
di sua Ecc. Illust. nelle reali nozze dell' Illustriss. et Eccell. S. il S. don 
Francesco Medici Principe di Fiorenza, et di Siena, et della Regina 
Giovanna d'Austria sua consorte. - Quarta impressione. In Fiorenza, 
appresso i Giunti, mdxlvi ^^\ 

« Erano deputati alcuni gentilhuomini della Città alla porta principale del Palazzo, i 
« quali ricevessino et accompagnassero per insino alle stanze a ciò preparate quelle gentil 
« donno fiorentine, che dall' Eccellenza del Principe erano state fatte invitare a tal convito, 
« le quali sondo vicino alla sera ragunate in numero di 360, piacque a Loro Altezze si 
« dovesse chiudere la porta, né più attendere le altre, se alcuna fussi ancor tardata a ve- 
« nire, e così dar ordine si recitasse primieramente la Comedia, e di poi si celehrassi 
« il Convito, sì come era prima deliberato. 

e Per tanto fatte venire nella gran sala primieramente tutte le gentildonne, le pe- 
ce sero comodissimamente a sedere tutte ordinatamente in questo modo. 

« Erano appoggiati alle duo cortine della muraglia, per la lunghezza di detta Sala, 
« due ordini di gradi da ogni banda uno a uso di Teatro antico, fabbricati di legname a 
« posta, che si commettano e scommettano insieme, et in otto bore si levano et pongano. 
« Et era alto da terra il primo piano, dove cominciano i gradi, braccia quattro, et il pa- 
ce rapetto dinanzi è tutto coperto di tavole piane, con le sue scale per poter salire a quegli, 
ce et ogni parte di detto Teatro haveva dal primo piano, dove si cominciava a sedere, sei 
ce ordini di gradi, per sedervi sopra, coperti tutti d' arazzerle. In su questi gradi s' accomo- 
« darono le dette gentildonne, le quali sendo riccamente adorne di drappi d' oro, et accon- 
cc dature di perle et gioie, et di varij drappi di color vestite, et di altre dorerie ornate, 
« con la bellezza loro, accompagnavano con maravigliosa vaghezza la magnificentia gran- 
cc dissima, et stupenda arte de' ricchi et superbi ornamenti di quella veramente real sala. 
ce Nella testa di verso mezzo giorno, era una facciata larga 38 braccia, nella quale alla al- 
ce tozza delle medesime quattro braccia, dove cominciavano a seder le gentildonne, era posto 
ce il piano della Scena, et da basso nel basamento contraffatto di pittura ima scala che parca 
ce di rilievo, nel mezzo il primo salire de' gradi, et tonda, il secondo in semicircolo al con- 
ce trario, invenzione bizzarra et capricciosa, et dalle bande salivano gli scaglioni in un altra 
«: forma di scala, quadri in profilo, et il loro primo salir era in tre faccio, haveva da ogni 
ce banda un piedistallo, che risaltava innanzi, che faceva fine da ogni banda a questo or- 
« namento, nel mezzo del quale era in ciascuno una porta, che passava sotto il palco della 
ce Scena, una andava alle stanze nuove, dove alloggiava il Principe di Baviera; l'altra an- 
« dava sopra il piano delle scale vecchie di quel palazzo. Sopra questi piedistalli era per 



248 PALAZZO VECCHIO 



« ciascuno posto una colonna tonda, con sua basa et capitel Corinto, intagliato il fuso di 
c( quella, alta braccia tredici, piena di fogliami, come fa lo aurico tal volta, che tali colonne 
« reggevano un' architrave, fregio et cornicione, lungo braccia 40 et alto tre et mezzo, 
« tutto intagliato, il quale risaltava sopra le colonne, et per frontone, haveva nel mezzo 
« uno scudo grandissimo, sostenuto da varij putti, dentrovi l'arme dell'Illustrissimo Prin- 
« cipe, et di Sua Altezza, con due figure di chiaro scuro dalle bande. Et il vano dov' era 
« la prospettiva della Commedia, stette ripieno molti di, perchè ella non si vedessi, d'una 
« tela di braccia ventitre lunga, et quindici alta, nella quale era dipinto una caccia con 
« gran numero di figure, et a cavallo, et a piedi, con cani et uccelli, che cacciavano in un 
« grandissimo et bellissimo paese. A pie di questa scena nel mezzo della sala stava un 
« rialto di legname con tre gradi attorno per quivi salire, coperto di finissimi tappeti, in 
« sullo spazio del quale erano poste ricchissime sedie con vari ricarni d'oro, apprestate 
« per loro Altezze, et per alcuni signori Alemanni, che in compagnia di Sua Altezza erano 
« venuti a Fiorenza per honorare le sue nozze. Cosi ancora per gli ambasciadori, che di 
« varij luoghi erano venuti a rallegrarsi con loro Altezze, di tali nozze. A basso poi per 
« tutto il vano della sala in su varie panche sedevano varij signori et gentilhuomini, tal 
« che con ordine eli' era tutta piena, et così le gentildonne, da quella altezza vedevano, et 
« la scena, et tutti i Signori et gentilhuomini; et parimente i Signori et gentilhuomini 
« vedevano la scena, et le gentildonne tutte che né più bella, sontuosa, nò piìi superba 
« vista potevasi desiderare. Pendevano dal superbo palco di quella, per la. bocca di certe 
« maschere, dodici gran lumiere, accomodate a guisa di corone, che 3 n' erano a guisa di 
« regni Papali, tre in foggia di regni Imperiali, et una reale, et cinque ducali; le tre pa- 
« pali erano poste dalla parte di verso Tramontana, che una era per Lione decimo, et 
« r altra per Clemente settimo, et per Pio quarto 1' altra, tutti Pontefici dell' Illustrissima 
« casa de' Medici : le tre imperiali erano poste a canto alla Scena, che di Carlo quinto n' era 
« la prima, et di Ferdinando suo fratello la seconda, et la terza era di Mas.simiano figliuolo 
« di detto, et nipote di Carlo quinto, et fratello di Sua Altezza, tutti Imperatori invitti di 
« casa d'Austria. La reale corona era per Caterina de' Medici, serenissima Regina di Francia, 
« et allato gli era una corona reale, e nuziale, per i felicissimi Sposi delle cui Altezze si 
« celebravono le Nozze, queste erano in mezzo della sala in coppia, et le mettevano in 
« mezzo 4 corone ducali, dua di sotto et dua di sopra, che le disopra erano per Lorenzo 
« Duca d' Urbino, l' altra per Giuliano Duca di Nemors, et l' altre dua di Alessandro Duca 
« di Civita di Penna et primo Duca di Fiorenza, et 1' altra di Cosimo Duca di Fiorenza e 
« Siena, tutti Duchi della illustre famiglia de' Medici, questi havevano tutti il nome di 
« ciascuno scritto; et erano nel fondo, et havevano da pie nel mazzocchio, una fregiatura 
« nella quale di diverse grandezze di vetro, et cristalli, apparivano così dentro, come di 
« fuori alcune gioie di vari colori, le quali per la riverberatione di certi lumi, che dietro 
« ardevano, sendo quelle piene d' acque stillanti facevano un lume mirabile, et parevano 
« gioie lucentissime. Erano queste corone tutte con diversi intagli dentro, et fuori ricca- 
« mente fabricate, piene ne' lor fiori et rosoni di perle grosse fatte di cristalli, et ingril- 
« landate attorno attorno ciascuna di lumi, che rendevano per quella sala ribattendo nel- 
« r oro brunito de gli oi-namcnti del palco et facciate, che pareva ogni cosa uno spledore. 



CAPITOLO XX 



249 



Era fra le storie delle facciate, che erano cinque per banda, dove era figurato tutte le 
piazze della città dui dominio di loro Eccellenze, fra 1' un quadro et 1' altro, dieci Ter- 
mini di rilievo tondi finti per femine, le quali posavano le braccia sopra alcune palle 
alto un braccio di cristallo, fatte con grande artificio, piene di acqua di varie tinte di 
colori, che rendevano per la trasparenza d' un gran lume, che gli era dietro a quel 
corpo diafano, che faceva un grandissimo splendore; queste erano tutte messe d'argento 
figuralo per Y Hore della Notte, che con altro palle simili, che eron poste sopra le cor- 
nici dell' ornamento di pietra della facciata della Udienza fecero il numero dell' hore che 
si consumò nella Commedia, nel Pasto, et ne' balli che durarono fino a giorno. Era per 
far lume ancora alla prospettiva, et per dare maggiore luce alle strade et casamenti di 
quella, otto Angeli, che volavano per aria ignudi, i quali reggevano una torcia in mano 
per uno, con alle sopra le spalle, a uso di amori. Et la Scena rappresentava Fiorenza 
in quella parte qual noi diciamo Santa Trinità, nella quale era il ponte figurato intero, 
com' era propriamente innanzi che il diluvio del fiume Amo, l' anno ISST, lo rovinasse, 
colla strada di via Maggio, fino a San Felice in piazza, che si vedeva per la dirittura 
di dotto ponte. Et parimente i palazzi e le ca.se, che sono attorno a quel luogo con la 
agiunta d' uno arco trionfalo noi mezzo di quella col fiume d'Arno, et il fiume del Da- 
nubio a piedi, per la congiuntione di loro Altezze, per le quali si facevano queste nozze 
felici. Et i casamenti della prospettiva, che erano innanzi, con variati modi per dar più 
bellezza, et con grandissima diligenza lavorati, che faceva con i lumi scoperta insieme, 
con tutto r ornamento una vista molto magnifica et gratiosa. Haveva usato Giorgio Va- 
sari, autore di tutti questi ornamenti, un cielo a uso di mezza botte con cortine di le- 
gname, tutto coperto di tele, et dipinto con aria piena di nuvole, che girava in tondo, 
secondo che faceva tutta la Scena, che per essere stata invention nuova faceva sfuggir 
molto la prospettiva, et dava gran ricrcscimcnto agli edifici di quella Scena, la quale, et 
per le musiche, et per gli strioni fu accomodata dentro di palchi, di stanze, scale, con 
tante comodità, che non si sentì, né appari mai mentre che si fece uno strepito, né un 
minimo disordine ». 



Qui lascerò della Commedia che troppo mi porterebbe per le lunghe : 
non voglio però tralasciare di dire che artefice di tutto l'ornamento della 
Scena, de' gradi all' intorno della sala grande, come ancora del palco di 
quelln, fu Battista Botticelli, uomo nell' arte sua eccellente e di buon 
giudizio. 



250 PALAZZO VECCHIO — CAPITOLO XX 



(1) Oper. Ediz. Bindi, voi. i, pag. 49. 

(2) Baldacchino. 

(3) Furono fatte di marmo mistio di Seravezza nel 4608. 
W Cron., VII, 89. 

W Ricordi intorno ai costumi, azioni e governo del serenissimo Granduca Cosimo I, 
scritti da Domenico Me.llini, di commissione della Serenissima Maria Cristina di Lorena. 
Firenze, nella stamperia Maglieri, 4820, pag. 36. 

(6) Mellini. Descrizione dell'apparato, pag. 548. 

C) Raccolta di Lettere sulla Pittura, Scultora ed Architettura, scritte da' più celebri 
personaggi dei secoli xv, xvi e xvii pubblicata da M. Gio. Bottari e continuata fino a' no- 
stri giorni da Stefano Ticozzi. Milano, per Giovanni Silvestri, 4822, voi. i. 

W Op. cit. Pag. 4. 








CAPITOLO XXI. 



Altro apparato alla Porta del Palazzo per le nozze di Ferdinando I. 

Lavori fatti fare da lui. 




I 25 di ottobre del 1587, nella gran 
sala di Palazzo Vecchio, adunati il 
Senato de' Quarantotto ed il Consi- 
glio dei Dugento, si prestava giura- 
mento di fedeltà al nuovo Granduca, 
cardinale Ferdinando de' Medici, suc- 
ceduto al fratello Francesco. Il quale 
ai 19 di quello stesso mese era pas- 
sato di questa vita, essendo in vil- 
leggiatura a Poggio a Caiano. La 
morte di esso Granduca, e quella 
avvenuta il giorno dopo della Bianca Cappello, sua seconda moglie, che 
era insieme con lui a villeggiare in quel luogo di cacce e di delizie, 
dettero molto a discorrere ed a sospettare allora e poi. Il nuovo Gran- 
duca non volle che la Cappello, la quale pure era cognata sua, avesse 
sepoltura nel Sepolcreto Mediceo, e la fé' seppellire nei sotterranei di 
S. Lorenzo, e in modo tale, dice la storia, che al pubblico non ne re- 



252 PALAZZO VECCHIO 



stasse memoria; e tutto ciò che la ricordasse fece togliere dalla vista 
del pubblico, fino all' arme di lei, inquartata con quella dei Medici, fa- 
cendovi sostituire l'arme di Giovanna d'Austria, prima moglie di Fran- 
cesco; negli atti pubblici dove s'avea a ricordare, proibì le si desse ti- 
tolo di granduchessa. Ciò fece che in luogo di scemare, si accrescessero 
i sospetti contro di lui, che essendo in que' giorni a villeggiare anch'esso 
al Poggio a Calano col fratello e con la cognata, si volle credere autore 
di quelle morti, avvenute così inaspettatamente e ad un tempo; poi si 
disse che la Bianca invece volendo propinare al Cardinale il veleno, 
avesse da per sé stessa composta una torta avvelenata, e che come opera 
delle sue mani la porgesse al Cardinale, perchè fosse primo a gustarne. 
Ma avendo egli, guardate voi che cosa potè far dire la credula igno- 
ranza! in un anello una gemma, di tal natura che all'appressarsi del cibo 
velenoso cangiava colore, si potè accorgersi del tradimento, e con varii 
officiosi pretesti se ne schermì; Francesco che nulla sapea del veleno ne 
prese il primo per indurre il fratello a prenderne la parte sua. La Bianca 
vedendo avvelenato il marito, né arrischiandosi di avvertirlo innanzi al 
Cardinale, ne prese essa pure, e così l'uno e l'altra morirono di quella 
morte, che essa aveva apparecchiata pel cognato. Ma tutto questo io credo 
che sia da ritenersi per « sogno d'infermi e fola di romanzi >; e se vi 
fu gente che vi prestasse fede allora e in seguito, accadde forse perchè 
di avvelenamenti, di uccisioni, e di simili tragedie, non mancano esempi 
nella casa Medici. 

Salito al trono della Toscana, il Cardinal Ferdinando si mostrò 
subito d' animo moderato e liberale, e in tutto lontano dalla vendetta. 
L'anno dipoi, cioè nel 1588, depose il cappello cardinalizio, quindi si fé 
sposo della Principessa Cristina figliuola del Duca di Lorena. L'atto degli 
sponsali fu stipulato ai 25 di febbraio del 1589, facendo alla cerimonia 
della dazione dell' anello da procuratore del Granduca, Carlo figliuolo 
naturale del Re Carlo IX; e il Cardinale Gondi Vescovo di Parigi fu 
il ministro che celebrò il rito. Ai 27 partì da Blois la Granduchessa, e 
per la via di Marsiglia, con grande seguito di dame, di cortigiani, di 
ministri venne in Italia. A Marsiglia era incontrata da Don Pietro de' Me- 
dici con le galere e la corte, destinatale dal Granduca suo sposo. Aveva 



CAPITOLO XXI 



253 



Don Pietro, dice il Galluzzi^", un seguito nobilissimo di Cavalieri dei 
principali d'Italia; conduceva le quattro galere del Granduca bene equi- 
paggiate, e fra esse la Capitana cosi ornata e arricchita d' oro e di gemme 
che faceva la maraviglia di tutti. Con esse erano le galere del Papa, 
quelle di Malta e quelle di Genova, che in tutte facevano il numero di 
sedici. Trattenutasi due giorni a Marsiglia, agli undici d' aprile partì alla 
volta di Genova, dove l'attendevano nuove e non mai più vedute feste: 
la Repubblica volle far mostra della sua grandezza, dando alla Grandu- 
chessa uno spettacolo che la sorprendesse*'^^: quel porto nobilmente ornato 
era tutto ripieno di legni disposti in 
forma teatrale, ove Dame e Gen- 
tiluomini vestiti magnificamente e 
con eleganza attendevano lo sbarco. 
Questo si effettuò per mezzo di un 
ponte riccamente apparato, e archi- 
tettato in forma, che si mosse per 
incontrare la sposa. Quattro giorni 
si trattenne in quella città, dalla 
quale salpò ai ventitre nelle ore della 
mattina, e giunse verso sera a Li- 
vorno; e, perchè in questa città non 
era modo di accogliere e ospitare 
con comodo e dignità tanta gente, 

proseguì a Pisa, dove fu accolta con gran pompa, e ricevuta solenne- 
mente come Granduchessa. Il suo arrivo venne festeggiato con illumi- 
nazioni, battaglia del ponte, naumachia in Arno, banchetti, e feste di 
ballo. Quivi a nome del reale sposo, araldo d'Imeneo, venne apposita- 
mente ad incontrarla e salutarla, Pietro Usimbardi, recentemente fatto 
Vescovo d'Arezzo. A Pisa si trattenne la Principessa tre giorni, dopo 
i quali si trasferì alla villa del Poggio a Caiano, dove il Granduca l'at- 
tendeva per fare con essa solenne ingresso in Firenze. Questo ebbe luogo 
ai trenta dello stesso mese d'aprile, con ceremonie presso a poco uguali 
a quelle che s'erano praticate per la venuta della Granduchessa Gio- 
vanna d'Austria, ma con piti fastoso corteggio, e, per quanto fu possi- 




254 PALAZZO VECCHIO 



bile, con maggiore magnificenza di apparato. Di queste feste e dell' ap- 
parato che per esse si fece nella città abbiamo a stampa una descrizione 
fattane da Raffaello Gualterotti, gentiluomo fiorentino, dedicata al se- 
renissimo Granduca, e messa in luce nello stesso anno in Firenze, ap- 
presso Antonio Padovani ^^^: scrittura che è citata, come testo di lingua 
dagli Accademici della Crusca, nel loro Vocabolario. Non potendo e non 
dovendo io divagare per la città, dove dappertutto si vedevano ornati 
e trofei e insegne di giubbilo e di festa, mentre il Popolo non si saziava, 
dice lo storico, di acclamare la nuova Principessa, che gli risvegliava 
la memoria di Giovanna d'Austria, ed in cui amava contemplare il 
contrapposto della odiata Bianca Cappello; e dovendo invece fermare 
il discorso attorno al Palazzo Vecchio, mi piace, e piacerà al lettore 
prendere dal Gualterotti la descrizione dell'apparato che vi si fece in- 
nanzi alla porta principale, e che chiude il suo libro. 

« Il sesto ornamento (fu) d'intera Architettura alla porta del Palazzo 
« del Granduca, ove sono le due mirabili, e famose statue dell'Ercole e del 
«e Davitte, del Bandinello e del Buonarruoto. Ora l'accennato adornamento 
« è di Architettura Toscana composita, o Michelangiolesca. Apparisce la 
« porta in mezzo a tre quadri, due dalle bande et uno di sopra. Il tutto 
« comincia dall' imbasamento, che si distende braccia venti, e vien diviso 
« in terzo dalla porta, e da' quadri, e per termini delle divisioni, prima 
« sono i piedistalli, poi le colonne, e d'intorno alla porta sono colonne e 
« pilastri, tutte reggenti architrave, fregio, e cornice; il fregio e l'archi- 
« trave sopra la porta, sono coperti da una cartella dentro scrittovi : 

«e INGREDERE ET SCEPTRUM TUSC^ CAPE NOBILE GENTIS. 

€ Tra la cartella e l'arco della porta, è l'arme di casa Medici, e di 
« Lorena, e due figure la sostengono, la Fortezza e la Temperanza. 

« La Cornice, che fa tutto l'ornamento, ha nel mezzo un rilevato, 
« con termini invece di pilastri, rispondenti alle colonne della porta, e 
« questi reggono il frontespizio e legano il quadro superiore ; sopra i 
« quadri, che mettono in mezzo la porta è un frontone, dentrovi un'arme; 
« nelle teste, sopra l'ultime colonne, son due statue, l'Eternità e la Fe- 
« licita ; e sopra la porta nell' uno de' tre spazi, è dipinto la Provincia 
« della Toscana. Posa la dipintura con il suo ornamento sopra la uni- 



CAPITOLO XXI 255 



« versale cornice, e ha d'intorno le sue cornici particolari, e due pilastri, 
« quasi figure e termini, che con le loro linee secondano quelle delle co- 
« lonne della porta, e reggono la cornice del frontespizio, lo stesso fron- 
« tespizio, e tutte le colonne, le base e le cornice: e tutte l'altre parti 
« di questa architettura sono gentilmente dipinte, e con molta ricchezza 
« messe ad oro, sì che porgono di sé molta contentezza. Il disegno del- 
« l'architettura è di Giovannantonio Dosi, 

« La bella provincia di Toscana con questo ordine e con questo ve- 
« lamento siede in trono regale, di ricchi panni vestita, di sopra ha il 
« manto del Granducato, che è tutto di velluto rosso foderato di armellini, 
« l'abito di sotto ha bianco, e sottilissimo, e quasi sagro ; sono le braccia 
« armate, et ha i calzoni all'antica e stassi come Reina, e di sé Donna. 
« Dalla sinistra é un'Ara all'antica, adornata di vasi e stromenti sacer- 
« dotali, secondo il falso antico uso de' gentili, tutti rotti e cadenti, et a 
« canto li è un Re, che tiene in mano una Corona, e la spezza, e questo 
« per significare l'Etruria sempre essere stata Madre di Religione, e di 
«e studi, sino ne' primi tempi. Il Re che spezza la corona, é Porsenna, già 
<c Re de' Toscani, per dimostrare il caduto regno, e l' ara disordinata la 
« mancata rea osservanza della falsa Religione; dalla destra è uno altare, 
« coperto di patene, turriboli, pastorali, mitre et imperi, saldi et interi, 
«• e per durare in eterno, significando, che il privilegio della vera sapienza 
« della Religione, et il vero Zelo divino é nella nobile provincia, più che 
« mai vivo e rilucente, e '1 mancamento dell'antico esser solo per perfe- 
« zione e non difetto. Allato a questo altare é il Granduca Cosimo in abito 
« militare, che di rogai corona la sua Toscana incorona, dove Porsenna 
« l'ha discoronata. Questa è una parte della istoria, il restante è che la 
« provincia così incoronata porge di sé lo scettro alla città di Firenze, imi- 
« tata per una femmina svelta, di bella, leggiadra e grave statura, ricca- 
« mente vestita, col manto simile a quello dei Granduchi, ma tutto d'oro, 
« e sparso di palle rosse, per la Signorìa, e dominio, che n'ha la regal 
« casa dei Medici; la sottana é a quarti bianchi o rossi, ne' rossi sono i 
« gigli l)ianchi, ne' quarti bianchi sono i gigli rossi, arme della città dino- 
« tante l'antica divisione; le braccia sono armate, perché ella lo stato suo 
« tutto con l'armi acquistato si ha. Sono i capelli sciolti per segno di 



256 



PALAZZO VECCHIO 



« verginità, perchè mai a straniera signorìa fu ella sottoposta. Al dirim- 
« petto li è Siena, che la rimira, e per le medesime cagioni di Firenze 
« ha il manto pieno di rosse palle, poi l'abito di sotto è a balzane bian- 
« che e nere. Intorno a queste misteriose figure sono i quattro confini, 
« che terminano la Toscana. Qua è l'Appennino dipinto come un gi- 
« gante di pietra, la cui testa e le braccia quasi in rami si veggono 
« distendere, sì che tutto di musco par coperto e di selve ; e l' altro, che 
« è il fiume della Magra, dipinto in luogo arido et alpestre, che sempre 
« ella fra i monti il corso suo va rivolgendo. Più lontano è il Tevere 
« con la Lupa, che seco ha Romolo e Remo. L' ultimo de' quattro con- 
« fini, è il Mar Tirreno contrassegnato per un ravvolto alato serpente. 
« Firenze ha ai piedi il fiume d'Arno, coronato di faggio, cinto di pam- 
« pani d' uve e di spighe, le spalle garozze e vellose, i piedi nel mare, 
« ch'egli tra le selve nasce, come tra i monti scende ne i fertili piani, 
« e parte per i paduli trapassa, e per suo diritto corso nel mare finisce. 
« A' pie della Siena dipinta, come la vera, è l'Arbia, et ella la sua Lupa 
« trastulla, et è il tutto molto bene accomodato, e dipinto da Jacopo 
« Ligozzi, e sotto li è scritto : 



DIADEMA PORSENE REGIS NEGLIGENTIA AMISSUM, COSMI MEDICIS 
VIRTUTE, AC VIGILANTIA RECUPERATUM. 

« Nella banda destra della porta, e nella sinistra de' riguardanti, è il 
principio et il fondamento di tutto il suo apparato, et il fine di tutti 
gli archi, e molto bene corrispondente al principio, sì che quello, che 
cominciava alla porta, ivi havea il suo intero finimento, perchè là era 
la fondazione, e la restaurazione della Città di Firenze, et il suo essere 
venuta ad honore e grandezza, per tali e tante vittorie, e là era l' esser 
venuta alla sommità della sua altezza, et allo stato regale. E tutto è 
distinto in due storie, la prima è l'incoronazione del Granduca Cosimo 
fatta da Papa Pio quinto in concistoro presente tutto il Clero dei Car- 
dinali e degli Ambasciadori, et ha l'ingegnoso artefice, accomodatosi nel 
piccolo spazio, piccolo a comparazione del luogo, eh' egli ha a dipignere 
mirabilmente, havendo preso il punto in guisa, che scoprendo il più im- 
portante, coprì quello che da meno è, sì che si vede, nelle più lontane 



CAPITOLO XXI 257 



«parti il Cardinale celebrante la messa co' suoi diaconi e soddiaconi, e 
€ sono figure al pari del naturale, benché lontane: poi a man ritta del- 
« l'altare, risplende il Pontefice, sedente alto i tre gradi del suo piano, 
« nella sede Pontefìcale, e co '1 Papale ammanto, e con ambe le mani di 
« corona rogale, coprir la testa ad un gran Cavaliere, e quello è il Gran- 
«■ duca Cosimo, che ginocchioni la riceve, vestito di un abito di velluto 
« chermisi, con maniche larghe, e con un bavero sino a mezza spalla, e 
» con veste di tela a riccio sopra riccio d'oro, et bavere da i lati il si- 
« gnor Marc' Antonio Colonna Duca di Tagliacozzo, et il signor Paol 
« Giordano Orsino Duca di Bracciano, che reggevano due bacini, ove 
« era lo scettro regale, con una palla in cima, e di lei in cima il gi- 
« glio, e con questo la regal corona; d'intorno erano i Cardinali assi- 
« stenti, poi segue l' ordine de' Cardinali, sotto i Cardinali Caudatari, e 
« così a dirimpetto è il principio del medesimo ordine, ma non tutto, 
« perchè l'ordine della prospettiva il vieta, ma bene ne appariva tanto, 
« che si veggono li svizzeri e i popoli rimiranti, ma in parte, e disopra 
« in alto il pergamo della Musica, et è dipinto in maniera molto grave 
« e bene intesa, per 1' elezione della prospettiva e di tutti i movimenti 
« della moltitudine diversa, che in tanta storia appariva, et in ogni sua 
« parte si mostra esser ben di mano di uno, che sino da piccol fan- 
« ciullo habbia cominciato a dipingere con lode, et bavere infinite cose 
« dipinte lodevolmente, sì che ne sono stati scritti questi versi: 



« Tu col vivo pennello, hor del maggiore 

« De' Toschi illustri Regi 

« Ritraggi i degni pregi 

« Del suo alto, e chiarissimo valore, 

« E mentre l' arte tua al suo splendore 

« Di trasmutare intendi 

« Ei per le appare, e tu per lui risplendi. 



« Il maestro della pittura fu Bernardo Poccetti, sotto la storia è 
« scritto : 

« Plus V. Pont. Max, Cosmum Medicem magnum ducem 

« EXnURI/E APPELLATI EIQ: UEGIUM DIADEMA IMPONIT ». 



258 PALAZZO VECCHIO 



La casa dei Medici, era stata sempre 1' asilo, per così dire, delle 
lettere e delle arti, in quella erano stati allevati e quasi nutriti i prin- 
cipali ingegni che tanto onorarono le une e le altre, per tal maniera 
che essi, cioè i Medici, si levarono in alto, fino al principato, sorretti 
dal genio di questa città; né quando furono Duchi e Granduchi lo di- 
sdegnarono mai, anzi gli furono reverenti, ben sapendo che a mante- 
nersi in autorità e potenza in Firenze e nell' amore e servitù del po- 
polo, meglio che ogni altra cosa gli sarebbe valso di aiutare l' ingegno 
e la virtù dei suoi cittadini, perchè il nome di Firenze fino dai tempi 
di Dante era sì grande « che per mare e per terra batte l'ali ». 

Ora il Granduca Cardinale Ferdinando, aveva trovato fra i familiari 
del fratello Francesco, Bernardo Buontalenti, che fu miracolosamente sal- 
vato Piccolino da una frana del Poggio de'Magnioli, e tirato su all'arte 
dal Granduca Cosimo. Mostrava il Buontalenti essere di grande intelletto 
particolarmente in ciò che apparteneva a cose di disegno; e Cosimo 
volle che attendesse a quell'arte prima sotto la scorta di Francesco Sal- 
viati, poi del Bronzino, finalmente del Vasari; ma la pittura di per sé 
non bastando a contentare il desiderio eh' egli avea dell' arte, attese 
eziandio alla scultura e all'architettura; così che, non avendo ancora 
15 anni, fu da Cosimo dato per maestro al suo figliuolo il Principe 
Francesco, il quale si strinse con lui di grande familiarità. Bernardo fu 
chiamato per soprannome delle Girandole per un certo trastullo di sua 
invenzione, d' alcune figure dintornate e rapportate a certi cerchi, che 
chiuse in un gran lanternone di carta, girando a forza del fumo d' un 
certo lume, si proiettavano vagamente in quella carta; la qual cosa dal 
suo girare era detta girandola, poi ancora quando si dette pur esso a 
fabbricare de' fuochi lavorati, e li fece così maravigliosi che non si erano 
mai veduti altrettanto in Firenze prima di lui. 

Molto dunque per i Medici si adoperò dipingendo, scolpendo, e co- 
struendo il Buontalenti, alla cui fama come architettore sarebbe stato 
sufficiente l'avere disegnato la celebre villa di Pratolino, e qui in città 
nella fabbrica de' Magistrati o degli Uffizi, compì la Galleria, nella quale 
si andarono a mano, a mano accomodando tutte le suppellettili e og- 
getti d'arte, di che i Medici avevano per tanti e tanti anni messo in- 



CAPITOLO XXI 259 



sieme tal numero e di tale ricchezza e bellezza, da maravigliare una 
intera nazione. Ma lasciando tutto questo e quel più che ci sarebbe da 
dire a chi, come il Baldinucci, ha tessuta la sua vita, o a chi fa ragio- 
namento dell'arte, io devo dire come il Granduca Ferdinando gli fece 
dare compimento al Palazzo Vecchio, a quella parte cioè di esso che 
guarda levante, a quel lato a cui conduce il Borgo de' Greci. In certe 
memorie scritte da Baccio di Ser Gianmaria di Ser Baccio Cecchi, 
tigliuolo del tanto celebre scrittore di Comm(!die, e puliblicate da Jodoco 
del Badìa ^*\ sotto la data dell'agosto 1593 leggesi: « Èssi in questi 
«. tempi fabbricato dal Gran Duca, e tuttavia si compisce, il dirieto del 
« Palazzo già detto de' Priori, con quella bella corteccia e divisamento di 
« bozzi, e conci di pietra forte ; e levato quelle bisserie che vi si vedevan 
« prima, con poca dignità di tanto dinanzi fabbricato da' nostri antichi » . 
Dal Diario poi del Lapini si sa che tale nuovo lavoro fu incominciato 
ai 22 di gennaio del 1587 in giorno di venerdì a ore 21 circa, e che 
prima si scalzò per ritrovare i fondamenti vecchi, de' quali una parte 
non erano buoni, e bisognò rifondarli. Quali poi fossero quelle bisserie 
che davan noia al Cecchi, e certo dovean darla a quanti altri vi riguar- 
davano, facendo brutto contrasto colla magnificenza del palazzo a cui 
erano come si dice addossate o parevano, ce lo dice un altro diarista 
anonimo, già posseduto dal Cav. Giuseppe Palagi, ed ora conservato 
nella Biblioteca Moreniana, dal quale il Del Badìa medesimo riporta 
questo tratto a illustrazione delle parole del Cecchi, dove l'anonimo 
fa di tal lavoro una storia sufficiente al bisogno. « L' Ul.""" Cardinale 
« e Granduca di Toscana rivolse l'animo a fare una bella aggiunta al 
« Palazzo di Piazza, dalla parte di dietro, dove da quella gran porta 
« di l)ozze che vi è, fatta dal Tasso legnaiolo e architetto, in sino al 
<c canto di detto Palazzo eh' è rincontro al Borgo do' Greci, e dove si 

< volge per andare in Piazza, non vi era altro che una vecchia e brutta 
« coltrina di muro, alta circa otto o dieci braccia, donde le stanze del 
<c Palazzo dalla detta porta di dietro rimanevano sfasciate e scoperte et 

< esposte alla vista di chiunque passava, e si vedevano balconi, terrazzini, 
« orticini ed altre simili cose. E tra il piede delle dette stanze e quella 
« cortina di muro che abbiamo detto di sopra, vi era là dentro un grande 



260 PALAZZO VECCHIO 



« spazio vacuo di edifìzi e pieno d'immondizie, dove già anticamente al 
« tempo della Signorìa vi si tenevano i leoni, onde questo luogo si chia- 
« mava i Leon vecchi, dopo che di quivi furono traslatati al canto della 
<< Piazza di San Marco, nelle stanze che già fece murare Niccolò da Uz- 
« zano per la Sapienza. Veduto adunque il Cardinale quella bruttezza si 
« dispose di fare che quel Palazzo avesse una bella e signorile facciata di 
« dietro come dinanzi, accrescendo il Palazzo di stanze con altro cortile nel 
« mezzo e molte comodità. Pertanto dette commissione a Bernardo Buon- 
« talenti ingegnere e architetto che ne facesse un modello. Il che fatto, 
« prestamente vi fece metter mano, e sollecitando in pochi anni apparve 
« finita quella bella e ricca, che vi si vede al presente, tutta di pietra forte 
« e bozzi chiamata alla rustica ; et ha molto del grande, e dentro copiosa 
« di bellissime stanze et un cortile nel mezzo come si vede al presente ». 
E così il Palazzo Vecchio nella parte esterna era ridotto a quale 

10 vedemmo già noi, e con quel poco più che ci fu murato a' tempi 
nostri, quale si vede oggi e si vedrà poi sempre in appresso. 

Ad adornare poi anche la Piazza, quella parte che risponde a tra- 
montana del Palazzo, il Granduca fece modellare la statua del gran Co- 
simo suo padre da Giovanni Bologna. La quale statua gettata in bronzo 
da Giulio di Giovanni Alberghetti, fonditore d'artiglierie dello stesso 
Granduca. Venne il 7 maggio 1594 condotta in piazza e il 10 giugno 
dello stesso anno scoperta al pubblico ^''^ Di tale statua ecco ciò che scrive 
Leopoldo Cicognara. « Il movimento del cavallo, indica l' incomincia- 
« mento del trotto ; la figura di Cosimo vi siede sopra con tutta la no- 
« biltà e la grazia, né può posarsi in sella con più maestà cavaliere, 
« tanto per l'atteggiamento, che per la decenza con cui è panneggiato, 
« tenendo una via di mezzo fra i costumi dei tempi e le convenzioni 
« adottate dalla scultura. In questo monumento l'uomo ed il cavallo si 
« compongono insieme mirabilmente. » Nella base sono tre bassi rilievi. 

11 destro della base dalla parte di tramontana rappresenta Cosimo innanzi 
al Pontefice Pio V, per ricevere la corona, la clamide, e lo scettro Gran- 
ducale, e sopra si legge la iscrizione: 

OB ZELUM REL PR^.CIPUNMQ 
lUSTITI^ STUDIUM. 



CAPITOLO XXI 261 



Nel sinistro Cosimo fa il suo vittorioso ingresso in Siena, conducendosi 
dietro gli schiavi fatti in guerra: e vi sta scritto: 

PROFLIGATIS HOSTIB: IN DEDITIONEN 
ACCEPTIS SENENSIBUS 

A tergo del cavallo è il bassorilievo che rappresenta l' inalzamento di 
Cosimo al trono, con questa scritta: 

PLENIS UBERIS SEN : FL : SUFFRAOIIS 
DOX PATRIiE RENUNTIATUM 

Nel prospetto del cavallo v'ha soltanto la iscrizione che dice: 

COSMO MEDICI MAGNO ETRORIìE DUa PRIMO 

PIO FELICI INVICTO JUSTO CLEMENTI 

SACRiE MILITI/E PACISQ : IN ETRURIA AUCTORI 

PATRI ET PRINCIPI OPTIMO 

FERDINANDUM F. MAGNUS DHX III 

EREXIT AN (l) ICLXXXXIIII 



(1) Storia del Granducato della Toscana di Ricuccio Galluzzi. Firenze, Marchini, 1822, 
T., V. pag. 49. 

(2) Ivi, pag. 51. 

(8) Descrizione del regale apparato per le nozze della Serenissima Madama Cri- 
slina di Lorena moglie del Serenissimo Don Ferdinando de' Medici III Granduca di 
Toscana, descritte da Raffael Gualterotti, Gentiluomo fiorentino. In Firenze, appresso An- 
tonio Padovani, mdlxxxix. 

W Miscellanea fiorentina. Ann. i, n." 3, pag. 36. 

<5) Della statua equestre di Cosimo I de' Medici modellata da Giovanni Bologna e 
fusa da Giovanni Alberghetti. Documenti inediti pubblicati da JoDOCo del Badìa. Firenze, 
tipografia Bencini, 1868. 




3t 




CAPITOLO XXII. 



Convito nella gran sala per le nozze del Granduca Cosimo II 
con la Arciduchessa Maria Maddalena d'Austria. 



L Palazzo vecchio, in specie la parte 
sua più antica, prestavasi magnifi- 
camente alle grandi feste e conviti, 
quando vi erano chiamati i cittadini 
più eletti e più facoltosi ad onorare 
qualche principessa o principe che 
venisse di fuori. Ivi, come si è veduto, 
si facevano in occasione di nozze, i 
primi e più solenni ricevimenti alle 
spose. Era il modo di chiamare in- 
torno ad esse le dame e i gentiluo- 
mini della città, e così farle onorare e festeggiare da tutta la cittadinanza. 
Già ho narrato di altre feste e balli e recitazioni e conviti per nozze de' no- 
stri principi, un'altro e più solenne e nuovo convito fu dato nella gran 
sala in occasione delle reali nozze de' serenissimi principi di Toscana 
D. Cosimo de' Medici, che poi fu quarto de' Granduchi, e Maria Mad- 
dalena Arciduchessa d'Austria. Anche di tutte le feste fatte in Firenze 




264 PALAZZO VECCHIO 



per tale occorrenza, che fu sul cadere del 1607, è a stampa una descri- 
zione, di cui s'ignora l'autore, messa in luce nel 1608: ed è pur essa 
scritta con rara maestrìa e con invidiabile purgatezza di lingua fiorentina. 
Da tale narrativa tolgo la parte in cui è descritto il convito che si fece 
nella gran Sala dei Cinquecento ^^\ 

« Il giorno appresso, che fu la Domenica (del mese di ottobre 1607), 
« fu impiegato nella solennità del Convito nuziale, che si celebrò nel 
« Palazzo Vecchio, per la capacità delle stanze. La Principessa Sposa 
« riposatasi dalla fatica del giorno precedente, non fu veduta, se non alla 
« messa nella Cappella del Palazzo de' Pitti : la quale fu celebrata da 
« Mons. Antonio Grimano Vescovo di Torzello e Nunzio Apostolico in 
« Toscana, e dallo stesso furon benedetti con le solite cirimonie i Sere- 
« nissimi : doppo la quale desinaron ritirati ; e verso le 21 ora venner 
« per lo corridore segreto al Palazzo, dove in una delle sale si danzò, 
« fino che comparvero tutte le Dame, che in numero di 240 furono in- 
« vitate al convito e a servir S. A, Il Salone, dove fu apparecchiato, è 
« di capacità senza pari, forse in Europa. Da una parte delle teste è 
« un rialto o ringhiera, con 5 scalini per l'audienze pubbliche, e simiU 
« altre solennità reali di stato e nella sua spalliera, che è tutta la lar- 
« ghezza del Salone, sono tre archi tramezzati da due nicchie per fini- 
re mento. L'arco di mezzo de' tre, contiene una gran nicchia di marmo, con 
« la statua di Papa Leone X ; e le due minori quelle del D. Giuliano ''^\ e 
« del D. Lorenzo, e gli altri due archi adorni di colonne servon per 
« finestre. Ne' fianchi l' arco da destra contien la porta, e la nicchia, che 
« segue, la statua del G. D. Cosimo ; a sinistra, l' arco rincontro alla 
« porta, fa una gran nicchia, come quella di Lione, con la statua di 
« Clemente VII, che incorona l' Imperatore Carlo V ; e la nicchia mi- 
« nore che segue, ha la statua del G. D. Francesco ; l' architettura è 
« composita con colonne di macigno, e un ricco cornicione vi rigira 
« sopra, da cui nasce un imbasamento, che nella testa del Salone so- 
« stiene un altro colonnato, per congiungner con un corridore gli appar- 
« tamenti nuovi co' vecchi, e ne' fianchi sostien due gran quadri di 
« pitture, in un de' quali sono i dodici Imbasciador Fiorentini, mandati 
« da diversi potentati a Papa Bonifazio Vili, e nell' altro Pio V, che fa 



CAPITOLO XXII 



265 



Gran Ducato la Toscana, dandone corona al G. D. Cosimo. Doppo 
questo rialto si veggon dipinte per le facciate maggiori del Salone, 
sopra un gran basamento, le guerre di Pisa e di Siena, e sopr'esse 
un lung' ordine di finestre. Al fin delle storie segue per finimento al- 
trettanto spazio, quanto quel del rialto dell' A udienza, ma senza sca- 
lini, e 'n cambio di colonne, con pilastri al muro su i lor piedistalli, 
fra i quali son tre gran finestroni in testa, e due porte ne' fianchi, con 
quattro nicchie piccole per tramezzo. Il secondo ordine ha un corridore 
nella testa, e ne' fianchi storie, a destra la creazione del G. D. Cosimo, 
allora giovinetto, in Duca della Repub- 
blica fiorentina, e l'istituzione della Reli- 
gion militare di Santo Stefano a sinistra: 
il tutto corrispondente all' architettura 
dell' altra testa. Al basamento sotto le 
pitture delle guerre sono appoggiate dieci 
statue di marmo: il palco è ricco d'in- 
tagli e di molto oro, e compartito con 
vaga architettura, e dipinto di guerre, 
e d'altri avvenimenti della Città e del 
Principato. Per l'apparecchio del Con- 
vito solenne fu dal Cav. Agnolo del Bu- 
falo, che n'avea cura, fatto adornar que- 
sto Salone pomposissimamente. Dal palco pendevano venti lumiere, la 
metà di più figure d'arpìe legate per la coda, che sostenean con le 
mani, col capo, e col dorso fiaccole accese: l'altra metà ritraevan l'arme 
de' Medici e d'Austria: li cerchi dello scudo pieni di lumi eran quattro, 
per potersi discerner da ogni banda; e le palle rosse, e la fascia bianca, 
e la corona d'oro, eran lanterne trasparenti. Nel rialto della Ringhiera 
furon dorati tutti gli intagli de' marmi e de' macigni, e i fregi degli 
abiti delle statue, e tutti i festoni, e sopra le colonne furon poste grandi 
e capricciose lumiere, e nel piano rizzata la mensa de' Principi, alquanto 
curva, per comodità della vista e del confabulare; e l'altra testa corri- 
spondente da pie del salone, fu destinata per la Credenza apparecchiata 
in que' tre finestroni ridotti a questo fine, quel del mezzo in figura d'un 




266 PALAZZO VECCHIO 



« ricetto, a guisa d' un cortile, con colonne e logge attorno, e nicchie nelle 
« facciate di quei mezzi, con una fontana all'entrare, ed in alto una gran- 
« d'arme de' Medici, ch'abbraccia quella d'Austria; il tutto d'architet- 
« tura capricciosa, e simile a quell'antica moderna di colonne doppie, 
« avviticchiate, e torte, e piene di cordoni e risalti e ordine sopr' ordine, 
« e finestrelle, e nicchie, tutto fatto a posta, per potervi adattare i vasi 
« della credenza sopra mensolette ed altre bizzarrie di sostegni. Negli 
« altri due finestroni furon figurate due conchiglie, delle più capricciose, 
« che faccia la natura, con l'orlo da una parte sporto in fuora, da l'altra 
« ripiegato in dentro, altrove appuntato come coltello, e '1 corpo dove 
« crespo, dove vergolato, dove a bernoccoli, tutto per lo medesimo ser- 
« vizio di porvi su i vasi, che furono tutti di gioie. Cristalli di monta- 
« gna. Agate, Lapislazari e simili, per aggiugnere splendore al molto 
« oro, che in quella occasione era apprestato. Sopra questa credenza a 
« diritto al finestrone del mezzo, in faccia alla ringhiera della audienza 
« era una gran cartella, scrittovi dentro: 

QUOS IIABET EOUS POMPAS QUAS ULTIMUS InDUS 

QuAS Mare, quas Tellus Maddala cernis opes 

CONGERAT ARGENTUM MeDICES, VEL CONCERAI AURUM 
Te SINE DIVITIAS NIL PUTAT ESSE SUAS. 

€ L' ordine delle tavole fu doppio, da pie rigirava, e le Gentildonne 
« sederono da una banda sola, per più bella prospettiva a' Principi. E per 
'< gli spettatori, nell' imbasamento delle storie, fu alzato in su' pilastri un 
« ordine di gradi fra le statue, che vi sono, e sotto furono apparecchiate 
« le bottiglierie. L' apparato delle tavole fu superbissimo, perchè di piega- 
« ture vi fu ogni sorta di figura, huomini, fiere, uccelli, serpenti, e piante 
« e vasi di fiori, ed ogni altro artifizio d'architettura, colonnati, palazzi, 
« logge, cupole da giardini, torri e ponti, piramidi, colonne, e simili edi- 
« fizi, ed altri capricci d' arte, come gabbie, sfere, galere, navi, e cocchi 
« e simili, e due gran castagni metteano in mezzo la mensa reale, fatti 
« della stessa manifattura, e con loro rami e frondi e frutti facevan un 
« ombra e vago ornamento alla tavola. Altrettanto maravigliose furono 
« le fantasie di zucchero, con quasi i medesimi artifici e invenzioni, e 



CAPITOLO XXII 267 



«. di più quaranta statue di venti modelli, che rappresentavano le più 
<c belle sculture, che sieno in questo stato, nella base delle quali a cia- 
« scheduna era scritto con oro qualche componimento di poesia. 

« Venuta 1' ora della cena, fu dato fine al ballare e le Gentildonne 
« introdotte nella sala e messe a' lor luoghi, attesero la venuta della 
« Ser. Sposa, la qual poco dopo comparve vestita di tela d'oro soprar- 
« riccio, e Ferdinando Orsino, terzogenito del D. di Bracciano, le so- 
« stenne lo strascico. L' ordine del sedere a mensa fu questo. Il primo 
«■ luogo era de' Ser. Sposi, 1' altro della G. D. Dopo erano cinque car- 
« dinali invitati a queste nozze. Monte, Sforza, Mont'alto, Farnese ed 
« Este. Seguiva poi nella destra l'arciduca Massimiliano e nella sinistra 
*■ il G. Duca. D. Francesco secondogenito del G. Duca porse la salvietta 
« a S. A., e Mario Sforza, Conte di Santa Fiore, la servì di coppa, e il 
« Principe di Venafrò Peretti di mastro di sala, accompagnato da Fab- 
« brizio de' Conti di Montaguto, mastro di sala ordinario di loro Altezze 
« e da' Paggi della corte. A servir le gentildonne attendeano trenta 
« scalchi '■^\ e trincianti, ed altri nobil giovani scompartiti in isquadre 
« col contrassegno del lor caporale. 

« Finito il convito, videsi comparire da un lato della mensa regia la 
« Conca marina di Venere, sopra la quale era l'Aura sua messaggiera, 
« che, spingendola sopra onde finte, si condusse avanti alla Ser. Sposa, 
« e quivi cantando, dato prima conto di sé e delle sue condizioni, e di 
« chi la mandava, ed a che effetto, le offerse tutta la corte di Venere, 
« che le era intorno, e nella Conca e su per l'onde, con tai parole: 

« L'Aura son io, che ne fecondo i campi 
« L' aria inzaffiro, e l' onde 
«e Incristallo, e smorzo al sol gli ardenti lampi: 
< Son la madre de* fiori, 
f Che gli arrubino e imperlo, e spiro odori, 
« Onde fansi odorati 
« Gli argentei seni, e gli aurei crin gemmati. 



« Figlia son io di Rutilante Aurora, 
« Di Vener messaggiera, 
« Che sua amorosa schiera, 
« A voi m'invia, novello Sol di Flora, 



268 PALAZZO VECCHIO 



« La vaga dea Ciprigna, 

« Per dimostrar quant' è con voi benigna, 

« Quant' è con voi cortese 

« Pel suo Tosco diletto almo Paese. 

« Che della Corto sua, suoi cari pregi, 
« Vostro sacro Imeneo, 
« Gol tosco Semideo, 
« Donna real, vuol che s' adorni e fregi, 
« Quindi tratte a' tuoi imperi 
« Scorte, or ce n' ha per liquidi sentieri 
« Di Dori, e qui s' aduna 
« La spumante sua conca, aurea sua cuna. 

« E si partì in tempo che dall'altra parte, sopra il carro di Venere, 
« tirato da nere passere, come dice Saffo, compariva amore ad offerire 
« anch' egli la sua schiera a' Ser. Sposi, e datosi anch' egli a conoscere, 
« e cantando le sue virtù e le sue prove, disse la seguente canzonetta: 

« Sono il bendato Arciero, 
« Sono il nudo Guerriero, 
« Veggo quant' Argo, armato, Marte ho vinto 
« E qui m'arrendo accinto, 
« Ad onorar di Flora il nuovo fiore, 
« E qui non son guerrier, ma sono Amore. 

<t Sono Amore all'amico, 
« Sono amaro al nemico; 
« Per Voi, su l'Arno, ho '1 mio fiorito nido, 
« Che sprezzo, e Pafo, e Guido, 
« Per Voi qui nel materno carro accoglie 
« Mia corte, a voi la dono, e me ne spoglio. 

« E vostri pregi, e lode ' 

« Cantano in Inni, in Ode, 
« Con le dotte sorelle Erato bella, 
« Che da me se n'appella, 
« Ch' a' lor musici accenti, ed armonie 
« Ne rispondon dal Ciel le sinfonie. 

« Alle quali parole, cadendo una tela del corridore, più alto a' pie 
« del Salone, in faccia alla mensa regia, apparve un gran tratto di nu- 



CAPITOLO XXII 269 



« vole piene di Celesti, che cominciarono a cantare il nome di Cosmo 
« e di Maddalena, rallegrandone il cielo altrettanto, quanto ne gioivano 
« lo piagge e i lidi della nostra Toscana, e questo fu il madrigale : 

cr E sol Cosmo rìsuona, 
« E Maddalena intuona 

« La valle, il colle, il monte, il prato, il bosco 
« Di questo lido Tosco, 
« E '1 Ciel, l'Aria, e la Terra e l'onda piena 
« Cosmo Cosmo risponde, e Maddalena. 

«e Finita con questa solenne armonia la pompa dello splendido con- 
«. vito, mentre i Principi prendevano un po' di riposo, per trattenimento 
« furono introdotti nel Salone da Francesco Avveduti Cameriere del 
« G, D. e da Cosimo Rosselmini fra le mense delle gentildonne, che 
« quasi facean teatro, due schiere di fanciuUctti armati d'arme brunite, 
« con livree, una rossa e l'altra bianca, e vaghe pennacchiere, e girato 
« il campo, e fatta reverenza ai Principi, combatterono alla barriera, 
« con infinito diletto degli spettatori, che conobbero quella tenera età, 
« non meno atta a disciplina militare, che alla civile: perchè, anche i 
« padrini, erano della medesima età, e i tamburini e i trombetti di poco 
« maggiore ^*\ In tal trastullo, passata la mezza notte, parve ora a' Prin- 
« cipi di ritirarsi al Palazzo de' Pitti, al quale inviandosi per lo corridore 
« coperto, la Ser. Arcid. fece chiamarsi dietro tutte le Dame, fin nella 
« Galleria, dove, sopr' un lunghissimo ordine di tavole, era preparata 
« finissima e delicatissima confezione, pari alla ricchezza del passato con- 
« vito. Vider le dame tutte l' esquisitezze delle confetture, di che si pre- 
« giano Genova, e Napoli, e Venezia, ed altre parti, e quel che non 
« vollon gustare o portarsi a casa fu tutto predato dal popolo, che poco 
« doppo inondò, stando i Principi con gran gusto a rimirar il sacco di 
« quella preziosa vettovaglia, per fine delle fazioni di quel giorno, e cia- 
« scun fu alle sue stanze » . 



270 



PALAZZO VECCHIO — CAPITOLO XXII 



(1) Descrizione delle Feste fatte in Firenze per le nozze del Granduca Cosimo II, pag. 21. 

(2) Deve dire Giovanni. 

(3) Ecco i nomi degli Scalchi che servirono al Banchetto : 



Cav. Antonio Michelozii 
Agnolo Guicciardini 
Alfonso Dovara 
("j>v. V. Ainolfo de' Bardi 
Cav. Andrea Bonaccorsi 
Cav. Carducci 
Cammino Suares 
Cav. Ferdinando Suares 
Fabio Signorelli 
Gismondo Todesco 



I Girolamo Carducci 

Ghizelli scalco del Cardin.al Monlalto 

Cav. Giusti 

Giulio Cesare Orselli 

Cav. Giulio de' Medici 

Giov. D.attisla Antinori 

Cav. Lionardo Bartolinì 

Lelio Lombardi 

Lelio Gliirlcnzoni 

Marcantonio Rìcciardelli 



Matteo Frescobaldi 
Nofcri Bracci 
Ottaviano Piccardini 
Piero AUi 
Piero della Valle 
Cav. G. Piero de' Medici 
Rustico Piccardini 
Sebastiano Suares 
Cav. Sozzo Tegliacci 
Valerio de' Cavalieri 



W FanciuUetti che combatterono alla Barriera nel Salone dopo il Convito reale: 
Squadra Bianca guidata da Francesco Avveduti, Cameriere di S. A. S. 

Illustrissimo Signore Cosimo Orsino / r.- i- >■ j n.i- o- r. tr r, ■ r. i- r, 

B „ ^ . } Fighuoli dellEcc. Sig. Don Vergin. Orsino D. di Bracciano. 

Illustrissimo Signore Carlo Orsino * 

Ascanio Piccolomini 

Cav. Francesco Coppoli 

Cav. Giacinto Bandini 

Ottavio Piccolomini 

Squadra Incarnata, guidata da Cosimo Rosselmini. 

Enrico Monlrichier, Franzese 
Con. Francesco Tassoni 
Con. Giovambattista Tassoni 
Girolamo Colonetti 
Lorenzo Guicciardini 
Tommaso Medici. 





CAPITOLO xxm. 



Giuramento prestato ai Principi della Casa di Lorena, 
nella gran Sala dei Cinquecento. 




L Palazzo Vecchio dunque si può dire 
che fosse compito, cioè ridotto tale 
quale noi lo vediamo e lo vedranno 
i nostri posteri, dal Granduca Fer- 
dinando de' Medici negli ultimi anni 
del secolo decimosesto. D'allora in 
poi esso non servì più che per gli 
alti uffici dello Stato, cioè del Gran- 
duca, per residenza del Senato dei 
Quarantotto e del Consiglio dei Du- 
gento, ai quali due corpi uniti in- 
sieme spettava di prestare giuramento al nuovo Granduca in caso di 
successione, e anche, secondo che portava il tenore del Cesareo lodo, 
pronunziato da Carlo V, dietro la capitolazione del dì 12 agosto del 1530, 
spettava la scelta del nuovo principe, nel caso di estinzione della dina- 
stia regnante. Così ad ogni succedersi de' nuovi Grand uchi, si faceva in 
Palazzo Vecchio la solennità del giuramento, vale a dire si riconfermava 



272 PALAZZO VECCHIO 



in certa guisa la padronanza di quelli, e sì rinnovava la servitti del 
Popolo, perchè veramente i Granduchi erano e si dicevano padroni, sud- 
dito servo si diceva il Popolo, il quale in quelle circostanze o non 
saliva nemmeno in Palazzo Vecchio, o vi saliva per vedere e sentire, 
non per altro; facendosi quasi una festa delle sontuose e magnifiche ese- 
quie che venivano fatte al Granduca che fosse morto, e luminarie, evviva, 
e battimani, a quello che saliva sul trono: Le Roi est ìnort, vive le Eoi. 
A queste che si compivano in Palazzo Vecchio e che erano solennità 
grandi dello Stato, perchè toccavano in qualche modo la sorte del popolo 
e della Toscana, si intramettevano di quando in quando feste, balli e 
conviti, come abbiamo veduto, per nozze, per nascite dei Principi no- 
strali, e per fare buone e splendide accoglienze ai Principi che potevano 
venir di fuori, il che come accadeva era sempre cagione di grandi sollazzi 
e di grandi spese per la città e per i cittadini. Insomma il Palazzo che 
fu cominciato da coloro che erano di popolo e rappresentavano il po- 
polo, fu terminato dai Granduchi dopo che era divenuto cosa loro, e il 
Popolo non ci aveva più né che fare né che dire, e la piazza già dei 
Signori aveva preso il nome di Piazza del Granduca. 

A che cosa fosse ridotta l'autorità e l'opera così del Senato fio- 
rentino, come del Consiglio dei Dugento, si può arguire, non facendo 
io Storia in cui cada di parlarne alla distesa, anche da questo, che, 
quando Cosimo, sesto Granduca di Toscana, sentendo quasi in sé mede- 
simo attristire l'albero della propria famiglia, a mano a mano che gli 
scemava fin la speranza d' avere dai figliuoli che a lui erano nati dalla 
Margherita Luigia dei Duchi d'Orleans, altri discendenti i quali assicu- 
rassero la successione e prolungassero la dinastia, fece senz' altro atto 
dichiarare erede del trono la figliuola Anna Maria Luisa, maritata a 
Giov. Guglielmo, Elettore palatino, quantunque per il lodo imperiale 
fossero escluse le femmine dalla successione, e spedì il mutoproprio al 
Senato con l'ingiunzione di ratificarlo, e il Senato obbedì, dimentico af- 
fatto che a lui sarebbe spettato lo scegliere il nuovo Prmcipe, una volta 
che i Medici non avessero avuta successione propria e maschile. Però 
l'atto di Cosimo che non avrebbe avuta nessuna autorità di fare, e la 
ricognizione del Senato che avrebbe fatto meglio a non dare, non eh- 



CAPITOLO XXIII 273 



bero nessuno effetto, perchè le Potenze estere disposero della Toscana 
come d'una terra che non avesse signore, e del nostro popolo come di 
gente che non ha, avrebbe detto il Manzoni, nemmeno un padrone, gente 
di nessuno, Carlo VI imperatore d'Alemagna, col pretesto che Carlo V 
suo predecessore era stato chiamato ad ordinare di suo arbitrio la To- 
scana, il che fece per il celebre Lodo del 28 ottobre 1530, ritenne questo 
paese come un Feudo imperiale; ma anche la Spagna avanzava le sue 
pretese sul Granducato, perchè l'Elisabetta Farnese moglie di Filippo V, 
nasceva da una Margherita de' Medici, sorella di Ferdinando II. Fra i 
contendenti entrarono di mezzo la Francia, l'Inghilterra e l'Olanda, e 
trovarono modo di conciliazione, accordando qualche cosa all'una e al- 
l'altra; alla Spagna, che Carlo figlio di Filippo V e d'Elisabetta Far- 
nese sarehbe stato l' immediato successore all' ultimo maschio di Casa 
Medici; all'Austria che la Toscana fosse riguardata qual Feudo del Sa- 
cro Romano Impero. L'Olanda e L'Inghilterra, paesi di mare, per 
volere anche essi guadagnare in questa, come dicono i legali, Eredità 
giacente, stipularono che Livorno in perpetuo fosse porto franco, e quivi 
risedesse, come pure a Portoferraio, una guarnigione di sei mila Svizzeri 
pagati dalle potenze contraenti. In tutto questo trattare e bistrattare della 
Toscana, dove pure viveva ancora il Granduca, e vivevano de' suoi 
figliuoli, i soli a non essere interrogati e ascoltati furono questo Gran- 
duca e i figliuoli, e molto meno s'intende l'eccellentissimo Senato dei 
Quarantotto e il Consiglio dei Dugento, vale a dire coloro precisamente 
che soli aveano diritto di parlare, perchè soli avrebbero avuto quello 
di scegliere il successore. Ma essi si tacquero, solamente il Granduca 
fece scrivere un libro al dottissimo Giuseppe Averani: De liberiate civi- 
tatis Florentios ejusque domimi, e fu stampato in Pisa nel 1722, al 
quale rispose, per ordine di Carlo VI un tal Barone Spannachel con un 
altro libro: Notizia della vera libertà fiorentina considerata n^ suoi 
giusti limiti per r ordine di secoli; guerra dottissima, se si vuole, ma 
di parole e di ragioni, la quale ognuno può figurarsi che effetto potesse 
avere allora nella Diplomazia, nelle Corti; fu proprio come se quei due 
libri non fossero stati neppure scritti, sorte d'altronde comune in tutti 
i tempi ad altri, anzi a molti altri libri che avrel)bero forse avuto ben 



274 PALAZZO VECCHIO 



altre ragioni e ben altre parole, per essere letti e tenuti in conto. Ci fu 
allora anche un momento in cui Cosimo parve ricordarsi che fra coloro 
che poteano aver diritto alla sua successione, nello Stato di Firenze, 
e' era anche il Popolo fiorentino, e fece atto di restituire ad esso la sua 
libertà e il suo Stato: ma anche a questo nessuno badò, era dettato da 
quelle ragioni che allora apparivano a tutti i potenti così metafisiche, 
da lasciarsi appena metter fuori in un libro. Finalmente il giorno ul- 
timo d'ottobre del 1723 in età di 81 anni morì Cosimo Granduca, senza 
che a nessuno dispiacesse proprio di cuore la sua morte, e gli successe 
Giovan Gastone, il quale vi regnò quanto bastasse a fare anch' esso atto 
di protesta contro il famoso atto di Londra, intorno alla Toscana, di 
opporsi ad ogni pretesa di feudalità di Firenze; poi di ricevere anch' esso 
festosamente a Livorno l'infante Don Carlo, a cui fece in Firenze nella 
ricorrenza di San Giovanni, ricevere alla Porta di Palazzo Vecchio 
i consueti Omaggi, che parve quasi un atto d'investitura; poi vedere 
di nuovo messo per la guerra fra Spagna ed Austria di nuovo tutto a 
soqquadro, e la corona toscana passare dall'Infante di Spagna, alla casa 
d'Austria nei Duchi di Lorena, e le milizie tedesche venir qua a rim- 
piazzare le Spagnole, e in ultimo rassegnarsi anch' egli ai capricci della 
fortuna, e prenderli anche in scherzo, come quando domandava ai suoi 
famigliari « se questo sarebbe stato l'ultimo figlio che le potenze gli 
< avessero fatto nascere », Ai 9 di luglio del 1737 spirò Giovan Gastone, 
e in lui malamente si spense la schiatta Medicea, non restando in vita che 
la sua sorella, Anna Maria Luisa, maritata nel 1690 a Giovan Guglielmo 
Elettore Palatino, ma che viveva separata dal marito, in Toscana, dove 
poi mori nel 1743, facendo un testamento che fu l'atto più bello della 
vita sua, dove fra le altre cose era detto: « La Serenissima Elettrice dà 
« e trasferisce al presente a S. A. R, per lui e suoi successori G, Duchi 
« tutti mobili, effetti, e rarità della successione del Serenissimo Gran 
« Duca suo fratello, come gallerie, quadri, statue, biblioteche, gioie ed 
« altre cose preziose, siccome le sante reliquie, i reliquiari e loro orna- 
« menti, della Cappella del Palazzo reale che S. A, 11. s'impegna di 
« conservare a condizione espressa che di quello è per ornamento dello 
« Stato, per utilità del pubblico, e per attirare la curiosità dei Forestieri, 



CAPITOLO XXIII 275 



« non ne sarà nulla trasportato e levato fuori della capitale e rjello 
« Stato del Granducato. » Non potendo Ella più lasciare a Firenze la 
sua libertà, le lasciava almeno quello che della libertà goduta era stato 
splendido ornamento; e Firenze l'ebbe mai sempre caro, e lo tenne come 
la veste e la corona nuziale della donna da lei in altri tempi amata e 
perduta, ma, grazie al volere di Dio, non perduta per sempre. 

Ai 22 di Luglio del 1737 Marco Craon ministro plenipotenziario 
del duca Francesco di Lorena, fatto divulgare il diploma di Carlo VI, 
relativo alla investitura del Granducato nel Prefato Principe, con sfar- 
zoso cerimoniale si recava in Palazzo Vecchio, dinanzi al Senato fioren- 
tino ed ivi riceveva in nome del Principe il giuramento di fedeltà e 
sudditanza, precisamente come era stato costume coi granduchi prede- 
cessori, cioè con quelli di Casa Medici. Per tal modo si veniva a mutare 
la dinastia regnante in Toscana; ma nulla si mutava nella sudditanza del 
popolo, il quale soltanto si mostrava allora malcontento, perchè il Prin- 
cipe suo sarebbe rimasto lontano, in Austria, ed esso sarebbe stato retto 
e governato dai ministri di lui, vale a dire avrebbe avuto un governo 
di seconda mano, il peggior governo d'uno stato; malcontento che cessò 
più tardi. Volle il nuovo Granduca visitare i suoi stati, come prima la 
guerra fra l'Imperatore Carlo VI e la Porta Ottomanna, nella quale egli 
aveva il comando d'un corpo d'esercito sulle frontiere d'Ungheria, gliene 
lasciò modo. Egli giunse in Firenze la sera del 19 gennaio 17.39, e se 
ne fecero per la città grandi feste; ad attendere alla reggia, cioè al Pa- 
lazzo de' Pitti, furono il Senato e i principali funzionaci della Corte e 
dello Stato, si fece sulla piazza di Santa Croce il tradizionale giuoco 
del Calcio; e alla Porta di San Gallo, per dove entrava il Gmnduca in 
Firenze, era stato eretto VArco che si vede tuttavia architettato a simi- 
litudine del Costatitiniano nel Foro di Roma, da Jadot architetto lorenese. 
Le iscrizioni che vi si leggono, commemorative di quel fatto furono det- 
tate in latino da Valentino Duval, celebre letterato e filosofo della Corte di 
Lorena, le statue e i bassorilievi furono opera di diversi, de' quali pur 
troppo appena rimane più de' nomi loro, cioè "\'incenzio Foggini, Gaetano 
Masoni, Girolamo Ticciati, Giannozzo da Settignano, Romolo Malavisti, 
Gaetano Bruschi, Mttorio Barbieri, Niccolò Andreoni, Giuseppe Piaraon- 



276 PALAZZO VECCfflO 



tini e Michel Giullari parigino ; nessuno de' quali vale i più mediocri 
degli scultori fiorentini de' secoli passati. 

Richiamato il Gi^anduca in Austria, a riprendere il comando che 
teneva nell'esercito imperiale, prima di partire offerse la reggenza dello 
Stato, per la seconda volta, alla Elettrice, Principessa de' Medici, e sic- 
come questa ricusò, paga com'era di vivere in Firenze con la libertà 
di privata, e con i riguardi, gli onori ed anco le ricchezze di regnante, 
egli creò un Consiglio di Reggenza, a cui dette l'autorità necessaria 
per condurre tutte le faccende dello Stato, solamente ritenendo per sé la 
trattativa degli affari concernenti le relazioni estere. E questo Consiglio 
di Reggenza ebbe la sua sede in Palazzo Vecchio. 

Ai 28 d' aprile dello stesso anno si pose il Granduca in viaggio alla 
volta di Vienna. Dispiacque, dicesi, la sua partenza ai cittadini, ma più 
dev'essere loro incresciuto vedere da Vienna calar giù a sciami, a flotte 
gente della Lorena e d'altri paesi della Germania, che venivano a co- 
glier fiori sulle rive dell'Arno, e calavano qui a cercare uffici e fortune. 
Di queste famiglie non poche vi si stabilirono, così che col tempo pote- 
rono dirsi anch'esse toscane, e tanto presero della nostra aria, del nostro 
sole, del nostro sangue, che non ebbero più della propria origine straniera 
che il nome. 

Francesco II, col nome di Francesco I, sali all'Impero d'Austria 
ai 13 di settembre del 1745 e vi stette 20 anni, essendo improvvisa- 
mente morto ad Innsbruck: aveva già eletto Granduca della Toscana, 
il suo secondogenito Pietro Leopoldo, con che però vi esercitasse sola- 
mente l'ufficio di Governatore a suo nome, fino a che Egli non fosse 
morto. Però poco innanzi di morire l'Imperatore ebbe tempo di procla- 
mare il figlio Giuseppe correggente degli stati ereditarii austriaci, e di 
disporre la partenza del granduca Leopoldo, che s'era allora fatto sposo 
con l'infanta Maina Luisa, figliuola del re Carlo III, per la Toscana, 
dove essi giunsero ai 3 di settembre del 1765, con autorità piena di 
Granduca, non più di Governatore. Furono fatte feste maggiori che non 
si fossero fatte per gli altri, essendo che piaceva ai Toscani di avere un 
Granduca che risiedesse nello Stato, e lo governasse di presenza e per- 
sona propria. Il Giuramento di fedeltà al nuovo Principe ebbe luogo ai 



CAPITOLO XXin 277 



31 del mese di marzo del 1766. Invitato, racconta il signor Zoì)i nella 
sua storia della Toscana ^^>, il Senato del 48, il Consiglio dei 200, e le 
principali magistrature di Firenze a convenire nella Sala maggiore del 
Palazzo Vecchio, presente il Granduca assiso in trono, fu letto l'istru- 
mento col quale il trapassato sovrano aveva proclamato essere la To- 
scana secondogenitura di sua famiglia, ma affatto separata e indipendente 
dagli altri stati della Casa Austriaca, quindi fu letta l'adesione e renun- 
zia dell'imperatore Giuseppe II, fratello primogenito di Leopoldo. 

Il luogotenente del Senato, Ottavio Mannelli pronunziò un discorso 
analogo alla circostanza, dopo di che Pompeo Neri, disse parole di com- 
pianto per la morte avvenuta dell' Imperatore, e di esultanza per il Prin- 
cipe che veniva a prendere il luogo suo nella Toscana stabilmente e con 
indipendenza dalla sovranità austriaca, chiudendo il suo dire con queste 
formali parole : « È giunto adunque il tempo, clarissimi Senatori, fede- 
« lissimi Cittadini, è giunto il tempo d' aprire al cospetto del Sovrano 
« libero corso agli impulsi del vostro cuore, e tra i lieti plausi di To- 
« scana tutta, alla generale acclamazione dei popoli aggiungere solenne 
« testimonianza di fedeltà e d'obbedienza, qual ci pregiamo professargli, 
« e che dal giuramento vostro ansioso attende d' acquistarsi quell' au- 
« tentica ed indelebile dimostrazione che possa tramandare ai posteri la 
« memoria del proprio avvenimento, soddisfare al dover nostro, ed ap- 
«c pagarne l' animo, ed incontrare il benigno gradimento di un Principe 
« erede della paterna saviezza, che sarà per accogliere con piacere e 
« riconoscenza nel nostro zelo la fervente espressione dei voti della Na- 
« zione per la prosperità del suo regno, per la gloria del suo nome, 
« per la prolungazione della sua regale persona, e per la comune esal- 
« fazione. > Appena che il Neri ebbe finito il suo discorso, tutto l' udi- 
torio proruppe in voci di esultanza, mentre i Senatori, i Cittadini, ed i 
Magistrati, stesa la mano su i Santi Vangeli, sempre presente Leopoldo, 
gli giurarono fedeltà ed obbedienza. 

Qual Principe fosse Pietro Leopoldo, e quale storia feconda di eventi 
anco lontani, quella del governo di lui in Toscana, è materia di molti 
libri, ed anche principio di tradizioni nostre che si mantengono tuttavia, 
il che mostra come in quel governo e in quelle tradizioni fossero semi 



278 PALAZZO VECCHIO 



che non si dispersero e non ammortirono nel secolo tanto felicemente 
mutato. A me che non fo storia civile, basterà solo ricordare oltre che 
quella legislazione che toccava a materie ecclesiastiche, e che già era 
un gran passo verso la indipendenza di un potere dall'altro, o almeno 
verso quell' ordine di cose nel quale la giurisdizione ecclesiastica non 
s'intrecciasse alla civile, e lo Stato andasse a mano a mano riprendendo 
quella parte dell' autorità sua, che la Chiesa, cioè la Curia romana, aveva 
tirata a sé, basterà dico ricordare quello sbozzo di Costituzione imagi- 
nata da Leopoldo Granduca e studiata e distesa da uno dei suoi più 
valenti Consiglieri, il Senatore Francesco Gianni; la quale Costituzione 
se non fu recata in effetto dallo stesso Granduca, è sufficiente a mo- 
strare quali pensieri a lui si volgessero in mente fino dal 1781, e però 
dovessero più o meno, anche prima di essere esposti tutti e a così dire 
incarnati in quella Costituzione, avere azione potente e direttiva nel suo 
governo. Il Capponi ^^> nel pubblicarne un Estratto vi premetteva un' av- 
vertenza nella quale, dopo di aver detto che Essa Costituzione non fosse 
altro che uno sbozzo del Consiglier Gianni, egli soggiunge: « ma simile 
« sbozzo a lui (al Principe) presentato, e certamente per suo comando, 
« riesce prezioso come indizio e documento dei pensieri che si agitavano 
« nella mente di quel Principe, e altresì come testimonianza ed espres- 
« sione solenne di quei tempi singolari, nei quali ai Principi riusciva 
« come soverchia e gravosa un autorità non disputata e nuli' altro ave- 
« vano in pensiero (massimamente in Toscana) che di stimolare l' incu- 
« ranza e ritrarre i sudditi dall' abbandono di ogni qualsiasi pensiero 
« politico; non prevedendo fuori di questo altri pericoli allo Stato, e 
« figurandosi un avvenire tutto pieno di dolcezze, tutto concordia e tem- 
<( peranza » . Che le dolcezze e la concordia e la temperanza sperate così 
dai Principi come dai popoli, fossero quasi pula del grano portate via 
dai primi sofiì della rivoluzione parigina, è inutile dire o ripetere, che 
è storia dei nostri avi e de' nostri padri, storia che più o meno tutti ab- 
biamo letta, se pure non l'abbiamo sentita raccontare; quello che qui 
può essere al caso di dire si è, che delle libertà vere e di quei prin- 
cipii di governo sani, che rimasero dopo quella rivoluzione, era già come 
il germe nelle leggi e nelle provvidenze del Governo di Pietro Leo- 



CAPITOLO XXIII 279 



poldo, e deve piacere a noi toscani che una voce autorevole e forte, 
per richiamare il popolo a prender parte al governo di sé medesimo, 
uscisse anche da uno dei membri del Senato Fiorentino, il quale pareva 
ridotto a non essere altro che una povera e muta rappresentanza del 
Popolo, in quel Palazzo, dove il Popolo un tempo aveva davvero go- 
vernato sé medesimo, e dato di sé al mondo civile tanto grande e no- 
bile esempio di libertà e di grandezza. 

Ai di 20 di febbraio del 1790 moriva l'Imperatore Giuseppe II a 
Vienna, fratello primogenito del Granduca Leopoldo, il quale gli doveva 
succedere all'Impero. Questi avuta tale notizia partì immediatamente da 
Firenze, dopo di avere creata una reggenza che rimanesse alla direzione 
degli affari, finché egli non ebbe provveduto alle sorti della Toscana, 
ponendone la corona sul Capo del suo secondo genito, il principe Ferdi- 
nando, il che avveniva in Vienna ai 21 luglio del 1790; quando l'Im- 
peratore Pietro Leopoldo glie ne dava nuova e più solenne investitura, 
essendo divenuto per gli atti imperiali del padre e del fratello di lui, 
incompatibile il governo della Toscana, con la imperiale dignità sua. 

Il giovane Ferdinando, III di questo nome fra i Granduchi di To- 
scana, s'era in Vienna sposato con la Maria Luigia, figliuola del Ile Ferdi- 
nando IV di Napoli e di Carolina austriaca, annunziava la sua salita al 
granducato con un avviso ai Toscani del 22 febbraio 1791, incaricando di 
assumerne in suo nome la sovranità, il Consigliere di Stato e Presidente 
del Consiglio di Reggenza, Senatore Cavaliere Antonio Serristori, il quale 
ai 16 di marzo, con le consuete cerimonie, aveva ricevuto nelle sue mani, 
in Palazzo Vecchio, il solenne giuramento del Senato, del Consigho, e delle 
altre autorità. Li sposi furono poi in Toscana accompagnati dall'Impera- 
tore, il quale volle ancora una volta vedere e salutare questa terra a lui 
fatta tanto cara. Ciò fu agli 8 d'aprile, e l'Imperatore prese alloggio nel 
palazzo della Crocetta, piacendogli di comparire come principe estraneo 
alla sovranità del Paese. La città era in que' giorni tutta in feste e allegrie, 
la narrazione delle quali fu tramandata a noi per le stampe, ma non so da 
chi, essendo anonimo il libretto, che ne fu, in quell'anno medesimo 1791, 
messo fuori per le stampe di Gaetano Cambiagi, stampatore granducale ^\ 
Dopo le feste religiose che si fecero in varie chiese, e ricevimenti a corte 



280 PALAZZO VECCHIO 



e presentazioni, la sera del dì 11 aprile si dette principio alle feste ci- 
vili . con una Fiera sulla piazza del Granduca, la quale era stata ridotta 
quadrilatera, racchiudendo con 26 botteghe e un loggiato avanti alle me- 
desime, la Fonte ed il Cavallo. Il detto loggiato era ornato con festoni 
di lauri e di mortelle a foggia di giardino, e illuminato con lampioni e 
fiaccole. Nella Loggia de' Lanzi era una grande orchestra per sonare e 
cantare varie sinfonie e cori composti pure allora, che furono stampati 
e distribuiti, insieme con altre poesie. Presso il Palazzo Vecchio venne 
alzato un maestoso palco per la Corte e i Cortigiani, ed era stato pure 
vagamente adornato con setini ed armellini, ad uso di padiglione, il ter- 
razzino di Palazzo Vecchio. Per compimento di questo grandioso com- 
plesso di feste, dice il libretto che ho citato e che mi è qui di guida, 
erano state adornate 48 diverse stanze del primo piano degli Uffizi, ove 
si lavoravano le pietre dure, sotto la direzione del signor Luigi Siries; 
come pure la gran terrazza di mezzo, che corrisponde nel corridore che 
conduce al Palazzo di Residenza, era stata ridotta ad una ridente e ma- 
gnifica sala col delicato ornato di specchi, lumiere, arazzi e fiorami per 
comodo della Corte e delle Persone del ceto civile, che più bella cosa 
non potea vedersi: il che fu eseguito colla soprintendenza dell'abile pit- 
tore Sig. Giuseppe Terreni. Il Granduca avea destinato per il solenne 
suo ingresso o, come si dice, per la presa di possesso del Granducato, 
il giorno 24 di giugno, cioè per la Festa, solenne a Firenze, di San Gio- 
vanni suo patrono. Quindi alla mattina di detto giorno Sua Altezza Reale 
uscito dal Palazzo dei Pitti, attraversando il contiguo giardino di Boboli, 
per una porta segreta, che metteva nello stradone così detto della Pace, 
uscì della città per rientrarvi solennemente, e dar così principio alla 
funzione col seguente regolamento. Due Battistrada a cavallo. I cavalli 
di rispetto degli Uffiziali dei Dragoni. I servitori degli Uffiziali dei Dra- 
goni con loro livree di gala. Un distaccamento di Dragoni. Due Corrieri 
di Gabinetto. I cavalli di maneggio degli Uffiziali della Guardia del Corpo. 
I servitori degli Uffiziali della Guardia del Corpo con loro livree di gala. 
Un Uffiziale a cavallo delle Reali scuderie. Otto cavalli di rispetto delle 
Reali scuderie con otto Parafrenieri a piedi per condurre i detti cavalli. 
Le Livree di Corte. Gli Uffiziali delle Reali scuderie, cioè il Maestro 



CAPITOLO XXIII 281 



delle Carrozze, il Guardaroba, ed i due aiutanti del Maestro di Stalla, 
gli Uffiziali della Real Corte. Gli Uffiziali di Camera. I Capi dei Dipar- 
timenti di Corte, cioè Segretario Regio, Computista generale, Maestro 
della Real Casa, e primo Guardaroba. Trombette, Timpani della Guardia 
del Corpo. I due Furieri. S. A. R. il Serenissimo Granduca a cavallo, 
con i due Cavallerizzi a piedi, che uno a destra, e l'altro alla sinistra. 
Sedici Guardie del Corpo a cavallo con loro Uffiziali. Un Battistrada. 
Una muta col Maggior Domo maggiore della Reale Sovrana, con due 
Staffieri alli sportelli. Una muta per la Reale Sovrana, e due Uifiziali 
alli sportelli, dietro ai quali due Staffieri. Quattro Guardie del Corpo. 
Due mute per le Dame di Corte con quattro Staffieri alli sportelli, cioè 
due per ciascheduna. Una muta di rispetto con due Staffieri alli spor- 
telli. Le Guardie a piedi fecero ala a tutto il Corteggio. Giunta la R. A. S. 
alla Porta Romana, fu salutata dalla Fortezza con 101 colpi di cannone. 
Il Cavallerizzo maggiore alla destra del Granduca era il Signor Duca 
Lorenzo Strozzi, e alla staffa sinistra il Signor Cavaliere Angiolo Pa- 
squali, gran Ciamberlano. Il Maggior Domo maggiore della Sovrana era 
S. E. il Marchese Roberto Capponi, Consigliere Intimo di Stato; Dama 
maggiore, S. E. la Duchessa Laura Salviati. 

Dalla Porta San Pier Gattolino si condussero le Serenissime Altezze, 
il Granduca e la Granduchessa, alla Loggia dei Lanzi prendendo per 
Borgo S. Piero in Gattolino, Via Maggio, Ponte a Santa Trinità, lungo 
l'Arno, dagli Archibusieri, ed entrando sotto gli Uffizi per l'Arco Prin- 
cipale. Ivi vennero ad incontrarle il Maggior Domo S. E. il Signor Con- 
sigliere Intimo di Stato Marchese Federigo Manfredini, Generale dell'ar- 
mata di S. M. I. e l'Amministrator Generale della R. Corona S. E. il 
Signor Consigliere Senatore Cavalier Luigi Bartolini, i quali aveano 
preceduto d'una mezz'ora il corteo reale; essi accompagnarono S. A. R. 
al trono che era accomodato nella Loggia de' Lanzi, e intanto la so- 
vrana unitamente al suo corteggio, seguitando dalla Posta Vecchia, andò 
a smontare alla retroporta di Palazzo Vecchio, ove erano a riceverla 
tutte le Dame di Corte, per andare sul Terrazzino che guarda la Piazza. 
Al collocarsi sul trono S. A. R., fu fatta altra salva di 101 colpi di 
cannone. 



282 PALAZZO VECCHIO 



S. A. R., seguita il citato libretto, avendo determinato che seguisse 
in detto giorno la conferma del Possesso, e la rinnovazione del Giura- 
mento, vi ebbe luogo ancora l'avvocato Regio con il Notaro delle Ri- 
formazioni, ed il Cerimoniere della Religione di San Stefano, per pre- 
sentare l'Evangelio ai Senatori, e al Magistrato Civico per il giuramento. 
Questa funzione precede l' altra dei soliti omaggi ; e con la possibile 
brevità fu eseguita sul metodo medesimo del Possesso preso da S. E. il 
Signor Consigliere Intimo di Stato Senatore Cav. Antonio Serristori nel 
Salone del Palazzo Vecchio. I Testimoni a quest'atto furono i nobili 
Sigg. Marchese Lorenzo Niccolini, Marchese Girolamo Bartolommei, Mar- 
chese Giuseppe Riccardi, Marchese Tommaso Salviati, Marchese Ferdi- 
nando Tempi, Cav. Amerigo Antinori, e Silvestro Aldobrandini, ciam- 
berlani. Fatto il giuramento, ciaschedun Senatore si portò al bacio della 
mano di S. A. R., e la Magistratura civica a quello della Real veste. 

Compita la suddetta Funzione, si passò secondo il costume del giorno 
di San Giovanni, al ricevimento dei consueti segnali di omaggio, previa 
la lettura dell'Editto che un pubblico banditore suol leggere, mediante il 
quale sono intimati tutti i rappresentanti delle Città, Terre, e Castelli, 
e Feudi del Granducato, a prestar la dovuta obbedienza, recognizione e 
censo. I medesimi dopo di essersi umiliati avanti il Trono proseguirono 
il loro viaggio. 

Le Loro A. S. andarono esse pure con lo stesso ordine e cerimo- 
niale al tempio di San Giovanni, e dopo di aver fatta innanzi all'altare 
d'argento di San Giovanni, più prezioso per l'arte che non sia per la 
materia, la offerta, e una devota orazione, si restituirono verso le ore 11 al 
Palazzo di Residenza, nel quale appena ebbero posto piede una nuova 
salva di 101 colpo di cannone si replicava dalla fortezza. All'ultimo 
colpo di cannone per ordine espresso del Granduca si gettava dalle fine- 
stre di Palazzo Vecchio al popolo, una considerevole somma delle prime 
due monete, da due paoli e da un paolo ^*^ , coniate allora dalla Zecca 
coir effigie del nuovo Granduca. Proseguirono altre feste nei giorni suc- 
cessivi, tra le quali oltre ogni dire splendida riusciva quella data dallo 
stesso Granduca alle Cascine, dove a tanta bellezza della natura s' era 
aggiunta, come si poteva meglio quella suggerita dall'arte; dappertutto 



CAPITOLO XXIII 283 



s'intrecciavano balli, e i signori e il popolo si mischiavano in una co- 
mune esultanza. Ma chi di questa e delle altre feste ha pur vaghezza di 
leggere, ricerchi il libro che io ho citato più sopra. 

Con la venuta di Ferdinando III in Toscana si chiudeva quasi il 
secolo; e si apriva quel periodo di tempo nel quale la Rivoluzione fran- 
cese tutto dovea menare, uomini e cose, nella sua rapina. 



(1) Voi. II, pag. 46. 

<2) Zom, Storia della Toscana, tomo v, doc. ix, pag. 63, e Scritti editi e inediti, 
voi. II, pag. 407. 

(3) L' avvenimento al trono della Toscana di S. A. R. Ferdinando III, Principe reale 
di Ungheria e di Boemia, Arciduca d'Austria, Granduca di Toscana ecc. festeggiato con 
dimostrazioni di gioia, poesie, ecc. Firenze, mdccxci, per Gaetano Gambiagi, Stamp. Gran- 
ducale. 

W Eguali a L. it. 4,42 le prime, a L. 0,56 i paoli. 







wwn^Eww) 






CAPITOLO xxrv. 



Dominazione francese in Toscana. 
Grandi restauri fatti al Palazzo Vecchio. 




L vortice furioso della rivoluzione 
francese, involse anche la piccola e 
mite Toscana, la quale aveva fatto 
quanto era da lei per starsene a parte, 
e alle prime novità della Francia, non 
avesse nemmeno fatto mal viso, sì 
come a quelle che non la toccavano. Il 
24 marzo 1799 il Granduca annun- 
ziava ai Toscani, che i soldati della 
Repubblica sarebbero entrati il giorno 
dopo a Firenze, e pregava i suoi sud- 
diti di accoglierli come ospiti non incresciosi, senza lor dare alcuna in- 
quietudine motivo di lamento. Ed entrarono infatti in Firenze per la 
Porta San Gallo, in mezzo al silenzio universale, occuparono immedia- 
tamente le porte, le fortezze, il corpo di guardia della città; misero sen- 
tinelle francesi alle abitazioni dei Ministri esteri residenti in Firenze, e 
al Palazzo dei Pitti dove era il Granduca, i soldati toscani ridotti ai 

87 



286 PALAZZO VECCHIO 



quartieri, riceverono l' ordine di depositare le armi : nello stesso tempo 
altre truppe della Repubblica occupavano Pisa e Livorno. La mattina 
dopo un aiutante del generale Gaultier, che era a capo di quelle truppe, 
saliva alle stanze del Granduca, e a nome del Direttorio gli intimava la 
guerra, e l'ordine di partire dalla Toscana dentro 24 ore. La guerra 
prima che intimata era a cosi dire già stata fatta e vinta, senza essere 
combattuta; all'ordine di partenza non era modo di opporsi; e all'alba 
dei 27 di marzo Ferdinando, e la consorte e i suoi quattro figliuoli. 
Carolina, Francesco, Leopoldo e Luisa, prendevano la via di Vienna, con 
le persone della loro corte che poterono seguirlo, erano fra queste il 
Principe Giuseppe Rospigliosi gran ciamberlano, e il senatore Luigi Bar- 
tolini, amministratore dei beni della corona. Partito il Granduca, si pian- 
tarono anco in Firenze i così detti alberi della Libertà, ma erano alberi 
staccati dalla loro terra e che non potevano, come si vide, verdeggiare. 
Con grandissima pompa fu messo quello sulla Piazza, che si diceva del 
Granduca e allora si disse Nazionale, dove era stato costrutto a guisa di 
anfiteatro un gran circo, disposto all'interno di gradinate, e al sommo 
adornato con statue rappresentanti numi ed eroi della antichità, frammiste 
ad altre figure allegoriche delle principali virtù repubblicane. Sotto la 
Loggia addobbata d'arazzi, festoni e ghirlande di fiori, s'ergeva la statua 
della Libertà, che teneva con la destra mano una picca sormontata dal 
berretto frigio, e con la sinistra un livello, che volea significare la civile 
uguaglianza. Sul piedistallo vedevansi dipinte due figure muliebri, una 
in vista di gentile donzella, e voleva essere la timida Etruria, una quale 
austera Matrona, e s' era voluto rappresentare la Francia bellicosa. Ai 
quattro pilastri della Loggia stavano appese altrettante tavole, dove erano 
scritte sentenze magnifiche di libertà, di amore alla patria, di uguaglianza 
e fraternità universale. Sull'alto della Torre di Palazzo Vecchio e agli 
angoli delle mura sventolavano le bandiere francesi. Ci furono oratori 
del Popolo, tra' quali Pietro Fantoni, che parlarono magnificando la cosa 
e preconizzando al popolo etrusco un' era novella, S' era tentato di gettar 
giù la statua equestre di Cosimo I, per metterla in pezzi a profitto dei 
poveri, e fu salvata tale opera di Giambologna dall' avvocato Aldobrando 
Paolini, spalleggiato dal Presidente del Buon-Governo Rivani, il quale 



CAPITOLO XXIV 287 



veduto un tale Scialabechina con alcuni suoi compagni, che avevano già 
allacciata la statua, insinuò loro che bene stava l'eflflge del fondatore del 
dispotismo in Firenze, testimone della totale rovina del suo edificio e 
della instaurazione della libertà. Le quali parole mostrano che non ci 
vuole poi molto a persuadere certe menti sconvolte e agitate dalla pas- 
sione politica a non fare quello che non e' è una ragione per fare. Per 
tutta la città si andarono levando dalla vista del pubblico le insegne, 
le memorie, e i ritratti dei granduchi Medicei e Lorenesi. Così parve 
vestirsi alla francese la nostra città, che forse credeva tornare a godere 
della libertà, che era cosa già antica in lei, e svestire gli abiti dell'as- 
solutismo. Ma tutto questo era in pubblico; tra le pareti domestiche, nel 
seno della famiglia, era, come spesso accade, altra cosa. 

Gino Capponi comincia i Ricordi ^^^ della sua Vita appunto da quei 
giorni che entrarono in Firenze i Francesi, ed io che non faccio storia 
generale, riporto volentieri la prima sua pagina dei detti Ricordi, come 
quella che in breve dipinge i gravi fatti. 

« Nel marzo del 1799 i Francesi vennero la prima volta in Firenze: 
« mio padre andò col Granduca in Vienna, Era uno spavento, un dolore 
« di famiglia, non che per noi, per la città tutta; quel ch'oggi pare ser- 
« vilità era per gli uomini di quel tempo un sentimento della coscienza; 
« e i più dabbene e costumati e quella sensata moltitudine in cui con- 
« siste il vero popolo, certo aborrivano i Francesi : i quali vero è che 
« seco recavano tutta una nuova necessità di cose, ma intanto venivano 
« a modo di barbari, ed oltre all'offendere le abitudini e le credenze 
« nostre, rubavano. A noi portarono via dalla villa di Montughi una 
« assai bella raccolta d'antiche armi; e credo tra quelle fossero l'elmetto 
«( e la celata di Neri Capponi, forniti d'ariento, dei quali invano egli 
« proibiva nel testamento l'alienazione. Il Virgilio della Laurenziana ri- 
« mase più giorni sopra una tavola nel quartiere dove era alloggiato un 
« commissario francese; e tale concetto si aveva di loro che essendo 
« venuto il generale Montrichard, che pure stava in casa mia, a visitare 
« mia madre, io come per chiasso nascosi la catena che si portava al- 
« lora pendente fuor del taschino dell' orologio. Viddi alla Porta Romana 
« l'entrata in Firenze del generale Macdonald che andava per essere 



288 PALAZZO VECCHIO 



« sconfitto alla Trebbia : né molto dipoi dal Parterre di San Gallo, né 
« senza pietà mescolata d'allegrezza, quei soldati medesimi tornare laceri 
« e spossati, e molti feriti portati sui carri : donde avvenne che i Fran- 
« cesi abbandonassero la Toscana: e viddi nel borgo di San Niccolò 
«l'oscena entrata degli Aretini in Firenze. Quei primi giorni della li- 
« berazione, e quando bruciarono (come allora si diceva) la libertà, era 
« un tripudio baccante, universale più assai d'altri che poi si viddero e 
« più di questi feroce, mescolato come il solito di veri affetti e di fan- 
« tasie pazze. Tommaso Puccini che visse tutta l'adolescenza mia, amato 
« da me quasi d'affetto filiale, pel vivo senso ch'era in lui delle lettere e 
« delle arti belle, riconduceva in Palazzo Vecchio, tra molta folla di plau- 
« denti, un ritratto del Granduca, ch'egli a noi diede a baciare nella via 
« de' Calzajoli. Quando, partiti i Francesi, la piazza essendo folta di po- 
« polo, suonò la Campana di Palazzo il primo tocco del mezzogiorno insino 
« allora vietato dai repubblicani per sospetto, tutti in un punto s'ingi- 
« nocchiarono ; mostrava il popolo in quell' atto con verità sé medesimo, 
« e anch' oggi un brivido mi ricorre al sovvenirmi quello spettacolo » . 
Come andati via i Francesi da Firenze, in conseguenza della vit- 
toria riportata sul generale Macdonald presso la Trebbia dall'armata 
austro-russa, Ferdinando III ne riprendesse il Governo ; come dopo pochi 
mesi, cioè nell'ottobre del 1800, i Francesi rientrassero vincitori nella 
nostra città, e un anno anche dopo pel trattato di pace di Luneville, il 
Granduca rinunziasse alla Toscana; e questa per il Trattato di Madrid, ve- 
nisse eretta in Regno d'Etruria, e ne fosse Re Lodovico I; come morto 
Lodovico I gli succedesse sul trono il figliuolo Carlo Lodovico, sotto la 
tutela della madre Maria Luisa, Regina reggente la quale fra le altre 
cose volle nel 1806 ripristinata per San Giovanni la Festa degli Omaggi 
la quale fu fatta non senza gravi imbarazzi del suo governo per le va- 
riate condizioni di dipendenza e di dignità fra le varie città e cariche 
della Toscana; come finalmente al cadere del 1807 anco il Regno d'Etru- 
ria cessasse, e la Toscana divenisse Provincia francese, cioè riunita al- 
l'Impero francese, il che fu ai 24 maggio del 1808, e divisa nei dipar- 
timenti dell'Arno, del Mediterraneo e dell' Ombrone, retta da una Giunta 
straordinaria; come un'anno dopo il governo generale dei dipartimenti 



CAPITOLO XXIV 289 



toscani venisse eretto di nuovo in Granducato e conferito (3 marzo 1809) 
alla Principessa Elisa Bonaparte Baciocchi, duchessa di Lucca e prin- 
cipessa di Piombino; come finalmente il 1." di febbraio del 1814 la 
granduchessa Elisa partisse di Firenze, ed in ultimo, in quell'anno me- 
desimo, vi tornasse Ferdinando III, e tutto paresse sulla faccia della terra 
tornare a quello che era, a guisa di selva lungamente scossa, dopo ces- 
sato il vento della bufera, è materia di storia lunga e da altri libri che 
non è questo mio. Le pietre di Palazzo Vecchio erano troppo forti, per- 
chè portassero il segno di chi appena e correndo vi poneva il piede nella 
furia di quegli anni. Però la sua grandezza e magnificenza ne imponeva 
sempre, anche ai vincitori, e nel 1809, quando come si è accennato, in 
Toscana non regnava nessuno, ed era un dipartimento e non più della 
Francia, si fecero in esso dei grandi ed importanti restauri, dei quali è 
mio dovere tenere parola con qualche larghezza, molto più che di essi 
ci ha lasciato un esatto ragguaglio l'architetto Giuseppe Del Rosso, che 
li condusse con molto amore, ed altrettanta diligenza. Il Del Rosso, d'una 
famiglia si può dire d'architetti, era architetto municipale qui in Firenze 
nel 1809, quando gli fu commesso di risarcire molti danni che si erano 
verificati nel Palazzo Vecchio, un po' per l' edacità del tempo, molto più 
per la incuria degli uomini e in specie dei soldati che troppe volte fecero 
in quel Palazzo il loro quartiere. In quel tempo i Rappresentanti della 
Comunità di Firenze avevano in quel Palazzo la loro sede, e naturalmente 
essi sentivano quanto importasse alla storia, alla Città, anzi a tutta l' Ita- 
lia, la conservazione di quel monumento d'arte e di storia, che è fra i 
maggiori del mondo moderno. 

Cominciò il Del Rosso dal i-estituire in bono stato tutte le grandi 
tettoie del Palazzo, le quali erano così male andate, che ne pericolavano 
le ricche soffitte e in specie quella della gran Sala, mancando persino i 
condotti 0, come dicono, gì' incanalamenti delle acque piovane. Opera- 
zione non tanto facile, e che richiese il lavoro assiduo di ben due anni. 
Dopo di questo Ei si volse al restauro del primo Cortile, cioè quello 
che serve come d' ingresso principale, una delle parti certamente più 
notabili, e per la qualità e la quantità dei suoi ornamenti, opera da 
ammirai-si grandemente e sempre così in architettura, come in pittura 



290 PALAZZO VECCHIO 



ed ornativa. « Era questo, ci dice il Del Rosso ^^^ reso squallido, inde- 
« cente e devastato in mille guise, e peggio ancora, perchè il corni- 
« cione, che ne incorona la sommità, incotto e lacerato dai diacci cadeva 
« tratto tratto a pezzi con gran pericolo di chi traversava per mezzo 
« del medesimo ». Il Del Rosso esaminando bene, e non senza gravi 
difficoltà, il detto cornicione, trovò al di sopra di esso essere quel ser- 
batoio conserva d' acqua, che, come fu detto a suo luogo col Vasari, 
vi aveva fatto Michelozzo, per raccoglierla quando pioveva e spartirla 
poi a certe fontane che zampillassero nel cortile con vaga e scherzosa 
varietà, e ricca copia d'acqua. Serbatoio reso inutile dal momento che 
Cosimo aveva recato per mezzo di appositi canali nuova acqua dal giar- 
dino di Boboli, per alimentare perennemente la fontana costruita appunto 
nel bel mezzo del cortile ; quindi il Del Rosso togliendo per 1' affatto i 
materiali che formavano quel serbatoio, alleggeriva quella tettoia, e de- 
rivando altrove le acque di alcune tettoie superiori, e che mettevano in 
quel serbatoio, toglieva il pericolo di nuovi e crescenti danni a quel 
cornicione del cortile, per il crescente inzuppamento delle acque, che 
per r avanti vi rimanevano come stagnanti. Fatta levare poi dagli scar- 
pellini tutta quella parte delle pietre che formavano il detto cornicione 
e che era incotta e cadeva a pezzi, fece risarcirla con un cemento, che 
della pietra acquistava la durevolezza, e non aveva né il peso, né la 
difficoltà maggiore del lavorarla: e dove le corrosioni erano più pro- 
fonde, e quindi di maggiore estensione le mancanze, temendo che non 
servisse quel cemento, vi fece fare con degli arpioni di ferro di varie 
lunghezze e grossezze, ed una fitta ed intralciata rete di filo di rame, 
quasi un nuovo sostegno, dove la solita mestura veniva a ricoprire ogni 
cosa e ad acquistare maggiore solidità. Così ai modiglioni di pietra che 
erano corrosi e per la maggior parte caduti, ei seppe riparare, racco- 
mandando a quella parte che di ciascuno di essi ancor rimaneva salda, 
i modiglioni nuovi fatti di rame, coloriti, s'intende, del color della pietra, 
e fissati a quei bronchi di pietra, qualunque si fossero, che degli antichi 
restavano, con piccole staffe di ferro, per modo che essendo leggeri non 
aggravano l'opera, e la rendono ad un tempo compita alla vista della 
gente, con tutta la sicurezza che si possa desiderare. 



CAPITOLO XXIV 291 



Dal cornicione del cortile scendendo giù al davanzale del primo 
piano, il Del Rosso chiuse molte piccole finestre che lo deturpavano, 
fatte in tempi recenti e riordinò e accomodò le altre. Le pareti esteme 
erano state anticamente tutte abbellite o ornate de' Gigli dorati, che 
rappresentavano lo stemma della casa d'Angiò, ma allora essendo a chi 
comandava, in odio tutto ciò che si riferisse in qualche maniera alle 
famiglie che aveano regnato in Francia, il Del Rosso piuttosto che re- 
staurare e rinfrescare, come avrebbe potuto, tale decorazione, dovette in- 
vece sostituirle una tinta chiara ed uniforme e contentarsi di farvi un 
bel fregio color di pietra sotto i davanzali del secondo ordine. 

Tra le colonne che circondano a basso il cortile, quella di mezzo 
dal lato per il quale si entra dal portone, e corrisponde quasi di fronte 
alla Torre, che serve di fondamento al Campanile, presentava delle scro- 
stature degli stucchi caduti, e una gran quantità di crepature e rotture in 
tutte le pietre che la compongono, perchè il Del Rosso pensò di afforzarle 
con tre grosse cerchiature nocellate e fissate con perni, e sei verghe egual- 
mente grosse da disporsi verticalmente. Egli credè di rendersi ragione dei 
guasti riscontrati in questa colonna, dal fatto che a lui parve riscontrare 
anche in altra, che è nel mezzo dal lato di tramontana, cioè per avere 
fatto passare per l'asse di esse i canali che doveano servire a dar esito 
alle acque del tetto, prima ancora che Michelozzo costruisse quel serba- 
toio d'acqua di che si è fatta parola, acque che poi andavano in un ampia 
cloaca al di sotto del cortile accessibile e praticabile allora. 

L' ornamento più bello di questo vaghissimo cortile doveano essere 
fuori d' ogni dubbio e le pitture a fresco che erano sulle pareti, e l' or- 
nato nelle volte, il bel fregio esteriore sopra gli archi; gli stucchi di 
cui erano formati diversi riquadri sotto i portici, e rivestite le colonne; 
ma tutto questo era, pare, stato il bersaglio della plebe e della insolenza 
militare, per maniera che a pezzi era venuto giù l'intonaco, spariti quasi 
affatto i colori, guasti gli stucchi e nella maggior parte mancanti i ba- 
stoni alle colonne; lo squallore infine e l'immondezza, aveva tutto rico- 
perto. Egli fece rifare i nuovi bastoni sul tronco inferiore delle colonne, 
poi ripristinare le pitture dal signor Luigi Catani figurista ed ornatista, 
aiutato in questo lavoro dal signor Luigi Cecconi altro reputato orna- 



292 PALAZZO VECCHIO 



tista; e in quanto alla riparazione degli stucchi si valse dell'opera del 
signor Vincenzo Marinelli, celebre in quest' arte. 

« Fra la porta che mette all'androne, ove sono le scale, e la gran 
« nicchia, ov'è la statua dell'Ercole, vi esisteva, dice il sig. Del Rosso ^% 
« una elegante iscrizione di esametri latini (che io al suo luogo ho ri- 
<i~ portata) affatto cancellata: ho procurato di farvela riapporre, giacché 
« per fortuna ci era stata trasmessa dal citato Mellini; e dal lato op- 
« posto di questa porta, giacché erane tutto caduto l' intonaco per mo- 
« tivo di una umidità nella muraglia, la cui causa é stata pure remossa, 
« né potevasi indovinare cosa vi fosse rappresentato, ho preso il partito 
« d' introdurvi un' altra iscrizione , nella quale si é brevemente fatta 
« r istoria di questo Cortile, della causa de' suoi ornamenti, e dei Pro- 
« fessori che gli hanno eseguiti. Ella è così concepita: 

Questo cortile eretto nel mccxcviii, con direzione, e disegno dell'architetto 
Arnolfo, indi restaurato, e abbellito nel Mccccx3txiv dall'architetto Michelozzo, fu 
decorato nel mdlxv di straordinarj ornamenti di Pittura ed intagli di plastica, e 
dorature per le nozze di Giovanna d'Austria con Francesco dei Medici Gran Principe, 
poi Granduca di Toscana. 

Ornarono le volte, e lunette Stefano Veltroni da Monte S. Savino, Marco da 
Faenza, e Francesco Salviati. 

Formarono gli stucchi delle colonne Pietro Paolo Mcnozzi di Forlì, Leonardo 
Ricciarelli di Volterra, Sebastiano del Tadda fiesolano, e Leonardo Marignolli fio- 
rentino. 

Le prospettive di varie città germaniche espresse nelle pareti, per fare una 
grata sorpresa all'Augusta Sposa, furono dipinte da Sebastiano Veronese, da Gio- 
vanni Lombardi Veneziano, e da Cesare Baglioni Bolognese. 

Avendo l' età e il rigore delle stagioni quasi distrutti, o almeno resi indistinti 
tutti I suddetti ornamenti, furono richiamati alla pubblica vista sotto l' amministra- 
zione C0MUN.4.LE DI EmiLIO PuCCI NELL' ANNO MDCCCXII. 

Dovendosi riparare al grave inconveniente che i soldati, i quali 
avevano in palazzo il loro corpo di guardia, e precisamente nell'antica 
sala detta delle Armi, alla sinistra del Cortile, non vi potevano accedere 
che per questo, e quindi facile era il caso che essi producessero nuovi 
guasti nel cortile medesimo, allora riparato, il Dal Rosso ebbe ordine di 
procacciare al detto Corpo di Guardia una porta sul dinanzi del Palazzo, 
che introducesse in quello, scansando il cortile. Ciò importava di togliere 



CAPITOLO XXIV 293 



la cosidetta Ringhiera, cioè quel ripiano alto di sei scalini sopra il livello 
della soglia del portone principale con adeguato parapetto o sponda sul 
davanti, e tre gradi di pietra da sedere appoggiati lungo la muraglia 
della facciata, ove si sedevano i Priori della Repubblica, quando vi scen- 
devano per farsi dinanzi al popolo. Questa era grave cosa, perchè to- 
glieva al Palazzo un che della sua storica imponenza, ma pure bisognò che 
l'architetto vi si acconciasse. In ciò udiamo egli stesso. « Quanto questa 
« necessaria demolizione davami dell'inquietudine, altrettanto me ne con- 
« fortava lo stato rovinoso, nel quale trovavasi il divisato parapetto; 
« l'indecenza della gradinata, la più parte smossa e staccata dalla mu- 
« raglia; l'inutilità di rinnovare, o conservare un'opera che non atte- 
« neva piìi che all'intelligenza di qualche passo della nostra istoria, già 
€ da molti posteriori scrittori delucidato; la sveltezza, che ne avrebbe 
« riacquistato il Palazzo dalla demolizione di quella muraglia, la quale 
« livellava il piedistallo del David del celebre Buonarroti; e finalmente 
« l'esempio della soppressione di una gran parte di questa Ringhiera, 
« che come si sa, rivoltava a squadra dalla parte di tramontana, ese- 
« guita per ordine dell'architetto Ammannati, allorché situò su quest'an- 
ce golo la sua imponente Fontana. 

« La necessità in prima d' obbedire agli ordini ricevuti, tendenti alla 
« conservazione del Cortile, e le considerazioni riferite, mi determinarono 
« finalmente alla demolizione di quel resto dell'antica ringhiera, sosti- 
«. tuendo ad essa un continuato ripiano al quale si ascende con una co- 
« moda scalinata avanti il medesimo, nella forma che oggi si osserva. 

« Mi fu facile allora di aprire una porta per uso della Guardia mili- 

< tare, corrispondente su questo ripiano, che situai a piombo del terrazzino 

< al piano nobile, acciò discordasse il meno possil)ile; e per quanto l'utilità 

< di questo nuovo ingresso sia stata grandissima, malgrado ciò quella 
« porta non vi fa nessun buono efictto : ma bisogna scusarne la circo- 
« stanza in vista dei maggiori inconvenienti che per essa si sono evitati > . 

Fu in questa occasione che dovendo il Del Rosso ri murare ima bella 
porta architettata dal Vasari, che esisteva nel citato Corpo di Guardia, 
ei la tolse di lì e portolla nel primo Chiostro di S. Spirito, dove la 
fece drizzare nella apertura, per la quale dal Chiostro si doveva entrare 

3B 



294 



PALAZZO VECCHIO 



nel Refettorio. E dovendo pure togliere l'antico Marzocco di marmo, 
lacero e sfigurato dal tempo, così che di Leone non conservava, si sa- 
rebbe potuto dire, altro che il nome, pensò di porre l'antica base per 
termine della nuova scalinata, e porvi sopra in luogo di quello, andato 
quasi in polvere nello smontarlo, un altro Leone sano ed intatto opera 
di Donatello, che stava per l' innanzi ascoso appiè della scala che con- 
duceva all'Uffizio delle Riformagioni, 

Facendo delle minori ripa- 
razioni nell'interno del Palazzo, 
e precisamente attorno alla torre, 
dal Del Rosso, là dove era l'antico 
locale dello scrittojo delle Reali 
Possessioni, furono casualmente 
scoperti tre grandissimi e anti- 
chissimi squarci stati già rimbiet- 
tati e chiusi senza verun' altra 
collegazione, ed inoltre una rot- 
tura rimurata con mattoni per 
piano, che sembrava dare l'ac- 
cesso nell'interno della torre. Get- 
tati giù que' mattoni fu trovato 
uno stanzino, nel quale si riscon- 
trò essere una feritoia nella mu- 
raglia corrispondente alla piazza, 
dalla quale penetrava in esso un 
po' di luce, e da dove si sareb- 
bero potute anco udire le grida 
che si levassero giù dalla piazza medesima. Fu facile d'argomentare 
che questo stambugio non dovesse essere altro che la famosa prigione, 
detta l'Alberghettino, dove erano stati e Cosimo I e il Savonarola; stata 
chiusa dal Vasari o da altri a' quali paresse bello togliere a' discen- 
denti Signori de' Medici la memoria del luogo, dove aveva corso pericolo 
di perdere la vita l'autore primo della loro grandezza. « Allo stanzino, 
« racconta il Del Rosso ^*\ si accede per quattro comodi scalini. Essi esi- 




CAPITOLO XXIV 205 



« stevano rozzi, cioè lasciati dai filari dei sassi murati a risega, i quali 
« facilmente levati, ne ho sostituiti altrettanti di pietra. Era insoffribile 
« il fetore che usciva dalla Predella di comodo, e dal vuoto rettangolare 
1. che eragli accanto, cui divideva un lastroncello murato per ritto fino 
« alla volta. Il vuoto citato era a guisa di un pozzo, ed aveva per riparo 
« una sponda di mattoni alta fino al ginocchio di opera moderna non 
« mai intonacata, mentre il restante lo era. La volta era aperta nell'in- 
«. dicato spazio, e presentava l'istessa cavità nella rimanente altezza del 
« fusto della Torre, che l' occhio non poteva seguitare a motivo della 
« grande scurità » . 

Scandagliato questo vuoto o pozzo che dir si voglia fu trovato che 
giungeva a circa sei braccia al disotto del cortile, al luogo appunto dove 
corrispondono diverse gallerie o strade sotterranee, alle quali il Del 
Rosso dette l'accesso aprendo una lapide nel nuovo ingresso al Corpo 
di Guardia, ove corrisponde un tronco di antica e comoda scala a tale 
uopo costruita, che aveva un particolare ingresso dal Cortile, in oggi 
rimurato. Era veramente un trabocchetto? Era altro? Era questo vuoto 
lasciato prossimo al centro della torre per uno sfiato d'aria contro la 
violenza dei terremoti? Siamo nel campo delle supposizioni, nel quale 
non devo entrare io. C'entrino gli architetti per loro studio, i roman- 
zieri per aiuto della loro fantasia. 



(1) Scritti editi ed inediti, voi. ir, pag. i. 

W Ragguaglio di alcune particolarità ritrovate nella costruzione dell'antico Palazzo 
della Signoria di Firenze detto in oggi il Palazzo Vecchio, e delle innovazioni che hanno 
avuto luogo in quella fabbrica all'occasione degli ultimi Resarcimenti eseguiti nell'anno 1809 
e seguenti, con un aneddoto d'antitiuaria in appendice. Siena, 1815. Dai torchi di Onorato 
Porri, pag. 6. 

(3) Ivi, pag. 17. 

(4) Pa-r. 25. 





CAPITOLO XXV. 



Il Granduca Leopoldo IL Congresso degli Scienziati. Il Senato Toscano. 




LLE cinque e mezzo pomeridiane del 
18 giugno del 1824, moriva in Fi- 
renze, dopo pochi giorni di malattia, 
il Granduca Ferdinando III, di cui 
non fu bugiardo né il compianto dei 
cittadini, né l'elogio funebre che di- 
nanzi al suo cadavere, diceva dal 
pergamo di San Lorenzo, monsignore 
Angelo Gilardoni, vescovo di Livorno, 
e che, stampato, venne più volte ad- 
dotto a confermare la lode delle virtù 
di quel Granduca, nella Storia della Toscana: la qual cosa io dico perchè 
non accade spesso di simili discorsi. All'alba del giorno dopo era affisso 
alle cantonate un editto, con la data del giorno stesso in cui era morto 
Ferdinando III, col quale Leopoldo annunziando ai suoi popoli la perdita 
del dilettissimo padre, dichiara di assumere come figlio e successore di 
lui, la piena sovranità e governo della Toscana; e prendeva il titolo di 



298 PALAZZO VECCHIO 



Secondo Leopoldo. Questo principe era nato in Toscana, e tenuto dal padre 
sempre lontano dagli affari pubblici, aveva mostrato nella sua giovinezza 
molta inclinazione per gli studi, facendosi pubblicatore delle opere di 
Lorenzo il Magnifico, e incoraggiando e aiutando la stampa di quelle 
di Galileo. Gli era stato dato per compagno negli studi un giovane di 
grande ingegno e di rara dottrina, che poi fu uno dei professori più 
illustri della Università di Pisa, dei liberali più caldi d'Italia, Silvestro 
Centofanti. Io non devo parlare a lungo né di Leopoldo II, né del 
suo governo, che daranno a me medesimo ricca materia d'altro libro, 
se Dio mi concede vita bastevole a mantenere la promessa che io ne 
ho fatta ^^^ né dal fatto che le Segreterie di Stato, dette poi Ministeri, 
erano in Palazzo Vecchio, come furono al tempo de' suoi predecessori, 
prenderò io motivo a discorrere della sua politica. Una cosa sola vo' dire ; 
Leopoldo II di stirpe austriaca, ma di nascita e anche di lingua to- 
scano, e d'animo mite, e buono per domestiche e civili virtù, amava 
la Toscana e la reggeva, come si ama la propria famiglia, come si 
può governare la propria casa, ma non aveva mente da abbracciare 
certe idee, che appunto sotto il suo governo cominciarono anche qui 
a farsi manifeste, né animo da comprendere certi sentimenti di nazio- 
nalità e d'indipendenza italiane, che cominciavano a commovere vera- 
mente le crescenti generazioni. Egli sapeva benissimo che la Toscana 
era una parte d'Italia, e mostrava, tanto più di saperlo, quanto meglio 
ei si studiava di tenerla più in alto di tutte le altre, per la civiltà 
de' costumi, per le virtù del pensiero, per le grazie della lingua e del- 
l' arte ; ma più in là non andava, e certe idee che divenivano ogni giorno 
più affetti negli Italiani, idee cioè d'Italia, di indipendenza, di libertà, di 
unità, o erano idee che doveano parere a lui affatto rivoluzionarie, o che 
contrastavano con de' sentimenti più vivi e più profondi dell' animo suo. 
Per lui insomma la storia della Toscana, doveva continuare a scorrere 
in sé medesima, come fiume nel proprio alveo, e sempre più feconda e 
miglioratrice de' suoi popoli, non dilagare dai suoi confini confondendosi 
con quella degli altri paesi d'Italia, che poteva sembrare a lui essere 
come un disperdersi. In questo a me pare stia la ragione di quello che 
ei fece di bene alla Toscana e di ciò in che parve nuocerle; l'elogio e 



CAPITOLO XXV 299 



la censura della sua politica e del suo governo; il perchè questo ebbe 
sempre e meritò il titolo di paterno e civile, e fu poi giudicato antina- 
zionale e illiberale. E che fosse così era forse imperscrutabile disegno 
della Provvidenza; se altrimenti fosse stato, chi sa dire come si sarebbe 
svolta tutta la trama storica del risorgimento d'Italia, e della sua unità? 
Chi potrebbe dire se noi toscani saremmo stati così solleciti come fummo, 
per dirla con le parole del Barone Ricasoli, a sommergere questa po- 
vera Toscanità neU oceano deW Italianità? 

Qui in Toscana convenivano d'ogni parte della penisola Italiani, ai 
quali, per una ragione o per un' altra, cioè o per paura che i loro Go- 
verni aver potessero del loro ingegno, o in pena di affetti, di pensieri, 
di sentimenti che altrove non era permesso di manifestare, e si sarebì)e 
voluto spengere in quegli animi ardenti, se fosse dato agli uomini di 
soffiarvi dentro, erano cacciati dai loro paesi natii, e qui venendo trova- 
vano l'Italia e si rifacevano la patria. Vi convenivano anche molti altri 
per sola ragione di studio, parendo a tutti che questa città nostra, ricca 
di documenti e di memorie, bella per tanta e tanta splendidezza di arte, 
dove la lingua e il pensiero furono mai sempre sulle labbra del popolo, 
nella mente de' nostri pensatori, nella vena de' nostri poeti, un' armonia 
viva e sonante, dovesse, dico, essere scola e tempio per chi già vagheg- 
giava un Italia nuova, e per chi aveva il culto di certe idee, che si 
può dire venissero a noi da Dante e salissero dove mente umana può 
salire. Venivano, e quieti e onorati vivevano, come anch'essi della stessa 
famiglia; e il tetto sotto cui si ricoveravano era per essi come il tetto 
domestico. Il Leopardi, il Colletta, il Giordani, il Tommaseo, erano qui 
da noi come fratelli al nostro Niccolini, al nostro Capponi, al nostro Ri- 
dolfi, al nostro Centofanti; qui l'Amici, il Bufalini, il Matteucci, il Mos- 
sotti, il Puccinotti insegnavano nelle Università ; qui gente di tutti i paesi 
d'Italia e d'Europa il cui ingegno onorava la patria loro, e le cui opere 
si leggono tuttavia, frequentavano le nostre Biblioteche, le nostre Gal- 
lerie, le nostre Chiese : si prostravano religiosamente nel tompio di Sania 
Croce dove riposano quei nostri grandi, che sono gloria di tutto il mondo, 
non che dell'Italia; e salendo al Monte alle Croci a visitare il luogo 
dove a difendere Firenze assediata, si alzavano muraglie dalla mano me- 



300 PALAZZO VECCHIO 



desima che avea scolpito il David, e stava per scolpire il Mosè, oppure, 
salendo all'ameno colle di Bellosguardo dove il Foscolo alzava il suo 
Tempio di marmo parlo alle Grazie, volgendosi a Firenze esclamavano 
anch' essi col Poeta de' Sepolcri : 

« Te beata .... per le felici 

« Aure pregne di vita, e pe' lavacri 

« Che da' suoi gioghi a te versa Appenninol 

« Lieta dell' aér tuo veste la luna 

«. Di luce limpidissima i tuoi colli 

« Per vendemmia festanti, e le convalli 

« Popolate di case e d'oliveti 

« Mille di fiori al ciel mandano incensi ». 

Giovan Pietro Vieusseux di Oneglia vi aveva presa stanza nel 1820, 
e subito dopo aperto un Gabinetto letterario, che in Italia fu il primo, 
e anche oggi è il solo che ci faccia invidiati per questo dagli stranieri, 
che non ne trovano per ricchezza e varietà di libri e di periodici altro 
che gli stia a pari, e non ne hanno che lo superi. In questo Gabinetto 
fin d' allora si leggevano i fogli d' oltr' alpe e d' oltremare ; era il convegno 
di tutti gli uomini di lettere, di tutti i forestieri d'una qualche quahtà, 
ed era anche, si sarebbe potuto dire, il porto franco di tutte le idee. Il 
Vieusseux, non contento a questo, pensò l'anno dopo, cioè nel 1821, a 
pubblicare un giornale mensile, VAntoloffìa, innanzi che la Francia avesse 
la sua Rivista dei Due Mondi, poi si fece editore del Giornale Agrario, 
più tardi àeYC Archivio Storico, ciascuna delle quali pubblicazioni sarebbe 
bastata alla fama d'un uomo, e all'incremento della coltura di un paese. 
Col Gabinetto Letterario e col Giornale Agrario e coli' Antologia, dice il 
Capponi ^'^^ raggranellò quanti ei'ano amatori di più ampia coltura è di 
più ampio vivere: co' libri ch'egU faceva venire attese a diffondere questa 
coltura nelle città minori e nelle campagne, raccolse intorno a sé i let- 
terati non puramente municipali, e molti e chiari esuli o che stavano 
a disagio nel resto d'Italia, ai quali il Governo largamente permetteva 
dimora in Toscana, Per questo il Capponi e gli amici suoi parlando del 
Vieusseux che avea poste tali radici tra noi, dicevano in celia essere 
egli come una seconda sommità in Toscana; e Nicomede Bianchi rife- 



CAPITOLO XXV 301 



risce come si dicesse in quel tempo in Firenze, che in Toscana vi erano 
due Grunduchi: Leopoldo II, e Giampietro Vieusseux^'\ Quando fu morto, 
nel 1864, il Tommaseo dettandone un elogio, o, che è lo stesso in questo 
caso, tessendone una storia^*', scriveva queste parole con le quali io 
chiudo il mio dire di lui : « Chi conoscesse e potesse descrivere tutte le 
« difficoltà che, durante quarant' anni, ebbe nelle sue imprese Giampietro 
< Vieusseux a superare, e dicesse quale accorgimento e franchezza, qual 
« posatezza e calore usò in superarle, e come in senno si mostrò pari 
«( ai vecchi, ai giovani in ardimento; chi numerasse di quanti il valore 
« egli abbia estimato, indovinato, promosso ; di quanti educato le spe- 
« ranze, ora stimolandole e ora frenandole ; di quanti alleviate le angu- 
« stie e compianti amicamente i dolori ; chi potesse tutte raccogliere 
« le lettere da lui scritte ^^^ le parole savie e cordiali, di tutti i colloqui 
« della sua vita, i giudizi retti e a lui propri ; quegli direbbe le lodi di 
« lui degnamente » . 

In questo tempo cresceva sempre più alla gloria propria e dell'Italia 
Giovanbattista Niccolini, poeta civile, le di cui opere drammatiche si 
recitavano nei nostri teatri, e le cui prose Egli leggeva nelle nostre 
Accademie. La folla correva ad udire l'Antonio Foscarini, il Giovanni 
da Precida, e fm d' allora acclamava entusiasticamente a que' versi coi 
quali il Poeta, negli ultimi giorni della sua vita, potè salutare in Firenze, 
al Palazzo Pitti, il Primo Re d'Italia. 

« Qui necessario estimo un re possente: 

« Sia di quel re scettro la spada, e l'elmo 

« La sua corona. Le divise voglie 

« A concordia riduca; a Italia sani 

« Le servili ferite, e la ricrei; 

« E più non sia, cui fu provincia il mondo, 

« Provincia a tutti, e di straniere genti 

« Preda e ludibrio. Gesseran le guerre 

« Che hanno trionfi infarai; e quel possente 

« Sarà simile al Sol mentre con dense 

« Tenebro ei pugna, ove fra lor combattono 

« Ciechi fratelli; e quando alfine è vinta 

«; Quella notte crudel, si riconoscono, 

«e E si abbraccian piangendo >. 



302 PALAZZO VECCHIO 



De' primi lampi a vincere la crudele notte, furono certo i congressi 
scientifici i quali si aprirono, la prima volta in Italia, qui in Toscana, 
nell'ottobre del 1839 a Pisa, con la solenne inaugurazione della statua 
di Galileo, opera dello scultore Demi, collocata nella grande Aula della 
Università, sulla quale statua scrisse e mandò per le stampe una lettera 
al Prof. Frascheri, F. D, Guerrazzi livornese; e nel 1841 a Firenze. 

Prima di parlare del Congresso di Firenze, voglio dire come la 
gran torre di Palazzo Vecchio, che era stata nel secolo innanzi intona- 
cata e imbiancata, e che così aveva perduto della sua magnificenza, fu 
nel 1840 e per cura dell'architetto Giuseppe Martelli ritornata alla vista 
sua antica; e si trattava anche, ben più difficile cosa, di ricostruire lo 
sprone angolare che guarda la Loggia de' Priori, uno di quelli che ser- 
vono di sostegno alli sporti sporgenti della torre medesima. Questo sprone 
era basato sopra una pietra arenaria difettosa, dello spessore di mezzo 
braccio o poco più, e che veniva a sopportare un peso di circa dugen- 
tomila libbre toscane, pari a 67,908 chilogrammi circa. Tanta gravità 
riunita su quel piccolo solido di materia friabile, non è da maravigliare 
se col tempo lo fratturasse ^^\ « La calce mal reggendo, come dice il 
«signor Enrico Saltini, a proposito di questo restauro ^''^, all'acque, ai 
« venti, ed ai geli, a poco a poco, screpolandosi, cadeva nella sottoposta 
« piazza, ma con pericolo de' passanti. Più volte s' erano rifatti a into- 
« nacare, e sempre inutilmente. Interrogato il Martelli sul partito da 
« prendere, rispose aperto che secondo esigeva il carattere isterico del- 
« l'edifizio, si dovesse togliere la calcina, restaurare e rimettere i pie- 
« trami della torre e del ballatoio, tornare insomma quel monumento 
« nelle sue prime condizioni » . 

Parve agli altri architetti non senza grave difficoltà e non senza 
grave spesa dover riuscire tale lavoro; pure il Martelli condusse l'opera 
sua in breve tempo e con modica spesa, meritandone allora e poi largo 
encomio. Furono in quella stessa occasione, cavati di sotto il bianco che 
barbaramente gli nascondeva, e restaurati con la direzione del Prof. An- 
tonio Marini, i nove stemmi della Repubblica Fiorentina, dipinti già 
sotto gli archi del ballatoio che incorona il Palazzo, e quelli sotto il 
ballatoio della torre ^®\ 



CAPITOLO XXV 303 



Diciamo ora del secondo Congresso degli scienziati. 

Correva il giorno 15 del mese di settembre del detto anno 1841, 
allorché Firenze, racconta un testimone di vista, vedeva dar comincia- 
mento alla riunione, e messa a festa, offriva una di quelle pacifiche e 
splendide solennità, già tanto ordinarie, « in quella civile Toscana che, 
« al dire del deputato Nisco, aveva saputo conservare l'essenza della 
« libertà sotto l' assolutismo Mediceo e Lorenese > ; assolutismo d' altra 
parte così poco temuto dal fiore delle intelligenze italiane e di ogni 
parte d'Europa, che qui spontaneamente conveniva e prendeva quieta 
e gioconda stanza. 

Dal Tempio di S. Croce, ove ascoltarono la S. Messa, al Salone 
del Palazzo Vecchio destinato alle adunanze generali, da quello alla 
Reggia ed al Museo di Fisica e Storia Naturale, dove un egregio mo- 
numento ìnalzavasi pure in que' giorni alla gloria di Galileo, di cui pos- 
siamo dire col Manzoni come d'Omero, 

«: Sommo 
« D'occhi cieco, e divin raggio di mente » 

e col Foscolo che 

« vide 

« Sotto l'etereo padiglion rotarsi 
« Più mondi, e il sole irradiarli immoto 
« Onde all'Anglo che tanta ala vi stese 
« Sgombrò primo le vie del firmamento; » 

gli scienziati italiani ed esteri vedevano ovunque, ed in copia risplendere 
testimonianze irrecusabili della molta civiltà del paese. 

Nel salone adunque di Palazzo Vecchio si aprì il secondo Congresso 
degli scienziati con un discorso inaugurale del suo Presidente Marchese 
Cosimo Ridolfi, dicendo dapprima delle glorie d'Italia nei diversi rami 
dello scibile umano, quindi del progresso fatto dalle scienze nell'ultimo 
secolo, infine del bene che si poteva attendere da simili congressi. Toccò 
la divisione della Penisola in piccoli Stati ; die causa a quella della man- 
cansa d'un centro scientifico, riconoscendo pure che < il genio italiano, 
« comunque sparso e diviso, brillò dappertutto e fece spesso gli umili 



304 PALAZZO VECCHIO 



« borghi segno d' invidia alle città popolose. In tale stato di cose ebbe 
« i suoi beni ed i suoi mali. L'istruzione fu più generale, la civiltà le 
« tenne dietro dovunque, la crassa ignoranza, la rozzezza brutale non 
« trovaron ricovero in nessun luogo » . Dopo di che benedicendo ai Con- 
gressi, che col raccogliere i sapienti ora in una terra, ora in un' altra, 
rendevano le scienze veramente cosmopolite e raddoppiavano le forze 
insieme associate, si volgeva al Granduca con queste parole : « Ciò, pel 
« primo ben sentiva quel Grande, che qui, dove surse l'Accademia Pla- 
« tonica, qui dove il Cimento provando e riprovando additava la sola 
« strada che nelle fisiche guida al discoprimento del vero; qui dove le 
« scienze economiche dettavano dal Trono sapientissime Leggi, le quali 
« fecero la nostra agiatezza, e fanno V ammirazione di Europa, fondava 
« i Congressi, segnando un' era eterna nei fasti del proprio Regno, ed 
« in quella delle storie italiane » . 

In quell'anno medesimo 1841 dal governo del Granduca si conce- 
deva ad una Società anonima d'intraprendere a proprio conto la costru- 
zione di una strada a rotaie di ferro, ed era la prima che veniva co- 
struita in Toscana. 

Un moto di civiltà progrediente era fin d'allora nel nostro paese, 
ed un fermento di idee di libertà che non sarebbe più mai cessato. E 
il Granduca lo favoriva, piacendo anche a lui che la Toscana fosse 
esempio alle altri parti dell' Italia di quelle virtù civili, che sono ad 
un ora lume e fuoco di vero progresso. In quell'anno il Giusti pub- 
blicava i suoi versi La terra de' Morti, intitolati a Gino Capponi e in 
risposta ad un motto di Lamartine. L'Italia non era morta davvero; e 
in Toscana, quanto, se non più che altrove, pareva che la vita nelle 
lettere, nelle arti, nelle scienze prendesse nuovo rigoglio, e, come pianta 
al tornare della primavera, rifiorisse e si facesse feconda. E questo ri- 
fluire di tanta vita civile se non sempre era sapientemente aiutato dal 
Granduca, non era mai contrastato per fatto suo: come al tempo del 
padre di lui tutta la politica del Fossombroni, primo ministro, consisteva 
nella formola omai fatta celebre il mondo va da sé così quella del suo 
governo stava tutta nel lasciar correre. Questo modo di governare era 
piuttosto il portato d'un animo mite e buono, che non il trovato d'una 



CAPITOLO XXV 305 



scienza profonda; non era questa né la politica che era stata del Mac- 
chiavelli, nò quella che stata sarebbe più tardi del Rlcasoli, per non 
citare esempi fuori di Toscana; il Giusti satireggiando avea chiamato il 
licopoldo Re Travicello, e tutto il suo governare, aveva egli detto es- 
sere non altro che uno stare a galla, e lasciarsi condurre dai venti: 

« Lù li per la reggia 
« Dal vento portato, 
« Tentenna, galleggia, 
« E mai dello Stato 
« Non pesca nel fondo: 
« Che scenza di mondo! 
« Che Re di cervello 
« È un Re travicello! 

Quando, salito, nel giugno del 1846, al trono dei Pontefici, Pio IX 
benedisse all' Italia, spirando in lei nuova aura di vita e ridestando 
in tutti i popoli il sentimento pieno della libertà, nel quale popoli e 
principi parve si stringessero insieme d' un cuore e d' una mente, Leo- 
poldo II non soltanto si lasciò portare a quel vento, ma si direbbe che 
vi corresse dentro con animo allegro, quasi gustando di quell' armonia 
di pensieri e di affetti, che esso si mostrò poi incapace affatto a go- 
vernare, e della quale doveva mancargli troppo spesso la piena com- 
prensione e la intelligenza sicura. Come si svolgesse in quegli anni me- 
morabili tanta e così solenne storia, da parere un poema, non è materia 
da questo libro; però, comunque, sia duolmi non mi poter nemmeno fer- 
mare col discorso a rendere questo omaggio di ammirazione a quegli 
uomini che primi qui fra noi se ne misero a capo, a quei valorosi che 
lasciando tetto e famiglia prima corsero su i campi di battaglia aperti 
nella I^omlìardia da un Re e da un popolo ugualmente magnanimi, Carlo 
Alberto e i Milanesi; duolmi finalmente non aver parole che siano la- 
crimo e fiori per quei nostri martiri dell'indipendenza, che morirono 
combattendo, e che pure a Curtatono e a Montanara col perdere, so- 
praffatti non dal valore ma dal numero del nemico, consacrarono col 
loro sangue un nostro diritto, mosirando d' essere di quella gente me- 
desima di cui erano quelli che morirono a Gavigumia col Ferruccio. 



306 PALAZZO VECCHIO 



Ai 17 del febbraio 1848 aveva Leopoldo II elargito ai suoi po- 
poli lo Statuto costituzionale, e ai 26 di giugno in Palazzo Vecchio si 
inaugurarono i lavori parlamentari. Nella gran Sala di esso Palazzo 
erano riuniti i Senatori e i Deputati. In mezzo agli evviva e alle henedi- 
zioni dell'accalcata moltitudine, giunse il Granduca alla porta di Palazzo 
Vecchio, circondato dai Ministri e dagli alti dignitari di Corte in gran 
gala, ove fu incontrato e ricevuto dalle Deputazioni del Senato e del 
Consiglio Generale estratte a sorte. La sorte, comunque cieca, aveva 
estratto dall' urna di quei nomi che rammentavano la nostra storia bella 
e affidavano dell'avvenire. Erano dei Senatori: Sproni, GrifFoli, Minucci, 
Pianigiani, Sardi, Boni, Capponi, Sozzifanti, Resini, Pieri, Corsini e Ri- 
nuccini; dei Deputati: Ricasoli, Morosoli, Lapi, Fantini, Lapini, Mari, 
Corbani, Lorini, Gatteschi, De Rigny, Tavanti e Malenchini. Essi lo ac- 
compagnarono fino al trono, eretto nella parte più elevata della Sala, 
rigurgitante di forestieri e nazionali, ansiosi di assistere alla grande fun- 
zione. Il Granduca vestiva 1' abito di generalissimo della guardia civica. 
Alla destra del Trono era alzata la tribuna per la R. Famiglia, alla si- 
nistra quella del Corpo diplomatico. Ugualmente collocati vedevansi i 
Senatori e i Deputati, framezzo ai quali, a pie del soglio, stavano i Mi- 
nistri; ne venivano quindi i Consiglieri di Stato, i Magistrati, gli Uffi- 
ciali civili e militari. Levatosi in pie il Granduca lesse ad alta voce il 
discorso inaugurale. 

Si può dire che il Popolo nei suoi Rappresentanti riprendeva pos- 
sesso del suo Palazzo, ed era questa la prima volta dopo tre secoli che 
in quella sala eretta per il Gran Consiglio della Repubblica, si adunava 
un Consiglio e con eguali intendimenti di libertà; e questa volta vi si 
parlava non solamente di Firenze e della Toscana, ma dell' Italia in- 
tiera e della sua indipendenza; allargando i pehsieri di un popolo che 
era stato grande, ad una nazione che avrebbe voluto esser più grande 
ancora. Terminata la detta funzione, e dopo il giuramento prestato non 
più come ivi tante volte s'era fatto di fedeltà dei sudditi al loro Prin- 
cipe, ma dello stesso Granduca e dei Rappresentanti del paese allo Sta- 
tuto, e dichiarata dal marchese Cosimo Ridolfi presidente del Consiglio 
dei Ministri f apertura immediata e di fatto della prima sessione legi- 



CAPITOLO XXV 307 



stativa, e tornato alla reggia il Granduca, uscivano di Palazzo Vecchio 
i Deputati per raccogliersi dove era a loro preparata convenevole aula 
nella fabbrica de' Magistrati o degli Uffizi, cioè nell' antico Teatro Me- 
diceo; e i Senatori dal gran Salone si portavano nella attigua Sala detta 
dei Dugento, accomodata per le loro pubbliche adunanze. 

Architetto delle due Aule parlamentari, di quella cioè dove si adu- 
nava il Consiglio generale, e di questa per il Senato fu il reputato signor 
Giuseppe Martelli. L'Aula del Senato così la trovo descrittji a pag. 142 
del libro già citato intorno al signor Martelli, dell'amico mio, Guglielmo 
Enrico Saltini. « A chi ben consideri, egli dice, il ricco ed elegante sof- 
« fìtto della sala di Palazzo Vecchio, che serve di presente alle radunanze 
« del Consiglio Comunale della città, scompartito a grandi e profondi cas- 
<c settoni, vagamente intagliati e adorni negli angoli da grandi borchie, 
<c non che il ricco fregio a festoni e stemmi che la circonda; sarà age- 
« vele intendere perchè il Martelli, dovendo qui apprestare l'Aula del Se- 
« nato Toscano, pur serbando all'insieme il carattere che aveva dato a 
« quella dei Deputati, prescegliesse anzitutto un disegno che, ispirandosi 
« al magnifico soffitto, riuscisse ad armonizzare garbatamente con esso. 
« Da uno dei lati maggiori di questa sala, rettangolare, egli distese in fac- 
« eia alla luce la curva elegante dell' emiciclo. La componevano quattro 
« gradi di stalli, divisi in cinque sezioni, ai quali si ascendeva per quattro 
« scalette. Sedici svelte colonne ioniche sorreggevano gli archi, voltati in 
« mezzo tondo, di una bella loggia, che girando l'aula al di sopra degli 
« stalli, veniva a formare la tribuna degli invitati. Graziose ringhiere di 

< ferro dorate, tra colonna e colonna la parapettavano. Sopra gli archi 
« una ricca cornice, adorna d' intagli, analoghi a quelli antichi del soffitto 
« poi r attico che formava anche qui la pubblica tribuna di due lati le 
« porte d' accesso all' emiciclo, e sopra le due suntuose tribune per la 
« R. Corte e pei diplomatici. 

« Tutta la costruzione di legname a stucco con ornati semplici a oro. 

< Le tappezzerie di velluto cremisi. Il seggio presidenziale in faccia al- 
« r emiciclo » . 

In Palazzo Vecchio rimanevano in una col Senato e con i suoi 
uffizi, gli uffizi dei varii Ministeri; per maniera che in esso veniva 



308 PALAZZO VECCHIO 



fatta la maggior parte della storia d'allora, o almeno di essa storia in 
quello si ordiva e in parte si tramava la gran tela. E se noi potes- 
simo trattenerci nel Palazzo Vecchio tutto quel tempo, e sorprendere in 
quegli uomini di Stato, e nel Senato i pensieri e leggerne tutte le pa- 
role, e riandarne le leggi, certo che faremmo buona opera di storia, ma 
io uscirei dal limiti che mi sono prefissi, e divagherei dal mio tema, 
perchè sarei tratto piti volte a scendere in piazza tra il popolo che 
troppe volte e troppo spesso a gridare o evviva o morte vi si accal- 
cava, e sarei anche condotto fuori della città, e fuori dello Stato. D'al- 
tronde tutta questa è storia che già va per i libri, e che noi un po' vec- 
chi abbiamo spesso sulle labbra e sempre nella mente e nel cuore, 
ricordandone le gioie baldanzose, i dolori che opprimevano, gli errori 
e le vergogne che ci umiliavano. Il rovescio delle armi su i campi 
lombardi sconvolgeva nei singoli Stati d'Italia ogni pensiero d'ordine, e 
portava i popoli dalla libertà alla anarchia: anche la Toscana insueta 
da secoli all' uso della libertà, fuorviava; e i Deputati nel Gran Consi- 
glio, i Senatori nel Senato, i Ministri nel Governo, i popolani nei cir- 
coli, i giornalisti nei diarii, il popolo nelle piazze e nelle vie, si può 
dire che si confondessero a guisa d'ebbri, e tradendo inconsapevolmente 
forse l'uno l'altro, tutti tradissero sé medesimi e la patria. Dappertutto 
si andavano sciogliendo i vincoli tra principi e popoli, la monarchia man- 
cava di fede alla libertà, questa si scioglieva da ogni freno di leggi, e 
scorazzando saltava e correva come cavallo che abbia scosso di sella il 
cavaliere, e parea tornare l' Italia ad essere 

« Nave senza nocchiero in gran tempesta ». 

Fu grande ventura per l' Italia che da tutto ciò fosse salvo il Pie- 
monte, dove il Re e il Popolo, la Monarchia e la hbertà, da quei campi 
di battaglia, tutti pregni del loro sangue, e dalle matte gozzoviglie della 
licenza infunante per le città, uscissero più gagliardi, più forti, più uniti, 
e con in mano la stessa bandiera della indipendenza e della libertà Ita- 
liane. Dio serbava quel paese ai grandi e prossimi destini dell' Italia. 

Anche in Toscana i Ministeri si facevano e disfacevano, non nei 
Parlamenti, ma in piazza: ai sibili della piazza era caduto quello del 



CAPITOLO XXV 309 



Ridolfi, e con gli evviva della piazza era sorto quello del Capponi, il 
quale poi dovette alla sua volta lasciare il posto, quando anche per lui 
le disapprovazioni e i fischi erano succeduti agli evviva; evviva che 
portavano in alto il Guerrazzi come Cesare su gli scudi de' pretoriani, 
scudi sotto i quali dovea pure egli essere oppresso, allorché gli caddero 
terribilmente gravi in sul capo. Il Granduca che non aveva fatto che 
cedere a tutto e a tutti, arrivò a tal punto che nulla parendo a lui di 
poter più fare, per mantenere salvo l'onore del Granducato, e non man- 
care ai doveri della famiglia sua verso l'Impero d'Austria, non sapendo 
più essere toscano, e mancandogli la forza di mostrarsi austriaco, si at- 
tenne all'espediente infelice di lasciare lo Stato a sé medesimo, e com- 
mettere la sua corona alla fortuna di Casa d'Austria. Nei primi giorni 
del 1849 Leopoldo lasciava improvvisamente Firenze, e andava a Siena, 
ove già era andato il resto della sua famiglia, e da Siena condottosi 
dopo pochi gioni al Porto di Santo Stefano, prese il mare alla volta di 
Gaeta, dove già erasi rifugiato il Sommo Pontefice. 

A Firenze fu costituito un governo Provvisorio nelle persone del 
Guerrazzi, del Montanelli, del Mazzoni, i quali abolivano il Senato e il 
Consiglio generale, e convocavano un'Assemblea di rappresentanti del 
Popolo, eletti col suffragio universale. Quel governo aveva la sua sede 
in Palazzo Vecchio, alle cui porte già picchiava potente e oltrapotente 
il popolo, che d'essere senza governo vero, e incapace di governarsi da 
sé medesimo, in breve ora doveva stancarsi, e nell' abusare di certe sue 
forze spossarsi tutti i giorni. Quotidiani erano i tumulti popolari per la 
città, pareva d'essere al tempo delle antiche parti, ma parti non erano 
queste veramente, che concetto pieno e sincero di politica non era più 
nel popolo, si combatteva per l'ordine, per la proprietà, per la casa e 
la famiglia ; alla patria pochi o nessuno pensavano. Era venuta a Firenze 
gente d'altre città della Toscana, in specie da Livorno, ma come si va 
in città d'altri, e da chi vi vuol fare i fatti propri. E corse sangue per 
le nostre vie, sangue di livornesi versato da fiorentini, sangue di fio- 
rentini versato da livornesi: e non erano essi tutti toscani, non erano 
tutti italiani? Ai primi del mese d'aprile il popolo basso, e quello che 
veniva dalle campsigne più che istigato da altri, mosso dal bisogno, che 



310 PALAZZO VECCHIO 



ogni giorno più si faceva sentire a tutti, di avere pace e ordine, che 
risvegliasse e permettesse il lavoro che era il pane e la ricchezza del 
popolo, cominciò a tumultuare, gettando giù gli alberi della libertà, che 
erano stati alzati in sulle piazze all'andar via del Granduca, e gridando 
contro il Guerrazzi che era rimasto a capo del governo in Palazzo Vec- 
chio. Pareva d'essere ritornati ai tempi della Repubblica, e il Popolo 
voleva il palazzo suo, per toglierlo a coloro che nel suo nome se n'erano 
impadroniti, e vi governavano senza autorità e senza libertà. Già qual- 
che giorno prima la voglia di ricondurre il Granduca in Toscana, e va- 
lersi di lui a impedire che la guerra civile, o la guerra con l'Austria, 
insanguinassero le nostre contrade, aveva cominciato a mostrarsi in certe 
trattative più o meno palesi, che alcuni de' nostri avevano intrapreso col 
Granduca e la sua corte che stavano a Gaeta; ma scoppiata che fu la 
sommossa in Firenze l'il d'aprile, e rovesciato il Governo di Palazzo 
Vecchio, il Municipio nominò una Giunta di persone autorevoli, di quei 
nomi, fu detto da chi il poteva dire, che il paese lasciato libero di sé 
stesso in ogni tempo eleggerebbe. Era questa, che si chiamò Commis- 
sione Governativa, composta dei signori Capponi Gino, Ricasoli Bettino, 
Torrigiani Carlo, Capoquadri Cesare, e Luigi Serristori, il quale non es- 
sendo allora a Firenze, non prese parte ai lavori di quella, e poi salì 
in Palazzo Vecchio con autorità di Commissario del Granduca. « La Com- 
« missione, diceva più tardi uno de' suoi ®, rappresentava tale qual' è il 
« paese nostro con tutte le sue diversità d' opinioni e passioncelle anche 
« di parte, ma temperate però e discrete, com'è proprio della Toscana. 
« Era un governo di pochi giorni, che senza forme procedeva familiar- 
« mente e alla buona : le discussioni sempre in palese, e quasi continua 
« la presenza nel Palagio, dove anche solevano desinare tutti insieme, 
« com' era costume dell' antica Signorìa ; i Segretarii esercitavano le fun- 
« zioni di Ministri, il che riuscì buon divisamente per essere uomini di 
« molta fede e capacità, e a non destare ambizioni nuove > . 

Dapprima si temeva sempre di qualche pericolo che minacciasse la 
città, e r esorbitanze de' vincitori di quel giorno erano più temibili che 
non fossero le disperazioni dei vinti. « Pareva, narra il Capponi, non 
« essere al tutto fuori d' ogni timore un assalto del Palagio, come gli 



CAPITOLO XXV 311 



« facevano ai tempi antichi della Repubblica, Ma la Repubblica oggidì 
« non è nel sangue, ma nel cervello, e contro lei sta, conto fatto, l'in- 
de teresse degli uomini più bisognosi : il comandante della Municipale che 
« venne in quei giorni a trattare di un accordo, rigido d'armi e di lin- 
« guaggio, con piglio feroce e con professioni di spartano, si seppe dipoi 
« essere uomo venduto all'Austria, e qui da lei mandato a posta. A me 
« che avevo in tempi dissimili comunque recenti, e in quelle stanze me- 
« desime, sentito quasi d' ora in ora il vuoto farsi attorno a noi ; e in 
« quella vece sentivo adesso affluire verso noi le cose e gli uomini con 
« tal voga ch'era impossibile rattenerla, a me non diedero quelle voci 
« alcuna sorta mai di sospetto. Ed io soleva ai miei colleghi scherzando 
« dire, che da me solo mi prometteva fargli sicuri, purché mi pones- 
« sero a star di piantone su alto in torre sotto la campana grossa, 
« dov'io potessi al primo rumore attaccandomi alla fune chiamare la 
« gente che da ogni parte accorrerebbe » . 

Il pericolo vero veniva di fuori, veniva cioè da Gaeta e da Vienna, 
e a stornarlo non bastò la Commissione governativa per quanto si ado- 
perasse, e per quello sarebbe stato il sonare il campanone di Palazzo 
Vecchio, precisamente ciò che è il suono delle campane del villaggio, 
per rompere e allontanare la burrasca in cielo. E la burrasca che già 
s' era addensata nell'Italia superiore, passò gli Appennini, e venne ad 
oscurarare il nostro cielo. Ai 4 di maggio giunse in Firenze, Commis- 
sario straordinario del Granduca, il Conte Luigi Serristori, e prese stanza 
in Palazzo Vecchio, da dove usciva la Commissione governativa, la quale 
nulla potendo ordinare circa lo Stato, nulla difendere, né porre ostacoli 
al torrente che sommergeva con le malvagie e stolte cose anco le buone 
e ragionevoli, faceva che quel periodo di storia non si chiudesse rinne- 
gando la libertà, e spengendone per sino la speranza. « La Commissione, 
« dice lo stesso Capponi, meritò bene e del Principe e del Paese con 
« l'ammorzare quel primo scontro che è tanto dui'O nelle riscosse: e a 
« tutti giovò che il moto popolare del 12 aprile, buono com'era in sé 
« medesimo ed onorevole alla città nostra, cadesse in mano di uomini 
« moderati senza di che il paese stesso avrebbe potuto ingannare sé me- 
« desimo, e farsi egli causa d'inganno e scusa d'errori al governo rin- 



312 PALAZZO VECCHIO 



« tegrato, quasi i Toscani intendessero rinnegare ogni pensiero di libertà 
« ed ogni voto d' indipendenza » . 

Il Granduca da Gaeta invocava l'aiuto di Vienna, punto egli fidan- 
dosi nei suoi popoli, i quali pure lo avevano richiamato; per esperienza 
non fidando nemmeno nella forza sua propria, e fatto essendo pauroso della 
libertà, L'Austria accoglieva l'invito, sollecitandolo forse essa stessa, desi- 
derosa di allargare le sue truppe più che potesse in Italia, e nel governo 
dei suoi Duchi e Arciduchi volendo prendere una ingerenza che meglio ne 
assicurasse il dominio di qua dalle Alpi. Gli Austriaci entrarono in To- 
scana ai 5 di maggio, comandati dal Generale d'Aspre, e si conducevano 
tosto sotto le mura di Livorno, che ancora era in istato di rivoluzione, 
non essendosi la città accomodata al richiamo del Granduca; e dopo 
aver preso 1' 1 1 dello stesso mese, non senza combattimento, quella città, 
si rivolsero alla volta di Firenze, dove giunsero ai 25 dello stesso mese. 
In quel giorno il Capponi si compiacque della sua cecità che gì' im- 
pediva di vedere quelle truppe, e il popolo silenzioso le vide passare 
per le vie e prender posto nelle piazze, poi acquartierarsi nei forti, alle 
porte, ai corpi di guardia. Sentivamo tutti che la città non era più 
nostra. A Palazzo Vecchio aveano ripreso posto i nuovi Ministri del 
Granduca, il quale indugiò a tornare nella Toscana sul finire del mese 
di luglio: ai 28 di questo mese rimetteva piede in Firenze. 

Dinanzi a Palazzo Vecchio dove era anticamente la ringhiera, fu 
fatta una cancellata di ferro, dietro la quale montavano la guardia i 
Tedeschi. Nel primo giorno che gli Austriaci erano a Firenze sovvenne 
al Capponi del Guerrazzi che, al di là d'ogni rag'ionevole previdenza 
era rimasto in Palazzo Vecchio, ed alla Commissione governativa cor- 
rere obbligo di salvarlo, e gli parve nell'animo grande sentir egli la 
paura del pericolo che, per essere gli Austriaci in città, al Guerrazzi mag- 
giormente sovrastava. Tutto ciò racconta il Capponi nei citati Ricordi, 
con queste parole : « Quel eh' ebbe di peggio la Commissione governa- 
« tiva fu il tristo partito cui s' appigliava il Guerrazzi dopo caduto il 
« governo suo, di rimanere in Palazzo Vecchio, donde a noi vennero 
« difficoltà grandi .... Dopo l' impegno messo da noi a far sicuro il 
« Guerrazzi dalle offese e dai pericoli che a lui parevano minacciare 



CAPITOLO XXV 313 



« per la venuta degli Austriaci, non fu egli condotto a Volterra come 
« ne avevano fatto istanza al Commissario straordinario, ma traslocato 
« solamente dalla fortezza di Belvedere nella prigione delle Murate. Del 
* che essendomi dato avviso appena entrati gli Austriaci, venne subito 
« di poi il Segretario Allegretti a riferirmi le dicerie sinistre le quali 
« correvano sulle intenzioni di questi, ed avere egli dai rapporti della 
« Polizia, alcuni soldati ed uffiziali essere stati uditi dire — Pofere Guer- 
« razze afere poche ore da fifere. — Me intanto prese a quell'annunzio 
« una febbrile agitazione, che la maggiore non ebbi mai ; corsi al Pa- 
« lazzo e (come Dio volle) trovato solo il Commissario, con parole con- 
« citate, gli posi innanzi la infamia che verrebbe da quel sangue a lui, 
« al governo, al paese, a tutti noi. Forte era l'impegno (secondo m'ac- 
« corsi) eh' egli aveva tolto di non rischiare per alcun modo la evasione 
« del prigioniero : ma un peggior caso gli stava innanzi, tantoché ot- 
« tenni dalla rettitudine del Serristori facesse chiamare presente me l'Al- 
« legretti, e in terzo con lui si concertasse ogni cosa, fino alle persone 
« le quali dovessero accompagnare il Guerrazzi alla nuova stanza di 
« Volterra. Dissi per ultimo che ad ora tarda sarei tornato, e se non 
« udissi questi essere almeno uscito fuori della città, ogni partito che 
« fosse atto a mio discarico e de' miei compagni, da me sarebbe tenuto 
« buono. Tornato infatti ebbi certezza il Guerrazzi essere già in salvo; 
« e non mai più dopo quella volta ho messo piede in Palazzo Vecchio > . 



(1) S'allude agli Ultimi cinquanf anni della Storia di Firenze. 

(2) Capponi Gino, Necrologia di Pietro Capei. Arch. Stor. ital., serie in, tona. Tiii, 
parte ii, pag. 202. 

(3) Bianchi (Nicomede), Carlo Matteucci e l'Italia del suo tempo. Tor., Bocca, 1874, p.41. 
(*) Niccolò Tommaseo, Di Giovanpietro Vieusseux e dell' andamento della cimila 

italiana in un quarto di secolo. Memorie, 2.° ediz. Firenze, tip. Cellìni, 186-i, in-lG" pag. i. 

<^^ La ricchissima collezione di lettere e documenti appartenenti al Vieusseux è ora 
nella Biblioteca Nazionale di Firenze. 

C) Della Vita e delle Opere di Giuseppe Martelli, architetto ed ingegnere fioren- 
tino. Commentario di Gugliklmo Eniiico Saltini. Firenze, Carnesecchi, 1888, pag. 125. 

C) Ivi, pag. 2. 

<») Ivi, pag. 26, n." 1. 

(9) Capponi Gino, Scritti editi e inediti, voi. ii, pag. 57. 




CAPITOLO XXVI. 



Il 27 di aprile del 1859 e il 15 di marzo del 1860. 




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L Capponi, dopo quella volta, non 
mise più piede in Palazzo Vecchio, e 
così fecero molti altri; tutti coloro 
che per animo, per ingegno, e per 
dottrina si distinguevano nella cit- 
tadinanza fiorentina, e avevano fatto 
mostra negli anni antecedenti di spi- 
riti liberali. C'era una parte in città 
che non volle aver più che fare né 
col Granduca, né col Governo suo; 
fra questi e quegli stavano gli au- 
striaci ; la cancellata che aveano fatto alla scalinata di Palazzo Vec- 
chio, pareva chiuderlo ai cittadini più degni ed al popolo. A poco a 
poco fu abolita la guardia civica, la libertà della stampa, lo Statuto; 
il Governo si fidava che riconducendo il paese agli ordini che vigevano 
innanzi al 1846, avrebbe spento degli anni posteriori, se non la memo- 
ria, almeno il desiderio; e lo avrebbe rimenato a quel vivere quieto, 



316 PALAZZO VECCHIO 



e a quella facilità e correntezza d'ogni cosa che simulava la libertà. Ma 
certi desiderii nel cuore umano, e in specie nel popolo, non si spen- 
gono, anzi rimangono sempre più accesi, come accade delle memorie, 
che col passare del tempo si fanno più tenaci e divengono più care. I 
pensieri della libertà e dell'indipendenza d'Italia, cioè il pensiero primo 
e massimo dell'Italia fatta nazione, rimaneva nella mente e nel cuore 
della maggior parte dei Toscani, era il lume sotto il moggio, traman- 
dato dai padri a' figliuoli, fatto sacro a molte famiglie. 

C era poi il Piemonte, là a' piedi delle Alpi, che tenendo alta la 
bandiera, sotto la quale aveano combattuto i volon tarli d'ogni parte della 
Penisola, di tutti chiamava gli occhi a sé e le menti e i cuori; essere 
d' animo e di pensiero piemontesi valeva come essere italiani. L' eco 
di quel parlamento giungeva fino a noi; andava più lontano: i suoi 
giornali si leggevano dappertutto. Erano idee che rispondevano ad altre 
idee, erano parole in accordo con altre parole, ma quelle manifestate e 
proferite alla luce del sole, alla gente di tutti i gradi dal Re all'operaio, 
queste qui da noi tenute chiuse perchè non ne incogliesse male, e pro- 
nunziate nel segreto della famiglia, o dell'amicizia; ma la rispondenza, 
l'accordo non cessò mai. Per quanto facesse e volesse il Governo, le 
idee liberali ogni giorno mettevano più profonde radici, si mantenevano 
sempre più deste, e si facevano sempre più mature, al contatto di quel 
paese d'animi forti, dove la Monarchia s'era mantenuta popolare, e il 
popolo al suo re confidava fiduciosamente la propria libertà. Il Piemonte 
a capo dell'Italia, era, per prendere una bella similitudine al Manzoni, 
il gran paniere di fiori appena colti, messo davanti a un alveare, e quei 
fiori producevano quel movimento, quel brulichìo di pensieri e di affetti 
nel cuore e nella mente di tutti i veri italiani, che i Governi s'affati- 
cavano invano a fermare, e ad assopire; proprio come certe immagini 
varie e luccicanti nel cervello della Geltrude^^\ Subito tornato a Firenze 
il Granduca, e venutivi i tedeschi, cominciò quel lento, ma incessante 
lavorìo che preparava la Toscana ad una nuova riscossa, alla cui dire- 
zione erano quegli uomini, che non si poterono acconciare mai a rima- 
nere fermi o a tornare addietro col Governo, alcuni di essi avevano 
contribuito a restaurarlo per ricondurre qui l'ordine, pur mantenendo la 



CAPITOLO XXVI 317 



libertà, ed erano stati tra i primi ad allontanarsene appena si furono 
accorti, che l'ordine veniva affidato alle baionette straniere, e la libertà 
veniva senz'altro stretta con catene ribadite a Vienna. Di tali uomini, 
come io stesso ebbi a dire altrove, ce n'erano nella nostra aristocrazia 
e nel nostro popolo, si riunivano nei palazzi di qualche magnate e nelle 
case di qualche operaio: il Marchese Ferdinando Bartolommei, d'illustre 
casato e ricco, e Giuseppe Dolfì fornaio si davano la mano, e si strin- 
gevano col vincolo di quelle idee liberali, che in breve sarebbero state 
tutta la forza del nostro paese. Il comm. Giovanni Baldasseroni, Presi- 
dente del Consiglio dei Ministri, e Ministro per le Finanze, Leonida 
Landucci, Ministro dell'Interno, erano quelli che nel nuovo Governo, 
pure essendo stati liberali coi liberali, dirigevano la nuova politica del 
Granduca nel paese; e il Principe Don Andrea Corsini era per gli affari 
esteri. Essi erano gente onesta davvero, laboriosa, e intelligente; ma 
per essi che cosa era l'Italia, che cosa l'essere di nazione? Ministri in 
Toscana essi non credevano di dover pensare più in là; servitori del 
Granduca e non del popolo, pareva loro di non avere altro obbligo oltre 
quello di obbedirlo; ministri e servitori d'un Arciduca d'Austria, tene- 
vano a mantenere una certa indipendenza del Granducato dall'Impero, ma 
insieme non far nulla che potesse a questo nuocere nei suoi possedimenti, 
anco in Italia. Il Porro unum per essi sarebbe stato che i diversi Stati 
nei quali era divisa l'Italia fossero retti per maniera che poco o nulla 
avessero avuto i popoli a desiderare, e i Principi a temere: che poi 
fosse no l'Italia, una nazione; che sul suo terreno fossero o no stra- 
nieri; che nel concerto dell'Europa potesse o no alzare la voce; erano 
pensieri che non passavano loro nemmeno per la mente. Per questo ai 
primi lampi che annunziavano una nuova bufera, essi, cioè i Governanti, 
non si commossero né punto né poco, perchè erano sicuri che anche 
questa sarebbe passata, com'era passata quella del 1848; e che nella 
guerra, se pur guerra ci fosse stata, l'Austria avrebbe sempre finito col 
vincere, stando in lei, secondo loro, il diritto e la forza. 

Nel maggio del 1855 partirono gli Austriaci anco da Firenze, es- 
sendo da Livorno partiti l'anno innanzi: il Governo seguitò per la sua 
strada, contento che per quel fatto fosse cessato un carico all'erario del 

V 

41 



318 PALAZZO VECCHIO 



paese. Gli austriaci costavano; se non fossero costati, non gli avrebbero 
certo dato noia; d'altronde austriaco, sebbene nato in Toscana, era il 
Granduca; l'Austria aveva una certa padronanza, sul granducato, perchè 
questo era un appannaggio della seconda genitura nella sua famiglia; 
poi perchè il governo austriaco non si sarebbe anche potuto dire ita- 
liano, come tutti gli altri, possedendo la Venezia e la Lombardia? e il 
regnare che cosa era allora, se non era il possedere? Certe idee di na- 
zionalità non potevano in certe menti avere il culto, che pure continua- 
vano a ricevere in certe altre, nelle quali era rimasta confitta come un 
chiodo quella professione politica, che nel 1846 scrisse Giuseppe Giusti, 
in que' versi intitolati: Il Delenda Cartago: dove un tale al Commis- 
sario di Pulizia, dopo di aver detto che il tempo aveva preso l'aire 
verso la libertà, e simili altre cose, conchiudeva: 

« .... si può benone in due parole 
« Tirar la somma di ciò che si vuole. 

« Scriva. Vogliam che ogni figlio d'Adamo 

« Conti per uomo, e non vogliam Tedeschi: 
« Vogliamo i capi col capo; vogliamo 
« Leggi e Governi, e non vogliam Tedeschi. 
« Scriva. Vogliamo, tutti, quanti siamo, 
« L' Italia, Italia, e non vogliam tedeschi ; 
« Vogliam pagar di borsa e di cervello, 
« E non vogliam Tedeschi: arrivedello ». 

E s' intende Tedeschi in Italia, che in Toscana se ora se n' erano 
andati, nel 1846 non e' erano anco entrati. Era quello di che non si 
capacitarono mai i governanti di Leopoldo II, che i Toscani cioè si do- 
vessero, come si dice, arrovellare per i Tedeschi che non erano in casa 
loro. E ciò si vide all'avvicinarsi e poi al cominciare del 1859, cioè al 
primo vociferare che si fece d'una nuova guerra del Piemonte contro 
l'Austria. I liberali, aristocratici e popolani, cominciarono sul cadere 
del 1858 a darsi moto, a preparare il paese alla guerra, come a cosa già 
fatta certa, e che lo toccasse proprio nel cuore; il Granduca e i suoi 
Ministri pareva non s' accorgessero di niente, o almeno mostravano di 
non preoccuparsene affatto. Nel Granduca nessuno dei liberali aveva più 



CAPITOLO XXVI 319 



intiera fiducia, e fra il governo e il paese era una grande separazione, 
che tutti i giorni si fece maggiore. 

I vecchi e i giovani fra i liberali si univano ad un opera che valesse 
ad indirizzare tutto il popolo a quella politica che, diretta a Torino dal 
Conte di Cavour, e favorita dall'Imperatore dei francesi, era preparatrice 
dei tempi che si avvicinavano d' ora in ora, e doveva portare alla guerra 
con l'Austria. Valendosi di quel po' di libertà di stampa che era rimasta 
tra noi, il marchese Cosimo Ridolfi, il barone Bettino Ricasoli, il signor 
Ubaldino Peruzzi, l'avvocato Tommaso Corsi, l'avvocato Leopoldo Cem- 
pini e Celestino Bianchi si fecero promotori di una Biblioteca civile del- 
l'Italiano, che venne fuori pei tipi di Gaspero Barbèra. Quando in questa 
Biblioteca comparve il libro Toscana ed Austria, scritto dal Bianchi, 
ma pensato, si potrebbe dire, da tutti, fu il gran segnale della prossima 
rivoluzione. Subito pubblicato il libro, se ne fece gran rumore; il Go- 
verno tentò d' impedirne la diffusione, e ciò, come suole accadere sempre, 
l'accrebbe molto; vi aderirono i principali nostri uomini, e taluno, come 
ad esempio il marchese Ferdinando Bartolommei, che non vi aveva ap- 
posto il nome, maggiormente e di danaro e di consiglio, e di fatica ne 
aiutò lo spaccio, cosi che se ne venderono in pochi giorni migliaia di 
esemplari; era un manifesto, un ultimatum, un voto. In esso rifacendo 
la storia della Toscana s' intendeva a mettere in mostra l' azione con- 
tinua, prepotente, illiberale che vi aveva esercitata l'Austria, e quanto 
a Leopoldo II si mostrava essersi egli reso ormai impotente a scio- 
gliersi dai vincoli che lo univano alla famiglia imperiale, e in lui il 
Granduca, dopo la fuga a Gaeta e il suo ritorno in mezzo alle armi 
straniere, soggiacere necessariamente all'Arciduca; e fra l' Italia e l'Au- 
stria non avere più scelta possibile: egli necessariamente dovere man- 
care di fede o ai suoi o a noi. Crederono i suoi Ministri tutto poter 
conciliare apprendendosi al partito della neutralità, non pensando che in 
una guerra di nazionalità e d' indipendenza 1' essere neutrale uno Stato 
d' Italia, valeva quanto essere con i nemici di lei. Pure tentarono, la- 
sciando anche che alla guerra andasse pure chi volesse, e che i voti 
per la disfatta dell'Austria liberamente e in tutti i modi si manifestas- 
sero, bastando loro mantenere il governo come da parte, e riserbandosi 



320 PALAZZO VECCHIO 



a guerra finita di appoggiarsi su chi avesse vinto. Non mancarono ne il 
marchese Don Neri Corsini, né Ubaldino Peruzzi, né GugUelmo Digny, 
ed altri ed altri, di fare intendere al Granduca, ed ai Ministri quale 
sconsigliata politica fosse quella della neutralità, ma fu inutile. Palazzo 
Pitti e Palazzo Vecchio erano chiusi a quel nuovo moto di idee e di 
affetti che omai agitava tutta la città. Era un continuo arrolarsi e par- 
tire di volontari, d'ogni ordine e d'ogni classe sociale, e non di na- 
scosto, nell'ore tarde della notte, ma palesemente, nel mezzo del giorno, 
e cantando e gridando Viva l'Italia. Il Bartolommei e il Dolfi erano i 
grandi arrolatori, il Palazzo di quel magnate e la Casa di quell'operaio 
erano il convegno, il ritrovo di tanti giovani che non chiedevano altro 
che di andare a cimentare la loro vita per l' Italia, di tanti vecchi che 
non avendo più nulla da offrire alla patria, accompagnavano i loro figliuoli 
e i loro nepoti a iscriversi su quelle liste. Ci fu un momento che al 
Palazzo Bartolommei i gian darmi del Granduca mantenevano 1' ordine, 
in tanta folla che vi accorreva e che ne usciva. Si avvicinava il giorno 
hi cui era d' uopo che un partito e dal Governo e dal Paese si pren- 
desse: ma quello oramai erasi reso inabile e impotente a prendere e 
mantenere un partito qualunque, questo non ne aveva che uno solo, 
la rivoluzione. E la rivoluzione fu fatta: « La mattina del 27 (aprile) 
« dice il signor Lombardi nel suo libro intorno a Ferdinando Bartolom- 
« mei^'^^ come ad un dato segnale, la città s'adornò di bandiere e d'em- 
« blemi nazionali e tutta la popolazione di Firenze, composta, silenziosa, 
« piena di calma serena e pensata, convenne da tutti i punti in piazza 
« Barbano. Di là, coccarde in petto, bandiere al vento, 1' enorme onda 
« di popolo, frammista di donne, di fanciulli, di soldati, si mosse al grido 
« magico di « Viva l' Italia » verso la Fortezza da Basso, donde tosto 
« uscirono parecchi ufficiali e soldati che insieme ai cittadini procede- 
« rono verso Piazza del Duomo, acclamando alla libertà, alla guerra, 
« all' unione col Piemonte ». 

A tanto moto di popolo, a tali grida di esultanza, il Granduca, a 
cui Don Neri Corsini, con lealtà di cavaliere, con devozione di cittadino, 
e' con fedeltà al Principe, aveva detto nella mattina essere il migliore 
scampo per la Dinastia la sua abdicazione a benefizio del Principe eredita- 



CAPITOLO XXVI 321 



rio, questo sacrifizio domandare a lui il popolo, e imporre il paese; credè 
compire il suo dovere andandosene, e lasciando a sé stessa la Toscana^ e 
non altro chiedere che aver salva la vita a sé e ai suoi, e tutto com- 
mettersi all'avvenire. In sul vespro di quello stesso giorno la famiglia 
dei Lorena lasciava Firenze, e i Fiorentini la vedevano partire senza 
odii e senza rancori; non aveva essa fatto abbastanza del bene perchè 
la trattenessero, non tanto male che la dovessero perseguitare; partiva 
in mezzo al silenzio di tutta la popolazione, mentre si alzava sulla torre 
di Palazzo Vecchio la bandiera tricolore; cioè la bandiera d'Italia che 
si alzava al sole, accanto al leone di Firenze; quel silenzio significava 
rispetto e gastigo per la Dinastia lorenese; quella bandiera, annunziava 
al popolo che un'altra storia nel suo palazzo, in quel giorno, aveva co- 
minciamento. Erano trecento e ventisette anni che, per ordine e volontà 
di Papa Clemente VII, il Gonfaloniere e i Priori della Hepubblica di 
Firenze erano scesi di Palazzo Vecchio, e in Alessandro de' Medici si 
era costituito il Principato o Ducato fiorentino; ora ai 27 aprile del 1859, 
per ordine e volontà del Popolo, il Gonfaloniere e i Priori del Comune, 
rifacendosi signori dello Stato, risalivano nell'antico Palagio, e costi- 
tuivano un Governo Provvisorio negli onorevoli nostri concittadini Ubal- 
dìno Peruzzi, Vincenzo Malenchini, Alessandro Danzini. Questo Governo 
prendeva stanza in una delle sale di Palazzo Vecchio, ed immediata- 
mente offriva la reggenza della Toscana al re di Piemonte Vittorio Ema- 
nuele, che già aveva snudata la spada ed era sceso in campo contro 
gli Austrìaci, avendo a fianco come ausiliatrice l'armata di S. M. l'Im- 
peratore de' Francesi : ed era la prima volta nella nostra Istoria, che 
un Imperatore varcava le Alpi, non per farsi padrone delle nostre terre, 
ma per aiutare l'Italia a rigettare da sé ogni servaggio. 

Il Re piuttosto che la reggenza, accettò il protettorato della To- 
scana, per il tempo che sarebbe durata la guerra, nominando suo Com- 
missario straordinario, il commendatore Carlo Boncompngni, che era in 
Firenze in qualità di ministro di Sardegna fino dal 1857. Questi in forza 
della sua autorità, e per dare alla Toscana un assetto di Governo più 
stabile, e piti al caso di provvedere ad ogni successiva occorrenza, no- 
minò Ministro dell'Interno il Barone Bettino Ricasoli; dell'Istruzione, e 



322 PALAZZO VECCHIO 



ad un tempo degli Affari esteri, come interino, il Marchese Cosimo Ridolfi ; 
della Grazia e Giustizia, il consigliere Enrico Poggi ; delle Finanze, il si- 
gnor Raffaele Busacca; ai quali poi vennero aggiunti, in qualità di Ministro 
degli affari ecclesiastici, l'avvocato Vincenzo Salvagnoli, e per quelli della 
guerra, il maggiore generale Paolo Decavero che poi cedeva tale ufficio 
al nostro Niccolini, e questi alla sua volta al colonnello Raflfaelle Cadorna. 

Era, come ehbi a dire in altra circostanza^'^, un governo quale si 
addiceva a Firenze, anzi alla Toscana; in esso quegli aristocrati che erano 
venuti su dal popolo, e al popolo riaccostandosi avevano rinfrescata l'an- 
tica nobiftà, in esso quei popolani che s'erano, fra tutti, levati in alto per 
integrità di carattere, per splendore d'ingegno, per dignità di vita. 

I Ministri presero posto in Palazzo Vecchio, e fino dal primo giorno 
mostrarono di sentire essere in essi il Popolo, e dalla storia che vede- 
vano dipinta sulle pareti delle loro stanze, dalle pietre che li circon- 
davano, presero ammaestramento e forza ad ordinarsi in un governo 
liberale e che avesse del popolano e del magnifico insieme, com' ai tempi 
dell'antica Signorìa. 

Primo atto del nuovo Governo fu la istituzione di una Consulta 
di Stato, composta di 42 membri scelti da ogni paese, da ogni classe 
di persone, e di sentimenti liberali, come dice il Poggi nelle sue Me- 
morie ^*\ conosciutissimi. Fu nominato presidente il Capponi, a cui niuno 
poteva contrastare la preminenza, né la incorrotta fama di italianissimo, 
segretario l'avvocato Leopoldo Galeotti. E questa Consula, convocata 
per il 6 di luglio, pochi giorni innanzi le prime voci di tregua fra gli 
eserciti combattenti, si adunò nell'antica sala del Gonfaloniere, all'ultimo 
piano del Palazzo Vecchio; ad essa il Governo, con un discorso del 
Commissario, e un altro letto a nome del Ministero dall' avv. Vincenzo 
Salvagnoli, fu reso conto di quello che era stato fatto, ed esposto il 
pensiero di quel più che restava da fare, dopo di che la Consulta si 
costituì nominando due vicepresidenti, l'abate Raffaello Lambruschini, 
e il signor Ubaldino Peruzzi. In que' giorni tutto pareva andare a se- 
conda, né maggiore era mai sperabile potesse essere la fortuna d'Italia: 
ogni battaglia combattuta era stata una vittoria; il paese quasi senza 
soldati affatto, non era mai stato altrettanto ordinato e quieto; le spe- 



CAPITOLO XXVI 323 



ranze erano in certa guisa superate dagli eventi. Ma quando venne la 
notizia dei preliminari della pace, e poi la pace fu conchiusa tra l'Im- 
peratore dei Francesi e l'Imperatore d'Austria, per modo che anche il 
Re Vittorio Emanuele dovette scendere da cavallo, e riporre nel fodero 
la sua sciabola, parve che al vincere nostro fosse stato tolto ogni premio, 
e ci fosse levata di mano la bandiera, che speravamo portare tanto presto 
sulle Alpi. Il Governo della Toscana non ebbe di meglio a fare sul mo- 
mento, erano i 14 di luglio, che di chiedere il parere della Consulta 
di Stato, la quale, immediatamente convocata, fra gli altri suggerimenti, 
dette quello di adunare un'Assemblea di Rappresentanti della Toscana, 
eletti secondo la legge elettorale toscana del 1848. Il che fu fatto senza 
porre tempo in mezzo; ed i Rappresentanti di tutta la Toscana si adu- 
navano la prima volta nel gran Salone dei cinquecento in Palazzo Vec- 
chio, la mattina degli 11 di agosto dello stesso anno 1859. Il Consi- 
gliere Enrico Poggi, uno di essi, e per giunta Ministro di Grazia e 
Giustizia, così racconta nelle sue Memorie *^\ la solenne funzione. < La 
« mattina degli undici agosto i rappresentanti del Popolo riuniti in Pa- 
« lazzo Vecchio uscirono alle ore undici con i membri del Governo alla 
« testa (tranne il Salvagnoli^®*), e per la piazza della Signorìa e per la 
« via degli Adimari si recarono in Duomo. 

« Percorremmo le strade in mezzo ad una moltitudine di popolo 
« che furentemente applaudiva ai suoi Deputati, e più specialmente ai 
« Governanti. Ricasoli procedeva come un'antenna di grossa nave in 
« mezzo al Ridolfi di statura giusta, ed a me piccolo e smilzo di per- 
« sona, che doveva apparire come un umile remo accomodato intomo 
« all' antenna, pur buono a qualche cosa. Solo nostro distintivo la sciarpa 
« tricolore con le nappe dorate, di cui ci gloriavamo, siccome emblema 
« splendido di quello a cui aspiravamo, e di quel che volevamo dive- 
« nire. Avevamo la coscienza che provvedendo degnamente ai nostri 
« destini, provvederemmo anco a quelli dell'Italia intera. Ma benché 
« tranquilli e sereni, sulla nostra fronte leggevasi la preoccupazione del- 
« l'avvenire; e i plausi popolari invece d'inebriarci, crescevano il pensiero 
« della grande nostra missione. 

« Partiti da una piazza piena di splendide memorie dell'antiche 



324 PALAZZO VECCHIO 



« gesta fiorentine, giungevamo ad un'altra, ove sorgevano i più stupendi 
« e i più bei monumenti dell'arte architettonica; e ci ricordavamo il 
« famoso decreto della Signorìa, la quale ordinava si fabbricasse ad onore 
€ di Dio un tempio grandioso, che nella bellezza fosse superiore a quelli 
« esistenti in altre parti del mondo. E l'ardire di quel Governo trovò 
« pari l'intelletto e la mano degli esecutori del sublime concetto; con- 
« ciossiachè l'opera compiuta fu più grande eziandio delle pompose pa- 
« role che avevanla comandata. 

« Or dopo tanti secoli di neghittosità e di fiacchezza pareva che 
« la Toscana e Firenze, inspirandosi a questi grandi portenti dell'arte, 
« fossero chiamate ad aggiungere nuove glorie alle antiche, e che un 
« momento fosse sorto, nel quale la patria di Dante, d'Arnolfo, di Giotto, 
« di Brunellesco e di Macchiavelli dovesse essere testimone di un grande 
« atto, cui i tardi e non degeneri nipoti si apparecchiavano a compiere 
« per chiudere degnamente la vita autonoma di una gran terra, e gio- 
« vare morendo non solo a sé, ma a tutta l'Italia. 

€ All'ingresso della porta ricevuti dal Capitolo dei Canonici e dei 
« Cappellani non fummo onorati delle solite benedizioni. . . . L'arcive- 
« scovo mancava; fu cantata la messa e l'inno dello Spirito Santo. Al 
« ritorno l'accoglienza ancora più festosa e frenetica del popolo pareva 
« volerci animare a grandi fatti. 

< Era il salone dei Cinquecento magnificamente addobbato, e ridotto 
« in forma di sala parlamentare, con molto spazio lasciato al pubblico. 
« L'addobbo era stato fatto con molto gusto e con grande intelligenza 
« d'arte dall'architetto Giuseppe Martelli, quegli stesso che lo aveva 
« addobbato nel 1848 per la riunione delle due Camere Legislative, ed 
« aveva per quella dei Senatori ridotto la sala dei Dugento. La ma- 
«. gnificenza dell'addobbo stava in questo che aveva mantenuta tutta 
« l'armonia del gran Salone, il quale appariva nella sua magnificenza. 
« Quante memorie in quella sala fondata per consiglio del Savonarola e 
« destinata alla radunanza dei cinquecento, eletti allora a conservare 
« e proteggere la libertà di Firenze dalle insidie medicee! Pure cessò 
« presto quella destinazione, e i dipinti più tardi apposti alle pareti vol- 
« lero in quel luogo stesso ricordato, che la prima fusione politica dei 



CAPITOLO XXVI 325 



« popoli toscani, non mercè del libero suffragio e delle liì)ere volontà, 
« ma col sangue e le stragi si era conseguita. Ora la libertà, recuperati 
« i suoi diritti, tornava sovrana in quel recinto a intessere l'unione dei 
« toscani con gli altri popoli della famiglia italica. Gli ornamenti posti 
« intomo ai banchi della Presidenza e dei Ministri, ed agli stalli dei 
« Deputati, davano alla stanza una splendida e grandiosa apparenza. So- 
« pra lo porte e le cornici dei finestroni, stavano bandiere tricolori in- 
« crociate con bandiere francesi e con gloriosi trofei. 

« Pienissima la sala; gran numero di signore elegantemente vestite, 
«■ rappresentanti officiosi di varie potenze, agenti segreti d'altre: molti 
«■ distinti forestieri italiani ed esteri, dotti toscani d' ogni condizione ; 
« moltissimi del popolo minuto. Fu letto dal Ricasoli il discorso d'aper- 
« tura, scritto dal Salvagnoli, e discusso più giorni avanti nel Consiglio 
« dei Ministri. Piacque all'assemblea, piacque al pubblico ». 

Il Ricasoli finiva il suo messaggio con queste solenni parole: « Signori 
« Rappresentanti, non ci sgomenti la nostra piccolezza di Stato, perchè vi 
« sono momenti nei quali anco dai piccoli si possono operare cose grandi. 
« Ricordiamoci che mentre in quest'aula, muta da tre secoli alla voce 
« di libertà, trattiamo di cose Toscane, il nostro pensiero deve mirare 
« all'Italia. Il Municipio senza la Nazione sarebbe oggi un controsenso. 
« Senza clamori e senza burbanza, diciamo quello che come Italiani vo- 
« gliamo essere; e la Toscana darà un grande esempio, e noi ci felici- 
« teremo d'esser nati in questa parte d'Italia, né, comunque volgano gli 
« eventi, dispereremo dell'avvenire della Patria nostra diletta >. Erano, 
ripeto, più di tre secoli che di tali parole non si pronunziavano in quella 
sala; e non era stato mai in tutta la storia nostra, un periodo, un mo- 
mento altrettanto grande e magnifico. L'Assemblea accolse quelle parole 
come doveva, e vi rispose con la grandezza dei suoi voti. Appena co- 
stituita l'Assemblea, il Marchese Lorenzo Ginori presentava alla Presi- 
denza' una sua proposta, la quale portava che l' Assemblea dichiarasse 
non potersi richiamare né ricevere la dinastia di Lorena a regnare di 
nuovo sulla Toscana. Fu relatore di questa proposta l'avvocato Ferdi- 
nando Andreucci; non poteva essa avere per sodezza di argomenti, per 
perspicacità di forma, per rigore di logica e giuridica e storica, e tem- 



326 PALAZZO VECCHIO 



peranza di sentimenti migliore espositore. Tale relazione venne letta nella 
adunanza dell'Assemblea del dì 16 agosto, e chiudeva con tali parole: 
« Quel che odiavamo e odiamo nei passati regnanti è la dominazione 
« austriaca, di cui gli soffrimmo strumenti, e non possiamo non temere 
« che dovremmo soffrirli di nuovo se ritornassero. Né era a parlarsi di 
« perdono; il perdonare consiste nel non volere vendicarsi, nel non vo- 
« ler male a chi mal ci fece. Ma altro è perdono, altro è fiducia. Non 
« è una pena che intendiamo d'infliggere: non è una vendetta che in- 
« tendiamo di fare. È denegazione di una fiducia, che la esperienza rende 
« impossibile, e che possibile non lascia prevedere nell'avvenire •». I de- 
putati ad uno ad uno salirono silenziosi e gravi alla Presidenza a deporre 
nell'Urna il loro voto: fu un momento solenne: dal Marchese Gino Cap- 
poni, cieco, appoggiato al braccio del Marchese Francesco Parinola, suo 
genero, giù, giù a tutti gli altri, ci vedemmo sfilare innanzi i nomi più il- 
lustri e più grandi della Toscana, pareva che si evocassero gli avi a chiu- 
dere essi stessi la loro storia, e aprire quella dell' Italia nuova. Quando il 
Presidente annunziò che centosessantotto erano i votanti, assenti i soli im- 
pediti per necessaria causa, cioè il Peruzzi, inviato a Parigi, il Corsini, al 
campo presso il Re, il Contrucci ammalato ; e che centosessantotto erano 
i voti favorevoli alla proposta, la quale quindi veniva approvata all'una- 
nimità, un applauso frenetico scoppiò da tutte le parti, ed empì la gran 
sala, parve il respiro e il sospiro forte e potente di tutto il popolo. Un 
altra proposta venne tosto dopo presentata, intesa a fissare le sorti fu- 
ture della Toscana, facendola parte di un forte Regno italiano sotto lo 
scettro costituzionale del Re Vittorio Emanuele. Su tale proposta ebbe 
a riferire all'Assemblea il deputato Giovanbattista Giorgini, genero di 
Alessandro Manzoni, ingegno bello e vivace, ricco di variata e soda 
dottrina, splendido d'immagini e d'affetti, alti e sereni. La relazione 
ch'Ei fece, venne letta all'Assemblea la mattina di sabato del 20 ago- 
sto; i convenuti erano 163, mancando chi per malattia e chi per altra 
ragione, 8 dei deputati eletti; e 163 voti favorevoli alla proposta si 
trovarono nell'urna: approvazione anche questa accolta dal pubblico con 
grandi dimostrazioni di gioia^'^l Dopo di che il Ministro Consigliere En- 
rico Poggi lesse il decreto di proroga dell'Assemblea. 



CAPITOLO XXVI 327 



L' unanimità, con la quale i Rappresentanti della Toscana procla- 
marono la decadenza della Dinastia Lorenese, e l'unione della Toscana 
al Piemonte, rispondeva al comune pensiero e sentimento del Governo 
e del Popolo: non mai più opera d'Assemblea politica fu altrettanto 
facile, né mai altra unanimità di consiglio e di voto altrettanto spon- 
tanea e libera. Ma chi dette ai Toscani, pochi e non armati, la forza 
di fare accettare la loro volontà al Piemonte, e d'imperla quasi all'Eu- 
ropa? Chi dette ad essi di rompere le tradizioni di una politica di molti 
secoli; chi d'aprire un'era nuova all'Italia e alla storia? Non altro che 
una coscienza piena del loro diritto, una fermezza vigorosa nei loro 
propositi, un ordine maraviglioso non mai smentito, una quiete serena 
e forte non turbata mai. E più che tutto il sentirsi retti da una mano 
forte e ferma qual' era quella del Ricasoli ; il quale era della natura 
medesima di quel Bettino che nella metà del secolo xiv, essendo dei 
Capitani di Parte Guelfa, in Palazzo Vecchio, e vedendo che non pas- 
sava il partito per l'ammonizione di un tal Giraldi e d'un Martini, che 
erano de' Ghibellini, si alzò, andò all'uscio della sala, lo chiuse, e tolte 
le chiavi vi sedette sopra, con un gran giuro affermando che il partito 
sarebbe vinto, e lo fece girare ben più che venti volte, fino a che non 
passò, e il Giraldi e il Martini non furono ammoniti. Il Ricasoli, alla cima 
del paese, a capo di tutto il popolo, stette come la Torre di Palazzo Vec- 
chio, a cui si rompono tutti i venti e contro cui non hanno potuto le tem- 
peste. Riandare quella storia maravigliosa io non debbo; ma posso però 
ricordare come in mezzo ai tentennamenti del Piemonte, dove non era 
più ministro Cavour, alle avversità dichiarata dell'Austria, ed alla fred- 
dezza non celata della Francia, che tutto voleva, tranne 1' unione della 
Toscana al Piemonte, che sarebbe sfata la pietra angolare dell' unità 
d'Italia, il Governo nostro ed il Popolo mostraronsi sempre d'uno stesso 
animo e d'una stessa fede. 

Tardando alla Toscana di non avere almeno un rappresentante del 
Re eletto, venne riconvocata l'Assemblea ai primi di novembre dello 
stesso anno. L'adunanza era secondo il solito nel salone dei Cinquecento, 
ed alla prima seduta pubblica, che fu ai sette del detto mese, il Ri- 
casoli, presidente del Consiglio dei Ministri, vi leggeva solennemente il 



328 PALAZZO VECCHIO 



suo Messaggio, dicendo delle cose operate nel frattempo dal Governo, 
dell'ordine interno mantenuto costantemente senza sforzo, non ostante, 
dice bene il Poggi, le tentazioni e i tentatori, che non mancarono mai; 
e chiedeva all'Assemblea di dare all' Europa una garanzia che la Toscana 
perseverava nella sua politica monarchica e liberale, e che invocava 
un' altra volta dal Re Vittorio Emanuele di Piemonte, che esercitasse 
in essa anco per delegazione la regia autorità conferitagli. La formola 
sottoposta all'approvazione dell'Assemblea era così concepita: «L'As- 
ce semblea nomina S. A. il Principe Eugenio di Savoia Carignano a Reg- 
« gente della Toscana, perchè la governi in nome di S. M. il Re eletto » . 
Ne fu relatore l' avvocato Leopoldo Galeotti. « La mattina del nove, 
« traggo le parole dalle citate Memorie® del Poggi, si adunò l'Assem- 
« blea per udire la lettura del rapporto e deliberare. A quell'ora si era 
« già saputo che le Assemblee di Modena e di Bologna avevano nomi- 
« nato il Reggente con questa formula assai differente dalla nostra: 
« S. A. R. il Principe di Carignano è eletto Reggente ed è investito 
« dei pieni poteri > . La sala era piena come al solito. Nei posti distinti 
« figurava tra gli altri il signor Layard. In mezzo all'attenzione ed al 
« raccoglimento generale lesse il Galeotti il suo discorso che piacque a 
« tutti. Il linguaggio era degno dei precedenti atti parlamentari. Par- 
« lava del contegno maestoso del popolo Toscano dopo i voti dell' agosto ; 
« e giustamente rifletteva esser quella la miglior riprova che i voti espri- 
« mevano la opinione del paese. Notava come fossero stati accolti con 
« entusiasmo tutti gli atti successivi che il Governo fece in esplicazione 
« di quei voti, ed avvertiva con compiacenza : « Noi tutti possiamo testi- 
« moniare la fiducia che la Toscana ripone negli uomini che da sei mesi 
« ed in mezzo a tante difficoltà hanno regolato le nostre sorti ». 

« Poscia veniva a dimostrare (e ve n'era bisogno), che la nomina 
■<■ del Reggente non era una contradizione ai precedenti voti, ma una 
« conferma di quelli. Svolgeva tutte le ragioni che avevano mosso il 
« Governo a preparare ed a proporre la Reggenza; e rispondeva alla 
« meglio alle difiicoltà che aveva in sé la formula finale, facendo molta 
« forza sulla dichiarazione che il Reggente doveva governare, « in nome 
« di S. M. il Re eletto » ; onde la scelta del Principe di Carignano, 



CAPITOLO XXVI 329 



])enchè fatta da noi e non dal Re, doveva apprendersi come un nuovo 
progresso nella via dell'unione. 

« La parte più mirabile del rapporto fu quella in cui rilevava che 
« il rispetto e le simpatie attestateci da tutta Europa provenivano dal 
« mantenimento dell'ordine interno sempre raccomandato dai nostri in- 

< viati. Provava che noi non eravamo rivoluzionarj né in teoria, né 
« in pratica, e come la condotta e gli atti nostri fossero conformi a 

< quei savi principii sociali e civili su cui riposano la famiglia, la società 
« e lo Stato. I nostri nemici avrebbero gioito, egli diceva, di qualunque 
* sintomo di disordine, e di quegli stessi che sono inevitabili nei paesi 
« meglio costituiti, ma faceva sicurtà che anco in futuro l'ordine e la 
« pace interna non sarebbero turbati: conciossiachè il paese tutto coo- 
« perava assiduamente col Governo per raggiungere quell'assetto defi- 
« nitivo, al quale aspiravamo ». Messa a partito per isquittinio se- 
greto la proposta, fu approvata a pieni voti, eccetto uno; e con grandi 
applausi il pubblico accolse la deliberazione. 

E in verità l'Europa che guardava a noi, ammirava la nostra fer- 
mezza, la nostra quiete, e il nostro senno; ma per anche non ci aiutava. 
Quello che a noi pareva tanto naturale, tanto semplice, e però da riu- 
scire egualmente facile e sicuro; il sentirsi cioè padroni di noi medesimi, 
e di fare le cose nostre a modo nostro; era ciò appunto che andava 
meno a genio all'Europa costituita, e sembrava minacciare i principii 
sopra i quali essa riposava. Anche il Piemonte titubava dallo stringersi 
a noi, mentre pure era con noi negli stessi pensieri e nei medesimi sen- 
timenti. La Reggenza del Carignano non venne accettata, si lasciò che 
il Carignano designasse il Commend. Boncompagni in sua vece: il Go- 
verno di Torino pur troppo anche in questo ol)bediva alle ingiunzioni 
dell'Imperatore dei Francesi. Ma fu un temperamento il quale togheva 
alla Reggenza, quello che doveva essere principale suo scopo, cioè avere 
!i capo del Governo chi rappresentasse veramente il Re, e in suo nome 
governasse; però né il Ricasoli ne gli altri ministri lo vollero menar 
1)uono. Quando il Governo di Piemonte ne fece la proposta al Ricasoli, 
questi rispose telegraficamente: « Non accetto la propostji, o il Principe 
niente. Questo il solo modo di salvare il Re e l'Italia ». Fu anche 



330 PALAZZO VECCHIO 



questa una trattativa lunga, spinosa, ma finì come le altre dando come 
e quanto era possibile ragione alla Toscana; venne il Boncompagni a 
Firenze, ma nella semplice qualità e con titolo di « Governatore Gene- 
rale della Lega stabilita fino dall'agosto tra le Province dell'Italia cen- 
trale, per mantenere le buone relazioni fra esse ed il Governo di S. M. 
il Re Vittorio Emanuele ». Egli prese stanza qui in Firenze al Palazzo 
della Crocetta, in via Laura; dove una volta alloggiavano alcuni dei 
Principi stranieri qui di passaggio, o la gente del loro seguito; il Go- 
verno vero, restava in Palazzo Vecchio, e faceva la politica sua, come 
se il Boncompagni non ci fosse stato nemmeno. Intanto si firmava la pace 
a Zurigo fra l'Austria, la Francia e il Piemonte, e si faceva prevedere 
prossima la riunione di un Congresso Europeo per sistemare le cose 
d'Italia. Ma sul principiare dell'anno nuovo, 1860, parve levarsi un vento 
più favorevole in Europa all'Italia, e tornare a gonfiare le vele della 
nostra barca, e spingerci in alto la buona fortuna. 

A Torino era tornato alla Presidenza del Ministero il Cavour, che 
accoppiava ad una grande prudenza, un ardimento talvolta audace, e 
riuscì a mandare a vuoto il Congresso, il che fu gran fatto, perchè la- 
sciava l'Italia e in specie la Toscana, a sé medesime. Come il Cavour^''^ 
s' aiutasse del Ricasoli, e il Ricasoli di lui per conseguire 1' annessione 
della Toscana al Piemonte, e 1' uno e l' altro si trovassero d' accordo 
col Farini per quella delle Romagne e di Modena, apparisce dalle let- 
tere e dai documenti ^*'^\ che già vanno per le mani della gente, ed è 
fisso nella memoria di noi tutti, i quali assistemmo a quel maraviglioso 
succedere di avvenimenti in pochi mesi, che d'altrettali non leggemmo 
mai nella storia d' Italia per molti secoli. Erano battaglie combattute tra 
le pareti de' gabinetti, con note e contronote di pochi Ministri, ma che 
dovevano avere ben più efficacia che non avessero avuto certe splendide 
vittorie di formidabili guerre. Erano vinte co' sottili accorgimenti della 
politica, con la retta coscienza dei propri diritti e la piena osservanza 
dei propri doveri, con la lealtà di un Re qual' era Vittorio Emanuele, 
con la sagacia degli uomini di Stato, quali il Cavour, il Ricasoli, il Fa- 
rini, con r ordine mantenuto maravigliosamente dal popolo, e di tutti 
la fermezza dei propositi. E tutto ciò apparve maggiormente quando la 



CAPITOLO XXVI 331 



Toscana si volle sottoposta ad un altro esperimento, a quello cioè del 
suffragio universale. La Toscana, per bocca del suo Governo e dei suoi 
legittimi Rappresentanti, aveva più volte ed in piìi maniere manife- 
stato il suo voto contro la Dinastia di Lorena e in favore dell' unione 
al Piemonte, pure si volle che i Toscani, uno ad uno, esprimessero la 
propria volontà, dicendo per schede segrete, se volevano: Unione alla 
Monarchia Costituzionale del Re Vittorio Emanuele, ovvero Regno se- 
parato; di Restaurazione dell' antica Dinastia non era omai più parola. 
La convocazione dei Comizi popolari fu fissata per gli undici e dodici 
del mese di marzo, lo spoglio generale dei voti sarebbe stato fatto nel 
dì quindici dalla Suprema Corte di Cassazione. Ad aggiungere solennità 
ed anco speditezza a tale atto si volle che la Corte sedesse in quel giorno 
in Palazzo Vecchio, e precisamente nella sala dove anticamente aduna- 
vasi il Consiglio della Signorìa, e da cui mosse Pier Capponi per recare 
la risposta a Carlo Vili, dimorante nel Palazzo dei Medici in via liarga. 

In que' giorni fu un grande movimento per la nostra città e per 
le campagne; andavano i cittadini a frotte, come ad una festa, all'urne; 
i malati, i vecchi, gl'impotenti si facevano portare a braccia o in legno; 
dappertutto era grande mostra di bandiere nazionali, e un sonare continuo 
di campane, di bande, di fanfare: il sole rideva dall'alto del cielo, e parea 
splendente benedire a quella solennità. Fino dalle prime ore del di 11, 
suonava la grande campana di Palazzo Vecchio; si sarebbe detto che la 
voce dei nostri avi si unisse agli evviva nostri per l' Italia. 

Per rendere più splendida la funzione, racconta il Poggi <"^ fu no- 
tificato che al momento della pubblicazione del Plebiscito sarebbe fatta 
una salva di centun colpo di cannone dal Forte di San Giovanni Bat- 
tista; e che gli araldi del Comune, vestiti con antico costume fiorentino 
montati sopra carri ugualmente addobbati, avrebbero dipoi bandito il 
voto sulle piazze di Santa Croce, dell'Indipendenza, di Santa Maria No- 
vella, di Santo Spirito. Alla seduta solenne della Corte di Cassazione 
furono ofRcialmente invitati i Rappresentanti della Curia fiorentina, e 
distribuiti i biglietti pei posti distinti ai forestieri, che ne fecero ricerca. 
Era il salone dei duecento bene adornato. La Corte con gli abiti di 
gala vi entrò alle ore nove di mattina, del dì 15, e sul banco trovò 



332 PALAZZO VECCHIO 



depositati i pacchi contenenti lo spoglio dei voti, fatto preventivamente 
in ciascuno dei Collegi, dai Pretori. L'operazione fu lunga e non facile; 
pure ebbe termine in quel giorno medesimo, poco prima dello scoccare 
della mezzanotte. « Fino dalle sette di sera racconta il Poggi ^*% si era 
« adunata sulla Piazza della Signorìa una folla immensa di popolo ac- 
« corso anco dalle campagne per assistere alla pubblicazione del plebi- 
« scito. Ma essendo avvertito che molto rimaneva ancora da fare alla 
« Corte, la cui sala rispondeva sulla piazza, si divise in grosse brigate 
« con le bande musicali alla testa, e prese a percorrere nella piti per- 
«■ fetta calma e con la gioia la più viva le contrade della città. Face- 
« vano le Ijrigate di tanto in tanto ritorno al Palazzo, ed avvisati che 
«; ancora era presto, si rimettevano in giro. Questo andirivieni durò fino 
«( alle undici, nella quale ora la moltitudine si posò a pie fermo sulla 
« piazza, nelle strade e ne' luoghi circostanti, e con la più gran flemma 
« e longanimità attese il sospirato momento che doveva decidere delle 
« sue sorti future. 

« Alle ore undici e mezzo un lìiglietto del Vicepresidente mi av- 
« visava che noi potevamo recarci nelle stanze attigue alla ringhiera, 
« poiché in breve ci sarebbe stato consegnato il Documento contenente 
« il plebiscito 

«. Venuto finalmente il Vicepresidente della Corte a consegnarmi il 
<c sospirato documento, fu aperta di subito la porta che metteva sulla 
« ringhiera già addobbata con un magnifico tappeto di velluto e bene 
« illuminata 

« Era il cielo piuttosto oscuro e nuvoloso, ma non pioveva: l'aria 
« calma e tranquilla. Dinanzi agli occhi mi si parava una folla sterminata 
« di popolo che occupava la via di Vacchereccia, e si stendeva anco per 
« la contrada di San Michele in Orto fino alla via Calzaioli, dalla parte 
« sinistra sentiva la gente agitarsi nella Piazzetta degli Uffizi, dalla destra 
« il rumoreggiare di quella che ingombrava il largo spazio ove sorge la 
« statua di Cosimo I ; sotto la Loggia dell' Orgagna, ed alle finestre delle 
« case che rispt)ndevano sulla piazza, la gente affollatissima » . 

Fattosi tutto il Governo al terrazzo, il Ministro Poggi, ad alta 
voce lesse il resultato del Plebiscito: erano stati 386,445 i votanti, dei 



CAPITOLO XXVI 333 



quali, per l'unione alla Monarchia Costituzionale del Re Vittorio Ema- 
nuele 366,571. Dopo di che il Ministro medesimo alzando la mano avea 
gridato; Viva Vittorio Emanuele nostro Re; Viva V Italia! 

Nel grido solenne di tutto il popolo pareva a noi di udire il forte 
ruggito del nostro leone: intanto Firenze si toglieva di dosso, con le pro- 
prie mani, il suo gonfalone d'antico zendado, e si ammantava anch'essa 
della bandiera d'Italia. 



W) Manzoni Promessi Sposi, pag. 179. 

(2) A. Lombardi, Ferdinando Bartolommei (Note e Ricordi) con prefazione del se- 
natore Piero Puccioni. Firenze, Civelli, 4889, pag. 78. 

(3) A. Gotti, Del XXVII aprile i859. Lettura fatta nell'Aula Magna del R. Istituto 
di Studi Superiori per il trigesimo anniversario. Firenze, Ricci, -1889, pag. 6. 

W Memorie storiche del Governo della Toscana nel Ì859-60 di Enrico Poggi. 
Pisa, Nistri, 1867, voi. i, pag. 59. 

(5) Op. cit., voi. I, pag. 206. 

(6) Già travagliato dal male cardiaco che dopo poco più di un anno lo trasse al sepolcro. 
C) Il 27 aprile. Op. cit., pag. 8. 

(8) Op. cit., voi. I, pag. 391. 

(«) V. 27 aprile. Op. cit. pag. 11. 

(10) V Lettere e Documenti del Barone Bettino Ricasoli. Firenze, Succ. Le Monnier. 
(") Memorie ecc. Op. cit. pag. 240. 
(12) V. Poggi, Memorie cit., voi. ii, pag. 243. 





CAPITOLO XXVII. 



Il Governatore della Toscana in Palazzo Vecchio. 
Quartiere fatto fare appositamente per sua abitazione. Camera dei Deputati, 

e Ministero degli ^ìffari Esteri. 



OMPITA l'annessione della Toscana 
al Piemonte, il Re Vittorio Ema- 
nuele, nominò per suo Luogotenente 
a Firenze S. A. il Principe Eugenio 
di Savoia Carignano, e Governatore 
generale il Barone Bettino Ricasoli. 
L'uffizio del Governatore, e dei Di- 
rettori generali de' varii dicasteri, ai 
quali in prima erano preposti i Mi- 
nistri, rimaneva in Palazzo Vecchio, 
dove, quando non fosse stato uno 
de' nostri fiorentini e signori, il Governatore avrebbe dovuto avere anche 
l'abitazione per sé e per i suoi. E fu appunto per questo, che ad uso 
di abitazione fu pensato di ridurre una parte del Palazzo Vecchio e pre- 
cisamente quella che è sul canto tra la via de' Gondi e l' altra de' Leoni ; 
parte di fabbrica stata compita dal Granduca Ferdinando de' Medici, col 




336 PALAZZO VECCHIO 



disegno del Buontalenti. Tale riduzione doveva esser fatta per maniera 
che, senza guastare né la pittura, né gli ornamenti, né l'architetture 
delle sale, tutto il quartiere si accomodasse agli usi e ai costumi della 
vita moderna. L'incarico di questo lavoro venne affidato dal Ricasoli 
all'architetto Giuseppe Martelli, Direttore delle RR. Fabbriche, il quale 
sotto il Governo della Toscana aveva dato bel saggio della sperimentata 
virtù nell'arte sua, facendo il bel vestibolo della Tribuna di Galileo, nel 
Museo di Fisica e Storia naturale, e nel compire il quartiere, così detto 
della Meridiana, nel Palazzo de' Pitti. Questo bel quartiere, che prospetta 
sul giardino di Boboli, già cominciato coi disegni del Paoletti da Pietro 
Leopoldo I, fu condotto molto innanzi dal granduca Leopoldo II, che lo 
aveva fatto anche in parte decorare di pitture a buon fresco dai pro- 
fessori Monti, Cianfanelli, Berti e Bezzuoli. Il Martelli ebbe, come ho 
detto, a compirlo, e si fece aiutare per le pitture dai professori Marini, 
Puccinelli, e Gatti. Questo poi doveva servire come quartiere privato, 
0, si dice, di ritirata, del Re d'Italia, Vittorio Emanuele. 

Però il quartiere del Governatore doveva essere fatto in brevissimo 
tempo e, relativamente, con modica spesa; non era nemmeno a parlare 
di restauri alle pitture le quali, pur troppo! ne avrebbero avuto di bisogno, 
né di ricchi ornamenti architettonici che convenissero a quelli che già 
erano nelle sale maggiori, bisognava insomma metter da parte ogni idea 
di grandigia e di magnificenza, che pur sarebbe convenuta al Palazzo. 
Non avea l'architetto arazzi a sua disposizione, non quadri, non oggetti 
d'arte; nell'antico Palazzo del Popolo e della Signorìa bisognava condurre 
i lavori con una parsimonia che sarebbe forse paruta anche troppa per 
un privato Signore. Pure il Martelli se ne cavò bene abbastanza; e se 
fu censurato per avere coperte alcune pareti dipinte, con la carta di 
Francia, e con de' parati di seta, non glie se ne deve voler male, perchè 
lo fece in maniera che le pitture non venissero per nulla toccate; peggio 
assai sarebbe stato se nella fretta di quei lavori le avesse fatte restau- 
rare alla lesta, col pericolo che si deteriorassero anche di più. La sera 
del primo dell'anno 1861, il Ricasoli, Governatore generale, dette una 
gran festa di ballo appunto in quel quartiere, affine anche di mostrarlo 
ai molti cittadini e signori e popolani che vi convennero. 11 quartiere 



CAPITOLO XXVII 337 



piacque, generalmente, così che il Ricasoli parco lodatore sempre, scrisse 
alla mattina di poi al Martelli, che non era intervenuto alla festa, que- 
sta letterina: 



« Pregiatissimo signor Direttore, 

< Palazzo della Signoria, li 2 gennaio UHM. 

« Fu ieri sera universalmente applaudito allo spartimento, e all'elegante ed anco 
« ricca decorazione del nuovo quartiere di questo Palazzo ; ed era generale pure il doman- 
« darsi dove fosse l' egregio Architetto, cui si deve il merito principale di questo risultato. 
« Io non potevo rispondere né alle curiosila altrui né alle mie, e doveva dispiacermi anche 
(( di più, perchè l' egregio Architetto avrebbe potuto raccogliere da sé stesso il plauso ge- 
<( nerale. Che forse, ebbi a dirmi, il cavalier Martelli, da sapiente uomo, ha voluto evitare 
« un rischio alla virtù della modestia ? — Lascio che egli risponda a sé stesso, che quanto 
« a me basta di potergli annunziare che il quartiere nuovo da lui diretto, ha ricevuto il 
<i plauso mio e degli altri, e mi confermo di lui 

I DeToUssimo 

« B. RiCASOU ». 



Del quartiere del Governatore faceva parte il così detto quartiere 
di Papa Leone, dipinto dal Vasari. E il Ricasoli commise al signor Pie- 
tro Fanfani, chiaro letterato, di descriverne, per quella occasione, le 
pitture che erano opera del Vasari. E il Fanfani se ne levò da pari suo, 
facendo una forbita scritturetta di poche pagine, nella quale, andando 
pur dietro allo stesso Vasari, dichiarava i quadri a fresco che ornano 
le prime sei stanze, fino cioè a quella di Clemente, dove sono storiati i 
fatti dell'assedio, le cui pitture erano coperte con drappi, perchè erano 
di quelle che più avevano bisogno di ristauri, e l'altra di Cosimo I, che 
era pur essa, e per la stessa ragione, coperta. Il signor Fanfani a pro- 
posito di tale copertura se n' esce, dandone una ragione che certo è molto 
lontana dal vero, in luogo di quella pure semplicissima, e ragionevole 
molto, e che anzi era la vera cioè d' esser mancati il tempo e i quat- 
trini per restaurarle a dovere. 

Ecco ciò che dice il signor Fanfani ^'\ « Queste sono le stanze di- 
« pinte dal Vasari. Nelle pareti di quella di Clemente vi sono storiati 



338 PALAZZO VECCHIO 



« de' fatti dell'assedio, ma sono coperti dalle stoffe; e come è lodabile 
« l'averle coperte, così sia laudabile a noi il tacerci di questa guerra 
« iniqua, mossa da un Papa fiorentino contro la sua città per sete di 
« signorìa, e retta con la forza dell'Imperatore: e così sarebbe stato lau- 
« dabile al Vasari il non aver lordato quel suo valoroso pennello, 
« perpetuando per glorie questa razza di vituperio. Senza che, né que- 
« ste, né altre storie della stanza di Cosimo primo, coperte pur esse, 
« non sono gran cosa, e sono quasi tutte di figure piccolissime; e lo 
« stesso Vasari scrive di averle fatte, sapendo che doveano andare co- 
« perte di arazzi, e solo per il caso che il Duca volesse in qualche sta- 
« gione fare sdobbare esse stanze ». Dove ciò dica il Vasari non ho 
trovato, certo egli afferma di aver messo in queste tali pitture il mag- 
giore impegno e studio: « Sono andato, ei dice^'^^ al Principe entrato 
« nella sala di Clemente VII, scegliendo tutto quello fece Clemente, de- 
« gno di gloria e di memoria.... sondo stato l'intento mio solo di dipin- 
ge gere que' fatti, le storie che sono stati cagione della grandezza di casa 
« Medici.... ho cercato far queste storie con più copia d'invenzione e 
« d'arte, con maggiore ornamento, e con più studio, sì negli spartimenti 
« di stucco, quali sono tutti pieni di figure di mezzo rilievo, com' eUa 
« vede, sì ancora con più disegno e con maggiore diligenza che ho sa- 
« puto, e massime ne' ritratti di coloro che sono tempo per tempo inter- 
« venuti nelle storie sue ». Ed é appunto per questo che anche quelle 
pareti, oggi diligentemente restaurate, sono per noi una pagina viva di 
storia, storia certo non bella per i Papi e per i Medici, ma, anche nelle 
sventure, gloriosa per la nostra città. 

Però nulla sono questi lavori, a paragone di quelli che si fecero in 
Palazzo Vecchio, quando, per la convenzione tra il Regno d' Italia e la 
Francia, del 15 settembre 1864, si trasportò la Capitale del Regno a 
Firenze, e nel detto Palazzo si dovè preparare la sede della Camera 
dei Deputati, e quella del Ministero degli Affari esteri. Fino dal comin- 
ciare del 1865 pareva che tutto Firenze si avesse a rinnovare, per ogni 
dove era un fare e disfare di case, di palazzi, un gettar giù ed un 
alzare di fabbricati, e qua allargare una strada, e là fare una piazza; 
e dove fermarsi a mezzo, innanzi ad una cosa d' arte, che tornava al- 



CAPITOLO XXVII 339 



lora alla vista della gente, e dove rifarsi daccapo a ripristinare un mo- 
numento di storia, al quale nella prima fretta non s' era dato bada. Gli 
architetti, gl'ingegneri, i muratori non avevano posa; essi parevano a 
quel tempo i padroni della città, ma gli stavano alle calcagna gli arti- 
sti, gli eruditi d'ogni maniera, ed erano nella gran fretta trattenuti ed 
impediti dal sapere che l' Itaha, e posso dire l' Europa, avrebbe loro 
chiesto ragione un tempo della bella Firenze, di questo antico nido della 
libertà, di questo tempio delle grazie e delle muse. 

I lavori del Palazzo Vecchio erano affidati a Carlo Falconieri, ispet^ 
tore del Genio Civile e membro del Consiglio dei lavori pubblici, nato 
a Messina, ma che disse poi essersi ricordato che i suoi antenati erano 
venuti da Fiesole, e che « furono in Firenze qualche cosa di grosso e 
si ebbero caseggiati ove surse il Duomo ». A lui dunque fa dato di acco- 
modare l'aula maggiore dei Deputati nella gran sala del gran Consiglio, 
nella parte più antica del Palazzo, congiunta a quella, tutti gli uffici e 
le sale che si richiedono pei Deputati; e nel nuovo quartiere del già 
Governatore della Toscana, il Ministero degli affari esteri. Non alzava 
una parete nuova, non gettava giù una parete vecchia, che non si di- 
cesse e non paresse opera vandalica; i colpi del martello su quelle mura 
si ripercotevano nel cuore d' ogni fiorentino. Mai altro architetto non 
s- era trovato in più difficile condizione ; fare in quel palazzo era sem- 
pre un far male ; non fare nulla non si poteva, che troppe erano e 
troppo varie l'esigenze del parlamento che vi doveva avere stanza; 
dura lece, sed lex. 

Ma perchè appunto scegliere per questo il Palazzo Vecchio? per- 
chè volere in quella sala l'aula dei Deputati? S'intende facilmente: quel 
palazzo era il cuore della città nostra, quella sala così ampia era stata 
apposta fatta capace della gran voce della libertà che prima s'alzava 
qui da noi, per ripercotersi in Italia, ed empirne i secoli futuri; su quelle 
pareti era scritta tanta storia d' Italia ; fra quelle pietre erano i resti 
d' una grande civiltà che ora si dovea rinnovare nella nazione ; ivi i 
rappresentanti del popolo e il popolo stesso avevano proclamata in fac- 
cia all'Europa, che non credeva e non voleva, l'unità d'Italia, che 
l'Europa avea finito col riconoscere ed anche con l'ammirare. Certo 



340 PALAZZO VECCHIO 



che non si poteva scegliere altro luogo che più di questo potesse es- 
sere convenevole sede del Parlamento ! Dove magnanimamente avea 
saputo tacere Firenze, era hello che cominciasse a parlare l' Italia, e 
di dove tre secoli ora sono erano scesi i liberi rappresentanti di una 
grande città, salissero, novella. Signorìa, i rappresentanti di una grande 
nazione. La storia in questo caso la vinceva su l'arte, e aveva le sue 
buone ragioni. 

Nel Salone adunque il Falconieri condusse in legname l'emiciclo 
che doveva servire ai deputati, fabbricando a così dire una sala nuova 
nella gran sala antica, e per maniera che non venissero ad essere toc- 
che deturpate le pitture del Vasari che ne adornano le pareti; così 
per mezzo di nuovi lucernari aperti nel soffitto accresceva in essa la 
luce, di che era difetto. Il banco della presidenza, e il postergale che 
le stava dietro, volgeva le spalle al lato di tramontana della sala. « Per 
« collocare le Tribune pubbliche, ci dice lo stesso Falconieri ^^^, non era 
« possibile trovare altra risorsa che non fosse quella di ripetere la deco- 
«c razione di colonne che sorge dal lato opposto, (cioè di tramontana), 
« elevando, com'io feci, un peristilio di ordinanza composita; e questo 
« non potevasi più oltre spingere, perchè circoscritto dagli affreschi del 
« Vasari. Quindi ho seguita la soprapposta loggia con colonne e pilastri 
« corintii medesimamente che era dalla parte opposta, riuscendo in tal 
« guisa a torre quel goffo palco costruito nel 1800 che tanto difformava 
« la sala, ed il fuori-squadro che di più da questo lato la deturpava. 
« Era pure indispensabile comunicare dal quartiere di Eleonora a quello 
« degli Elementi; per siffatta comunicazione esisteva prima uno sconcio 
« terrazzino che porgeva spettacolo nel salone a chi per avventura pas- 
« sasse. Ad ovviare ad esso grande inconveniente, bisognò sorreggere 
« con una salda costruzione in ferro la parte estrema ed usufruttare il 
« terrazzino sulla risega; così elevando un muro si è riuscito ad otte- 
« nere un comodo passaggio che dietro la novella loggia introducesse 
« e mettesse in comunicazione i riferiti quartieri, destinati alle Commis- 
« sioni ed agli Uffizi della Camera •» . Per accedere all'aula dei Deputati 
il Falconieri costrusse una nuova scala che taglia il prossimo cortile, 
mettendo da un' anticamera nella sala dei dugento, destinata a sala di 



CAPITOLO XXVII 341 



aspetto per i Deputati, fiancheggiata da altre sale e gabinetti, la- 
sciando che nella sala de' cinquecento si accedesse dall'antico androne, 
e di qui si entrasse nella nuova aula dei Deputati per due anditi la- 
terali al postergale della presidenza. In questi anditi rimanevano affatto 
nascoste le statue quasi colossali, che erano bell'ornamento della sala. 
Nel 1868 io medesimo, a quel tempo Direttore delle Gallerie e Musei 
di Firenze, dovendo adornare il salone, pure magnifico, del Palazzo 
del Podestà, fatto sede di un nuovo Museo, chiesi alla Presidenza 
della Camera le dette Statue, ed essa di buon grado compiacque al 
mio desiderio; e quindi al Palazzo del Podestà, o, come si diceva, al 
Bargello, furono portate una di quelle Vittorie che Michelangelo ese- 
guiva per il mausoleo di Giulio II, il gruppo di Giovanni Bologna 
esprimente la virtù che trionfa del vizio, e gli altri gruppi o statue 
che erano di Vincenzo Rossi, Vincenzio Danti, Baccio Bandinelli. Se 
questo disegno veramente rispondesse oltre che alla esigenza della nuova 
aula dei Deputati, all'artistica magnificenza del salone, e a ciò che 
potea richiedere l'arte, lascio giudicare agli architetti; certo che a tutti 
sarebbe stato difficile sempre, accomodare quel palazzo a così grande 
varietà di usi. 

Nel suo scritto, quello che abbiamo citato, il Falconieri, il quale 
aveva a difendersi dalle accuse e dalle critiche, che da ogni parte gli 
si facevano, dice anche come fosse guidato sempre dal desiderio non 
solamente di rispettare quanto più e' poteva dell'antico, ma anche di 
restaurarlo e liberarlo da ciò che lo deturpava e che era stato fatto in 
altri tempi. « Prima di tutto, e' dice, fu mia cura sgombrare le corti 
« di tutte quelle catapecchie e lordure che le bruttavano. — Sbarazzate 
« le nuove soffitte e divisioni in legno che tagliuzzavano e coprivano 
« le magnifiche sale di Eleonora di Toledo per ridurle a piccole stanze 
« adatte a scrivani ; — fatto il palco cadente della famosa sala degli 
*■ Elementi ; — rimessa la bella sala a loggiato, posta all' angolo, eh' era 
« stata distrutta di recente dal fuoco in buona parte, aprendovi due 
« ampie luci ; — raggiusta alla meglio la guasta cappella ; — messa no- 
« bilmente la libreria nel quartiere dei Gigli, rispettando tutto, senza 
« alcun che sconciare, sebbene di sconciare non fossero stanchi fin dal 

w 



342 PALAZZO VECCHIO 



« Vasari, che apriva un uscio tagliando in mezzo il bell'affresco del 
« Ghirlandaio. 

« Né questo basta. Io non mi so dire con quanto studio ho salvato 
« dall'ultima perdizione il Tesoretto dei Medici, che è una gemma pre- 
« ziosa di quella beata età dell'arte. Nella soprastante stanza, dividendo 
« indegnamente un gabinetto elegantissimo di rabeschi del Poccetti (che 
«accoglieva forse la toelette di Eleonora) v'impiantarono una latrina, 
« non più tardi del 1860, la quale con sordide infiltrazioni insozzò e 
« distrusse tre bellissimi quadretti dello stupendo soffitto, di cui io riu- 
« sciva a salvarne gli altri due. È qui presso una stanza d'incompa- 
« rabile bellezza (il cui stupendo soffitto può stare in una reggia) che 
« era ridotta a carbonaia; ristorato un muro cadente, fatto un palco, 
« ho potuto aprire un suflSciente lume che dal buio la ritornasse alla 
« luce. E sdrucito e cadente era il parete a bugne che formava il limite 
« del vecchio palazzo ; ed appoggiandolo della novella scala sul cortile 
« e murando delle cadenti finestre, ho potuto così rassodarlo. — Io non 
« so dire ripeto, con quanto amore ho salvata dall'ultima perdizione 
« una cappella del Bronzino, che è certamente quanto egli fatto si avesse 
« di migliore e più stupendo, nelle cui pareti sono ritratti in affresco 
«e con incredibile finezza, sì che paiono di finissimo minio, taluni fatti 
« della Sacra Scrittura — la sete nel deserto — il passaggio del Mar 
« Rosso — , in cui, oltre ad un sapiente disegno, si ammira un colore, un 
« effetto da potersi senza tema affermare che l' artista vinse sé stesso . . . 
« La sala vastissima dei dugento venne ridotta alla sua integrità che 
« tolta le avea l' aula della Cassazione, e decorosamente tappezzata. . . . 
« Oltre la sala dei dugento, tutto il quartiere a questo piano, che cir- 
« conda il bel cortile, venne elegantemente aggiustato; — tolti quei 
« tramezzi che dividevano in due le stanze — scoperti quei soffitti a 
« cassettoni in legno che sono una bellezza — levate quella scaletta e 
« quella latrina che bruttavano la sala ad angolo, e per un ampia fine- 
« stra ridotta ad allegra stanza. E tutto il quartiere venne decentemente 
« rimesso, non che il piano superiore, col quale è posto in comunica- 
« zione per mezzo di una scala a lumaca. — E per soddisfare ai bi- 
« sogni della Camera, si costruì tutta quella importante parte che man- 



CAPITOLO XXVn 343 



« cava di Palazzo Vecchio nella via dei Leoni, il cui finimento da se- 
« coli si reclamava ; e se non vi fosse altro vantaggio, questo al certo 
< ne sarebbe una incontestabile. — In essa parte novella, in cui si è 
« continuato allo scrupolo l'esistente decorazione in pietra, senza rispar- 
« mio di spesa, vennero collocati gli Uffizi e le Commissioni della Ca- 
« mera nel contiguo quartiere degli Elementi, non che nel sottoposto, 
« che rilegai col Ministero degli Esteri, si è ricavato l' alloggio di quel 
« Ministro ^*^ » . 

n Falconieri, come ho detto, si difendeva con quella Memoria a 
stampa, né io so se di tale difesa si potessero o dovessero acquietare 
gli accusatori suoi; quello che so e ripeto si è che porre la Camera dei 
Deputati e il Ministero degli Affari Esteri in quel Palazzo, e non lavo- 
rarvi tanto da mutarne internamente l'aspetto, poteva essere un desiderio 
di tutti, ma non poteva riuscire fatto sicuramente da nessuno. E s'ag- 
giunga eziandio il breve tempo nel quale era necessario condurre quei 
lavori, e la somma assegnata che era nei limiti di un bilancio stringato 
qual'era il nostro. Dunque senza dubbio l'arte ne veniva a scapitare, 
ma ne guadagnava tanto e tanto la storia di quel monumento; ivi ci 
fu caro di udire, all'aprirsi della IX Legislatura del Parlamento Nazio- 
nale, parlare, per la prima volta in Firenze, ai rappresentanti d'Italia 
e al cospetto dell'Europa, Vittorio Emanuele, colui che in quella sala 
medesima era stato eletto per nostro Re, udirgli « in questa, com'è' disse, 
nobile sede d'illustri memorie > ripetere ai Senatori e ai Deputati « pa- 
role d'incoraggiamento e di speranza > alle quali vedemmo seguire co- 
stantemente fatti luminosi. 

Anche la storia ha la sua poesia, perchè anche la realtà di certi 
fatti, getta lampi intorno a sé, e risona nell'anima umana di forti armo- 
nie. E non fu senza grande commovimento d'affetti che noi udimmo lì 
nel nostro grande Salone, nella tornata della Camera dei 20 giugno 1866, 
il barone Bettino Ricasoli, annunziare all'Italia che S. M. il Re aveva 
dichiarata la guerra all'Austria. Era quella l'ultima guerra dell'indipen- 
denza d'Italia; e vedemmo partire il Re dal palazzo Pitti, e traversare 
la nostra città fra una siepe di popolo che lo acclamava entusiastica- 
mente: e quattro anni dopo, nel 1870, nella medesima sala annunziai'c 



344 PALAZZO VECCHIO 



che i nostri soldati e la nostra bandiera erano entrati in Roma. Non 
potemmo noi non ripensare con un certo orgoglio che l'Italia si com- 
piva di fare una e indipendente, in quella sala medesima, dove, dopo 
la pace di Villafranca, dichiarando l'unione al Piemonte, s'era fatto il 
primo voto al cospetto dell' Europa, dell' Unità Italiana, e se ne era posto 
a così dire il primo fondamento su la lunga e gloriosa storia della nostra 
repubblica. 

Firenze che senza rimpianti era scesa volonterosamente dal grado 
di capitale d'un piccolo stato d'Italia, accolse come si accoglie un onore 
d'esser capitale di una grande nazione, e per rispondere degnamente al 
nuovo essere suo non badò a spese, non a nulla; rimanendo però come 
ogni altra città italiana nel pensiero e nel desiderio che capitale defini- 
tiva d'Italia esser dovesse Roma, la città di tutto il passato, nella quale 
si doveva in certa guisa imperniare l'avvenire nuovo, ricongiungendo 
così due storie grandi. E non si mostrò essa dammeno di tutte le altre 
città sorelle, nell' applaudire al fatto che ci apriva le mura di Roma, e 
tornò con animo piti sereno e più lieto ad essere di nuovo città di pro- 
vincia. Solamente volle che in quel giorno, nel quale si cominciava lo 
sgombro della capitale, si alzassero le antenne dinanzi al magnifico suo 
Duomo per cominciarne il nuovo prospetto; volendo in tal maniera dire 
all'Italia che essa tornava, a ciò che più era stata sempre cosa sua, 
alle arti; fortunata se a Lei fosse dato di mantenere all'Italia nuova il 
culto d'ogni gentilezza, con l'arte e la lingua, che pure furono, anche 
quando l'Italia era serva e divisa, due forti vincoli di nazione. L'arte 
e la lingua furono mai sempre in Firenze, anche lo splendore più vivo 
della sua storia, quasi il fiore più alto e più grande della sua libertà, 
storia e libertà che sono ambedue illuminate dal gran nome di Dante, 
a cui Firenze dette i natali, ma che tutta l'Italia vuol suo, ritenendolo 
come l'Italiano più italiano che sia mai vissuto. 

Firenze vide a poco a poco votarsi il Palazzo Vecchio un' altra volta, 
e si apparecchiò di nuovo ad entrarvi essa stessa, non già col suo gonfa- 
lone, ma con la bandiera d'Italia che rimaneva in cima alla gran torre 
di Arnolfo, accanto al suo Leone. Esso palazzo veniva restituito al Co- 
mune di Firenze, che vi prendeva nobile stanza nel settembre del 1872, 



CAPITOLO XXVII 



345 



e l'andare allora in quel palazzo voleva dire, non già riprendere lo 
stato, ma ritornare alle nostre tradizioni di libertà, e quelle volgere 
tutte nel loro corso al bene d'Italia; significava ricercare nella nostra 
storia quello che v'era di più grande e tutto versarlo nel mare grande 
della Nazione. 



(1) Le pitture del Quartiere di Papa Leone in Palazzo Vecchio. Firenze, 4861. 

(2) Op. cit., tomo vili, pag. 165. 

<3) Intorno la nuova Ckimera dei Deputati, ragioni di Carlo Falconieri. Firenze, 
Stamperia della Gazzetta di Firenze, 1865, pag. 13. 
(4) Ivi, pag. 19. 





CAPITOLO XXVIII. 



Il Municipio di Firenze stabilito in Palazzo Vecchio. 
Restauri che vi si fanno. Ballo storico nel maggio del 1887 . 




I 4 settembre del 1872 il Sindaco di 
Firenze, comm. Ubaldino Peruzzi, de- 
putato al Parlamento, avvisava i cit- 
tadini che, agli H dello stesso mese, 
sarebbero stati definitivamente instal- 
lati gli uffizi municipali nel Palazzo 
Vecchio. Firenze non era più oramai 
a capo di uno Stato, era quindi ra- 
gionevole che nel suo Palagio, pren- 
dessero stanza i rappresentanti di lei, 
e dove era stato l'antico Gonfalo- 
niere, venisse a prendere stanza l'attuale Sindaco. Intanto nei primi mesi 
di quell'anno si erano già preparati tutti i locali per i varii uffizii muni- 
cipali, ed era stato restaurata e compiuta quella parte meno antica del 
Palazzo che guarda su la via de' Gondi, rivestendola all'esterno di bozze 
che facesse bell'accompagnamento col rimanente, che era opera del Vasari. 
Si pensò poi a fare della sala dei Dugento, la sala per le adunanze del 



348 PALAZZO VECCHIO 



Consiglio, e fu necessario di riordinarne gii accessi, disponendo le porte 
con maggior simmetria e restaurandone le decorazioni architettoniche. Le 
pareti della sala vennero coperte d'arazzi, forse di quelli stessi che v' erano 
in antico, e che furono custoditi prima nella guardaroba del Granduca, poi 
in uno dei magazzini della Galleria. Fu provvisto a che la sala, per le 
adunanze che vi potevano aver luogo di sera, fosse illuminata con delle 
lumiere a gas. Vi si disposero convenientemente per il lato più lungo 
della medesima, gli stalli de' consiglieri, e più alto il banco del Sindaco 
e della Giunta, poi attorno i posti riservati alla stampa e al pubblico. 
Tali lavori furono condotti tutti dall'uffizio d'arte del Municipio, al 
quale in quel tempo presiedeva il Cav. Ing. Luigi Del Sarto, che si fece 
aiutare dal signor Odoardo Rimediotti, capo della sezione dei Fabbricati. 
Il restauro e rinnovo delle diverse sale ebbe termine nel 1874, quando 
s'inaugurava la prima sessione dei lavori municipali di quell'anno. 

Appena il Municipio fu entrato in Palazzo Vecchio, mostrò subito 
di avere coscienza che in quel nobile e grande monumento, ricco di tanta 
arte e di tanta storia di Firenze, a lui incombeva l'obbligo non soltanto 
di mantenerlo, ma, con ogni cura e con ogni spesa, restituirlo, come 
fosse stato possibile, a tutta la sua antica magnificenza, sapendo che a 
quel palazzo come a gloria della città se tutti i fiorentini avevano il 
cuore e la mente, anche tutti gli italiani e gli stranieri, tenevano gli occhi, 
ammirando. Disfatta nel gran Salone l'aula della Camera dei Deputati, 
per cura dell'ufficio tecnico della Camera stessa, erano rimaste, inutile 
e brutto ingombro, le gradinate sopra le quali stavano li stalli dei de- 
putati, i divisorii di legname con le loro decorazioni, e il postergale della 
Presidenza. Tutto ciò venne tolto di mezzo per cura dell'uffizio d'arte 
municipale, il quale, essendo assessore per i lavori l'illustre architetto 
Emilio De Fabris, a cui più tardi successero il Cav. Felice Francolini e 
il Cav. Antonino Artimini, volle che fosse compita anche la decorazione 
architettonica in pietra, al fronte di Sud del Salone, che il Vasari aveva 
lasciata soltanto abbozzata, e datogli per finimento una terrazza con balau- 
strata, che ribatte simmetricamente l' altra che sta nel fronte di Nord. Ma 
allora le condizioni economiche della città, la quale, trasportata la capitale 
a Roma, era rimasta con tutti gli aggravii che essa le aveva portati, e 



CAPITOLO XXVIII 349 



dei benefizi aveva perduto perfino il desiderio, non permisero al Muni- 
cipio di continuare quell'opera di restauro, e fu assai se gli dette modo 
di provvedere a ciò che qua o là, in questa o in quella parte del gran 
monumento si rendeva necessario, come ad esempio rafforzare varie co- 
struzioni che per cedimenti avvenuti nel sottosuolo si erano scollegate, 
minacciando danni anche più gravi per il resto dell' edifizio. 

Ma non sì tosto vennero assestate le finanze del Comune, questo 
tornò, direi naturalmente, al pensiero del Palazzo suo, che era tornato 
ad essere il Palazzo del popolo. Il primo di gennaio del 1880 era stato 
nominato Sindaco di Firenze, il principe Don Tommaso Corsini, degno 
discendente dell'illustre casata di quel nome, che tante volte e onore- 
volmente ricorre nella storia fiorentina; figliuolo a Don Neri, marchese 
di Laiatico, che fu de' primi nel 1848 ad aprire l'animo ai pensieri di 
libertà e d'indipendenza d'Italia, pensieri che non lasciò piti mai, e al 
trionfo de' quali consacrò la vita sua nel 1859, quando andò commis- 
sario della Toscana al campo, presso S. M. l'Imperatore dei Francesi e 
S. M. il Re d' Italia, e poi in qualità di ministro a Londra, dove moriva 
nel novembre del 1860, quando tanto prossimo egli era a vedere in 
fatto quella unione della Toscana al Piemonte, che sarebbe stata la 
prima pietra posta al grande edificio dell'Unità italiana. A lui fu eretto 
in Santa Croce un mausoleo a spese del Governo della Toscana, e in 
segno di gratitudine di tutto il paese. Entrava in Palazzo Vecchio, Don 
Tommaso, amantissimo dell'Italia tanto, quanto era di Firenze sua, ge- 
loso delle di lei glorie maggiori, intendente dell'arte, erudito della storia 
che più diciamo nostra. Subito ei volse il pensiero a riprendere i re- 
stauri, rimasti a mezzo, e si rifece dal ripristinare il quartiere così detto 
di Leone X, incominciando dalla sala che ebbe nome da Giovanni ca- 
pitano delle Bande, che furono poi chiamate Bande nere. Ma il restauro 
delle varie pitture che sono in quel quartiere, non lo distolse da altri 
che si facevano ogni giorno più urgenti nella parte murale, o materiale 
che dir si voglia del Palazzo. Nel 1881 e' fece ricostruire la cuspide 
della Torre di Arnolfo, rinnovò il capitello vuoto del pilastrone a Nord- 
Est della Torre stessa, entro il quale gira la scala che conduce alla 
piattaforma che serve di base alla cuspide medesima. 



350 PALAZZO VECCHIO 



Condotta già in marmo dallo scultore Enrico Pazzi, la statua di 
frate Girolamo Savonarola, e non potendosi più porre, come prima n'era 
stato il pensiero, sulla piazza di San Marco, dinanzi a quella Chiesa, 
sulla porta della quale aveva egli tante volte predicato al popolo, perchè 
ivi era stata collocata l'altra statua rappresentante il generale Manfredo 
Fanti, fu pensato di porla in Palazzo Vecchio, nel salone che era stato 
fatto per consiglio del frate, dove pure egli aveva parlato ai fiorentini, 
e finalmente era stato dai medesimi condannato ad essere arso vivo. E 
ciò si fece nel 1882, collocandola in una gran nicchia praticata nella 
parete di tramontana, e sopra una base fatta col disegno dell'ingegnere 
Odoardo Rimediotti, che allora reggeva l'Ufficio d'Arte del Municipio. 
In quella solenne occasione che fu ai 22 di giugno, lesse un appro- 
priato discorso il professore Pasquale Villari, illustre biografo di frate 
Girolamo. Il frate è in atto di predicare al popolo, a cui mostra con 
la mano in alto un Cristo, e sta bene lì dove sonarono le parole di 
Niccolò Capponi gonfaloniere, e dove Cristo fu eletto Re. 

L'anno dipoi, cioè nel 1883, fu rifatto tutto di nuovo il pavimento 
ammattonato di quella gran Sala, che almeno per la spesa, non fu cosa 
da poco; e venne diviso con liste di pietra, che ribattono lo spartito del 
soffitto, magnifico; nei lacunari formati dalle dette liste di pietra, erano 
laterizi di forma quadrata. Nello stesso tempo fu eseguito un parziale 
restauro del soffitto, nel quale furono semplicemente ripulite tutte le pit- 
ture. Così accomodata nuovamente la gran sala, vi furono riportati dal 
Palazzo del Potestà, le statue colossali e i gruppi, che per l' innanzi 
n'erano state superbo ornamento. Nel medesimo tempo venne rimontato 
il monumento del Bandinelli rappresentante la incoronazione di Carlo V, 
ripristinando l'antica nicchia, rivestita di marmo, la quale venne tolta 
nel 1860, quando si accomodò sulla via dei Leoni il quartiere pel Go- 
vernatore della Toscana. Si cominciò allora anche il restauro delle altre 
camere al primo piano, cominciando da quella così detta di Cosimo I e 
procedendo l'anno dopo all'altra che ha nome da Clemente VII; re- 
stauro fatto con il maggiore riguardo, standosene cioè alla semplice 
ripulitura degli affreschi, e al ripristinare degli stucchi e d'ogni altro 
adornamento. Nel 1886 si proseguì nella sala di Cosimo il Vecchio, e 



CAPITOLO XXVIII 351 



salendo n.1 secondo piano si die principio al quartiere di Eleonora, inco- 
minciando dalla sala degli Elementi. 

Intanto nel 1885 s'era rifatto il leone in pietra, o Marzocco, che 
stava dove termina la gradinate, del Palazzo, dal lato della fontana; 
e nel 1887 si riattò intieramente la fonte del Verrocchio nel primo 
Cortile, che da tempo assai non gettava più acqua per le grandi incro- 
stazioni dei tubi conduttori; e il putto stupendo che anch'esso aveva 
sofferto assai. 

Neil' anno 1886, e precisamente nel mese di aprile, era succeduto, 
nella qualità e nell'ufficio di Sindaco di Firenze, al Principe Don Tom- 
maso Corsini, il Marchese Pietro Torrigiani, una volta Deputato di Fi- 
renze al Parlamento, oggi Senatore del Regno. Anche questi discendente 
di antica famiglia fiorentina, per nobiltà e per ricchezza illustre da se- 
coli; anche questi oltre gli spiriti liberali, di che era stato informato 
l'animo suo per gli esempi domestici, vi portava intelligenza ed amore 
a tutte le cose d' arte, ai monumenti della storia patria. Questo ha di 
bello e di nobile la nostra aristocrazia, che nell'amore grande all'Italia 
al quale venne educata, mantenne quello della città nativa, unendo al- 
l' orgoglio di una storia che cominciava dai loro padri, quello che era 
stato in gran parte la grandezza della storia fiorentina che era finita. 
■ Il Torrigiani volle farsi continuatore dell'opera del Corsini, e l'uno e 
l'altro furono aiutati bene da tutto il Consiglio Comunale, e coadiuvati 
dagli assessori per i lavori municipali. Dopo finito, nel 1887, il re- 
stauro della bella fontana nel cortile, egli pensò ad altro; cioè a rior- 
dinare il soffittone che rimonta su due sale al secondo piano, chiamate 
dei Gigli e dell' Orologio, le quali ripiombano sopra quella dei Dugento 
e a riaprire bellamente il ballatoio che corona tutto l'antico Palazzo, il 
quale era stato chiuso e in più sezioni diviso con delle pareti inteme, 
per farne abitazioni de' custodi e degli uscieri addetti ai vari uffizi, che 
avevano avuto stanza in Palazzo. Il ballatoio così acquista maggior grazia 
e direi lucentezza, quasi ghirlanda traforata, che incorona il magnifico 
edifizio, la cui austerità non è scompagnata dalla fina eleganza. Nel sof- 
fittone che si sta accomodando e che avrà anch'esso aspetto di gran 
salone, saranno collocate le bandiere delle varie città e comuni d' Italia, 



352 PALAZZO VECCHIO 



che furono regalate a Firenze quando si celebrò il centenario della na- 
scita di Dante, nel 1865, e che ora stanno nella sala dei Gigli al se- 
condo piano, dove furono portate dal Museo di San Marco, nel quale 
erano state dapprima accomodate. 

Né con questo avranno termine i cominciati restauri; già essendo 
allo studio in preparazione quello della Cappella del Bronzino, quello 
del Quartiere di Eleonora, comprese le terrazzine, poi l'altro delle fine- 
stre del piccolo ballatoio su nella torre, e della soffitta sopra la sala delle 
carte geografiche. 

n Salone che non poteva più servire alle adunanze popolari, ai par- 
lamenti, fu adoperato più volte a feste solenni, nelle quali si dovessero 
celebrare le glorie dell' arte, come quando vi si sono fatti de' grandi con- 
certi musicali, per esempio la Messa di requiem del Verdi, per la morte 
del Manzoni, o lo Stabat Mater del Rossini per onorarne degnamente le 
ceneri che da Parigi si portavano qui a Firenze, nel nostro tempio di 
Santa Croce; nel maggio del 1887, nel qual mese si scopriva la facciata 
nuova di Santa Maria del Fiore. Lo Stabat venne cantato da oltre cin- 
quecento voci, con accompagnamento di Grande Orchestra, e riuscì una 
vera glorificazione del Rossini; era bello vedere tutti que' cantanti e tutti 
que' sonatori sopra un gran palco appositamente eretto dalla parte di 
mezzogiorno della gran sala; e tutto il resto pieno come di un popolo 
di signori e signore nella loro maggiore eleganza; e magnifico effetto 
facevano quelle ondate di voci e di suoni, che si spandevano per la grande 
aria, pur conservando tutta la dolcezza, tutta la mestizia di quella inar- 
rivabile armonìa. Era quel giorno il 4 di maggio, mercoledì; il secondo 
di quelli nei quali si facevano a Firenze grandi feste, come ho detto, 
per lo scoprimento della Facciata nuova di Santa Maria del Fiore, feste 
dell'arte e della religione, feste nostre e di tutta l'Italia, che ridestavano 
le più grandi e gloriose memorie della storia, le quali aleggiano intorno 
a quel nostro maggior tempio, come i falchi che si aggirano continua- 
tamente alla cupola magnifica, che sta lì da secoli e starà, come il pen- 
siero di tutto il popolo volto a Dio. Però fu ragionevole di festeggiare 
questo gran fatto dell'arte, con qualche cosa che richiamasse il pensiero 
alla storia nostra; il che si fece in più modi, ma principalmente con 



CAPITOLO XXVIII 353 



un Corteggio che dovea rappresentare il passaggio a Firenze del Conte 
Verde, Amedeo VI di Savoia; una gran giostra dei cavalieri italiani, e 
una serata storica nel gran Salone in Palazzo Vecchio. 

Era questo la sera dei 14 di maggio, tutto illuminato con gran- 
dissime lumiere calanti dal gran soffitto; nella parte più alta, dov'era 
l'antica audienza, il posto d'onore, dove sederono le loro Maestà il Re 
e la Regina d'Italia. Nelle pareti i celebri dipinti del Vasari, al disotto 
di essi arazzerle stupende, tutto era storia; e quando cominciarono a 
versarsi dentro a famiglie, a gruppi, a ondate gentildonne e gentili ca- 
valieri vestiti all'antica, parve davvero essere tornati ai grandi secoli di 
Firenze. Per rammentarne solo pochi, che tutti sarebbe lungo e dif- 
ficile, vedemmo il Principe Don Tommaso Corsini, in abito dell'ordine 
di Santa Maria Gloriosa, detto volgarmente dei frati gaudenti, che era 
stato vestito veramente da un messere Tommaso della sua Casata; e la 
Principessa Anna, sua consorte, dei Barberini di Roma, in abito di una 
Barberini del 300; la contessa Martelli Guicciardini, che rappresentava 
la madre di Roberto Martelli, mecenate di Donatello; il marchese Carlo 
Ginori, in abito del Conte Verde con la maglia di ferro e tunica di velluto 
bruno, portante sull'elmo la corona ducale; la contessa Morelli Adimari, 
una delle gentildonne di sua antichissima casata; Roberto Strozzi, con 
lo stemma gentilizio sulla tunica, e sull'elmo un'aquila con l'insegne: 
respecto; il marchese Alfieri di Sostegno, in veste del Rettore dello Studio 
fiorentino; in somma tutte le nostre signore, e tutti i nostri signori che 
avevano ripreso per quella sera gli abiti dei loro avi. Venivano poi le 
loro Maestà il Re e la Regina, e assisi sull'alto dell' audienza, vedevansi 
sfilare innanzi quasi tutti gli antichi fiorentini più nobili e più noti nella 
storia, e poi intrecciare danze e carole, con uno spettacolo non mai 
prima veduto, che faceva rivivere nei quattro o cinque secoli addietro, 
nei quali fiorirono ad un tempo la libertà e la civiltà in Firenze. 

Tutte quelle feste si chiusero poi con una accademia in onore del 
prof. Emilio De Fabris, tenuta il 20 di maggio, nella sala dei Dugento, 
dove furono letti e prose e versi, da uomini che i più erano veramente 
chiari nelle lettere, e meritavano di essere lodatori di così lodato Ar- 
chitetto. 



354 PALAZZO VECCHIO — CAPITOLO XXVIII 



Il salone dei cinquecento non potendo più servire né a radunanze 
popolari, né a parlamenti, fu ed è usato sovente per la solenne distri- 
buzione dei premi ai bambini delle scuole elementari o popolari, così 
noi vediamo con cuore allegro in mezzo a quelle tante nostre memorie, 
quasi fiorire le speranze nostre più care, e in mezzo a quelle pareti 
che ci rappresentano alcune delle generazioni che furono, vediamo ag- 
girarsi festosi quelli che ci fanno dolcemente pensare alle generazioni 
che vengono e che saranno. Piaccia a Dio che queste siano e si mo- 
strino sempre non da quelle degeneri, e che l'avvenire d'Italia risponda 
al grande passato della nostra Firenze. 





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IN CIMA ALLA TORRE 



ALIAMO; su, su andiamo fino al leone 
della mia Firenze, fino alla bandiera 
della nostra Italia. Che splendidezza 
di cielo! che bellezza di terra! Lassù, 
in alto, una cosa sola, il sole; giù, 
a' nostri piedi, la bella Firenze, e at- 
torno come la cintura di Venere, la 
sua ricca ghirlanda di vaghe colline, 
tutta cosparsa di ville, di case, di 
paeselli che ora sì mostrano e ora 
si nascondono tra le viti e gli olivi, 
quasi tempestata di belle gemme tra fiori; e da lontano monti più alti 
ancora che, non meno vagamente, la ricingono una seconda volta; e 
finalmente l'Arno che quasi fusciacca d'argento la taglia, e va a per- 
dersi per lungo sentiero al mare. Quanta storia e quanta poesia in sì bella 
vista! Fra i tetti delle case sottostanti vediamo sorgere più o meno spor- 
genti i merli e i cornicioni degli antichi palazzi; prossimo, alla parte di 
levante, il Palazzo merlato del Potestà con la sua grande torre, più in 
là quello così detto Non finito, e poi il Palazzo dei Medici in via Lai^, 




356 



PALAZZO VECCHIO 



oggi Riccardi, quello degli Strozzi, l'altro del Buondelmonti, e accanto 
quello degli Spini; passando l'Arno, più alto di tutti gli altri, quasi 
appoggiato ad una collina verdeggiante, come un grande solitario, il 
Palazzo dei Pitti; poi dappertutto sorgere i tetti, e le cuspidi, e i cam- 
panili e le cupole delle nostre maggiori chiese. Santa Croce, la Badìa, 

San Lorenzo, Or San Mi- 
chele, Santa Maria Novella, 
Santa Trinità, Santo Spirito 
e il Carmine; e fra questa 
che pare tutt' insieme una 
folla di monumenti, elevarsi 
sublime la cupola di Santa 
Maria del Fiore, come tra i 
più grandi pensieri del ri- 
nascimento, il pensiero di 
Dante. E lì innanzi al Duo- 
mo, « il mio bel San Giovan- 
ni >, dove tutti, uno ad uno, 
noi Fiorentini abbiamo presa 
l'acqua battesimale, legan- 
doci ad una medesima fede, 
facendoci fratelli in Cristo: 
era esso, dicesi, il tempio di 
Marte, quando Firenze era 
ancora « dedicata sotto il se- 
,' gno di Marte ^^^ ». 

Nel mezzo della città fra 
l'Or San Michele e il palazzo Strozzi vedesi un tratto dove le case sono 
già senza tetti, e già smantellate e cadenti le torri che erano degli Amieri, 
de' Caponsacchi, de' Tosinghi, dei Davanzati ; sparita la colonna che era 
detta della Dovizia, e la vaga loggetta che era in sulla piazza; dapper- 
tutto uomini che s'affaticano e affrettano a buttar giù, e altri intenti a 
edificare di nuovo; è il cuore di Firenze che si disfà; o voglia Dio che 
sia invece il cuore che si rifa, rinnovandosi. 



--^^T=?^ 




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IN CIMA ALLA TORRE 357 



Sulla sinistra dell'Arno, a chi guarda giù lungo il suo coreo, si 
presenta e pare che chiuda da quella parte Firenze, la vaga collina che 
scesa a bagnarsi quasi nel fiume, con facile declive risale poi su, tutta 
ville e giardini ameni, in cima alla quale è Bellosguardo, il cui nome 
solo basta a richiamarci alla mente Galileo e il Foscolo. Abitò il Galileo 
lassù nella villa che è ora del generale russo Alessio Zoubow e che era di 
Lorenzo Segni, dalla cui famiglia egli la prese a fitto addì 15 di agosto 
del 1617, e vi stette per sei anni dipoi. 

Ugo Foscolo ivi compose l' Inno alle Grazie , inalzando ad esse 
un tempio di marmo greco, e suU' ara ponendo bellissime le tre Dee, 
quali erano in altra veste uscite pur allora dalle mani del Canova, 
che l'anno innanzi, 1805, avea consacrato la sua Venere, che esce dal 
bagno, nel luogo stesso dov' era la Venere de' Medici, a quel tempo a 
Parigi. Riportata che fu questa, la Venere del Canova venne posta nella 
Galleria dei Pitti. Né fia mai che alcuno vada a Bellosguardo, in mezzo 
a tanta onda di luce e di poesia, senza ripetere lassù in alto i maravi- 
gliosi versi che dan principio al Carme divino: 



« Nella convalle fra gli aerei poggi 
« Di Bellosguardo, ov' io, cinta d' un fonte 
« Limpido, fra le quete ombre di mille 
« Giovinetti cipressi, alle tre Dive 
« L' ara inalzo (e un fatidico laureto, 
« In cui men verde serpeggia la vite, 
« La protegge di tempio), al vago rito 
« Vieni Canova, e agi' Inni. Al cor men fece 
« Dono la bella Dea che tu sacrasti 
« Qui sull'Arno alle belle arti custode; 
« Ed ella d' immortai lume e d' ambrosia 
ce La santa immago tua tutta precinse. 
« Forse (o eh' io spero !) artefice di Numi, 
« Nuovo meco darai spirto alle Grazie 
« Ch' or di tua mano escon del marmo. Anch' io 
<c Fingo e spiro a' fantasmi anima eterna : 
< Sdegno il verso che suona e che non crea; 
« Perchè Febo mi disse: Io, Fidia, primo 
e Ed Apellc guidai colla mia lira >. 



358 PALAZZO VECCHIO 



Scendendo con 1' occhio da Bellosguardo e facendoci verso mezzo- 
giorno ecco, fuori della Porta Romana, un lungo viale ombrato di lecci 
e di cipressi secolari, che ci riconduce in alto, alla celebre villa, detta Pog- 
gio Imperiale. Sul bel prato che le sta innanzi avvenne, al tempo dell'as- 
sedio, il duello tra Giovanni Bandini e Lodovico Martelli, per aver questi 
veduto l'altro arruolarsi nell'esercito imperiale, contro la patria sua. Il 
Bandini era accompagnato da Bettino Aldobrandi, e il Martelli da Dante 
da Castiglione. Combatterono da valorosi e la fortuna ne volle divisa 
la gloria, perchè il Da Castiglione uccise 1' Aldobrandi, e il Bandini il 
Martelli, il quale ne morì per una ferita alla testa, lasciando però di sé 
nome immortale nella storia, e meritandosi di essere proposto ad esem- 
pio di virtù e di valore alle future generazioni. 

La villa fu già detta dei Baroncelli, i quali vi avevano una abita- 
zione di campagna con fortilizio; poi nel secolo xvi passò nella casa dei 
Medici. Il Granduca Cosimo I la dette in dono alla signora Isabella, 
moglie di Paolo Giordano Orsini, quella che dette materia di romanzo 
al Guerrazzi. Tornata un'altra volta nei Medici, passò negli Odelscalchi, 
Duchi di Bracciano, da cui la comprò la Serenissima Arciduchessa d'Au- 
stria, Granduchessa di Toscana e moglie di Cosimo II; fu allora che venne 
ingrandita e ornata col disegno di Giulio Parigi e di Giovanni Coccaponi, 
Architetto civile e militare, Mattematico e Legista fiorentino, nel 1622; 
e ciò fece quella Granduchessa per lasciarla in retaggio a chi le succe- 
desse sul trono della Toscana. I Granduchi l'ebbero sempre cara, e però 
si studiarono sempre più di ingrandirla e di abbellirla, adoperandovi gli 
artefici più reputati, quali furono, per non ricordarli tutti, Matteo Ros- 
selli, allievo di Gregorio Pagani, che vi dipinse de' fatti più illustri della 
sovrana casa dei Medici, Baldassarre Franceschini, detto il Volterrano, 
il Traballesi, il Gricci, il Terreni, il Gherardini, il Fabbrini, il Del Moro, 
e per gli stucchi Grato Albertoli Milanese. 

In quell'ameno soggiorno solevano fare i Granduchi la loro villeg- 
giatura; e vi abitò, esule a Firenze, Carlo Alberto di Carignano con la 
sua famiglia. In quella villa corse pericolo di morire abbruciato nel letto 
il piccolo Vittorio Emanuele, in cui stava la fortuna d' Italia. 

La villa è adorna di bei giardini, e cento e cento altre ville da ogni 



IN CIMA ALLA TORRE 350 



parte la circondano, fino al viale fatto a' nostri giorni che conduce al 

piazzale Macchiavelli, gremito anch'esso di eleganti villini: e sembrano 

tutte a gara farle nobile corteggio. Ah! veramente, come esclamò mes- 

ser Lodovico Ariosto, 

« A veder pien di tante ville i colli, 

« Par, eh' '1 terren ve le germogli, come 
« Vermene germogliar suole, e rampolli. 

E il Redi fé' sedere sul prato che è innanzi al Poggio Imperiale il Dio 
del vino, come signore, dando principio al suo ditirambo: 

« Dell'Indico Oriente 

« Domator glorioso il Dio del Vino 

« Fermato avea l'allegro suo soggiorno 

« Ai Colli Etruschi intorno, 

« E colà dove Imperiai Palagio 

« L'augusta fronte inver le nubi inalza, 

« Su verdeggiante Prato 

« Con la vaga Arianna un di sedea, 

« E bevendo e cantando 

'( Al bell'Idolo suo cosi dicea^^) ». 

Volgendoci sempre più a mezzogiorno, al disopra del Piazzale che 
si chiama dal Macchiavelli, saliamo la collina d'Arcetri, cioè in Arce 
Veteri, dove è l'antico monastero di San Matteo, il di cui principio fu 
nel 1269, e dove nel secolo xvii, stettero le figliuole di Galileo, suor 
Maria Celeste e suor Arcangela; e in prossimità è il Pian de" Giullari, 
che si dice essersi chiamato così dalle feste e giullerie che vi si solcano 
fare dal popolo. Qui ogni pietra, si può dire ha un ricordo dell'Assedio, 
che v'erano le genti imperiali e papaline congregate contro Firenze. Ecco 
che su in alto vediamo la così detta Torre del Gallo, bella villa tur- 
rita, che i Lamberteschi costruirono dove già era stato il castello della 
famiglia ghibellina dei Galli, demolito dai Guelfi, e che passò a Jacopo 
di Giovanni Lanfredini, i discendenti del quale lo possedettero fino alla 
loro estinzione, ed oggi è in proprietà del conte Paolo Galletti. Lì al 
tempo dell'Assedio aveva il suo quartiere, Pier Maria de' Rossi di San 
Secondo, con i suoi fanti, che scendevano con le loro botteghe, tende 
e baracche e quanto altro occorreva, fino nella valle sottoposta chiamata 



360 PALAZZO VECCHIO 



Vacciano, Ma quella villa più assai è celebre per la memoria del gran 
Galileo; il quale fin che stette, relegato dalla Inquisizione, in Arcetri, e 
potè godere della vista de' cieli, che erano come cosa sua, andava su 
quella torre a contemplare i pianeti e le stelle, e di lassù davvero 

« vide 

« Sotto l'etereo padiglion rotarsi 

« Più mondi e il sole irradiarli immoto (•^) ». 

Ed ora ben a ragione il proprietario al grande Galileo, si può dire, 
averla consacrata tutta, raccogliendovi quante più memorie potesse e di 
lui, e de' suoi libri, e dei suoi scolari. 

Seguitando dal Piano de' Giullari, e sempre lungo la cresta di quella 
bella collina, fino a Santa Margherita a Montici, tutto come io diceva 
è cosparso di memorie. Y'è a quasi a mezzo del paesello una villa detta 
« il Gioiello » che nel novembre del 1631 il Galileo medesimo aveva 
preso a pigione da una tal Ginevra Martellini, vedova di Bernardo Bini, 
nel cui possesso era venuta da uno dei Da Verrazzano. Quivi Egli scri- 
veva alcune delle ultime sue opere; e fatto cieco e vecchio, nel 1641, 
riceveva il celebre Evangelista Torricelli, a lui mandato da Bernardo 
Castelli, perchè gli fosse d'aiuto nei suoi studi e nello scrivere; e in 
questa villa Egli rese la grande anima a Dio, al 1.° di novembre del 1642. 

Più in là, quasi sulla piazzetta del Piano, dove, al tempo dell'Assedio, 
erano piantate le forche, è un'altra villa, che lo storico Francesco Guic- 
ciardini ebbe in eredità dal suocero Agnolo de' Bardi, nel 1519; e dove si 
dice che avesse in que' memorabili giorni dell'Assedio, ospitalità il Duca 
d'Oranges; accanto ve n'ha un'altra più grandiosa sulla quale pur ve- 
desi lo stemma dei Guicciardini, perchè uno di questa casata l'acquistò 
da Lorenzo Strozzi, che l'aveva avuta dalla moglie Maria di Loi'cnzo 
Macchiavelli. Prima era stata anche dei Buontalenti, avendola il celebre 
architetto Bernardo, avuta in regalo dal Duca Francesco de' Medici. 

E salendo più in alto, ecco che arriviamo alla bella chiesuola di 
Santa Margherita a Montici, col suo campanile che è una vera torre 
castellana, e nel quale nel 1364 gH sgherri di un tal Luca da Panzano 
perseguitarono e trucidarono Carlo Gherardini, che poco tempo innanzi 
aveva ucciso un Antonio dei Da Panzano. Lassù in alto, quella chiesetta. 



IN CIMA ALLA TORRE 361 



appare a noi in apparenza di vezzosa coniadinella, che sopra quel pog- 
gio solitario, dal rumore della città che le si stende ai piedi, e dalla 
vista d'ogni bella cosa intorno a sé, levi la mente e il pensiero al cielo. 

Più bassa di quella chiesetta e quasi all' ombra di lei è la villa ora 
Morrocchi, che fu detta un tempo la Torre e anche la Bugìa, da una 
gran facciata, dal lato di Firenze, che coprendo la irregolarità della co- 
struzione, le dava un'apparenza maggiore del vero. Anche questa appar- 
tenne ai Guicciardini, e vi fu chi disse essersi appunto chiamata la 
Bugìa, perchè ivi messer Francesco scrisse la sua storia; o anche dalle bu- 
giarde condizioni della capitolazione di Firenze qui sottoscritta e giurata; 
durante l'Assedio servì di quartiere generale a Sciarra Colonna. 

Tutte queste vaghe colline sono quasi passo a passo illustrate da 
due celebri romanzi de' giorni nostri, l'Assedio di Firenze di Francesco 
Domenico Guerrazzi, e il Niccolò de' Lapi di Massimo D'Azeglio. 

Ora scendendo giù dove la collina pare venga ad affacciarsi sopra Fi- 
renze, vediamo la Chiesa di San Miniato, e quella di San Salvatore che 
Michelangelo chiamava amorosamente « la sua bella villanella ». È la Ba- 
silica di San Miniato, la più antica delle nostre Chiese; si dice fondata nel 
IV secolo dell'era cristiana, e se ne hanno memorie importanti fino dal- 
l' xi secolo, quando il Vescovo di Firenze, Ildebrando, trovandola per la 
lunga età rovinata, la fece restaurare e arricchire e adornare di marmi, di 
mosaici e di pitture, e vi univa un monastero. In questo stette San Giovan 
Gualberto dei Conti di Petrojo, che fondò l'ordine dei Vallombrosani. È 
tutt' insieme una maraviglia così per l'architettura come per la pittura e 
le altre arti sorelle, e sta lassù in alto come emblema della fede e della 
virtù di Firenze, che essa domina tutta quanta. E perchè appunto così 
soprastà a Firenze, al tempo dell'Assedio, Michelangelo Buonarroti, com- 
missario generale, la cinse di buone fortificazioni, per impedire che gli 
Imperiali impadronendosene, non si facessero pur anche padroni della città. 
E tale avvedimento del Buonarroti se non impedì, almeno ritardò la ca- 
duta di Firenze in mano al nemico, al quale recò molto danno; mole- 
standolo in specie dal Campanile della Chiesa, dove avea posto due pezzi 
d'artiglieria. E perchè esso campanile era fatto la mira principale delle 
artiglierie nemiche, come il punto più importante della difesa, "e già in 



362 PALAZZO VECCHIO 



parte guastato, portava pericolo di rovinare, Michelangelo per ammortire i 
colpi delle palle nemiche, lo circondò di materassi ben pieni di lana, calati 
giù con gagliarde corde dai cornicioni, per modo che venivano ad esser 
lontani dal muro, e le palle tra perchè erano scagliate di lontano, tra per 
quei materassi, fecero più poco danno. Lassù si dice che Michelangelo 
scolpisse una gigantesca figura della Vittoria alata, con in capo l' usbergo, 
e armata a guisa di Pallade ; figura che andò poi distrutta. Qualche resto 
delle fortificazioni michelangiolesche, rimane tuttavia; come rimane la 
porta principale della fortezza, secondo che la fé ridurre dal San Gallo, 
Cosimo I, facendo della chiesa quartiere di soldati. Oggi la chiesa è tor- 
nata al culto di Dio, e i bastioni della fortezza medicea, sono il nostro bel 
camposanto. Ed è bello che guardando noi lassù in alto, il pensiero vada 
naturalmente ai nostri morti, che sono pure tanta parte della nostra vita. 

Poco distante da San Miniato, è l'altra Chiesa di San Salvatore al 
Monte, che fu eretta circa il 1 115, e alla quale intorno al 1474 pare 
che lavorasse Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca; piccola chiesetta 
ma di stile così leggiadro, così semplice, così puro, che, come ho detto, 
Michelanselo la soleva chiamare « la sua bella villanella ». Ad essa si 
accedeva prima unicamente da un'erta salita, interrotta da gradini, e 
fiancheggiata di cipressi e di lecci, e fra mezzo di croci. Via Crucis, 
per cui venne quel luogo detto il Monte alle Croci. 

Oggi quelle due Chiese ci si mostrano come sopra una paniera di 
fiori; tanta è la eleganza de' giardinetti che le sono ai piedi, e così fio- 
rito il viale, che come nastro variopinto pare legare tutte insieme quelle 
vaghe colline. Proprio sotto San Salvatore è il gran piazziale di Miche- 
langelo, di cui non si può immaginare cosa più bella, né più grandiosa. 
È nel mezzo la statua del David, fusa in bronzo da Clemente Papi, e 
sopra un imbasamento, al quale stanno come appoggiate le quattro statue 
dello stesso Buonarroti, pur fuse in bronzo, che sono in San Lorenzo, 
sopra i sepolcri Medicei. I nostri avi misero la statua del David alla porta 
principale del Palazzo del Popolo, noi, tolto il marmo alla vista del pub- 
blico, per custodirlo più sicuramente agli avvenire, volemmo che la bella 
riproduzione fosse collocata lassù in alto, perchè la gente appena, anche 
da lontano, scorge Firenze e la sua cupola e la sua Torre, vedesse in- 



IN CIMA ALLA TORRE 363 



sieme l'opera più maravigliosa del suo Michelangelo, e la vedesse dove 
esso si era adoperato a difenderla nell'assedio. 

Qui pare che le colline in più largo cerchio si scostino da Firenze, e 
l'occhio nostro si posa sui monti più lontani, quasi diremmo sul secondo 
cerchio di questa conca da cui novella Venere vien fuori la città; e 
laggiù lontana, verso levante, vediamo l'Apparita, da dove affacciandosi 
i soldati spagnoli dell'esercito imperiale alla vista bella gridarono: — 
Aparesa brocados, senora Florancia, que venemos à mercarlos h me- 
dida de pica — cioè, apparecchia i broccati, signora Fiorenza, che noi 
venghiamo a comprarli a misura di picca; e anche Vittorio Alfieri, scen- 
dendo dall'Apparita, dice avere esclamato: Deh! che non è tutta To- 
scana il mondo! e la contemplazione di così stupenda bellezza, disse un 
egregio scrittore, valeva a spianargli una ruga sopra la fronte, — un'altra 
sul cuore. Più a destra vediamo in lontananza i monti da cui scende 
l'Arno, e la Vallombrosa, e il celebre Pratolino. 

Alla scarpa de' colli più prossimi, o nella pianura, sono castelli, 
ville, e paesi. Sulla sinistra del fiume il piano di Ripoli e Ricorboli, dove 
le ville sono, come i gigli nel Prato, e tutte hanno una storia loro. Sulla 
destra Yarlungo che ci rammenta il Boccaccio, che ne fece teatro d'una 
sua novella, e Cecco da Varhmgo, cantato dal Baldovini; Rovezzano, 
borgata che prese il suo nome dai roveti che coprivano la pendice del 
piccolo colle di Montalbano, dove crebbe, nella prima metà del secolo xvi, 
Benedetto, che si dice per questo da Rovezzano, celebre scultore, di cui 
a Firenze abbiamo insigni opere; ed erano nati nel 1443 Pietro di Bar- 
tolo scultore anch' esso, e Giovanni allievo di Andrea da Castagno ; in 
questo paesello è oggi famosa la villa della Baronessa Fiorella Favard 
de l'Anglade, che ricostruì per l'intiero e con nuova e più ricca magnifi- 
cenza, quella che un tempo si nomava / Pini o II Pino, appartenuta alla 
celebre famiglia de' Cerchi, da' quali passò ne'Bartolini, che la fecero riedi- 
ficare col disegno di Baccio d'Agnolo. Di questo disegno non è più traccia 
nella villa quale è ora rifatta dalla Favard, che in altra guisa l'abbellì; 
vicina alla villa è una bella cappella architettata dall'ingegnere Giuseppe 
Poggi, ornata di sculture del Duprè, dipinta dal Gatti. Sopra un monti- 
cello sporgente verso l'Arno, sta l'antico Castello di Montalbano. 



364 PALAZZO VECCHIO 



Più a sinistra è Settignano, grazioso paesello sulla pittoresca collina, 
tra le picciole valli del Fossataccio e delle Grazie ; ma il cui nome va lon- 
tano, va insieme con la fama di tanti e tanti scultori che ivi ebbero nasci- 
mento, appresero a maneggiare lo scalpello. Michelangelo vi fu portato 
da bambino, e vi fu tenuto a balia dalla moglie d' uno scarpellino ; perchè 
fatto vecchio ei diceva una volta a messer Giorgio Vasari « s' i' ho nulla 
«e di buono neir ingegno, egli è venuto dal nascere nella sottilità dell' aria 
« del vostro paese d'Arezzo ; così com' anche tirai dal latte della mia balia 
« gli scarpegli e '1 mazzuolo con che io fo le figure ^*^ ». E alla gloria di 
quel paese sarebbe bastato ciò; ma e Desiderio da Settignano? E le intere 
famiglie di artisti, quali i Cicli, Ciottoli, Del Caprina, Danti, Lorenzi, che 
tutti fiorirono lì? E oggi li Scheggi, i Giovannozzi, Morelli, Andreini che 
rendon fede come l'aria vi continui ad essere quella che era una volta, e 
non sia venuta meno la virtù dei suoi popolani ? In mezzo alla piazzetta 
del paese, vicino alla chiesa, oggi que' buoni e bravi settignanesi hanno 
un loro monumento ; una loro statua ; ma non è il monumento né la sta- 
tua ad uno dei loro, è Niccolò Tommaseo, poeta e scrittore! 

E presso a poco dir possiamo lo stesso di Maiano, terra ferace di 
artisti, meritevole d'essere descritta dal Boccaccio, e per la purezza del 
cielo, l'aere profumato, le valli, i fonti, i laghi, gli ombrosi boschetti e 
gli ameni prati meritevole d' esser fatta la stanza prediletta delle Muse e 
delle Grazie, e teatro al festevole novellare delle gentildonne e dei cava- 
lieri. Una piccola valletta lì presso è bagnata dalla Mensola e dall'Affrico. 

« Udito ho dir che, a' preghi delle Ninfe, 

« Affrico, allegro ruscelletto, accorse 

« Zampillando dal monte, e la fé in mezzo 

« Splendida d'un freschissimo laghetto 

« Tra' quercioli, i frutteti e le vendemmie 

« Gh' or tu miri dal balzo. Ivi Fiammetta, 

« Che nulla ancora avea de' Genj inteso, , 

« Spesso, all'orezzo delle sere estive, 

« Fra' giovani scdea per novellare 

« Con Elisa, a diporto, e le gentili 

« Compagne, che venian pur novellando 

« " Di donne e cavalier, ci' affanni e d' agi 

« " Che ne invogliano amore e coì'tesia. „ 



IN CIMA ALLA TORRE 365 



« Ben valle delle Donne oggi è nomata 
« Da chi la sa: molte Amadriadi alberga 
« Fora' anco; ma obbedisce oggi all'aratro. 
« Le rinnega i bei rivi, e per le balze 
« Tornò ramingo il Fiumicel da quando 
« Fur delle Ninfe gl'imenei palesi. 



E qui il poeta narra di Dioneo e d'Elisa; 



« A un tratto 
« L'antro profondo empie la Luna, e svela, 
« Sovra un mucchio di rose addormentata, 
«: Ad un Fauno confusa una Napea. 
« Gioì procace Dioneo, sperando 
« Di sedur coli' esempio della Ninfa 
(T La ritrosa fanciulla; e pregò tutti 
« Allor d' aita, e i Satiri canuti, 
« E quante invide Ninfe eran da' balli 
« E dagli amori escluse: e quei maligni 
« Di scherzi e d'antri e d'imenei furtivi 
« Ridissero novelle; ed ei ridendo 
« Vago le scrisse, e le rendea più care: 
« Ma ne increbbe alle Grazie. Or vive il libro 
« Dettato dagli Dei: ma sventurata 
« Quella fanciulla che mai tocchi il libro 1 
« Tosto smarrite del pudor natio 
« Avrà le rose: né il rossore ad arte 
« Può innamorar chi sol le Grazie ha in cuore <*) ». 

Anche Maiano ha il pregio d'essere stata terra ferace d'artisti e di 
poeti : Dante da Maiano, fu uno de' più gentili poeti del secolo xiv ; e chi 
non conosce la sua Nina, la più antica poetessa italiana, che si faceva per 
lui chiamare la Nina di Dante ? E non ha letto i sonetti che corsero fra lui 
e gli altri poeti del suo tempo, Dante Alighieri, Chiaro Davanzati, Guido 
Orlandi, Salvino Doni? E non sa di Giuliano celebre scultore e architetto, 
e di Benedetto che non si chiama mai con altro nome che da Maiano? 

Non voglio proseguire a Fiesole, prima di fermare l'occhio sul castello 
di Vincir/liata del signor Giovanni Tempie Leader, ricco gentiluomo in- 
glese, proprietario della grande villa di Maiano, e che fece quasi di pianta 



366 PALAZZO VECCHIO 



ricostruire questo antico castello di Vincigliata, già diruto affatto. Questo 
si trova rammentato nei primi anni del mille, e si sa essere appartenuto ai 
Bisdomini, poi agli Usimbardi, ai Ceffini da Figline, ai Bonaccorsi, agli Al- 
bizzi e finalmente agli Alessandri. Ma quando nel 1855 lo comprò il Leader 
non era che un ammasso di rovine, e pensò egli di riedificarlo, facendone 
rifare il disegno al valente Architetto Giuseppe Fancelli di San Martino 
a Mensola, il quale insieme col cav. Gaetano Bianchi per la parte pit- 
torica, ne fecero tal cosa che veramente è una meraviglia a vedersi. 

Ma è tempo ch'io mi volga a Fiesole; a Fiesole la bella! Al tempo 
di Cacciaguida, trisavo di Dante, la donna fiorentina, 

« traendo alla rocca la chioma, 

« Favoleggiava con la sua famiglia 

« De' Troiani, di Fiesole, e di Roma C) ». 

E il trovare il nome di Fiesole tra quello di Troja e di Roma, mo- 
stra senza dubbio com'essa fosse delle più antiche città d'Italia; stette 
a capo della civiltà etrusca, che tutta o almeno nella massima parte 
andò perduta, o come fiume in mare si versò e si confuse nella romana. 
Quindi fare le storia di Fiesole, varrebbe come andare nei tempi ante- 
riori a quelli ne' quali sorse Roma, materia di lunghissimi studii : e poi 
quella che pur riuscissimo a ricostruire sopra le antiche memorie, non 
sarebbe Fiesole che ci sta dinanzi agli occhi, e che pare tanto amoro- 
samente guardare a Firenze, come madre a figliuola. Se mai, sarebbe 
la Fiesole di cui sottoterra si sono trovati degli avanzi, quali il Teatro 
Romano, incominciato a scoprire nel 1809 dal barone prussiano Friedman 
di Schellersheim, che facendo scavare dove apparivano pochi avanzi di 
antiche volte, riuscì a scoprirne una parte. Di questo teatro fu ripresa 
anni addietro la scavazione da una Commissione per le antichità etrusche, 
la quale seguitò fino all'aprile del 1874, e da questo tempo il lavoro fu 
assunto dal Municipio di Fiesole, sotto la direzione di una Deputazione 
archeologica. Oggi si può dalle rovine arguire di quale immensa ric- 
chezza di marmi, di colonne, di fregi, e di bassoriUevi, esso fosse bello 
e grande. Gli avanzi trovati si pongono e si custodiscono al piano ter- 
reno del Palazzo Pretorio, eretto nel xiii secolo. Tra le rovine di Fie- 



IN CIMA ALLA TORRE 367 



sole sono anche una parte delle mura ciclopiche etrusche; e addossate 
a quelle alcune opere di fortificazioni pur romane; insomma: 

«( Foesula quanta fuìt, ipsa ruina docet ». 

Parlando Dante degli antichi fiorentini, ancora rozzi e maligni, li 
chiamò « bestie fiesolane », perchè avea detto innanzi che essi discen- 
devano da quella etrusca città: 

« . . . . queir ingrato popolo maligno, 
« Che discese da Fiesole ab antico, 
« E tiene ancor del monte e del macigno ». 

E molte infatti sono le famiglie che da Fiesole scesero in Firenze, ma 
anche di quelle che poi salirono tanto nella nuova città, da esseme 
vanto e decoro: gli Agolanti, gli Alfieri, gli Arrigucci, gli Adimari, i 
Canigiani, i Caponsacchi, i Covoni, i Cosi, i Falconieri, i Folchi, i Guidi, 
i Guadagni, gl'Importuni, i Macci, i Manetti, i Magli, i Mancini, i Ma- 
galotti, i Macinghi, i Pazzi, i Razzanti, i Romoli, i Rustichetti, gli Scali, 
gli Schelmi, i Sizi, i Sostegni, gli Strozzi, i Stoldi, i Tedaldi, i Toschi, 
ed altri ed altri. E molti ebbero a Fiesole i natali, o vi crebbero, che per 
tutta Italia e per il corso de' secoli ebbero fama d'ilUustri. Sebbene non 
nascesse in Fiesole, pure vi vesti l'abito domenicano quel Guido o Gui- 
dolino nato in Vicchio da un cotal Pietro, di cui ancora s'ignora il co- 
gnome, che nell'ordine e poi nell'arte si chiamò Frate Angelico da Fiesole; 
e quel Mino che pur sempre fu detto da Fiesole, e che aveva avuti i natali 
in Poppi nel Casentino; quegli il più gentile e spirituale pittore che sia mai 
stato, questi che parve aver dato a' suoi ferri la sottigliezza e la morbi- 
dezza dei pennelli, così sono le sculture sue cosa gentile e leggera; Mino 
fu allievo di Desiderio di Settignano. Volendo ricordare coloro che da 
Fiesole ebbero non solo l'arte, ma eziandio il nascimento, bastino, che 
tutti sarebbe un andare troppo in lungo, i nomi dei Ferrucci, una famiglia 
intiera che dette alle arti Francesco di Giovanni, scultore; Nicodemo, 
gentil pittore ; Andrea scultore ed ornatista, e Francesco, quegli che trovò 
la maniera di temperare i ferri per tagliare il porfido ; e l' altra famiglia 
dei Rossi, in cui pure crebbero molti artisti celebri, fra' quali Barto- 
lommeo e Vincenzo scultori; e i Bozzolini, tutta una casata d'artisti; 



368 PALAZZO VECCHIO 



e Simone da Fiesole, e Michele Marini, Pagno Partigiani, Giovan Bat- 
tista Sermei, il Cecilia, Michele Laschi, i Pellucci e a' nostri giorni Gio- 
vanni Bastianini, gentile scultore, a cui mancò troppo presto la vita, ma 
dura ancora e durerà lontana la fama. Pure a Fiesole nacquero il Pet- 
tirossi celebre architetto, il Della Bella famoso incisore, Filippo Man- 
gani, che era chiamato il filosofo contadino, il quale da semplice agricol- 
tore, si fece così dotto nelle greche e latine lettere e nella filosofia da 
recare maraviglia al grande Newton; finalmente il canonico Bandini, uno 
de' nostri più eruditi scrittori. 

Ora in quel colle che ci sta tutto aperto dinanzi come un libro, 
come, mi si lasci dire, un sonetto di Dante alla sua Beatrice, fermia- 
moci qua e là, secondo che l'occhio porta, guidato dalla memoria e dal- 
l'amore, su questa villa e su quella, su questo e su quel monumento. 
Ecco il Bel Canto o II Palagio, villa del signore Guglielmo Spence. 
Essa era un tempo il palagio di Cosimo il Vecchio, che egli avea fatto 
erigere, sopra i terreni che erano stati dei Baldi, nel 1458, dall'archi- 
tetto Michelozzo Michelozzi. In questa villa Lorenzo figliuolo di Cosimo 
teneva le adunanze platoniche. Fu qui che ad uno di que' banchetti in 
onore di Platone avrebbero dovuto essere ammazzati Lorenzo e Giuliano 
de' Medici per quella congiura che ebbe nome dai Pazzi; ma l'assenza 
di Giuliano, fece sì che furono assaliti pochi giorni più tardi nel Duomo. 

Ecco più in basso la Badìa; in antico dicesi esser quivi stato il 
Castello di Fiesole, quindi l'antica cattedrale, oggi è il Collegio Convitto 
dei Padri Scolopi. La chiesa e il monastero annesso furono edificati col 
danaro di Cosimo de' Medici e col disegno di Filippo Brunelleschi, e 
riuscì fatto quale uno si poteva promettere dall'oro di quello e dall'in- 
gegno di questo. Il Brunellesco rifabbricò la Chiesa, lasciando solo una 
parte della facciata incrostata di marmi alla maniera del secolo x, vi unì 
una grandiosa sagrestia, costruì eleganti e spaziosi chiostri con porticati, 
un bel refettorio e la Biblioteca, la quale fu da Cosimo arricchita di molti 
preziosi codici ed opere rare. Egli tante cure portò a questo luogo, e tanto 
affetto ebbe sempre ai dotti Canonici Lateratensi, che fattovi fare per sé un 
quartiere, spesso veniva a passarvi qualche giorno, e allora era il ritrovo 
degli uomini più famosi per scienze, per lettere, per virtù che fossero in 



IN CIMA ALLA TORRE 369 



Firenze. E così fece il figliuolo di lui, Lorenzo il Ma^ifico, il quale vi si 
recava in compagnia del Poliziano, di Pico della Mirandola, del Crinito 
(ossia Piero Del Riccio), dello Scala e di altri assai. Quivi vestiva l'abito 
cardinalizio Giovanni de' Medici, che poi fu Papa Leone X. Si dice che 
nella Badìa fiesolana, per iniziativa del P. Abate Ubaldo Montelatici, aves- 
sero origine que' ritrovi, che furono il principio della celebre Accademia 
dei Georfjofili, che il Montelatici instituì in Firenze nel 1753. 

Al tempo dell'Assedio molti danni furono recati a questa Badìa, 
a' quali venne subito dopo riparato per maniera che non ne rimanessero 
traccio. Ma il Monastero venne soppresso nel 1778, e l'ampio locale con- 
cesso agli Arcivescovi di Firenze, i quali lo permutarono poi col Capi- 
tolo di Fiesole. Allora fu chiusa la Chiesa, e i preziosi volumi della 
Biblioteca furono, nel 1783, dati alla Magliabechiana di Firenze, dalla 
quale tutti i codici passarono alla Laurenziana. 

Sul principiare del secolo il P. Francesco Inghirami instituì nella 
Badìa la sua Poligrafia Fiesolana, nella quale si facevano lavori in tipo- 
grafia, calcografia, e litografia e ne uscirono opere lodate e mappe e carte 
del granducato. Il resto del locale diviso a quartieri, si appigionava ad 
uso di villeggiature; quando dopo il 1860 fu acquistato dai Padri Sco- 
lopi, i quali vi stabilirono il loro collegio convitto, e come poterono lo 
restaurarono, riaprendo al culto pubblico la chiesa, che tutta mostra la 
severa maestosità delle linee di Brunellesco. 

Poco al di sopra della Badìa è San Domenico, già chiesa e convento 
dell'Ordine domenicano, incominciato a costruire nel 1406; e continuato 
e quasi finito col denaro di un tal Barnaba degli Agli, ricchissimo uomo, 
il quale volle che in sulla porta della chiesa fosse lo stemma della sua 
casata, e avrebbe voluto che venisse dedicata a San Ramaba. Al com- 
pimento della Chiesa contribuirono altre famiglie poi, tra le quali i Gaddi, 
avendo messer Niccolò edificato di suo tre cappelle. È ricca di begli 
affreschi, di bei quadri, e di altre opere preziose. Soppressi i conventi, 
divenne proprietà dei Duchi di San Clemente e dei Conti Capponi, i quali 
nel 1879 vendevano questo loro possesso ai frati domenicani di San Marco. 

Scendendo più vicino a Firenze, ecco che vediamo Schifanova o la 
Fonte de^ Tre Visi, villa che fu già dei Palmieri ed ora dell' inglese 



47* 



370 PALAZZO VECCHIO 



Crawford di Belcarres. Anche qui è tradizione che il Boccaccio venisse 
a novellare con le sue donne e i suoi cavalieri, richiamato dalla bellezza 
del luogo; e forse da questo fatto, piuttosto che da altro, le fu dato il 
nome di Schifanoia, sapendosi che le novellatrici del Decamerone s' erano 
là condotte per fuggire la noia della città afflitta dalla peste. Questa 
villa fu prima di un tal Clone di Fine della famiglia Fini, quindi passò 
nei Solosmei, e da questi, nel 1457 ai Palmieri, de' quali fu il celebre 
Matteo, che ascese ai più alti gradi della repubblica, ed ottenne stima 
di solenne letterato per le molte sue opere, delle quali però oggi non è 
letta che quella che s'intitola dalla Vita Civile, che fu tradotta anche 
in Francese ; fra le altre sue sono una Cronaca della creazione del mondo 
fino a' suoi tempi, e un Poema teologico in terza rima ad imitazione di 
Dante, che ha per titolo Città di vita. I Palmieri abbellirono e aggran- 
dirono questa villa, la quale stette in quella famiglia fino al nostro se- 
colo, quando l' acquistarono da essi i Farchill, dai quali l' ebbe in dono la 
granduchessa Maria Antonia, i cui amministratori dopo il 1859 la ven- 
derono al conte Crawford di Belcarres Lord d'Inghilterra ed uno de' più 
ricchi gentiluomini del Regno Unito, che potè restaurarla ed abbellirla 
ancora, e in maniera da renderla, ora è un anno, gradito e piacevole 
soggiorno della Regina Vittoria. 

Fra le villeggiature più famose per la storia o per 1' arte e per la 
magnifica postura loro, approssimandosi a Firenze dal lato di tramon- 
tana, sono quelle principalmente che vennero in tutto o in parte edi- 
ficate dai Medici, semplici cittadini o a capo della Repubblica, e da essi 
ridotte a conveniente e degno albergo delle Grazie. E in questa fretto- 
losa occhiata che io ho data attorno alla città, ora scendendo da Fiesole, 
vo' fermarmi su Careggi o sia Campo regio, Villa medicea che il Vasari 
disse « magnifica e ricca », edificata di pianta da Cosimo il Vecchio, col 
disegno del Michelozzi. In questa villa parve rinnovellarsì la Filosofia 
Platonica, in specie per virtù di Marsilio Ficino, il quale come ebbe a 
dire lo stesso Poliziano: « Platonicam sapientiam revoca vit ab Inferis ». 
Il pensiero di questo rinnovamento platonico fu di Cosimo de' Medici, 
per avere udito nel 1439 Gemisto Plotone, illustre platonico di quei 
tempi, parlare dei sublimi misteri della platonica filosofia; e a porre in 



IN CIMA ALLA TORRE 371 



atto l'idea che glie n'era balenata alla mente ei prescelse appunto il 
Ficino, ancora in giovane età, perchè gli procurò, nello stesso suo pa- 
lazzo, i più abili Precettori che allora vantasse Firenze, e lo fornì a tale 
effetto di codici greci, riscattati a caro prezzo dalla barbarie dei Turchi; 
poi donandogli dei terreni ed una villa, nel castello appunto di Careggi, 
gli dette quella tranquillità d' animo e quell' ozio che amano gli studi. 
Morto essendo il gran Cosimo in questa Villa, divenuta un Liceo, 
un Accademia, a somiglianza di quella di Platone che era negli Orti 
suburbani di Atene, il magnifico Lorenzo continuando a far godere a 
Marsilio Ficino, le grazie solite della sua casa, compì poi il pensiero del 
padre, dando all'Accademia platonica tale lustro, da richiamare a sé l'at- 
tenzione di tutti gli uomini i più dotti, o che di dotti aspirassero a voler 
fama, e primo fra gli altri quegli, che era detto la Fenice degli ingegni, 
Pico, Signore della Mirandola, che tratto dalla rinomanza che di Lorenzo 
e de' suoi Accademici per ogni parte risonava, volle venire a bella posta 
a Firenze per conversare con esso lui e con i suoi che erano fra gli 
altri Cristoforo Landini, Giovanni Cavalcanti, Filippo Valori, Francesco 
Candini, Antonio degli Agli, Cristoforo e Carlo Marsuppini, figliuoli del- 
l' altro Carlo soprannominato l' Aretino, Leon Batista Alberti, Angiolo 
Poliziano, principe in quel tempo delle greche e latine lettere, Barto- 
lommeo Scala suo emulo, Pietro del Riccio, detto Pietro Crinito, suo 
discepolo, Mariano da Gennazzano frate eremitano di S. Agostino, uno 
dei più grandi Oratori e Teologi di quel tempo. Donato Acciainoli, che 
tanto illustrò le opere di Aristotile, e moltissimi altri. Così che a ra- 
gione sotto una pittura di Giovanni da S. Giovanni, nel salone del piano 
terreno del Palazzo Pitti, rappresentante Platone quivi circondato da tanti 
uomini insigni, fu scritto: 

« Mira qui di Careggi all' aure amene 
« Marsilio, e il Pico, e cento egregi spirti, 
« E di', s' all' ombre degli Elisj mirti 
« Tanti m' ebber giammai Tebe ed Atene >. 

Qui il giorno anniversario della morte di Platone, si rinnovellava, e 
come in antico, la memoria di lui, con un simposio, dove Lorenzo si 
mostrava circondato da tutti i platonici. E qui a Careggi, in una sua villa. 



372 PALAZZO VECCHIO 



che confina con la Medicea, il Ficino morì nel 1499, ed è quella propria 
dove vedovasi il suo busto col seguente motto : « In parvis requies > , Era 
però fino dall'anno 1492, in Careggi, morto Lorenzo il Magnifico, il che 
fu per tutta la città come lo spegnersi d'un gran lume; « Di poco, dice 
« il Capponi ^''\ avendo egli compiti quarantaquattro anni, tra sofferenze 
« acerbissime e con segni di religione fervente si spengeva quella vita 
« della quale non fu altra mai con maggior pianto desiderata, né più 
« nei tempi che sopravvennero celebrata ». 

Nei bollori dell'assedio una brigata di giovani andando fuori della 
città per distruggere tuttociò che esser poteva d'aiuto ai nemici e d'im- 
pedimento alla difesa, diede fuoco, tra le altre alla villa magnifica di 
Jacopo Salviati presso il Ponte alla Badìa, e a quelle dei Medici a Ca- 
reggi e a Castello; e se non erano impediti facevano lo stesso a quella 
del Poggio a Caiano di già suntuosa per opere d'arte. Ma essendo ivi 
alcuni lavoranti di Cosimo, col tagliare certe travi, impedirono che il 
fuoco a lungo ardesse, e tutta quella tanta magnificenza di opere ridu- 
cesse in cenere. Il Duca Alessandro volle riparare a tali ingiurie col 
farla in parte risarcire, e decorare con nuove pitture da Jacopo da Pon- 
tormo, il quale si fece aiutare dall'Allori, sopranominato il Bronzino. 

Nel 1848 comprava dagli Orsi, i quali l'avevano acquistata dalla Am- 
ministrazione granducale fino dal 1779, questa celebre villa il cavaliere 
Francesco Sloane, che vi spendeva la enorme somma di un milione di lire, 
per restituirla com'era possibile all'antica grandezza. Dallo Sloane passò 
poi nella russa famiglia dei Bouturlinn, i quali la posseggono tuttavia. 

Seguitando sull'ultimo declive dei poggi fra tramontana e ponente, 
andando con l'occhio verso Monte Morello, appiè del quale è Doccia, la 
celebre fabbrica Ginori, c'incontriamo nelle due ville reali la Petraia e Ca- 
stello, V una, si può dire, più bella e più magnifica dell' altra. La Petraia 
era dapprima un castello fortissimo che appartenne alla famiglia dei Bru- 
nelleschi, ecco perchè credendo che tale famiglia fosse quella del celebre 
architetto, fu chi asserì essere stata quella villa architettata da lui. Dai 
Brunelleschi, nel 1427, passava in possesso di Palla di Noferi Strozzi; e 
più tardi nei Salutati, dai quali la comperò il Cardinale Ferdinando 
dei Medici, nel 24 gennaio 1575. Entrata nel possesso dei Medici Gran- 



IN CIMA ALLA TORRE 373 



duchi di Toscana, appartenne poi sempre, come si suol dire, alla corona 
ossia ai beni granducali. Bernardo Buontalenti fu quello che la adornò 
splendidamente; il Volterrano la dipinse; poi furonvi portati in copia 
opere d'arte d'ogni maniera. Nel giardino o parco che dir si voglia è 
la tanto ammirata fontana del Tribolo, con la Venere in bronzo, mo- 
dellata da Giovan Bologna, in atto di uscire dal bagno e che si strizza i 
capelli sciolti per farne sgrondare l' acqua. Il Vasari disse credere < che 
< ella sia la più bella fonte, la più ricca, proporzionata e vaga, che sia 
« stata fatta mai : perciocché nelle figure, ne' vasi, nella tazza, ed in 
« somma per tutto si vede usata diligenza e industria straordinaria » . 

Nel 1874 S. M. il Re Vittorio Emanuele faceva del tutto restau- 
rare questa villa, scegliendola per sua favorita dimora. Il Prof. Gaetano 
Bianchi, celebre pittore, restaurava gli affreschi che erano deperiti sotto 
le logge del cortile, e rimetteva intanto allo scoperto altri che erano 
stati imbiancati. 

Poco al di sopra di questa villa reale, è una villetta, appellata la 
Topaia, celebre per essere stata nel 1558 abitata da Benedetto Varchi, 
il quale forse vi scrisse le sue storie, e senza forse il suo Ercolano, 
ossia il dialogo delle Lingue. Il Varchi l'ebbe in dono, o almeno per 
sua abitazione, dal Granduca Cosimo I, che gli era affezionatissirao. 
Questa villetta è descritta poeticamente, in un sonetto dal Lasca, cioè da 
Anton Francesco Grazzini, nel quale sono questi versi: 



« Varchi, la vostra villa è posta in loco 
« Che ella volge le spalle al tramontano, 
« Sicché soffi a sua posta o forte, o piano, 
« Che nuocer non vi può molto, né poco ». 

E per chiusa del medesimo: 

« Penso do man venire (e non è baia) 
« Con esso voi a starmi alla Topaia ». 

Poco al disotto della Petraia ò l'altra villa reale detta Castello, non 
già perchè essa fosse anticamente un vero e proprio castello munito, 
ma perchè ivi era dove si spartivano certe acque, raccolte e adunate 
in apposito vivaio, il qual luogo i latini dicevano < castellum >. Lorenzo 



374 PALAZZO VECCHIO 



di Pier Francesco de' Medici la comperava nel 1477 da Niccolò d'Andrea 
Della Stufa, e Cosimo I la ingrandiva e l'abbelliva maravigliosamente. 
Castello e la Petraia sono ricordati per la preziosità del moscatello che 
vi si faceva, nel famoso ditirambo del Redi: 

« Ma lodato, 

« Celebrato, 

« Coronato 

« Sia l'Eroe, che nelle vigne 

« Di Petraia e di Castello 

« Piantò prima il moscadello ». 

Cosimo I, come è detto, l' accrebbe dalla parte di levante col disegno 
di Niccolò, detto il Tribolo, allievo del Sansovino, e la fece dipignere, 
da Jacopo da Pontormo, il quale nella prima Loggia, che si trova en- 
trando a mano sinistra, fatti fare gli ornamenti al Bronzini, a Jacone e a 
Pier Francesco di Cosimo, fece di sua mano le figure. Pitture però che 
sono andate perdute. Vi dipinsero eziandio il Volterrano, che vi fece 
diverse fregiature, putti, soprapporti; e il celebre Anton Maria Gabbiani 
che vi condusse due pitture rappresentanti varii ritratti di alcuni gio- 
vani di barbare nazioni, che stavano al servizio del granduca Cosimo IIL 

Il giardino che fu rimodernato e ampliato dal granduca Leopoldo 
di Lorena, poi imperatore d'Austria, è adorno di una gran fontana, 
fatta ancor essa dal Tribolo e che pure meritò d'esser detta una delle 
più belle d'Italia, o si riguardi alla ricchezza del materiale, o alla va- 
ghezza degli ornamenti, o all'esattezza delle proporzioni, o eleganza con 
cui furono scolpite le statue. In mezzo ad essa v'è l'Ercole di marmo, 
che scoppia Anteo, dalla cui bocca esce in gran copia l'acqua, opera di 
Bartolommeo Ammannati. Dello stesso Tribolo è una maestosa grotta, 
ricca di spugne, e dove sono diversi uccelli, fatti di marmo così che 
paiono veri, e altri animali fieri e domestici, fino ad un elefante, un 
Alce, un Unicorno, una Giraffa, dai quali viene l'acqua a cadere in sot- 
toposte pile. Al di sotto di questa grotta, circondato da un salvatico di 
cipressi, lecci e allori con bell'ordine piantati, si vede un gran vivaio, 
in mezzo al quale un' isoletta, sopra cui un vecchio tremante, figurato 
il monte Appennino, di bronzo, fatto dall' Ammannato, dalle cui chiome 



IN CIMA ALLA TORRE 375 



cade acqua, come se dall'acqua egli fosse uscito pure allora, E molti 
altri giochi d'acque, e statue, e nicchie, e grotte, e ghiribizzi fanno vago 
e variato questo bel giardino della villa, dove abitarono, fra i personaggi 
più importanti, la Bianca Cappello, moglie di Francesco I, ed il Padre 
Jacopo Cortesi della Compagnia di Gesù, conosciuto per maraviglioso 
pittore di battaglie, sotto il nome di Borgognone. 

Castello fu anche villa prediletta del Re Vittorio Emanuele, al quale 
pure si debbono molti restauri o molti abbellimenti; per cui oggi è tut- 
tavia vaga a vedersi. 

Tutti questi colli fino ai monti più lontani, e il piano sottostante 
che si perde alla vista, sono pieni di paeselli, di ville, di case, così che 
l'Ariosto ebbe ragione di dire volgendosi a Firenze: 

« Se dentro un mur, sotto un medesmo nome 

« Fosser raccolti i tuoi palazzi sparsi, 

« Non ti sarian da uguagliar due Rome >. 

Dove il piano finisce all'Arno, accosto alla città si vede il lungo filare 
di alberi secolari, e i giardini fioriti, e gli ampli prati, e le vaghe ca- 
sette, le fontane, i piazzali, insomma « le Cascine »; una volta villa 
anche esse de' nostri granduchi, oggi proprietà del Municipio, e che fu 
sempre gradito passeggio de' fiorentini. Quivi si sono sempre fatte le più 
belle feste popolari, quivi hanno luogo le corse de' cavalli, quivi final- 
mente si fanno le riviste militari. Alle cascine, quando meno v'era gente, 
soleva passeggiare pensando e poetando Vittorio Alfieri, « ove Amo è 
più deserto ^®^ »; e quivi vedemmo noi, passeggiare, pensando e poetando 
Giovan Battista Niccolini: luogo veramente di pensiero e di poesia è 
quello, e meriterebbe o in prosa o in versi d'esser lodato e cantato, da 
chi il sapesse! 

Ma oramai, scendiamo: però prima di scendere che io ti saluti an- 
che una volta, o bella, o gentile Firenze, 

Salve, Firenze, madre de' padri nostri ; salve, madre de' nostri 
figliuoli: tutto traveste il tempo, e tu pure, hai mutato e muterai aspetto; 
ma finché le acque dell'Arno ti bagneranno, fino a che cresceranno i gigli 
nei tuoi prati, e caldo il sole illuminerà le tue cupole, le tue torri, i 



376 PALAZZO VECCHIO — IN CIMA ALLA TORRE 



tuoi tetti, tu sarai sempre quella che fosti, la bella, la gentile città. I 
poeti ti chiamarono la città dei fiori, gli storici, t'hanno detta la terra 
della libertà : e tu, o Firenze, coltiverai ancora i tuoi be' fiori, cioè i fiori 
del pensiero e dell' affetto ; e tu manterrai fede ed amore alla libertà. 
E se anche un giorno, nella fuga lontana de' secoli, cadranno i tuoi mo- 
numenti, e l'ellera s'attaccherà ai marmi di Santa Maria del Fiore, e 
il serpe si asconderà pauroso tra le pietre del Palazzo Vecchio, rimarrà 
ancora intiero il tuo nome, rimarrà il nome del tuo Dante; e quei 
marmi e quelle pietre ricorderanno alla gente nuova la tua gloria, la 
tua fede, la tua libertà. 



W) Dino Compagni, op. cit., voi. ii, pag. 8. 

(2) Bacco in Toscana di Francesco Redi. Venezia, 1763, pag. 7. 

(3) Foscolo, Sepolcri. 

(4) Vasari, op. cit., voi. vii, pag. 137. 

(5) Foscolo, Poesie, pag. 257. 

(6) Dante, Farad, xv, 124. 
C) Op. cit., voi. II, pag. 164 
(8) Foscolo, Sepolcri, v. 191. 




ARMI, STEMMI E INSEGNE 



QUARTIERI E SESTIERI DELLA REPUBBLICA FIORENTINA 



Tav. I. 



ARMI DELLA REPUBBLICA FIORENTINA 




ANTICO FIRENZE 




\^. 



FIRENZE 




COMUNE 




PRIORI DI LIBERTA' 




POPOLO 




CHIESA 





PARTE GUELFA 



RE DI NAPOLI 




CVRLO DANC.IO' 



Tav. IL 



STEMMI E INSEGNE DEI QUARTIERI 




QUARTIF.rtE S. SPiniTO 




SCAU 




NICCHIO 




DRAGO 




FERZA 




QUARTIERE S. CROCE 





RUOTA 



CARRO 




LION NERO 



Tav. III. 



STEMMI E INSEGNE DEI QUARTIERI 





BUE 




QUARTIEUE S. M. NOVELLA 




LION UIANCO 




LION ROSSO 




VIPERA 




UMCORNO 





QUARTIERE S. GIOVANNI 



CHIAVI 




YAK) 



Tav. IV. 



STEMMI ]-: INSEGNE DEI QUARTIERI E SESTIERI 




LION D' ORO 




DRAGO 




SESTO D'OLTRARNO 




SCALA 




FERZA 




Mcaiio 






DRAGO 



SESTO S. PIERO SCIIERAGGIO 



LISTE 



Tav. V. 



STEMMI E INSEGNE DEI SESTIERI 




LION NERO 




BUE 




SESTO BORGO SS. APOSTOU 




VIPERA 





CAVALLO 




AQUIU 






SESTO S. PANCRAZIO 



LION NATUR.\LE 



UON BIANCO 



Tav. VI. 



STEMMI E INSEGNE DEI SESTIEIU 




LIOJJ ROSSO 





SESTO PORTA DI DUOMO 




DRAGO VERDE 




LION D'ORO 




SESTO DI PORTA S. PIERO 






RUOTA 



ailAVI 



VAIO 



Vv 



INDICE DELLE MATERIE 



AL LETTORE Pag. 5 

Capitolo L — Come si cominciò a costruire il Palazzo del Popolo, e come 

si condusse a termine nella prima sua fabbrira » 9 

» IL — Il Duca d'Atene prende stanza in Palazzo Vecchio. Nuovi la- 
vori che vi si fanno » 43 

in. — Cacciala del Duca d' Atene ; e nuovi lavori in Palazzo Vecchio » 53 

IV. — La Loggia della Signoria . . » 61 

V. — I Ciompi entrano in Palazzo. Michele di Lande fatto Gonfa- 
loniere di giustizia » 65 

VI. — Cosimo de' Medici, prigione in Palazzo Vecchio » 73 

VII. — Cosimo ritorna in Patria, e con lui Michelozzo Michelozzi. 
Lavori che fece Michelozzo nel Palazzo de' Signori .... > 79 

Vili. — Come Baldaccio d' Anghiari fosse morto e venisse gettato da 

una delle finestre del Palazzo de' Signori » 89 

IX. — Nuovi lavori che si fanno nel Palazzo della Signoria » 93 

X. — La Congiura dei Pazzi • ^03 

XI. — Frate Girolamo Savonarola e la Sala grande del Consiglio, 
ossia la Sala dei Cinquecento » ^09 

XII. — Del David di Michelangelo Buonarroti e dell' Ercole del Ban- 
dinelli innanzi alla Porta del Palazzo de' Priori » 123 

XIII. — Come il Sederini pensasse di far dipingere la Sala grande 
del Consiglio a Lionardo da Vinci e a Michelangelo Buo- 
narroti 

XIV. — Cacciata di messer Piero Sederini. Guasti nella gran Sala . . » i47 

XV. — Tumulto in Palazzo per la mutazione di Stato nel 1527 : e del 
Monogramma ili Cristo in sulla porta » 153 

XVI. — Mutamento dello Stato. Il Duca Alessandro nominato Principe. 
Cosimo II Duca prende stanza in Palazzo. Nuovi lavori in 

questo • **' 

so 



137 



392 



INDICE DELLE MATERIE 



Capitolo XVII. — La Sala della Guardaroba detta del Mappamondo o delle 

Carte Geografiche Pag. 209 

» XVIII. — Lavori fatti in Palazzo Vecchio, per le nozze del Principe 

Francesco con Giovanna d' Austria » 219 

» XIX. — Del Gigante dell' Ammannati (Biancone), della fontana di 
Piazza e del Corridore fra il Palazzo Vecchio e il Pa- 
lazzo Pitti » 227 

» XX. — Apparati al Palazzo Vecchio, per l'entrata della Serenis- 
sima Reina Giovanna d' Austria, sposa di Francesco 
de' Medici » 239 

» XXI. — Altro apparato alla Porta del Palazzo per le nozze di Fer- 
dinando I. Lavori fatti fare da lui » 251 

» XXII. — Convito nella gran Sala per le nozze del Granduca Co- 
simo II con la Arciduchessa Maria Maddalena d'Austria » 263 

» XXIII. — Giuramento prestato ai Principi della Casa di Lorena, 

nella gran Sala dei Cinquecento » 271 

» XXIV. — Dominazione francese in Toscana. Grandi restauri fatti al 

Palazzo Vecchio » 285 

» XXV. — Il Granduca Leopoldo II. Congresso degli Scienziati. Il 

Senato Toscano » 297 

» XXVI. — Il 27 di aprile del 1859 e il 15 di marzo del 1860 ... » 315 

» XXVII. — Il Governatore della Toscana in Palazzo Vecchio. Quartiere 
fatto fare appositamente per sua abitazione. Camera dei 
Deputati, e Ministero degli Affari Esteri » 335 

» XXVIII. — Il Municipio di Firenze stabilito in Palazzo Vecchio. Re- 

' stauri che vi si fanno. Ballo storico nel maggio del 1887. » 347 

— In cima alla Torre » 355 

Indice delle Illustrazioni » 393 




INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 



Palazzo della Signoria, oggi detto Palazzo Vecchio Pag. li 

Arnolfo di Cambio > •14 

Duca d' Atene > 44 

Andrea Orgagna > 63 

Michele di Landò i 60 

Cosimo de' Medici » 74 

Michelozzo Michclozzi » 81 

Il Cortile di Palazzo Vecchio > 85 

Benedetto da Majano » 97 

Frate Girolamo Savonarola Ili 

Michelangelo Buonarroti » 125 

Niccolò Capponi » 155 

Duca Alessandro de' Medici » 171 

Cosimo I (2.» Granduca) » 211 

Giorgio Vasari . . » 221 

Francesco de' Medici, granduca » 241 

Ferdinando I (3.» Granduca) » 253 

Cosimo II (4° Granduca) » 265 

Marzocco. » 294 

La torre di Palazzo Vecchio » 356 

Armi, Stemmi e Insegne dei Quartieri e Sestieri della Repubblica Fiorentina . » 377 




La presente opera fu per cura dell' editore G. Citelu stampala 
con tipi, cromolitografia e carta delle proprie omcine e pubblicata in 
occasiono dol IV Congresso Storico in Firenze. I ritratti e le lestale, 
tolte dagli «(Treschi e dagli ornati del Palazzo Vecchio, furono disegnali 
da Cesare Cuni pittore. Le armi e le insegne della Antica Repub- 
blica Fiorentina furono rilevate da Ouglielmo Panzani disegnatore, 
dai documenti esistenti nell'Archivio di Stato di Firenio. — Le lin- 
cotipie furono eseguite da V. Turati e lo due fototipie furono e»c- 
guite dai Fratelli Aunari. — La proprietà letteraria dell'opere è del- 
l' editore G. ClVELLI. 






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NA Gotti, Aurelio 

7756 Stòria del Palazzo Vecchio 

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